venerdì 21 agosto 2015

Repubblica 19.7.15
Jackson Pollock
Nei labirinti oscuri dell’action painting
di Achille Bonito Oliva


LIVERPOOL La mostra alla Tate Gallery di Liverpool col suo titolo Blind Spots , vuole celebrare uno dei più grandi artisti del XX secolo poco dopo il centenario della sua nascita. Il gesto radicale di Pollock (1912-1956), il dripping, ha rivoluzionato la storia dell’arte contemporanea, radicalizzato le ricerche delle avanguardie europee ed ha profondamente influenzato l’arte americana dagli anni Cinquanta in avanti. La sua figura, resa leggendaria anche da un’estrema libertà di comportamento, disagio esistenziale ed opposizione alla vita standardizzata della società di massa americana, campeggia tuttora al centro della scena americana dell’arte del secondo dopoguerra con intorno altri artisti che hanno contribuito anche essi all’affermazione dell’action painting, un’arte liberata da ogni schema accademico e liberatoria della creatività individuale.
La mostra raccoglie tra i più grandi capolavori di Jackson Pollock della sua intera vicenda insieme alle “colate nere” eseguite dal 1947 al 1949, che costituiscono una svolta radicale nella sua ricerca pittorica, accompagnata da disegni e sculture di gocciolamento iconico. Prove di una creatività febbrile ed ininterrotta malgrado una vita borderline. Uno spaccato di opere di grande rilievo che hanno segnato una svolta nella storia dell’arte contemporanea del tempo e hanno segnato di una forte radicalità l’arte americana del secondo dopoguerra e di tutta quella internazionale.
Esiste una sequenza mitica nella storia dell’arte contemporanea scattata da un fotografo, Hans Namuth. Riguarda Jackson Pollock durante la sua danza al dripping intorno alla tela in orizzontale sul pavimento. Il furor di Pollock non si accontenta del corpo a corpo verticale con la tela a muro o sul cavalletto.
L’artista circola, vacilla, e danza ebbro attorno alla tela. La performance di Pol- lock non è dunque lo svelamento di un occhio fotografico indiscreto. In questa danza, frutto di ritmo strutturato e inciampo, la cecità del caso compone e scompone l’atto creativo. L’arte dunque non produce belle statuine e nature morte, ma opere che sfidano la creazione primigenia del mondo, attraverso il linguaggio figurativo e astratto, sempre sostenuto da un furor che, dal Rinascimento al XX secolo, ha investito progressivamente l’intero corpo dell’artista. Se Michelangelo si riconosce nella forma antropomorfica delle sue figure, Picasso nel frullante erotismo delle sue scomposizioni cubiste, Pollock ritrova nel reticolo dei suoi labirinti al dripping non tanto la propria immagine allo specchio, mal’ anxietas della condizione moderna in cui l’uomo è necessariamente indeterminato.
La performance deambulatoria di Pollock è frutto di una coscienza dell’irreversibile perdita del centro nell’arte e nella vita, la ripresa dell’automatismo surrealista, del dripping europeo di Masson, reso più radicale dall’artista americano. Automatismo significa dunque libertà di linguaggio, di comportarsi e di aggregare nuovi sensi anche al di fuori della volontà progettante dell’artista.
Tali processi avvengono secondo modalità impreviste, non condizionate dalla volontà, ma sottoposte a regole imponderabili. L’arte dell’action painting diventa una pratica dello sconfinamento e dell’espansione, nel senso che recupera come valore anche i territori del pensiero stordito, dell’impulso che filtra direttamente oltre la censura della forma e malgrado essa.
Pollock dunque compie un gesto inusitato, effettua un movimento inconsulto che infrange i canoni del buon vivere della ragione per effettuare una sgomitata tra i rigidi paletti delle cose e mandarli all’aria.
L’artista americano ci ha liberato del peso gravitazionale, ci ha insegnato che ben altre materie e ben altri magmi si muovono sotto l’apparente armistizio che regola la distanza tra i corpi solidi e i nostri corpi gasati. Ha perforato la corazza e la pelle dei fenomeni, per rovesciare davanti ai nostri occhi ogni pulsione.
Ma per arrivare a questo bisogna prima disarmarsi, bisogna che egli abbandoni ogni controllo e si abbandoni letteralmente ai buchi neri dell’inconscio. Dopo Freud e il surrealismo, l’arte non è più il ponte levatoio che porta verso verticali purezze, ma diventa la talpa che scava in profondità per risucchiare verso l’alto della forma i flussi e i miasmi esalanti da un luogo interdetto con le sue stratificazioni e ossidazioni, con la sua temporalità circolare, preme con la sua emergenza.
L’automatismo del gesto è direttamente proporzionale all’automatismo della psiche, al moto inconsulto e involontario del profondo.
La forma porta alla luce l’oscurità, promuove la salita e una chiara esposizione che neppure l’artista riesce a denominare senza il gesto garante dell’arte.