sabato 5 settembre 2015

Il Sole 5.9.15
L’inerzia dell’Europa forse sta finendo
di Adriana Cerretelli


Il flusso dei profughi continua, cresce come una marea incontenibile moltiplicando impotenza, caos e irrimediabili tragedie umane. Il giorno dopo la grande commozione, quel faccino nella sabbia di Aylan Kurdi, il bambino annegato e trascinato dal mare sulla spiaggia di Bodrum, ieri in Europa è stato il giorno delle esternazioni , della frenesia dell'azione dopo i mesi, gli anni dell'inerzia quasi completa.
Quasi tutti hanno detto la loro, annunciato iniziative, proposto ricette per governare la peggior emergenza umanitaria che abbia colpito il continente dalla seconda guerra mondiale. Angela Merkel e François Hollande hanno scritto una lettera congiunta alle istituzioni comunitarie, la Commissione Juncker ha fatto trapelare nuove indiscrezioni sul piano che presenterà a Strasburgo mercoledì prossimo. Il fronte dei maggiori Paesi dell’Est, riluttante alla solidarietà per quote obbligatorie di ripartizione dei disperati, ha ribadito il rifiuto pur con qualche apertura. Persino David Cameron è sceso dal suo distratto empireo per dirsi disponibile ad accogliere 5mila siriani, naturalmente alle sue condizioni. Si parla ma forse ci si prepara anche ad agire davvero. Perché questa volta l’Europa non si gioca solo la faccia, ma i suoi sacri valori, i principi fondanti, in breve la sua identità. Melassa sentimentale e concitazione emotiva c’entrano sempre per non concludere mai niente. Ma questa volta è diverso, o così pare: la politica europea dell’indifferenza e del cinismo a ranghi sciolti è arrivata al capolinea perché non più sostenibile. Insistere vorrebbe dire puro autolesionismo: farsi del male prima e perfino più di quello che si fa agli altri. Anche ammesso che ormai quasi tutti i 28 Paesi dell’Unione ne siano finalmente consapevoli, innestare la retromarcia facendo autocritica per costruire una nuova politica comune con il cemento del senso di responsabilità, di solidarietà e di rispetto reciproco - in formato intra-europeo ed extra-europeo - resta quasi una missione impossibile nella Babele delle lingue e degli interessi nazionali contrapposti. Sconfitta in luglio sulla ripartizione per quote obbligatorie di 40mila rifugiati siriani ed eritrei in due anni, la Commissione Juncker sta ricalibrando il tiro delle ambizioni all’emergenza ogni giorno più esplosiva. Per alleggerire il peso su Italia, Grecia e Ungheria, proporrà a Strasburgo un nuovo piano per redistribuire altri 120mila profughi sempre in modo automatico in base alla popolazione dei 25 Paesi membri interessati (Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca hanno clausole di auto-esclusione) e all’impatto economico sui medesimi. Proporrà, sembra, anche la creazione di un Fondo per stabilizzare i Paesi del Nordafrica da cui partono i flussi. Se si pensa che i primi 40mila, dopo i negoziati tra i governi, meno di due mesi fa sono scesi a poco più di 32mila e distribuiti per scelta rigorosamente volontaria, i dubbi che ora si faccia sul serio restano legittimi. Di diverso questa volta c’è che Angela Merkel ha deciso di porsi come indiscusso capofila e animatore della svolta e che François Hollande, allora contrario alle quote obbligatorie, ora ci ha ripensato affermandolo pubblicamente. L’Italia condivide. La sponsorizzazione dei tre maggiori Paesi dell’Unione è di sicuro fondamentale. Ma solo in parte risolutiva. Da superare c’è il fossato Est-Ovest, ricchi e poveri dell’Unione. C’è lo spartiacque etnico-religioso. E quello delle regole Ue da rispettare dentro e fuori dalle frontiere ma ormai preda della confusione generale, tra muri che salgono, disordini continui e repressione di polizia, controlli ai confini intra-europei che vanno e vengono mentre l’ordine di Schengen vacilla. Il cancelliere tedesco minaccia di rimettere in discussione l’Europa senza frontiere per i cittadini Ue se i Paesi dell’Est non cambieranno musica. Ma Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, il gruppo di Visegrad, restano convinti che la prevenzione dei flussi serva molto più delle politiche accomodanti, che le quote non risolvano il problema ma lo peggiorino incoraggiando la massa di disperati in fuga da guerre e persecuzioni a