venerdì 26 giugno 2015

La Stampa 26.6.15
I numeri non contano la felicità
L’intervento a La Milanesiana torinese dello scrittore greco “Viviamo in un mondo ossessionato dal denaro e dalla quantità”
di Petros Markaris


Qual è la maggiore mania del nostro tempo? Il denaro. La nostra vita ruota intorno al denaro. In Paesi come la Grecia, il denaro si identifica con il consumo. Nel Paesi dell’Europa centrale e settentrionale con l’investimento. In entrambi i casi la leva principale della società è il denaro.
Il sistema che governa il mondo possiamo chiamarlo globalizzazione, neoliberismo, sudditanza dell’economia ai mercati: in ogni tutti e tre i casi il nucleo sta nella mania del denaro.
Il dio mercato
Ogni cosa, a cominciare dalla politica, è sottomessa al denaro e ai mercati. Anche le sanzioni contro uno stato hanno come obiettivo le conseguenze economiche. La ragion politica e la cultura finiscono sullo sfondo. Jean Monnet disse, poco prima di morire, che se avesse potuto riprendere da capo il processo di unificazione dell’Europa avrebbe cominciato dalla politica e dalla cultura, e non dai mercati. Aveva capito, ma ormai era troppo tardi.
Siamo arrivati al punto che vogliamo adeguare persino l’istruzione, ossia il sapere, ai mercati. E io mi chiedo: che mercato può esserci, diciamo, per la filosofia? Ovviamente, nessuno, e proprio per questo si tagliano i fondi per le facoltà di filosofia. I tagli maggiori riguardano la cultura e le facoltà universitarie che non sono immediatamente collegate ai mercati.
Oggi, la principale preoccupazione di un regista cinematografico o di una compagnia teatrale sta nel riuscire a scrivere una sceneggiatura o nello scegliere un lavoro da mettere in scena che possano attirare dei finanziatori. Senza finanziatori è quasi impossibile girare un film o metter su uno spettacolo.
Per molti, questo è entusiasmante perché vuol dire che le imprese sostengono l’arte e la cultura. È indubbio che le sostengano, tuttavia esiste un problema serio. Le imprese finanziano l’arte a patto che l’opera finanziata riscuota la maggior eco possibile. Da ciò deriva anche l’ansia degli sceneggiatori e delle compagnie teatrali quando scrivono una sceneggiatura o scelgono un’opera teatrale. I cortometraggi o gli spettacoli che attirano un pubblico limitato, per quanto importanti e di qualità, non interessano i finanziatori. Eppure, l’innovazione inizia, storicamente, proprio da lavori simili, di ampiezza limitata, che non si rivolgono al grande pubblico. Di conseguenza, non è casuale che, oggi, non esistano quasi più opere pionieristiche.
I tedeschi
Spesso i miei amici tedeschi sono perplessi perché vedono i greci a passeggio per le strade e seduti al bar. Il rimprovero che si cela dietro questa perplessità è che la crisi non deve averli colpiti così duramente, dato che rimangono loro soldi da sperperare nei caffè e nelle trattorie.
Quel che i tedeschi non riescono a capire è il modo di vivere diverso che ha la gente del Sud. I popoli del Sud - sudeuropei o sudamericani che siano - passano una parte della giornata all’aperto. È così che vivono - una modalità che deriva innanzitutto dalle condizioni climatiche ma che poi si è trasformata in quotidianità.
Quando mi sono trasferito in Grecia, alla metà degli Anni Sessanta, i greci erano più poveri di ora. Ma questo non gli impediva di passare le serate seduti nelle trattorie del quartiere. Bevevano retsina, di solito accompagnata da un pomodoro tagliato in quattro, un cetriolo tagliato in quattro e qualche sardina. Anche allora stavano fuori casa, come adesso, con la differenza che, allora, erano molto più felici.
L’altra caratteristica dei greci degli Anni Sessanta che mi aveva colpito era il senso dell’umorismo. Sugli autobus o per strada, ti capitava spesso di assistere a scene davvero esilaranti. Ora il senso dell’umorismo è scomparso. Un amico poeta mi ha chiesto, una volta, com’è possibile che le nuove generazioni non abbiano più il senso dell’umorismo. Gli ho risposto che i poveri hanno senso dell’umorismo. Gli avidi no. E l’avidità è frutto della mania del denaro.
La trappola dei numeri
Le nostre ossessioni sono i numeri, e hanno piena corrispondenza con la mania del denaro. Un politico greco aveva detto, negli Anni Sessanta: «I numeri sono positivi, ma il popolo è infelice». Non poteva immaginare che la sua frase si sarebbe rivelata profetica una sessantina d’anni dopo.
La Riforma è stata una questione religiosa e si è sviluppata sotto il dominio del clero. La riforma del nostro tempo è economica e viene decisa da gente chiusa negli uffici che tutto il giorno non fa altro che contare: nelle agenzie di rating, negli uffici dell’Ue a Bruxelles, negli uffici della Bce a Francoforte, negli uffici dei ministeri di ogni Paese. E non si tratta di una squadra: ma di un’intera società. La società dei «numerosi». Un tempo c’erano i «mafiosi», ora abbiamo anche i «numerosi».
Le riforme
Non mi fraintendete. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che la Grecia abbia bisogno di una lunga serie di riforme per diventare un Paese moderno. Non sono d’accordo, invece, nell’alimentare l’illusione secondo cui a numeri positivi corrispondono persone che vivono meglio. Potranno anche essere positivi i dati economici e probabilmente anche quelli imprenditoriali, ma che questi dati abbiano un riverbero positivo sulla vita delle persone non è automatico. Anche in Paesi che hanno numeri eccezionalmente positivi, la forbice tra i ricchi e i poveri continua ad allargarsi.
L’altra caratteristica dei «numerosi» è che sono interessati solo a una particolare categoria di numeri. Gli altri li lasciano completamente indifferenti. Nessuno si interessa del numero dei profughi che annegano nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. E nessuno si interessa del numero dei profughi che il Mediterraneo vomita sulle coste dell’Italia, della Grecia, di Cipro o di Malta.
Numeri sì e no
I «numerosi» lasciano la sorte di queste vittime ai «mafiosi» che li trasportano con barche o carrette del mare da un inferno a un altro.
Non dobbiamo, però, essere ingiusti nei confronti dei «numerosi». Sono davvero rarissimi i Paesi - a parte quelli che sono investiti direttamente dall’ondata dei profughi - che mostrano interesse a partecipare alla soluzione del problema. Persino la modesta proposta della Commissione Europea di elaborare un sistema di percentuali, sulla base del quale tutti i Paesi accolgano una parte dei profughi è stata rifiutata dalla maggioranza.
Il fatto è che in questo caso entra in funzione un altro sistema numerico: quello che riguarda gli elettori e i partiti di ogni Paese. E anche questo sistema è una parte della nostra ossessione per i numeri che mette in secondo piano tutto il resto.
I profughi non vengono conteggiati nei numeri dei «numerosi» ma neppure nei numeri dei governi. Sono molto simili a quelle che, in medicina, si chiamano «cellule atipiche».
Un mio amico mi ha spiegato una volta la differenza tra il XVIII secolo e i nostri tempi: «Nel XVIII secolo il sogno di un ricco aristocratico era di possedere un teatro dell’opera. Oggi, il sogno del ricco oligarca è di possedere una sua squadra di calcio».
Questa differenza dice tutto.