mercoledì 2 settembre 2015

Il Sole 2.9.15
Le ragioni della frenata. Il decollo mancato dei consumi interni
Crisi e incertezze hanno fatto calare la fiducia, impedendo all’economia di sganciarsi dalla domanda esterna
di Rita Fatiguso


La Cina non consuma quanto dovrebbe. Infatti i cinesi vantano una consumer confidence più bassa perfino dell’India e dell’Indonesia. La circostanza, a un osservatore esterno, potrà davvero sembrare strana, quasi bizzarra, se riferita a un Paese che negli ultimi trent’anni ha fatto passi da gigante nel tenore di vita medio, e famoso per i suoi shoppers sguinzagliati in mezzo mondo.
Così non è. In questi mesi di tempeste finanziarie, poi, la situazione è precipitata, i cinesi sono diventati ancora più diffidenti del solito. Hanno visto bruciare una montagna di risparmi e la fiducia è scesa a quota 104,48 in luglio (da 105,54 nel mese di giugno del 2015). La fiducia dei consumatori ha viaggiato a una media del 109.62 dal 1991 fino al 2015, raggiungendo un massimo storico di 124,60 nell’agosto del 1993 e il valore record di 97 nel mese di novembre del 2011. Lo dice il National Bureau of Statistics cinese.
Anche la propensione al consumo è, finora, un obiettivo mancato per le riforme di Pechino.
Questa riluttanza del cinese medio a spendere, soprattutto in casa propria, è un freno alla spinta a incentivare la produzione sganciandola dalla domanda esterna, ma è anche l’ennesimo ostacolo alla svolta dell’economia. I cinesi hanno cercato di realizzare profitti investendo prima nell’immobiliare poi nelle borse, incappando in una doppia bolla che li ha spiazzati, e la situazione non sembra avviata a cambiare a breve. Consumare nel mercato interno sarebbe invece il fulcro del nuovo modello economico cinese.
Ma anche questo tassello, da solo, non è gestibile. L’incertezza sul futuro, un welfare che non c’è, l’incapacità del sistema di creare livelli di pensione accettabili, una sanità inadeguata concorrono a rendere complicato il quadro. Tagliare i salari che viaggiano a doppia cifra è impossibile, ogni taglio deprimerebbe ancora di più il mercato interno. E lo yuan svalutato fa il resto.
Il Governo ha tentato in ogni modo di trovare una quadra. Ad esempio cercando di gestire il fenomeno dei prezzi più alti in casa piuttosto che all’estero che hanno spinto milioni di consumatori ad andare all’estero. Pur di incentivare la spesa entro i confini Pechino ha provato ad alleggerire entro il 2015 i dazi in dogana dei beni di lusso di importazione, un fiume di denaro che prendeva la strada dello shopping nelle città europee. Scarpe e cosmetici, pellicce: le tariffe abbattute sono state di rilievo.
Anche i consumi concorrono alla crescita, resta da vedere se la tendenza si è invertita visto che il 90% dei cinesi che nel 2014 è andato all’estero ha acquistato prodotti per la cura del corpo e cosmetici; l’85% abbigliamento; il 64% prodotti per la cura dei neonati. Adesso lo yuan debole potrebbe comunque deprimere ulteriormente i consumi.
Secondo i dati della Safe (State Administration of Foreign Exchange) l’anno scorso i cinesi hanno speso all’estero 165 miliardi di dollari, il 28% in più rispetto al 2013. Nel 2015 non si sa. C’è da considerare infatti l’aspetto dei brand, ancora una volta complesso da gestire. I prodotti cinesi non hanno mediamente l’appeal di altri. I marchi cinesi faticano ad affermarsi sui mercati mondiali, ma anche in casa propria.
Diventa quindi fondamentale abbinare il tema dei consumi alla produttività e all’innovazione, oltre che alla creazione di reddito. In tal senso proprio ieri il Consiglio di Stato ha messo in palio 60 miliardi di yuan (9,43 miliardi di dollari) per la creazione di un fondo nazionale per sostenere lo sviluppo delle piccole e medie imprese, quelle che hanno creato il miracolo cinese e che adesso devono fare il salto di qualità in una fase molto difficile. Il Governo centrale contribuirà con 15 miliardi di yuan per il nuovo fondo, il resto degli investimenti verrà da imprese statali, enti locali, istituzioni finanziarie e società private. Non solo la produzione deve ripartire, deve ripartire su nuove basi di qualità.