rischiare per un approdo in Europa. Argomento debole: se comunque la vita è appesa a un esile filo, meglio giocarsela nel viaggio della speranza piuttosto che lasciarla marcire nel buco nero di una disperazione certa. I Quattro di Visegrad ieri hanno chiesto sia la creazione urgente di “hotspot”, per la registrazione e il rimpatrio dei non aventi diritti all’asilo, dentro e fuori dall’Unione, nei paesi di transito come i Balcani, sia il coinvolgimento di Stati Uniti e Russia. Forse, e nonostante tutte le divergenze da appianare, questa volta si arriverà a qualche accordo di compromesso solidale intra-europeo per alleggerire la pressione sui paesi più esposti, tra i quali c’è anche la Germania. Il rischio è che ci si fermi a una semplice soluzione-tampone . Rimandando a un incerto domani la creazione di una vera e credibile politica comune per l’immigrazione. Perché imporrebbe a tutti di affrontare due sfide strutturali ben maggiori. La prima è quella della pacifica governabilità, quindi della stabilità di società europee oggi per lo più omogenee ma sempre più destinate a convivere con modelli multi-etnici e multiculturali che già creano tensioni e destabilizzazioni prima sociali e poi, inevitabilmente, politiche. La seconda è quella della normalizzazione di paesi e regioni devastate e destrutturate da guerre e povertà, per i quali l’Europa resterà sempre un sogno da conquistare fino a che non potranno in patria resuscitare i loro, brutalmente infranti. Se, sotto il pungolo dell’urgenza, comincerà almeno a risolvere la crisi dei profughi in modo ordinato e organico, l’Unione farà un concreto passo avanti. Per vincere invece le altre due sfide ci vogliono vista lunga, volontà di integrazione e coesione, senso di identità che per ora mancano all’appello.

Il Sole 5.9.15
«I diritti umani non sono più il cemento dell’Europa»
Colloquio con Vladimiro Zagrebelsky, ex giudice della Corte di Strasburgo
di Donatella Stasio


La foto del piccolo Aylan, cadavere sulla spiaggia di Bodrum, ha risvegliato sentimenti di commozione e di umana pietà e al tempo stesso ha imposto di guardare alle guerre degli Stati intorno al Mediterraneo, che di quel mare hanno fatto un cimitero, nonché alle pesanti responsabilità occidentali. Tuttavia, quello scatto evoca anche un sano senso di colpa, di vergogna, per l’incapacità dell’Europa di garantire accoglienza e, soprattutto, rispetto della dignità umana. Come si concilia, infatti, l’Europa dei fili spinati, che alza muri e marchia in modo indelebile uomini, donne, bambini, con l’Europa dei diritti umani? Com’è possibile che le Corti europee stiano a guardare impotenti ciò che accade in Ungheria? E che gli Stati siano sordi al richiamo di quelle Corti al rispetto dei diritti fondamentali? Dove sono finiti - se ci sono mai stati - gli anticorpi contro il razzismo, in un’Europa che aveva scelto il motto: «uniti nella diversità»? «C’è un progressivo disfacimento dell’idea dei diritti umani come cemento dell’Europa, perciò comprendo lo smarrimento», dice Vladimiro Zagrebelsky, per anni giudice italiano alla Corte europea dei diritti dell’uomo. «La mia principale preoccupazione - aggiunge - è soprattutto il riemergere di nazionalismi, di una contrapposizione tra “noi” e “gli altri” sempre più crescente e pericolosa tra gli Stati». Se ne è avuta una rappresentazione plastica a Ventimiglia, con le polizie italiana e francese schierate contro nel far passare la frontiera ai migranti o nel bloccarli. E così anche a Calais.
Zagrebelsky premette che quando si parla di migranti bisogna distinguere la dimensione sociale, politica e umanitaria da quella individuale. Quanto alla prima, «manca un comune sentire tra gli Stati», ciascuno dei quali pensa a se stesso, cavalcando umori e sentimenti dell’oponione pubblica, da cui dipende la sopravvivenza dei governi. La dimensione individuale, invece, è quella che investe le Corti. Le quali, però, non nascono «per tutelare la violazione dei diritti», come si sarebbe portati a credere, ma «per risolvere specifiche controversie». Ciò spiega perché non è dalla contabilità delle condanne che si può misurare il tasso di aderenza degli Stati ai principi che essi stessi hanno sottoscritto, poiché le sentenze dipendono dai ricorsi che vengono presentati.
