domenica 3 maggio 2015

Repubblica 3.5.15
Il diario di un black bloc “Loro sprecano miliardi e noi odiamo tutti ecco come li abbiamo beffati”
L’ingresso nel corteo solo all’ultimo per non farsi individuare al segnale il via alla guerriglia e lo spogliarello per sparire
di Paolo Berizzi


MILANO Il kit per l’inferno è dentro uno zaino. «La cerata nera col cappuccio e i pantaloni costa 15 euro. È leggerissima, tipo carta. Sono quelle che abbiamo lasciato lì sull’asfalto, ché ci siamo spogliati in mezzo ai fumogeni per coprire la vista alle “merde” (i poliziotti, ndr). La maschera antigas la trovi anche su e-bay: costa niente. Venti, al massimo. Oppure ai mercatini. Ma devi vedere il filtro. Poi che cosa c’è, i guanti anti-taglio, il casco. E la roba che ti porti dietro». Che roba? «Le bottiglie ( molotov), i “bomboni” (i petardi, ndr), il martelletto frangivetro, le scarpe di ricambio (da indossare dopo la “svestizione” per dribblare le riprese video, ndr). Il bastone lo avvolgi in una bandiera o dove vuoi».
Davide è una “tuta nera”. Uno del “blocco” che ha infiltrato il ventre molle del corteo No Expo e ha devastato un pezzo di Milano. Teppista sì, ma non un figlio di papà. Ha 26 anni, abita in provincia di Torino, fa l’operaio «quando capita»: monta e smonta palchi per concerti, manifestazioni, fiere. Dice che non ha «prospettive» e «quando va bene tiro su 500 euro al mese, e devo starci dentro. Dormo in una casa occupata. Expo per me è un’offesa. Come la Tav. Come il Mose. Come i gassificatori e gli inceneritori. È uno spreco di denaro in faccia alla gente che non ha un c... E io quando mi offendono divento violento».
Davide accetta di raccontare a Repubblica il diario della giornata di guerriglia di Milano a due condizioni. Prima: che non si scriva il suo vero nome. Seconda: zero riferimenti sul luogo dove lo incontriamo. Non è il capoluogo lombardo.
ORE 13.30: L’ARRIVO
«L’ azione l’avevamo studiata da due mesi. Un po’ in Italia, un po’ in Germania. E tra le indicazioni c’era questa: non arrivare a Milano con troppo anticipo. Evitare campeggi (quello NoExpo allestito al parco di Trenno ieri era ridotto a una ventina di tende), case occupate, centri sociali. Sapevamo che avrebbero fatto controlli. Per dire: gli stranieri. Degli spagnoli, dei greci, dei tedeschi, dei francesi che c’erano — ed erano tanti, e molti erano in Italia da qualche giorno — la maggior parte si è spostata su Milano solo all’ultimo. Venerdì mattina. Con il mio gruppo — quattro — siamo arrivati alle 13,30». Solo mezz’ora prima dell’orario della partenza del corteo da piazza XXIV Maggio. In effetti fino alle 14 (il serpentone umano si è mosso alle 14.45), la “composizione” di quella piazza, la faccia del popolo No Expo, gli antagonisti, le sigle più morbide tipo i sindacati di base, gli studenti, i precari, appariva, provando a decifrarla, ancora orfana di quei militanti, chiamiamoli così, che poi si sarebbero trasformati in “tute nere”.
ORE 14: L’INGRESSO NEL CORTEO
«Il primo segno distintivo è il casco legato alla cinta dei pantaloni». Fino alle 14, in effetti, di gente con il “guscio” appresso ne vedevi poca. «Chi ha fatto casino è arrivato tardi, per ultimo». Davide parcheggia l’auto in una strada in fondo a corso San Gottardo. «Siamo entrati in piazza e ci siamo messi in mezzo al corteo che era già formato su corso di Porta Ticinese. Lo abbiamo risalito. Ci siamo messi al centro, a metà». Gli investigatori della Digos la chiamano la “pancia”. È il pezzo che poi ha “staccato” scatenando la guerriglia.
ORE 15.30: LA VESTIZIONE
Perché la testa del corteo No Expo — aperto dallo striscione dei musicisti della “Banda degli ottoni a scoppio” — impiega tre quarti d’ora, anche qualcosa in più, un tempo lungo, per muovere su corso di Porta Ticinese e percorrerlo fino alle Colonne di San Lorenzo? «Abbiamo iniziato a cambiarci — le cerate, i caschi, le maschere — in via de Amicis». Sono le 15.30. Quando la testa “pacifica” e colorata ha già superato piazza Resistenza Partigiana — preceduta da un cordone light di forze dell’ordine — scatta il passaparola. È il momento. «Abbiamo acceso i fumogeni per “coprire”, e ci siamo vestiti». C’è un blocco di 200-300 persone che si gonfia fino ad arrivare a 1000-1500. Tutti neri.
