martedì 7 luglio 2015

Il Sole 7.7.15
Un’astuzia della storia per riavviare l’Europa
di Carlo Bastasin


Il referendum greco può essere interpretato come il germe di un contagio politico nazionalista che distruggerà il sogno europeo, oppure come un’astuzia della storia per ravvivare il progetto comune. È responsabilità dei leader europei riuniti oggi nell’Eurosummit valorizzarne il potenziale positivo.
Il no dei greci è arrivato solo due settimane dopo che i presidenti delle istituzioni europee avevano pubblicato un esangue rapporto sul futuro dell’unione monetaria. Ora che siamo piombati in “terra incognita”, quel documento sembra l’anacronistico testimone della paura di ogni ambizione per l’Europa. Il rapporto prevede che nei prossimi anni ben poco cambi nell’euro area e si utilizzino i soli strumenti di politica economica già esistenti.
In questa corta visione, il rilancio della crescita, dell’occupazione e degli investimenti sono solo la conseguenza sperata di riforme strutturali che ogni Paese deve condurre da sé. Sette anni di crisi dimostrano che non è affatto sufficiente per governare un’economia complessa ed eterogenea.
Ognuno di noi può giudicare a modo proprio l’azzardo di Tsipras. Ma tutti probabilmente capiscono che l’opinione di un popolo espressa così duramente non è irrilevante. È una risposta a un interrogativo mai posto, ma che circola ovunque, non solo in Grecia: la gestione dell’euro-area, così com’è, è coerente con il consenso dei cittadini?
La vittoria del sì al referendum greco avrebbe giustificato il nulla di nuovo descritto nel documento dei presidenti europei (in uno studio dello Iai, Fabrizio Saccomanni lo definisce irritante). Il no reclama una risposta molto più ambiziosa, prima che la tentazione nazionalista si allarghi a tutti i Paesi facendo torto agli stessi greci che non vogliono affatto abbandonare l’euro. Pur nel caos che sta provocando, l’Europa deve coglierne il senso di opportunità per se stessa. Il primo passo è aprire subito un nuovo dialogo con Atene. Questo non significa rinunciare a negoziare sui principi.
Ma, al contrario, significa mostrare rispetto per il coinvolgimento dei cittadini ed essere credibili quando si prefigura l’unione politica come punto di arrivo della riforma dell’euro area. Sedersi al tavolo, inoltre, darà una giustificazione alla Bce per tenere in vita il sistema bancario greco finché una trattativa è possibile, ed evitare conseguenze umanitarie sui cittadini. Chi teme l’azzardo morale di Tsipras, non conosce la grave situazione in cui la Grecia è stata ridotta da una prova di forza temeraria. Il Paese resterà dipendente dall’aiuto dei partner ancora per molti anni. Sacrificando Ifigenia-Varoufakis, Tsipras apre la porta a un linguaggio finalmente pragmatico. La retorica ostile – che ha partorito la logica dell’ognuno per sé – deve essere abbandonata anche da parte europea, perché la vittoria politica ottenuta da Tsipras lo impegna più di prima a rispettare la sua parte del contratto. Tsipras non ha più scuse, può e deve cambiare il Paese, avvicinandone le istituzioni a un livello europeo, ispirando la politica a pratiche finalmente eque ed efficienti a cui finora si è sottratto.
Il secondo passo dei capi di governo è riconoscere che quella europea è fin dal suo inizio una crisi delle politiche nazionali che non hanno saputo capire la sfida dell’euro e hanno frenato l’integrazione europea. Solo un anno fa il Pil greco cresceva quasi al 2% e per il 2015 era prevista una crescita del 3%. Il governo Samaras, approfittando della ripresa, sospese le riforme alle quali si era impegnato e di fronte a un’opinione pubblica fremente, lasciò crescere il disavanzo con l’idea di anticipare le elezioni. Vinse invece Syriza, la cui dialettica ostile alla cooperazione con le istituzioni europee ha reso così incerto il futuro del Paese da precipitare l’economia in una recessione che la crisi di liquidità sta aggravando di ora in ora. Prima dell’euro, comportamenti politici opportunistici od ostili come quelli di Samaras e Tsipras, venivano nascosti da una svalutazione dopo l’altra. Ora diventano incompatibili con l’euro. Il senso della moneta unica era di rendere coerenti le scelte dei governi con economie in grado di prosperare nel difficile ambiente globale. Una stima pubblicata sul nostro sito e basata sui dati Compnet della Bce mostra che i Paesi che dal 2000 hanno trascurato la sfida globale e perso posizioni nelle catene del valore sono gli stessi che hanno poi avuto bisogno di assistenza finanziaria.
Ma il terzo passo è ammettere che la politica non è solo competitività. Non a caso domenica scorsa Roberto Napoletano ha descritto il disperato bisogno di coesione europeo. Ognuno di noi si pone di fronte alla scelta politica valutando soprattutto ciò che riteniamo giusto e ciò che non lo è. I greci hanno votato reagendo alle ingiustizie che la crisi ha provocato nel loro Paese. Gli europei guardano ai governi greci come a compagini inaffidabili che mentono nei negoziati, tollerano clientelismo, oligarchia e inefficienza. Sono due diversi modi di chiedere una politica più giusta, ma non sono affatto incompatibili. I problemi greci sono di debolezza istituzionale – come in Italia – e l’ingerenza europea è utile a risolverli. Tsipras dimostri di condividere i fondamenti della civilizzazione europea coinvolgendo le istituzioni europee nella responsabilità comune di cambiare il Paese e non solo di trasferire aiuti finanziari senza controllo.
Da parte dei leader europei è necessaria una dose equivalente di umiltà. L’uscita della Grecia dall’euro sarebbe un colpo durissimo per il progetto comune. Una volta possibile, l’opzione di uscita dall’euro fisserebbe una gerarchia finanziaria ancora più squilibrata tra Paesi forti e deboli, precipitando questi ultimi di nuovo nella spirale tra debiti sovrani e bancari. La gerarchia, già vistosa negli anni dello “spread”, diventerebbe un rapporto di forza politica permanente. Uno dopo l’altro, dentro ai Paesi in difficoltà crescerebbe l’opposizione nazionalista alla “subordinazione” europea.
C’è dunque un ultimo passo cruciale: riconoscere una debolezza istituzionale europea che deve essere risolta di pari passo con quella greca. L’euro-area non è un’arena in cui i Paesi si combattono l’un l’altro per la prevalenza del più forte, ma uno spazio economico complementare in cui economie diverse possono beneficiare della loro interdipendenza. Si apra il dibattito sull’unione politica dell’euro-area, non nel segreto della Cancelleria federale o dell’Eliseo, non con documenti fatti per guadagnare tempo, ma con il coinvolgimento dei cittadini in un progetto che li riguarda, prima che dicano di no.
Questo articolo è tratto da un policybrief che è uscito ieri per Brookings e per LUISS
(School of european political economy)
http://sep.luiss.it/sites/sep.luiss.it/files/Bastasin_Greece1_SEPFinal.pdf
Sul sito la versione integrale