sabato 20 giugno 2015

Corriere 20.6.15
Cornell Brooks, presidente della Naacp, la lega per l’emancipazione della gente di colore
«Basta parlare di lupi solitari o pazzi
Questo è un nuovo atto di terrorismo razziale»
intervista di Massimo Gaggi


CHARLESTON (South Carolina) «Ci battiamo da 106 anni per il progresso degli afroamericani e contro il razzismo usando gli strumenti della grande democrazia americana: non ci faremo certo trascinare in una guerra adesso. Solidarietà e unità, certo, ma servono anche risposte forti dalla politica. Basta ridurre questi attacchi al problema di un lone shooter, un lupo solitario. C’è un’atmosfera di odio che ispira questi criminali. È ora di contrastarla davvero. E il massacro di Charleston va perseguito come un caso di terrorismo razziale».
Cornell Brooks, presidente della Naacp, la lega per l’emancipazione della gente di colore, è arrivato a Charleston per portare solidarietà, invitare tutti ad evitare reazioni emotive, ma anche per discutere coi politici di alcune possibili iniziative. Ne parla coi giornalisti davanti alla sede di South Charleston della Naacp: un edificio malridotto nella periferia degradata della città. Alla fine Brooks si ferma a rispondere a qualche domanda del cronista italiano.
Vista dall’Europa scossa dal razzismo contro gli immigrati, l’America sembra aver assimilato meglio le sue minoranze. Poi queste esplosioni di violenza riportano gli Usa indietro di un secolo.
«Sono due fenomeni ugualmente gravi ma diversi. Appunto perché la nostra è una storia secolare. Io oggi vivo in altre realtà americane, ma vengo da qui, conosco bene la cultura del South Carolina. Sono arrivati i diritti civili, la segregazione è stata superata, ma molti continuano a pensare che un po’ di razzismo, una quota di razzismo a bassa intensità, sia accettabile. Non lo è e quello che è appena avvenuto lo dimostra. Vale per la nostra lunga storia: ho appena parlato della questione della bandiera confederata che sventola ancora davanti al Parlamento di Columbia, la capitale dello Stato. Va tolta. Molti la difendono dicendo che è un pezzo di storia americana, un simbolo di ribellione. La realtà è che è diventata un simbolo del razzismo. Niente alibi storico-culturali per il razzismo. Vale per la nostra lunga storia che risale allo schiavismo, ma credo valga anche per voi in Europa».
Peggio il razzismo dalle radici antiche dell’America o quello moderno, rozzo e brutale, dei movimenti xenofobi che si diffondono in vari Paesi europei, Italia compresa?
«Uno è un tumore osseo, che uccide lentamente e in modo molto doloroso. L’altro è un tumore al cervello, che uccide la capacità di comprendere e cercare soluzioni, prima ancora di devastare il resto del corpo. Difficile dire cosa sia peggio».
Perché solo oggi cominciate a parlare di terrorismo a proposito dei «white supremacist»?
«Noi non abbiamo mai fatto del vittimismo. Nella nostra storia siamo stati colpiti varie volte dal razzismo violento, abbiamo sempre reagito con compostezza. Non amo fare conferenze stampa, facciamo più lavoro sul campo, persuasione. Mercoledì, quando nelle congregazioni del Sud, si terrà la riunione settimanale di cultura biblica, saremo tutti lì, a discutere dei testi sacri. Ma ci sono momenti in cui bisogna mettere punti fermi. Questo assassino non è un pazzo isolato. È un ragazzo che è cresciuto in una cultura razzista, è stato addestrato all’odio. E ha scelto con cura il suo bersaglio: ha colpito una chiesa storica, crocevia di pace e di dialogo. Per questo parlo di terrorismo»