sabato 26 settembre 2015

Corriere 26.9.15
Le tante maggioranze del leader che rinforzano l’asse con Ncd
Renzi prepara un evento a Milano con le «eccellenze italiane» per la fine dell’Expo
di Francesco Verderami


Renzi e il Senato «Se penso a chi remava contro...»
Se sta già pensando alla «sorpresa» per l’ultimo giorno dell’Expo vuol dire che sulle riforme Renzi non teme sorprese dal Senato, grazie alle tante maggioranze di cui dispone e che hanno a cuore la Costituzione e la legislatura.

I forni del premier, che dopo l’elezione di Mattarella al Quirinale sembravano spenti, hanno sorprendentemente ripreso a fumare. E tutti insieme. Il panificio appena aperto da Verdini, per esempio, ha avuto un peso e una certa influenza nel consentire al leader del Pd un onorevole (e vantaggioso) compromesso con la minoranza interna del suo partito. Tanto dovrebbe bastare per evitare cattive sorprese a scrutinio segreto. Ma giusto per scongiurare il rischio che un voto sulle riforme porti poi al voto anticipato, all’occorrenza è previsto anche un robusto soccorso azzurro, neppure sorprendente visto quel che sta succedendo in Forza Italia.
I forni fumano, ognuno si sta predisponendo a fornire il proprio contributo. Ma c’è un motivo se ieri — in Consiglio dei ministri — Renzi ha voluto ringraziare gli alleati centristi: «Vi ringrazio per il decisivo sostegno che state dando sulle riforme», ha detto rivolgendosi ad Alfano. Perché il premier può avere tante maggioranze in Parlamento, ma una sola può essere la sua maggioranza di governo. Le altre possono essere aggiuntive, non sostitutive, ed è un confine su cui il segretario democratico vigila perché non può né vuole che venga violato: segnerebbe la fine del suo esecutivo. E in fondo, proprio con la costituzione delle altre maggioranze, Renzi ha messo in sicurezza quella più importante, depotenziando le fibrillazioni in Area popolare e impedendo sbocchi politici a eventuali operazioni di rottura.
Per questo ieri era «soddisfatto» e «ottimista» sull’esito della sfida al Senato, e si prodigava in complimenti per il lavoro «della nostra Maria Elena», come affettuosamente ha chiamato il ministro delle Riforme Boschi: «Se penso a tutti quelli che hanno remato contro, se penso a tutti quelli che volevano farci saltare, se penso a Grasso...». Nonostante avesse fatto il fioretto di non parlarne e avesse ordinato al suo partito di tacere sul presidente del Senato, Renzi non ha resistito e ha (quasi) completato la frase: «Sì, se penso a Grasso che fa Grasso...». Chiaro il concetto e anche il moto d’animo del premier, che freme in attesa di sapere quale sarà la sentenza dell’inquilino di palazzo Madama sui contestati e controversi emendamenti all’articolo 2 della riforma.
Sembrerebbe questa l’unica incognita nell’iter parlamentare delle riforme, mentre non sono più un mistero le storie tese tra Renzi e Grasso che ogni giorno arricchiscono l’antologia delle battute reciprocamente ostili. In ogni caso, secondo il capo del governo, al Senato la maggioranza sarà «abbondante», e lo sarà ancor di più in futuro. Almeno così si scommette nel Pd, se è vero che i dirigenti renziani già danno appuntamento per il voto sulla Nota di aggiornamento al Def — «primo test significativo» dopo l’esame delle riforme costituzionali — e per il quale a palazzo Madama servirà la maggioranza assoluta dell’Assemblea. Dicono si preveda la ressa.
Ma Renzi continuerà a vigilare quel confine che separa le altre maggioranze dalla sua maggioranza di governo, e si dice pronto a rinforzare l’area di centro della coalizione — che è strategica per la sua permanenza a Palazzo Chigi — con innesti nell’esecutivo. Il resto dopo. E il resto sarebbe la modifica della legge elettorale, il ritorno cioè al premio di maggioranza da assegnare alla coalizione e non più alla lista. Sottovoce autorevoli esponenti democratici sostengono che sarà così e aggiungono che Renzi l’avrebbe di fatto detto pubblicamente qualche settimana fa, in tv. Quando a Otto e mezzo gli è stato chiesto se Alfano sarebbe entrato nella lista del Pd, il premier ha risposto: «No. Alle elezioni ognuno si presenterà con il proprio partito. Io con il mio, Alfano con il suo, Berlusconi con il suo».
Si vedrà se questo messaggio criptico porterà al colpo di scena sull’Italicum nel finale di legislatura. Di sicuro Renzi, che non si aspetta cattive sorprese al Senato, sta preparando una «sorpresa» — così l’ha definita — per il giorno finale dell’Expo: il 31 ottobre vuole organizzare a Milano una convention con le «eccellenze italiane», riunire «i testimonial dell’Italia che funziona». Già di suo il premier è portato ai toni enfatici, figurarsi se si lasciava sfuggire il successo di pubblico dell’Esposizione universale contro quelli che dicevano «chi volete che ci vada?».