Detto questo, si ha la sensazione che Strasburgo abbia via via ceduto alla pressione dei governi, consentendo la deroga di alcuni divieti (lasciata, ad esempio, all’«apprezzamento nazionale»). «Il che - osserva Zagrebelsky - significa ammettere un’Europa che sui diritti è un po’ a macchia di leopardo, laddove l’obiettivo iniziale era invece l’armonizzazione dei diritti. Obiettivo al quale si è, di fatto, rinunciato».
«Ormai è in corso il disfacimento dell’idea dei diritti umani come cemento dell’Europa» prosegue Zagrebelsky. I governi “remano contro”, spinti come sono da un’opinione pubblica che non si è nutrita dei valori sanciti nei patti sottoscritti dagli stessi governi. I quali, peraltro, poi si mostrano insofferenti a quei principi e alle sentenze della Corte. Ad aprire il varco è stato il Regno Unito, protagonista di uno scontro violentissimo con la Corte europea sulle espulsioni (negate) nei confronti di terroristi originari di Paesi in cui non vi è tutela dei diritti umani. Sulla stessa scia si sono poi mossi altri governi, che non volevano andare in rotta di collisione con l’opinione pubblica impaurita, e perciò critica verso quelle decisioni. La Corte europea dei diritti umani ha mantenuto ferma la sua giurisprudenza che non ammette che persone (qualunque sia la loro condizione) siano esposte al rischio di tortura e trattamenti inumani o degradanti.
Certo è che, a fronte dei principi giustamente ribaditi nelle sentenze della Corte (comprese le due recenti condanne dell’Italia proprio in tema di migranti), si resta basiti per la disinvoltura con cui in Europa si alzano muri, si imprimono marchi sulla pelle, si impedisce di partire a chi ha documenti e biglietti, si nega accoglienza ai rifugiati politici. «Purtroppo, pur con tutte le critiche che merita l’Europa, sull’immigrazione c’è almeno una forte dialettica che invece non c’è in altre parti del mondo. Basti pensare a cosa avviene in Australia o tra Messico e Usa», dice Zagrebelsky. Che però teme i «crescenti nazionalismi»: Italia, Germania, Finlandia, Ungheria... ciascuno ha una propria posizione e fa da sé. E se si pensa che i terreni su cui nascono le guerre sono l’economia e la paura, «gli ingredienti di una guerra ci sono tutti. L’Unione europea, nata per impedirla per sempre, dovrebbe rassicurarci». «Per fortuna - conclude - fra i giudici della Corte la cultura dei diritti ignora le frontiere. E questo, almeno, dovrebbe essere confortante».

Il Sole 5.9.15
Lars Feld, Consiglio tedesco degli esperti economici
«Il rallentamento della Cina non è un fenomeno transitorio»
intervista di Isabella Bufacchi


Il rallentamento della crescita in Cina non è un fenomeno transitorio perché con tutta probabilità il modello economico cinese cambierà strutturalmente. Non sappiamo come e fino a che punto i cambiamenti in atto incideranno sullo sviluppo economico della Cina ma una cosa invece è certa: la Germania sarà colpita duramente dal deterioramento del Pil cinese, non tanto per il calo delle esportazioni quanto per l’impatto negativo che questo avrà sulla “catena di valore” ormai molto integrata tra aziende esportatrici tedesche e aziende cinesi. A pronosticare il rischio di un periodo cupo in arrivo per la Germania, l’Europa e quindi anche per l’Italia, con assoluta franchezza è Lars Feld, direttore del Walter Eucken Institute di Friburgo, professore di economia e membro dal 2011 del Consiglio degli Esperti Economici tedesco, il think tank che al picco della crisi dell’euro propose la creazione di un Fondo europeo di redenzione per la risoluzione del problema del debito pubblico in eccesso al 60% del debito/Pil.
