sabato 26 settembre 2015

Repubblica 25.9.15
Il mondo post Berlusconi si sgretola e Renzi se ne impossessa
I vassalli della destra alla corte del nuovo re
Verdini tesse la sua tela spregiudicata per riorganizzare un potere Alfano è in difficoltà e resta spiazzato dalla creazione di due forni centristi
di Stefano Folli


NEL CENTRODESTRA ormai post-Berlusconi la novità è duplice. Da un lato lo smarrimento è tale per cui ognuno si preoccupa della propria sopravvivenza o insegue progetti politici velleitari. Il re ha abdicato e tutti, dignitari e vassalli, sono in crisi di identità. Dall’altro lato c’è la tessitura di Denis Verdini. Che a ben vedere è l’unica operazione, pragmatica e spregiudicata quanto si vuole, per riorganizzare un pezzo di quel mondo in disfacimento.
L’Ala — Alleanza liberale e delle autonomie — era nata come manovra di piccolo cabotaggio parlamentare per far da sponda a Renzi sulla riforma del Senato. È servita allo scopo finché l’accordo interno al Pd ha reso non indispensabili, ossia non decisivi, i voti degli amici di Verdini. Nel frattempo son volate le accuse circa la “compravendita di parlamentari” e le assemblee ridotte a mercato mediorientale. Colpisce in realtà che il nuovo gruppo si sia ingrossato anche quando i suoi voti non erano più immediatamente necessari alla maggioranza. Cosa sta accadendo? Verdini offre una casa e qualche buon argomento a un segmento del mondo berlusconiano a pezzi. Entro certi limiti, la sua pattuglia può ancora allargarsi in quanto rappresenta una calamita naturale. Anche Fitto, per citare un altro personaggio uscito da Forza Italia, ha tentato di aggregare i disorientati, ma non ha avuto finora la stessa fortuna. E si capisce: Fitto propone una linea anti Renzi e indica agli ex berlusconiani una traversata del deserto in senso liberista, nel segno dei repubblicani americani. Non una prospettiva allettante per tanti “peones”. Verdini, viceversa, offre molto di più: la possibilità di restare nel giro del potere e di contare qualcosa nella nuova Italia renziana.
E infatti l’operazione, al di là del notevole tasso di trasformismo, è figlia di una precisa intuizione. Renzi è ormai il personaggio egemone della scena politica — il nuovo Berlusconi, dice qualcuno — e ambisce a ereditare una parte consistente dei voti di Forza Italia, il che significa entrare nel santuario dei ceti sociali che un tempo sostenevano il centrodestra e oggi sono maturi per il “renzismo”. Verdini e i suoi anticipano e assecondano questa tendenza e la portano sul terreno delle manovre parlamentari. Perché è lì, in Parlamento, che il premier può scivolare o cadere in qualche trappola. Al di là della riforma del Senato, sono tanti i passaggi rischiosi: alcuni aspetti della politica economica, i rapporti con il mondo giudiziario, le unioni civili. Qui, ad esempio, sono note le resistenze dei centristi cattolici di Alfano. Viceversa, non c’è dubbio che gli altri centristi, quelli di Verdini, non avranno esitazioni a sostenere la legge. Questo non significa che il gruppo Ala entrerà in modo ufficiale nella maggioranza: non subito, almeno. Nella sostanza, però, ne fa già parte. Come si è visto ieri, quando i verdiniani hanno sostenuto il Pd in un primo voto sulla riforma del Senato, contrario tutto l’arco delle opposizioni, da FI alla Lega fino a Sel.
MOLTI si chiedono quale prezzo Palazzo Chigi è disposto a pagare per avere la certezza del sostegno. Non saranno i posti di governo, ma certo le gratificazioni per i nuovi arrivati non mancheranno, anche a livello locale. Del resto, gli ex berlusconiani saranno i più convinti sostenitori del “partito di Renzi”, post-moderno e centrato sulla figura del leader. È Alfano, semmai a trovarsi in difficoltà. Il ministro dell’Interno non si considera — come Verdini — una costola del mondo renziano. Ma d’ora in poi sarà più complicato per lui marcare un’autonomia, salvaguardare uno spazio, negoziare con Renzi quando sarà necessario farlo. Il premier dispone adesso di due piccoli forni centristi, il che può essere molto comodo all’occorrenza. Se poi Alfano riuscirà a ottenere, prima delle elezioni, una modifica dell’Italicum introducendo il premio alla coalizione e non più alla lista vincitrice, allora lo scenario cambierà. Ma Renzi, anche grazie a Verdini, non sarà obbligato a concederlo: deciderà in base alle convenienze dell’ultima ora.