giovedì 18 giugno 2015

Corriere 18.6.15
La tattica del logorìo che non fa bene a Roma
di Goffredo Baccini


Si tratta anzitutto di dissipare due equivoci. Il primo: vedere la faccenda solo da un punto di vista giudiziario. Il secondo: considerarla come una mera questione di partito. Dentro questa forbice c’è il caso Marino che, infatti, è molto altro.
Legato sì, a Mafia Capitale e ai suoi strascichi su consiglieri, assessori e burocrati vicini al sindaco. Devastante, certo, per il Pd. Ma, soprattutto, sempre più identificabile con un caso Roma e, di riflesso, con un caso Italia di cui, francamente, non si sentirebbe il bisogno.
Col Giubileo alle porte, non è possibile andare avanti così. L’ultima minaccia non sta nell’inchiesta del bravo procuratore Pignatone (Ignazio Marino non è neppure indagato) ma nel degrado (che ai livelli romani è peggio di dieci avvisi di garanzia). L’ultimo affanno del sindaco è l’inquietante scollamento con il governo centrale.
Non possiamo permetterci un ping pong estivo di battutine tv, nei mesi che verranno la Capitale ha bisogno di una forte sintonia con Palazzo Chigi: e l’ escamotage del prefetto Gabrielli assurto a «coordinatore» del Giubileo appare ai più come un modo per costringere Marino in una camicia di Nesso senza tuttavia chiarire nulla.
L’inchiesta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che il Cor riere pubblica in questi giorni, ha il merito di squadernare ciò che ogni romano sente sulla pelle. La carenza di mezzi pubblici. L’incuria, tradotta in buche assassine, marciapiedi sconnessi e montagne di sporcizia. I vigili in parte fuori controllo. Il traffico feroce.
Ovviamente è ingiusto imputare tutto a una sola persona. Prima di Marino, Roma è stata governata (male, hanno detto cinque romani su sei alle ultime elezioni) da Gianni Alemanno, primo sindaco della Capitale indagato per associazione mafiosa. L’inchiesta è trasversale ai partiti.
Tuttavia Marino ne personalizza i contraccolpi, producendo un’illusione ottica che certo non l’aiuta. Quando i romani lo fischiano, alza indice e medio in segno di vittoria, «ho cacciato i cattivi!», strilla, senza convincere. La relazione ministeriale che a inizio 2014 gli lanciava allarmi inascoltati sul sistema degli appalti azzoppa questa sua rincorsa al carro dei buoni. Ciò nonostante, è singolare che oggi sembri sparito dallo scandalo il suo predecessore, inquisito per un reato assai grave. Bizzarro che quando si parla di municipalizzate si pensi agli uomini di Marino e non ai Mancini e ai Panzironi scelti da Alemanno e agli ordini del boss Carminati.
Marino, in questo estenuante braccio di ferro contro il resto del mondo, sta catalizzando su di sé lo scandalo anche oltre i propri demeriti. Questo Renzi l’ha capito e, valutando il non esaltante risultato elettorale del Pd, non glielo perdona, perché Roma ha sempre un impatto nazionale (che aumenterà col Giubileo). Dunque siamo al bivio. Il sindaco ha ancora fiato per un nuovo inizio? Può risalire la china del degrado, sua colpa più vera? Ha chiesto tempo, perché dagli arresti di dicembre tutto s’è bloccato, perfino la pulizia di strade e parchi. Tempo non ce n’è. Basta cacciarlo per ripartire? Certo no. Ma se si vuole rilanciare Roma con Marino in carica, bisogna avere il coraggio di rilanciare Marino stesso. Di tornare a scommetterci. Si decida. Renzi ha ragione, la misura è colma. Ma è meglio evitare un logoramento che farebbe male alla città.
La vita della capitale d’Italia non deve adattarsi a una terra di mezzo persino più triste di quella infestata dalla banda Carminati.