domenica 11 ottobre 2015

Il Sole Domenica 11.10.15
Nobel per la medicina
Erba cinese anti-malaria
In Vietnam le zanzare mietevano più vittime del Napalm, per questo nel 1967 Ho Chi Min chiese aiuto a Mao che mobilitò 531 ricercatori
di Marco Corsi e Pino Donghi


«Danno collaterale” è un brutto eufemismo. L’orribile realtà a cui si riferisce ha ferito a morte, Domenica scorsa, un ospedale dei Medici senza Frontiere a Kunduz in Afghanistan. Tanto è brutto che anche nella sua versione neutra - “effetto collaterale” – mantiene comunque la connotazione negativa, e con piena ragione. Sicché, una parte non marginale delle ricerche scientifiche si è sempre rivolta a garantire, in caso di conflitto, la supremazia bellica fornendo la migliore assistenza sanitaria ai propri soldati, e può succedere così che le guerre finiscano per produrre “effetti collaterali” positivi, che meglio sarebbe ottenere in tempo di pace, ma tant’è. La scoperta delle proprietà antimalariche dell’artemisinina, per la quale la scienziata cinese Youyou Tu ha ottenuto il Premio Nobel per la Medicina 2015, è uno di queste rare e positive eccezioni.
Un flashback. Siamo nel 1967, in Vietnam. Il comandante Ho Chi Min assiste impotente alla strage dei soldati del nord e dei guerriglieri vietcong falcidiati dalla malaria. Molto più dei terribili bombardamenti e del Napalm, sono le zanzare a mietere vittime sul campo. All’epoca, tra gli anni ’50 e ’60, l’antimalarico più utilizzato è la clorochina ma il plasmodio della malaria, mutando il suo Dna, ne è ormai diventato resistente. E la malaria è diffusissima nelle foreste e negli acquitrini dove si combatte. Il vantaggio strategico degli Stati Uniti non riguarda solo il potenziale degli armamenti: il Walter Reed Army Institute of Research, infatti, ha sintetizzato un nuovo efficace antimalarico, la meflochina, inviata subito alle truppe americane. La mefoclina, ovviamente, non è disponibile per i nord vietnamiti e Ho Chi Minh pensa quindi di chiedere aiuto al suo potente vicino: la Cina di Mao Zedong. In un primo momento Mao è quasi riluttante all’idea di soddisfare la richiesta di Ho Chi Min: il grande condottiero ha appena lanciato la campagna, che durerà dieci anni, e che diventerà tristemente nota con il nome di Rivoluzione Culturale Cinese. Quella “rivoluzione” prevede che i professori universitari e i ricercatori vengano trasferiti a lavorare nelle campagne per un cosiddetto “processo rieducativo” mentre, al contrario, i contadini e le giovani Guardie Rosse insegnano nelle accademie. Ma la riluttanza viene rapidamente superata in considerazione della strategica importanza geo-politica del Vietnam. In un vertice al quale partecipano anche Zhou Enlai e Deng Xiaoping si decide di esentare dal processo di rieducazione solamente 541 ricercatori, tra chimici, biologi, farmacologi e medici i quali si dovranno occupare di trovare un nuovo farmaco antimalarico da destinare alle truppe nord vietnamite. L’eccezione alla prassi rivoluzionaria conquista un nome in codice: “Progetto 523”. Il numero sta ad indicare la data d’inizio del progetto: il 23 Maggio del 1967.
Il resto è storia di ordinaria ricerca scientifica. Moltissime furono le molecole che il gruppo di ricercatori produsse per sintesi chimica. Diverse di queste avevano una discreta attività antimalarica, ma non ancora pienamente soddisfacente. In aggiunta ai prodotti di sintesi, i ricercatori, tornati oramai alla vita professionale, attinsero idee anche dalla Medicina Tradizionale Cinese. Uno degli Istituti più attivi su questo fronte era all’epoca l’Academy of Traditional Chinese Medicine e la prof.ssa Youyou Tu fu messa a capo di un gruppo di farmacologi ed esperti di fitochimica. Nelle prime fasi studiarono oltre 2000 preparazioni di erbe dalle quali produssero circa 380 estratti, la cui efficacia antimalarica fu valutata in modelli di laboratorio. La svolta arrivò quando analizzarono l’estratto dell’Artemisia annua e nel 1972 purificarono il principio attivo: l’artemisinina. Sembrava l’antimalarico perfetto: estremamente efficace e con nessun segno di resistenza. La battaglia contro la malaria registrava un nuovo successo, quella tra Vietnam e Stati Uniti continuava, anche se l’imprevedibile epilogo era oramai alle porte.
L’esistenza dell’artemisinina è stata annunciata per la prima volta al resto del mondo nel 1979. Ma rimaneva il mistero su chi ne fosse stato lo scopritore. Durante la Rivoluzione Culturale, infatti, era vietato dare risalto ai singoli individui. Le pubblicazioni scientifiche riportavano solamente che gli autori appartenevano al “Quinghaosu Antimalaria Coordinating Group”. Qinghao era il termine cinese con cui veniva chiamata l’Artemisia annua. Il velo è stato tolto solo di recente, e nel 2011 la prof.ssa Youyou Tu ha ricevuto il prestigioso premio della Fondazione Lasker-DeBakey – il Nobel statunitense - per la scoperta dell’artemisinina: del 5 Ottobre scorso l’annuncio del Nobel vero, quello svedese.
Da diversi anni la strategia raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per il trattamento di prima scelta della malaria si basa sulla cosiddetta Terapia di Combinazione con l’Artemisinina (Artemisinin-based Combination Therapy, o ACT). Nella stessa compressa sono presenti un derivato dell’artemisinina e un altro farmaco antimalarico che contribuisce ad ottimizzare la terapia e a proteggere contro l’emergere di resistenze. Il trattamento è di soli tre giorni e la sicurezza è molto elevata. Negli ultimi 10 anni le quattro ACTs ad oggi disponibili nei Paesi dove la malaria è endemica hanno contribuito a dimezzare gli episodi e i decessi causati dall’infezione. Anche se molto resta da fare. In Europa sono solo due le ACTs approvate, una delle quali frutto del processo di registrazione seguito da un’impresa tutta italiana, Sigma-Tau, ora facente parte del Gruppo Alfasigma, che è riuscita a tradurre in standard farmacologico approvato internazionalmente la lontana intuizione dei 541 ricercatori cinesi salvati dal processo rieducativo, “grazie” alla guerra del Vietnam.
Per una volta, un effetto collaterale apprezzabile.