sabato 13 giugno 2015

Corriere 13.6.15
Un uomo con mille maschere: i sogni di Adele e delle altre
Il viaggio di Lella Ravasi Bellocchio, analista junghiana, nella mente femminile
di Giuseppina Manin


I sogni delle donne attraversano deserti di fuoco e mari insidiosi. Si inoltrano nel profondo di Paesi stranieri, calpestano tappeti di stelle luminose. I sogni delle donne parlano di amore e morte, di bimbi partoriti e bimbi mai nati, di incontri erotici con sconosciuti, di incesti trasversali. Lella Ravasi Bellocchio, che nella sua lunga militanza analitica junghiana di sogni ne ha sentiti di ogni tipo, come Sherazade ne inanella uno dopo l’altro a formare una lunga collana onirica di perle opalescenti e tenebrose. Memorie del sottosuolo, sedimenti arcaici, film della notte. Che a volte ci aiutano, altre ci ingannano, talora ci illuminano.
Sogni come modalità di conoscenza al femminile che, avverte Lou Salomé, esige «fiori sul tavolo e nell’anima». Ravasi Bellocchio comincia con lo sfogliarne uno tutto suo, di tanti anni fa. Mentre è impegnata nel training junghiano sogna Musatti, caposcuola freudiano. Una visione che la spingerà a incontrarlo, a frequentarlo in un percorso di parallela intensità scientifica e umana. E poi i sogni delle pazienti. Di Adele che «vede» un uomo dalle mille maschere sul viso, di Luciana che deve arrampicarsi su pareti di vetro, di Caterina che non trova i vestiti giusti e resta nuda... Mentre Angela, che mai si è concessa alla passione, ritrova l’altra se stessa in un incubo degno di un quadro di Füssli, l’amplesso con un uomo dal fallo lunghissimo, sottile come uno scettro.
Bestie feroci e tunnel pericolosi popolano i sogni delle donne in gravidanza, mentre chi ha abortito si ritrova a fare i conti con l’ombra del figlio mai nato. Strazianti i sogni del lutto. La cognizione del dolore a volte passa attraverso un rito iniziatico, in un cimitero nascosto in un bosco, a volte riaffiora con un sapore antico, le crocchette di spinaci di cui mamma, dall’aldilà onirico, dà la ricetta.
Infine l’acqua, elemento cardine del femminile, simbolo umettante della psiche, trabocca nei sogni delle donne, specie di quelle dietro le sbarre. Ravasi Bellocchio, che ha lavorato con alcune detenute del carcere milanese di San Vittore, riferisce di fiumi, mari, pozzanghere limacciose. Segni evidenti di un’angoscia che non si sa come affrontare. Al terapeuta il compito di accompagnare nella lettura. «Il sogno non si interpreta, si costruisce insieme», sostiene l’autrice. Il sogno va accolto, osservato con la meraviglia con cui si legge un messaggio in bottiglia arrivato da chissà dove. Ponte tra conscio e inconscio, vivi e morti. Mondi non contrapposti, che sconfinano e si intrecciano. Il sogno, terra di nessuno, dà accesso a tutti.
«Bisognerebbe fare dei nostri sogni la trama di una nostra fiaba», suggerisce l’autrice. Da mettere accanto alle fiabe degli altri, in una stupefacente mille e una notte collettiva.