sabato 19 settembre 2015

Corriere 19.9.15
Il confronto Il duello con l’Ue sull’impatto delle riforme
di Francesca Basso


Sarà una coincidenza, ma l’incontro tra il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il commissario europeo agli Affari monetari Pierre Moscovici a Roma proprio nel giorno dell’approvazione della Nota al Def è servito ancora una volta a Bruxelles per ricordare le regole del gioco. Moscovici ha riconosciuto l’azione riformatrice del governo e i frutti che le riforme stanno producendo, a cominciare da quella del lavoro. Ma ha anche evidenziato che l’Italia ha un debito pubblico alto e da molto tempo. Ha anche detto che i contatti tra Roma e Bruxelles sono continui e costruttivi. Il governo nella Nota ha rivisto il deficit al rialzo al 2,2% per il 2016. E vuole ottenere flessibilità per lo 0,8%: 0,5% per le riforme e 0,3% per gli investimenti. Bruxelles prima di qualsiasi giudizio aspetta la legge di Stabilità che arriverà sul suo tavolo il 15 ottobre e che indicherà tagli alle tasse e coperture. Poi la giudicherà — avrà un mese — anche sulla base delle nuove previsioni di novembre. Renzi punta a usare tutta la flessibilità che il patto di Stabilità mette a disposizione. L’Italia è già il primo Stato Ue ad averne beneficiato: a maggio le è stato concesso di godere per il 2015 della clausola per le riforme strutturali per lo 0,4% del Pil: 6-7 miliardi in più a disposizione. Oltre che per le riforme, la flessibilità è prevista dal patto di Stabilità in caso di crescita negativa di un Paese o sotto il suo potenziale, o se ha bisogno di una spinta per investire in progetti cofinanziati dai fondi europei e dal Piano Juncker. L’Italia non poteva chiedere l’attuazione della clausola sugli investimenti per il 2015 — spiegano a Bruxelles — perché questa consente di scorporare la spesa per quelli cofinanziati dalla Ue ma solo fino al tetto del 3%. Con un deficit a 2,6%, per il 2015 non avrebbe assicurato il «margine di sicurezza» richiesto. Sulla carta le condizioni per ricorrere alle altre due clausole (riforme e crescita negativa) non ci sarebbero più. Dunque l’Italia deve dimostrare che l’impatto positivo delle riforme è maggiore del previsto per poterne godere anche nel 2016. L’ultima parola ora spetta a Bruxelles.