venerdì 18 settembre 2015

Repubblica 18.9.15
A salvare Calderoli 80 senatori del Pd
Il Senato ha votato per l’insindacabilità delle parole di Roberto Calderoli
Solo 10 votano contro il leghista, anche Sel si divide Guerini chiama l’ex ministro. L’accusa di Manconi
di Tommaso Ciriaco


ROMA C’è chi ha scelto la ragion di Stato, chi ha votato al buio senza capire molto e chi invece aveva capito benissimo. Dopo aver salvato Roberto Calderoli, è l’imbarazzo a tenere assieme i senatori del Pd. Solo dieci - il 9% del gruppo, approssimando per eccesso - hanno giudicato razzismo quell’”orango” scagliato contro Cécile Kyenge. Gli altri dem - e mezza Sel- hanno bloccato l’azione della Procura e frustrato l’indignazione dell’ex ministra. Che infatti si lamenta: «Non si tratta di ricevere una chiamata da Renzi, che non c’è stata. Io mi aspetto dal partito una parola chiara per capire qual è la linea su questa vicenda».
C’è sconcerto. Nella base, in Rete, tra i militanti. Anche
l’Unità pubblica in prima pagina un editoriale dell’eurodeputata, dal titolo inequivocabile: “Discriminazione razziale”. Il resto lo fanno i tabulati, che non mentono: ottantatre senatori del partito del premier (e naturalmente l’intero centrodestra) pigiano il pulsante verde: “Aggravante per odio razziale? Insindacabile”. Solo dieci senatori della minoranza (più sei astenuti) la pensano diversamente. Tra loro Federico Fornaro e Doris Lo Moro, Felice Casson e Stefania Pezzopane. E a sorpresa lo storico garantista Luigi Manconi: «Ho votato sempre a favore della insindacabilità, ma stavolta no». Razzismo, e anche oltre: «La linea di confine tra la critica politica e la diffamazione con una simile aggravante - premette - non è lineare. Nonostante io rifiuti radicalmente il concetto di reato d’opinione, in questo caso ho valutato che quella linea di confine fosse individuabile e fosse stata ampiamente e violentemente superata. Le parole di Calderoli degenerano in scherno e denigrazione personale, oltretutto con un effetto discriminatorio per ragioni di appartenenza etnica ». Non è così per tutti, però. Non per i renziani di Palazzo Madama - nessuno escluso - e neanche per alcuni esponenti della sinistra del Pd, come il regista dei bersaniani Maurizio Migliavacca e la capogruppo dei vendoliani Loredana De Petris. L’anomalia si annida soprattutto in quel voto disgiunto. «Che senso ha?», non si dà pace Dario Stefàno, che presiede la giunta per le immunità e sta studiando a fondo le carte. Corradino Mineo, poi, sceglie l’insindacabilità anche per la diffamazione, mentre contro Calderoli si esprimono i grillini e tre ex leghisti, oggi tosiani, capitanati da Patrizia Bisinella.
E la Kyenge? Nella prossima udienza il suo legale chiederà ai giudici di portare il caso all’attenzione della Corte costituzionale. Non basta una lunga telefonata di Lorenzo Guerini a chiudere l’incidente. Sulla permanenza del Pd, però, l’ex ministra frena: «Sono triste e amareggiata, ma non lascio il Pd perchè è casa mia. È chi ha sancito con il voto di ieri che il razzismo non è reato a doversi interrogare. Qualcosa di nemmeno concepibile in Europa». L’eurodeputata ha applausi solo per la base dem: «Mi hanno espresso la loro vicinanza con grandissimo affetto ».
Di certo non dimostra la stessa comprensione il leghista Davide Boni. Come se nulla fosse accaduto, sceglie Twitter per ironizzare sul possibile addio di Kyenge al Pd. E scomoda addirittura Luigi Tenco: «Ciao Amore, ciao Amore, ciao Amore, ciao...». Alla faccia di Manconi, che citando Karl Popper poco prima ricordava: «Dovremmo rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti».