lunedì 6 luglio 2015

Corriere 6.7.15
A cosa serve un’alleanza. Metamorfosi della Nato
risponde Sergio Romano


Un recente sondaggio del Pew Research Center (per quanto possa valere un sondaggio) ha rilevato che, in caso di conflitto con la Russia, il 58% dei tedeschi non ritiene che la Nato debba usare la forza militare per difendere un alleato. Tra gli stati membri della Nato, soltanto il 48% ritiene che la Nato debba usare la forza in un caso del genere. Conclude rilevando che, mentre due terzi degli americani sostengono l’adesione dell’Ucraina alla Nato, solo un terzo dei tedeschi è d’accordo. A questo punto, ci si dovrebbe domandare a che cosa serva la Nato. Non credo che Putin ignori questi risultati. Vorrei un suo parere.
Carmen Bellavista

Cara Signora,
Dopo la fine della Guerra fredda e la riunificazione della Germania, vi furono discussioni e convegni sul futuro della Nato. Era necessario mantenere in vita una organizzazione creata in un contesto politico alquanto diverso da quello dell’Europa degli anni Novanta? Discussioni analoghe ebbero luogo allora anche negli Stati Uniti. Ma né da una parte né dall’altra dell’Atlantico il dibattito uscì dall’ambito giornalistico e accademico per divenire materia di riflessioni governative. Tutti sapevano che il principale scopo della Alleanza Atlantica era quello di assicurare la presenza delle truppe americane in Europa; e molti, negli ambienti occidentali, pensavano che quella presenza potesse tornare utile anche in futuro.
In una situazione in cui l’Europa taceva o tentennava, la decisione fu presa, come era inevitabile, dagli americani. L’occasione fu lo status dei Paesi che avevano appartenuto al blocco sovietico. La Comunità europea (divenuta Unione a Maastricht nel novembre 1993) li aiutava a consolidare le loro istituzioni democratiche e, con qualche importante finanziamento, a liberare il loro sistema economico dai vincoli del dirigismo di stampo sovietico. Ma occorreva altresì che questi Paesi venissero inseriti in un quadro pan-europeo capace di garantire la loro sicurezza. Fu questo il momento in cui Bill Clinton, durante il suo secondo mandato presidenziale, decise di dare ascolto a quegli esperti del partito democratico (fra cui Richard Holbrooke, il negoziatore degli accordi di Dayton), che gli consigliavano di rivitalizzare la Nato e di farne lo strumento della politica americana in Europa centrale. L’organizzazione militare della Alleanza Atlantica avrebbe accolto gli ex satelliti sovietici e avrebbe permesso agli Stati Uniti di essere ancora, nonostante la fine della Guerra fredda, la potenza leader dell’Occidente democratico. Questa nuova fase della Nato fu inaugurata con sorta di battesimo: la guerra contro la Jugoslavia nella primavera del 1999.
Vi fu un momento, tre anni dopo, in cui la Nato, riunita a Pratica di Mare per un vertice con la Russia, sarebbe potuta diventare una organizzazione per la sicurezza collettiva dell’intero continente europeo, dall’Atlantico agli Urali. Ma quel disegno rimase incompiuto. A Washington interessava soprattutto riunire sotto la propria egida tutti i Paesi che avevano fatto parte del sistema sovietico. Il processo iniziò nel 1997 con Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca; continuò nel 2004 con Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia; e si è concluso, per ora, con l’ingresso di Albania e Croazia. Ho scritto «per ora» perché alcuni settori della politica americana aspettano anche la Georgia e l’Ucraina.