martedì 7 luglio 2015

Il Sole 7.7.15
Va «riletto» il Patto di stabilità
di Dino Pesole


Una rilettura intelligente del Patto di stabilità e di crescita è possibile, per cominciare ad affrontare la vera questione che la crisi greca ripropone in tutta la sua forza e drammaticità: come ridefinire la governance sostanziale europea all’interno di un processo che in prospettiva potrà condurre alla revisione dei Trattati ma che potrebbe già nell’immediato invertire il senso di marcia nel tornante più critico da quando si è messo in moto il convoglio della moneta unica. È possibile con la precondizione fondamentale che i governi marcino compatti verso il superamento di quella “zoppìa” più volte evocata da Carlo Azeglio Ciampi: una casa comune costruita sulla sola gamba della moneta, senza un vero governo dell’economia e un efficace coordinamento delle politiche fiscali.
Eurobond e project bond, in primis, ma anche un’interpretazione più flessibile della disciplina di bilancio che contempli – come proposto nell’editoriale di domenica scorsa del Sole24Ore – un fondo unico che raccolga le eccedenze nazionali di debito rispetto al tetto massimo del 60% del Pil.
Si può fare? Il totem del 3% nel rapporto deficit/pil è stato infranto nel 2003 da due calibri da novanta come Francia e Germania. Quanto al tetto del 60% fissato anch’esso nel 1992 dal Trattato di Maascricht, si è adottata implicitamente dal 2005 una lettura decisamente più “estensiva”, lasciando aperto lo spazio tra la “misura sufficiente” e il “ritmo adeguato di avvicinamento all’obiettivo”, senza modificare l’impianto di partenza.
Anche la più recente “invenzione”, la regola del debito prevista dal Fiscal Compact (la riduzione si considera sufficiente se il differenziale rispetto al 60% sia diminuito negli ultimi tre anni a un ritmo medio di un ventesimo l’anno) non pare turbare i sonni dei governanti europei. Si possono invocare le circostanze attenuanti, in caso di grave recessione, o mettere in campo i fattori rilevanti, tra cui la consistenza del risparmio privato, le riforme strutturali che rendono sostenibile il debito nel medio periodo (la previdenza in primis), la solidità del sistema bancario.
Ma la vera questione è come si fa a rilanciare la crescita. La leva degli investimenti, con il loro possibile effetto moltiplicatore, è decisiva, al pari di dosi più coraggiose in direzione della flessibilità di bilancio. Tra gli indicatori di finanza pubblica cui accordare maggiore valore compare senza dubbio l’avanzo primario, mentre ora Bruxelles guarda con più attenzione al disavanzo strutturale e all’obiettivo del pareggio di bilancio. Se la stabilità, pur necessaria per la sostenibilità dei conti pubblici, degenera in austerità a senso unico si perde l’altro fondamentale pilastro, la crescita.
Si attende il decollo del “piano Juncker” che dovrebbe attivare 315 miliardi di nuovi investimenti produttivi, ma è un veicolo dal cammino quanto meno incerto. Si prevede lo scorporo dal calcolo del deficit delle quote nazionali conferite nel Fondo, si apre la strada a un diverso e più flessibile criterio di calcolo dei progetti europei cofinanziati dall’Unione europea, quando il vero tema è provare a gettare il cuore oltre l’ostacolo e prevedere che buona parte delle spese dirette a investimenti produttivi siano fuori dal calcolo del deficit (la golden rule mai decollata).
Occorre provare a vincere l’altro tabù che per la Germania pare invalicabile, quello della parziale mutualizzazione del debito, come proposto quattro anni fa da Romano Prodi e Alberto Quadro Curzio attraverso lo strumento degli “EuroUnionBond”. Se dopo la crisi frontale che ha investito l’eurozona, con la crisi greca si trascina irrisolta da cinque anni, l’Europa non volta in fretta pagina, sarà difficile contenere la marea montante dell’euroscetticismo e offrire una reale prospettiva di sviluppo e occupazione ai giovani europei.