Corriere 8.10.15
Senato, il soccorso di Forza Italia spacca il fronte dell’opposizione
Decisivi 30 voti azzurri contro un emendamento della sinistra. Ira leghista Accordo nel Pd sull’ultimo nodo. M5S: basta, incontreremo Mattarella
di Monica Guerzoni
ROMA La caravella delle opposizioni unite ha veleggiato un giorno appena, per poi infrangersi contro gli scogli del patto del Nazareno. E adesso ai leghisti, ai cinquestelle, ai senatori di Sel e ai conservatori di Fitto non resta che prendersela con Forza Italia, per aver fatto da «stampella» al governo spaccando il fronte degli antirenziani. Il patto tra il premier e Silvio Berlusconi è risorto? E davvero Forza Italia si è «verdinizzata»? Questo il tema che ha infiammato ieri gli animi dei nuovi «padri costituenti», impegnati a licenziare gli ultimi articoli del ddl Boschi. Berlusconi annuncia l’ennesimo ritorno in campo e denuncia la «grave emergenza democratica», ma per Matteo Renzi la vittoria è un passo. E chissà se è vero che l’ordine di chiudere in fretta il fronte del Senato sia partito ieri mattina da Palazzo Chigi, dopo una riunione tra il ministro Maria Elena Boschi e la minoranza finita male e dopo che, sul pallottoliere del Senato, i numeri a voto segreto erano scesi fino a quota 143.
L’accordo con la minoranza del Pd, che dopo tanto tuonare ha ritirato gli emendamenti, ha disinnescato le ultime mine: il quorum per eleggere il capo dello Stato e le disposizioni transitorie all’articolo 39. Rispetto alle rivendicazioni iniziali, i ribelli hanno ottenuto ben poco. Eppure Miguel Gotor si dice «soddisfatto», convinto di aver risolto il rebus bersaniano del «combinato disposto» tra Italicum e nuova Costituzione: «Adesso chi vince non potrà fare l’asso pigliatutto».
In realtà la minoranza, che puntava ad allargare la platea per eleggere il capo dello Stato, ha ottenuto solo di ripristinare il testo della Camera, dove è scritto che dopo il quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti e dopo l’ottavo la maggioranza assoluta. Quanto all’articolo 39, il governo ha promesso agli ex dissidenti un emendamento che obbligherà i consigli regionali a ratificare la nomina dei senatori scelti dai cittadini. L’altro nodo erano i tempi della legge elettorale nazionale e il governo si è impegnato a scriverla in questa legislatura, anziché rinviarla alle calende greche.
Per le opposizioni è la débâcle . Salta la protesta della resistenza passiva, svanisce l’idea di una conferenza stampa unitaria e sfuma anche la lettera-appello corale a Sergio Mattarella, partita verso il Colle dal solo indirizzo di FI. I cinquestelle sono furibondi e hanno chiesto un incontro al Quirinale per denunciare che «Grasso non è super partes» e che la democrazia è a rischio.
Il partito di Berlusconi ha fatto arrabbiare tutti. «Una volta che la maggioranza era in difficoltà, le avete fatto da stampella» accusa il leghista Centinaio, annunciando l’abbandono dell’Aula («state uccidendo la democrazia») e gridando al «patto Renzi-Berlusconi-Verdini-Tosi». E se Calderoli può scherzare sul «Nazareno 3, la resurrezione di Lazzaro» è per via di un emendamento all’articolo 17.
Nerina Dirindin, della minoranza pd, chiedeva di specificare se la Camera dei deputati debba deliberare lo stato di guerra a maggioranza assoluta dei componenti, o dei votanti. La sinistra dem si è spaccata, ma il dato politico è che i 30 senatori azzurri hanno votato con il governo, rinunciando a mandarlo sotto. Una scelta che il capogruppo di FI Paolo Romani rivendica senza tanti imbarazzi: «Mi interessa la Costituzione, non i tatticismi» .