giovedì 17 settembre 2015

Avrei potuto ridurre quest’aula sorda e grigia ad un bivacco per i miei manipoli
La Stampa 17.9.15
La minaccia di Renzi
“Abolisco il Senatoe ci faccio un museo”
Il premier attende Grasso e prepara le contromosse: l’alternativa è l’elezione diretta in collegi uninominali
di Carlo Bertini


Il piano B matura nella war room del premier - di cui fanno parte Lotti, la Boschi, i capigruppo Zanda e Rosato, pochi fedelissimi del «giglio magico» - e suona come una minaccia-bomba. Già la mattina prima di portare a casa il primo tempo, Renzi fa il punto con i suoi: i numeri ci sono, la fascia oscilla tra i 154 e i 165 voti a favore della riforma; ma siccome tutto è appeso alla decisione del presidente del Senato, da cui potrebbe sortire un allungamento a dismisura dei lavori con migliaia di votazioni, il premier carica l’arma finale: «Se Grasso riapre le votazioni su tutto l’articolo due, allora si rimette tutto in gioco e ogni modifica è possibile, pure quella di abolire il Senato del tutto, come chiedono in molti». Non è solo una battuta: tanto per cominciare se Grasso dovesse smentire la decisione della Finocchiaro di dichiarare inammissibili tutti gli emendamenti, se dunque rompesse quello che Renzi definisce «il principio intoccabile della doppia lettura conforme» delle due Camere, come conseguenza ci sarebbero le dimissioni della presidente della prima commissione.
Museo Palazzo Madama
E per far capire che la minaccia dell’abrogazione del Senato è stata studiata sul serio, quelli che parlano col premier la argomentano con dovizia di particolari, perfino con la destinazione finale di Palazzo Madama: che sarebbe trasformato in «Museo delle Istituzioni della Repubblica», con i dipendenti trasferiti in altri organi dello Stato. Che si possa arrivare a sganciare una bomba del genere, pur con la premessa, «non vogliamo arrivare fin là perché Grasso invece di sicuro chiuderà i giochi e i numeri ce li abbiamo», lo conferma uno dei senatori più vicini al premier, «non è solo un deterrente, se serve la bomba si sgancia, perché tutti, da Bersani alla Lega, hanno detto che allora sarebbe preferibile abolirlo il Senato. Devono capire che se si riaprono le votazioni non stiamo lì a cercare un accordino, ma riscriviamo tutto il testo e poi vediamo...». E siccome le opposizioni potrebbero sempre insorgere con l’argomento che resterebbe solo una Camera di nominati con l’Italicum, questa dell’abrogazione del Senato non è la sola suggestione. Il piano B prevede anche una subordinata meno esplosiva in termini di messaggio anti-casta, ma non meno indigesta per i partiti: l’elezione diretta dei cento senatori, ma tutti in collegi uninominali, quelli già pronti dell’Italicum. Sfide uno contro uno nei territori, con le forze maggiori, Pd, 5 Stelle e in alcune zone del nord la Lega, avvantaggiate. E con Forza Italia, Ncd e i piccoli partiti a rischio zero senatori.
Numeri secondo tempo
«Oggi l’obiettivo era evitare la melina e andare in aula, abbiamo vinto il primo tempo con uno spread di oltre 70 voti», è il bilancio a fine giornata di Renzi. Che lunedì in Direzione legherà il percorso di riforme alla ripresa e non è detto chiamerà tutti alla conta, «non vogliamo umiliare nessuno, ma ribadire quanto sia importante questo passaggio per il Paese». Il premier, dopo aver visto Tosi a tu per tu a Palazzo Chigi, si dispone ad affrontare invece la vera conta in aula con numeri, nel caso peggiore, quota 154, di questo tenore: 90 del Pd su 112, quindi 22 voti in meno previsti dalla minoranza; 27 su 35 di Ncd, otto centristi non sicuri tra cui Formigoni, Giovanardi, Azzollini; 10 di Verdini, 9 dal Misto e 3 senatrici tosiane, Bisinella, Bellot, Munerato; e 15 su 19 delle autonomie, senza calcolare i senatori a vita Ciampi, Rubbia, Piano e Cattaneo.