sabato 20 giugno 2015

La Stampa 20.6.15
Uomo o donna, bianco o nero
Ora in Usa l’identità è su misura
Casi clamorosi innescano un dibattito: conta più la biologia o la scelta?
di Gianni Riotta


A cena un’amica recita la litania dei genitori di adolescenti «Problemi con mia figlia sedicenne». Ma stavolta non c’entrano spinelli, boyfriend tatuati, brutti voti, «ha deciso che rientra al liceo a settembre come maschio, prenderà ormoni, poi a 18 deciderà se operarsi». La mamma non sa come agire, ma sa che, dopo le vacanze, sua figlia sarà un figlio. L’idea che l’identità non sia fissata da natura, cultura, storia e tradizione, ma sia personale, fungibile ai nostri desideri e pensieri, che ognuno di noi sia una narrativa libera e possa apparire come crede, si impone veloce in America.
Bruce Jenner, poderosa medaglia d’oro nel decathlon alle Olimpiadi 1976, considerato «il più grande atleta», cambia sesso, diventa sensuale pin up, Caytlin Jenner, le cui forme adornano la copertina di Vanity Fair. «Il mio cervello - spiega - è più donna che uomo» e riceve solidarietà da femministe, omosessuali, libertari. Dal carcere le scrive Chelsea Manning, detenuta già nota come il soldato Bradley Manning, che prima di cambiare identità sessuale e sfoggiare chioma bionda era addetto ai dossier dell’intelligence militare Usa. Poi ha aperto le chiavi dei segreti ai Wikileaks ed è finito dietro le sbarre, ma da donna, non più uomo.
I casi celebri sono in prima pagina, anziani e giovani che, ad un tratto della vita, decidono di emigrare nell’altra metà del cielo, sono tanti, a volte gioiosi, a volte sofferenti, nell’anima e nel corpo.
Obietta la regista femminista premio Oscar Elinor Burkett sul «New York Times», ma se Jenner può definirsi secondo «il suo cervello femminile», perché l’ex presidente di Harvard, ed ex ministro di Obama, Lawrence Summers è costretto alle dimissioni per aver affermato che il cervello delle donne è meno portato alla matematica di quello maschile? Se accettiamo che «il cervello non ha sesso», come dice la neuroscienziata Gina Rippon, allora anche l’identità sessuale è forgiata da esperienze e cultura scrive la Elinor (le saggiste Elena Gianini Belotti e Carla Ravaioli ragionavano su questi temi già 40 anni fa), non solo da organi genitali e ormoni, chirurgia, silicone, pasticche. Se non hai avuto paura dello stupro, non ti sei sentita imbarazzata da mestruazioni e molestie, non hai dovuto eccellere per essere riconosciuta pari a un uomo, insomma se non hai vissuto da «donna», un bel paio di tette e una guêpière non bastano a far di te una donna, conclude Burkett.
Le metamorfosi
L’identità sessuale non è la sola in cui gli americani mischiano le carte, anche Storia, Razza, Etnia, sono aperte alle metamorfosi «personal». Con la disinvoltura della filosofia di Jacques Derrida nello slalom tra «Vero» e «Falso» si muta la propria esperienza di «bianchi» o «neri». È il caso di Rachel Dolezal, la donna bianca che ha deciso di «essere» afro-americana, come i quattro fratelli adottivi, e di negare i genitori biologici, bianchi. Dolezal ha studiato all’università dei neri, Howard, ha diretto la Naacp, storica organizzazione per i diritti civili, in Idaho, ha lasciato evolvere le foto online da bionda con la pelle chiara a mulatta con i capelli crespi. Chiama «papà» un signore afroamericano, e solo «mio padre» il signor Dolezal, e quando le chiedono come può dirsi nera se è bianca, usa la filosofia postmoderna nella realtà: nega di avere Dna bianco, «mica avete una prova contraria» e assume come «prova» se stessa, «da bambina, con i colori a cera, mi disegnavo marrone scuro, non rosa, dunque sono afroamericana». Gli intellettuali anziani ricordano il caso opposto di Anatole Broyard, sofisticato critico del «New York Times» vissuto sempre da bianco, ma rivelato, dopo la morte, nel 1990, figlio di due afroamericani.
Lo storico del Connecticut College Jim Downs interviene su Huffington Post Usa: se la razza non è biologica, ma culturale, ideologica, di esperienza, come la Burkett suggerisce per il sesso, allora perché si è elogiati quando si cambia genere e disprezzati se si cambia «razza»? Downs cita cliché culturali diffusi, la ragazza timida che fa la bionda fatale, lo studente ingenuo che si atteggia a duro delle gang, trucchi antropologici con cui camuffiamo le identità, ma che ci attraggono magari un sorriso sarcastico, senza costringerci alle dimissioni.
Nel secolo digitale l’America Narcisa si guarda allo specchio delle identità, e ne ricava opposti, riflessi. Da una parte il colorato caleidoscopio dove tutto è ammesso, medaglia d’oro olimpica maschio in metamorfosi a opulenta matrona, soldato che giura di custodire i segreti della nazione mutato in bionda platinata eroina del web, ragazza bianca di provincia assurta a leader militante afroamericana. Dall’altra, invece, il macabro post su Facebook di Dylann Roof, il ventunenne assassino dei nove innocenti a Charleston, razzista bianco che vuole la «guerra civile» senza meticciati, bianchi contro neri, jihad feroce.
Chi siamo?
La guerra delle identità lacera il corpo e l’anima di tanti americani, individui, e innerva la nazione antica. Chi siamo e perché, e davvero possiamo decidere da noi chi essere? O siamo legati a tradizione e biologia? Domande che turbano madri, figli, persone, ma anche potenti ideologie che decideranno del futuro in ambiti lontani dalla parrucca della Manning, il corsetto della Jenner, i riccioli della Dolezal. Temi che definiranno come, e perché, si vince la guerra al fondamentalismo islamico, come e perché si vince la Casa Bianca 2016. Chi siamo, quanto siamo disposti a batterci per la nostra identità.