domenica 27 settembre 2015

Il Sole Domenica 27.9.15
Josephine Wieck Schumann (1819-1896)
«Il mio Eros per il piano»
Compositrice, amante passionale dell’autore tedesco e forse di Brahms, madre e musa. Le lettere ne rivelano genio e ironia
di Quirino Principe


Una fra le più belle storie d’amore, fra quelle nate nel tempo che l’Occidente rammenta di sé. La più alta e autenticamente vissuta lungo la via su cui s’incamminò, fin dalle sue difficilmente rintracciabili origini, “l’amour et l’Occident”, l’Eros occidentale così magicamente definito nel 1938 da Denis de Rougemont. Difficilmente ripetibile, poiché eccezionali furono le circostanze. La prima: un Eros travolgente, libero dalle banalità grevi e stanche di una falsificatrice Libido, irrequieto quanto bastò perché l’Agápe non lo calmasse troppo (di questo, di evitare l’illanguidimento nella serenità di una “buona vita” Biedermeyer, s’incaricò la tragedia: la sifilide e la follia di lui, e forse qualche rimorso di lei).
La seconda, che è tremito di lacrime da romanzo di Novalis: il tempo in cui si accese in entrambi il purgatoriale fuoco d’Eros «la cui fiamma è di rosa, il cui fumo è di spina» (T. S. Eliot) fu l’innamoramento reciproco di un giovanotto venticinquenne e di una ragazzina di quindici ed mezzo, che forse lo amava da più d’un anno. La terza: l’autentica purezza e intensità di quel rapporto di coppia, che fu per sedici anni di unione matrimoniale una vera coppia, a dire il vero assai poco “paolina” e in sostanza assai poco gravitante intorno a un nucleo d’intellettualità cristiana, poiché, malgrado le otto gravidanze e i sette figli sopravvissuti sino a varia età e con varia dose di felicità oltre a quelli nati morti, per i due sposi da fiaba la procreazione fu meno importante dell’Eros quasi tristaniano che li legò, e questa è una delle innumerevoli smentite delle stupidaggini scritte da Paolo di Tarso nella Prima lettera ai Corinti, 7, 2-9.
Oh, certo, non furono tutte rose e fiori. Lei, alla fine, era stanca delle nevrosi di lui. Lui era rancoroso poiché, tirando le somme mensili dal Haushaltbuch (Quaderno di economia domestica) che, diversamente dai Tagebücher (Diari) redatti da entrambi, lui solo aveva in gestione, vedeva bene come fosse lei a garantire alla famiglia, in quanto illustre pianista di fama internazionale, la parte maggiore di reddito. Sicché, durante il viaggio in Russia nel 1844, l’invitata dallo Zar e dai nobili russi amateurs di musica era lei, e lui, sentendosi principe consorte, spesso adduceva la tipica emicrania “uxoriale” e per dispetto passava la serata in albergo. Ma tutto l’amore che circola nelle lettere, nei diari, nelle dediche, nell’utilizzazione e variazione di temi musicali di lui da parte di lei e viceversa, fu vero amore, fu Eros ellenico-latino-germanico-protestante-romantico, con gli assai poco cristiani Goethe, Jean Paul, Hoffmann alle spalle: fu “l’amour et l’Occident”.
Lo strettissimo legame incide in misura un po’ riduttiva (ce ne accorgiamo ora) sulla riflessione critica. Su Clara Wieck Schumann (Lipsia, lunedì 13 settembre 1819 ? Francoforte sul Meno, mercoledì 20 maggio 1896) esistono alcuni buoni libri tedeschi (Dieter Kühn, Eva Weissweiler), un buon libro inglese (Joan Chissell), un saggio originale di Eric Sams, saggi non memorabili in lingua francese, saggi italiani eccellenti (Piero Rattalino, Carlo de Incontrera) in cui Clara è osservata inevitabilmente insieme con Robert Schumann: l’Eros coniugale paga un prezzo bibliografico. Naturalmente, pagine importanti su Clara si leggono a proposito dell’entourage schumanniano, e sono nel libro di Maurizio Giani su Brahms, o in quello di Claudio Bolzan su Norbert Burgmüller, e, malgrado la discrezione spartana che ci siamo sempre imposti, non è possibile non citare il saggio di Renato Principe su Ludwig Schunke, data l’unicità di quel libro su tal soggetto nel panorama bibliografico. Del resto, ci si era accorti che Claudio Bolzan da anni si stava orientando sul mettere a fuoco quasi esclusivamente Clara, e perciò era da attendersi questo suo libro bellissimo a leggersi, e d’insostituibile valore strumentale, poiché nelle sue lettere Clara è più ruvida e tagliante del pur passionale Robert (sì, anche dolcissima sovente, ma sempre aromatizzata dall’ironia), e le sue pagine di diario sono talvolta esecuzioni capitali senza appello. E poi, quale delizia leggere le lettere di lei a Johannes Brahms! Attenzione: i voyeurs saranno delusi. Il segreto ancora oggi insondabile del sentimento che nella sua realtà legò Clara allo scontroso genio amburghese, in quelle lettere è riscaldato, smosso, attizzato: mai risolto, mai spento. In fondo, decidere se abbia ragione la Weissweiler, essere il povero Felix, ultimogenito degli Schumann, figlio naturale di Brahms, è meno importante delle meravigliose annotazione che Clara dà delle composizioni da camera di Johannes, e che Johannes dà di quelle (per la nostra personale anima, lo confessiamo, sublimi e talora sovrumane) di Clara: Lieder d’incommensurabile grazia e ardore, pagine pianistiche dallo scatto che ci ricorda Pindaro, o Saffo, o Lucrezio.
Clara Wieck Schumann, Lettere, diari, ricordi, introduzione, note e commenti di Claudio Bolzan, Zecchini, Varese, pagg. 262, € 20,00