venerdì 12 giugno 2015

Corriere 12.6.15
Nord contro sud, conflitti di solidarietà
di Massimo Nava


Ripensando l’evangelica metafora della cruna dell’ago, non è semplicistico constatare che benessere ed egoismo vadano a braccetto e che la solidarietà stia diventando merce rara. In Italia e in Europa. È emblematico l’atteggiamento nei confronti dei migranti, il desolante scaricabarile fra Regioni, sindaci, governi e capitali europee, come se le immani tragedie di questi mesi non fossero avvenute o non avessero insegnato nulla.
La convergenza d’interessi dei cittadini e di sensibilità politiche di vario colore mette in conflitto regioni ricche del Nord e regioni povere del Sud, senza considerare, oltre tutto, che proprio il Sud sopporta il peso maggiore degli sbarchi quotidiani. Al tempo stesso, la pur discutibile proposta delle quote di accoglienza ha messo in conflitto Paesi più bisognosi di solidarietà (Italia, Grecia) e molti Paesi dell’Europa del Nord che hanno respinto la proposta o l’hanno lasciata annegare fra distinguo e rinvii a Bruxelles. Schengen è una foglia di fico su ideali di libera circolazione contraddetti da chiusure di frontiere e controlli ossessivi. Sui treni per Parigi o per Vienna, la polizia controlla e respinge. Nella Francia socialista, si assiste a sgomberi forzati di accampamenti improvvisati. La Gran Bretagna si chiude e si arrocca.
Nessuno può nascondersi la dimensione del problema, l’impossibilità di accogliere tutti e di farlo in modo decente, la lotta contro il tempo per trovare spazi, centri, contromisure politiche, diplomatiche, militari. Ma è triste che ovunque si senta dire che la «soluzione» è altrove: nei Paesi di provenienza, all’Onu, nel Paese con il Pil più alto o con la disoccupazione più bassa, nella Regione X o nel villaggio Y. Altrove, basta che non sia nel mio giardino.
Si potrebbe concludere che i migranti hanno più possibilità di accoglienza fra i poveri o nelle aree meno progredite? La risposta è più complicata. Sulle chiusure del Nord pesano preoccupazioni e insicurezze dei ceti più deboli, più esposti alla convivenza con i nuovi arrivati e a una tragica competizione su prestazioni e servizi, che condizionano la rappresentanza politica a tutti i livelli, dal municipio al parlamento di Strasburgo. Ma di questo passo risulta vincente la versione più subdola e raffinata del populismo che assomiglia molto alla democrazia del sondaggio e dei talk show. È quel populismo che paralizza decisioni coraggiose e lungimiranti assunzioni di responsabilità, che non ha nemmeno bisogno di tribuni spregiudicati, che si alimenta con la paura delle prossime elezioni. Con il paradosso che il populismo dei vari Front National diventa l’alibi e la misura dell’azione politica.
L’egoismo del Nord ricco, soprattutto della Germania, e la paura del nuovo populismo sono riscontrabili anche nel modo in cui si lascia la Grecia sull’orlo del burrone con un occhio, più che al sostenibile conto del salvataggio, ai contraccolpi dell’opinione pubblica, «drogata» dalla narrazione a senso unico sull’allegra finanza di Atene e sul dovere morale di pagare i debiti, anche a costo di fare morire il debitore. In questo caso, la solidarietà, fondamento di molte costituzioni e della stessa Europa, c’entra poco con la necessità dei «compiti a casa», delle riforme strutturali, dei parametri di Maastricht, (violati, in passato, proprio dai Paesi ricchi). Conta di più l’interesse nazionale, senza memoria e senza prospettiva. Lo stesso interesse che spinge lontano la Gran Bretagna e che, di questo passo, farà implodere l’Europa.