Feld, intervistato ai margini dell’European House Ambrosetti a Cernobbio, non ne vuole sentire parlare però di debito pubblico. È fermamente contrario a un aumento degli interventi a carico dei conti pubblici, vede male gli stimoli fiscali per rilanciare la crescita attraverso un aumento degli investimenti pubblici. «Lo Stato deve uscire dall’economia, non certo rientrarci - stigmatizza con piglio -. E per ridurre il ruolo della mano pubblica nell’economia vanno aumentate le privatizzazioni. L’Italia e la Grecia devono privatizzare, non tanto per incassare fondi per tagliare il debito pubblico, non è quello il punto, ma piuttosto devono farlo per incentivare le imprese privatizzate a investire di più, con capitali privati».
L’Italia, sottolinea Feld, ha un serio problema perché non riesce a rinvigorire la crescita. «Da quanto è entrata nell’euro, in media l’Italia ha registrato una crescita negativa della produttività e il contributo del progresso tecnologico sulla crescita è calato invece di salire». È severo, Feld, con l’Italia che «deve tagliare le tasse sul lavoro e sulle imprese riducendo la spesa pubblica e persino il numero dei dipendenti pubblici, e deve al tempo stesso velocizzare il cammino delle riforme strutturali, soprattutto quella del mercato del lavoro che tra le tante cose ha frenato la crescita dimensionale delle PMI». Secondo Feld, il miglior modo per stimolare la crescita è attraverso il miglioramento del clima di fiducia e delle condizioni per investire: l’obiettivo primario deve essere quello di favorire gli investimenti dei privati. «Se il capitale privato è messo nella condizione di guadagnare, di fare profitti, sicuramente sarà più disposto ad aumentare i suoi investimenti: solo così l’economia può crescere sul lungo termine».
Il suo giudizio sulla Germania è però meno severo: «Il nostro Consiglio degli esperti prevede per la Germania una crescita dell’1,8% nel 2015, in base all’andamento dei primi due trimestri dell’anno siamo ancora in linea con le nostre previsioni. Ma la Germania non potrà mai crescere come gli Stati Uniti per colpa del nostro trend demografico, che avrà un peso tremendo sulla crescita». Il Consiglio prevede per la Germania una crescita media dell’1,5% nel prossimo ventennio, non certo il 3-4 per cento. Secondo Feld, neppure l’immigrazione potrà correggere in maniera sostanziale la demografia del Paese, perché «servirebbe un aumento dell’immigrazione netta troppo elevato», corrispondente a oltre 1,4 milioni di flusso migratorio fuori e dentro la Germania su base annuale. E poi la Cina. Feld e il Consiglio degli esperti si sono meravigliati negli ultimi due anni sulla capacità della Cina di centrare puntualmente i suoi obiettivi di crescita. «Eravamo giunti alla conclusione che la Cina riusciva a centrare più facilmente i suoi target solo perché aveva un’economia controllata». Per questo stesso motivo, secondo Feld i cambiamenti in atto non devono essere sottovalutati, perché difficilmente saranno transitori. La Cina ha deciso di cambiare il suo modello, passando da un’economia basata sugli investimenti a un’economia basata sui consumi. E ha deciso di liberalizzare. «La liberalizzazione ridurrà il controllo sull’economia – puntualizza Feld – e non possiamo prevedere che impatto avrà tutto questo sulla crescita». Ma se e quando l’economia cinese rallenterà, l’effetto sulla Germania sarà forte e sarà negativo. «Noi esportiamo molto in Cina ma il punto è un altro: tra le nostre aziende e quelle cinesi si è creato un sistema integrato di produzione, una catena di valore che non potrà non ripercuotersi sulla crescita in Germania». Ma al suggerimento di usare il surplus di bilancio per aumentare gli investimenti, Feld non ci sta: «Al picco della crisi del debito sovrano, il debito/Pil tedesco è salito all’82% e adesso siano a quota 72% non solo perché abbiamo raggiunto il pareggio di bilancio ma perché cresciamo. Questa è la strada: uscire dal debito crescendo».
Il Qe tra l’altro secondo Feld ha abbassato troppo i tassi in Germania, che sono divenuti un’anomalia. «Un po’ di spread tra l’Italia e la Germania dovrà sempre esserci perché l’Italia deve sentire lo stimolo di doversi migliorare», mette in chiaro. Bene invece i progressi sul fronte dell’unione bancaria e il mercato dei capitali unico, due tappe necessarie per portare avanti il progetto di Unione europea. «Servirebbe l’armonizzazione dei regimi fiscali – aggiunge – ma questo forse è chiedere troppo adesso».