ORE 15.50: I PRIMI INCIDENTI
«I punti buoni del percorso, quelli dove attaccare e lanciare i “bomboni” e i razzi, sono gli slarghi. Nelle strade chiuse fai le vetrine, le banche, i negozi, le auto» spiega Davide, la guerriglia urbana come fosse un gioco d’infanzia. Il primo slargo è Piazza Resistenza. A metà di via De Amicis. «Lì siamo giù tutti compatti e vestiti. Non avevamo ancora “staccato” ma tra noi e la parte avanti del corteo c’era già spazio. Iniziamo a tirare petardi contro i poliziotti. Sopra le griglie di ferro (le protezioni antiassalto delle forze dell’ordine, ndr). È il segnale». Nella mente di Davide, e di quelli che come lui conoscono tecniche e tattiche della guerriglia urbana, è chiaro fin da subito che il piano studiato dalla Sicurezza è evitare, e sarà così fino allo scioglimento del corteo, lo scontro frontale. Le cariche, il sangue, i feriti. Contenere il danno. «Volevamo lo scontro, certo. Ma quando abbiamo capito cosa volevano fare loro, subito dopo quei due colpi di idrante, abbiamo devastato tutto».
ORE 16.15: ASSALTO ALLE VETRINE
La prima vetrina che cede sotto le mazzate del blocco di “tute nere” è quella di un’agenzia immobiliare: in via De Amicis. «Tutto il percorso era pieno di telecamere. Ci siamo mossi come sempre: un gruppo davanti a coprire col fumo, e dietro quelli che scassano coi martelli. Poi ci sono quelli che colorano». Gli imbrattatori. Anche loro in nero, travisati. Si arrampicano sui muri, sulle finestre, marchiano con lo spray le pareti dei palazzi o quel che resta delle vetrine. Appoggiano i “cartoni” con lo stampo della scritta. E spruz- zano.
ORE 16.45: LE FIAMME
«All’altezza di via San Vittore, vicino Sant’Ambrogio, ci siamo fermati. Alcuni volevano sfondare e andare verso il carcere. Ma si poteva solo proseguire, era “scritto” che il casino vero si faceva più avanti». Quando via Carducci incrocia corso Magenta. Il blocco nero, lì, mette a ferro e fuoco tutto quello che vede e trova. Perché, ammette Davide, «doveva essere quella la barriera da sfondare». Nei loro piani i black bloc volevano raggiungere il centro da corso Magenta, poi Meravigli, Cordusio, Piazza Affari, il Duomo. Il salotto della città di Expo. «Abbiamo sparato petardi, bomboni, razzi, lanciato molotov. Per mezz’ora almeno abbiamo provato a aprici il varco e loro (i poliziotti) hanno risposto coi lacrimogeni ».
ORE 17.30: DI CORSA
Forse ha persino avuto paura Davide. La spiega così. «Pensavo ci “chiudessero” in piazzale Cadorna, tipo imbuto. Che aspettassero il nostro ingresso lì e ci caricassero. Il piazzale era chiuso a ogni varco: se ci stringevano, era un macello». Il corteo ormai è spaccato in due. Anzi, in tre. C’è la testa, che è in piazza Conciliazione, e la coda che sta ancora su via Carducci. In mezzo loro, le “tute nere”, la pancia. Un pezzo ormai autonomo, che incendia e distrugge auto, decine di auto, vetrine di banche e negozi, finestre, muri. «Abbiamo schierato un cordone di militanti sul piazzale per proteggere il nostro passaggio: ci siamo spostati di corsa su via Boccaccio. E siamo andati avanti a spaccare. Volevamo raggiungere il Palazzo delle Stelline.
Ma ci hanno respinto».
17.40: LA SVESTIZIONE
Milano brucia, la guerriglia sta per finire. «Se arrivavamo a Pagano (dove il corteo si scioglie) vestiti di nero facevano 50 arresti», dice Davide. La gente dalle finestre ci guardava mentre ci cambiavamo al volo. In mezzo alle nubi dei fumogeni. Abbiamo lasciato tutto sulla strada, poi di corsa ci siamo riattaccati al corteo».
ORE 18: LO SCIOGLIMENTO
A Pagano, l’ultima “tarantella” (qualche corpo a corpo coi poliziotti). «È lì che hanno fermato alcuni militanti». Poi il corteo si è sciolto». Scusi, Davide, ma ha ancora un senso la definizione di militanti? «Per me sì. Militante contro lo Stato ». Finito il corteo No Expo che cosa ha fatto? «Ho bevuto una birra e sono ripartito».