sabato 16 maggio 2015

La Stampa 16.5.15
L’epopea dei migranti
Nel mondo sono232 milioni: quasi tutti fuggono daguerre e persecuzioni L’ultima emergenza: in migliaiaalla derivanei mari delSudest asiatico
di Alessandro Ursic


Lo scorso anno i migranti nel mondo erano 232 milioni. Un’enorme massa umana in movimento. Uomini, donne e bambini che fuggono. Secondo le Nazioni Unite, solo pochi inseguono il sogno d’un lavoro e quasi tutti scappano dall’incubo di guerre, persecuzioni politiche, crisi umanitarie. L’Europa è il Continente dove ce ne sono di più (72 milioni), seguita da Asia (71 milioni) e Stati Uniti (53 milioni). Ogni giorno centinaia di persone sfidano il Mediterraneo per approdare nel Vecchio Continente, mentre dall’altra parte del mondo latino-americani cercano di attraversare il confine degli Usa. Poi ci sono gli spostamenti interni, quelli tra Paesi confinanti. Dall’inizio delle Primavere arabe, ad esempio, sul Libano si sono riversati un milione e mezzo di siriani. Un milione di libici vivono invece in Tunisia. Senza contare i flussi nell’Africa centrale.
Infine c’è l’altra emergenza, quella che ci riguarda meno ma non per questo è meno drammatica. Si tratta delle migliaia di persone alla deriva nei mari del Sudest asiatico. Sono oltre duemila solo questa settimana, e ogni giorno riserva nuove scene di disperazione portate dalle onde: barconi sovraccarichi di migranti musulmani rohingya e bengalesi ormai alla fame. Uomini, donne e bambini in mare da chissà quante settimane, abbandonati dagli scafisti non lontano dalle coste. Ma Thailandia, Malaysia e Indonesia se li rimpallano, nel grottesco scaricabarile di una crisi umanitaria che hanno contribuito a creare.
Barconi rispediti indietro
Spiazzate dai primi arrivi, da domenica l’Indonesia ne ha accolti oltre 1400, la Malaysia un altro migliaio nell’isola di Langkawi. Ma con nuovi disperati all’orizzonte, entrambe hanno rispedito indietro altri barconi: solo la pietà dei pescatori ha consentito ad altri 700 migranti di attraccare ieri ad Aceh, in Indonesia. La Thailandia ha fatto altrettanto con un’imbarcazione di quasi 400 persone allo stremo avvistata al largo dell’isola di Koh Lipe, e lasciata proseguire verso la Malaysia.
Sono anni che i rohingya - un’etnia musulmana che nell’ovest della Birmania è sistematicamente discriminata e perseguitata – si affidano a carrette del mare nel Golfo del Bengala: 120mila dal 2012, calcola l’Onu. Ma quest’anno, proprio come sul fronte Mediterraneo, l’afflusso è diventato un fiume in piena: almeno 25 mila persone da gennaio, il doppio rispetto al 2014. La loro destinazione preferita è la musulmana Malaysia, che non è un Paese firmatario delle convenzioni sui rifugiati ma finora aveva chiuso un occhio, sfruttando la manovalanza a basso costo. Ora non più: «Non possono inondare le nostre coste. Non sono i benvenuti», ha detto il vice ministro dell’Interno.
Discriminati e oppressi
Il motivo per cui in così tanti emigrano è noto: nello Stato birmano di Rakhine, dove sono considerati «bengalesi clandestini», per quasi un milione di rohingya non c’è speranza. Senza cittadinanza, senza possibilità di spostarsi nel Paese o studiare, disprezzati dai buddisti che ne temono la crescita demografica. Dai pogrom di tre anni fa, in 140 mila sono costretti in squallidi campi di sfollati diventati ormai permanenti. Le autorità birmane e la popolazione rendono la vita difficile alle Ong straniere, credendo che simpatizzino per i musulmani. Nessuno trattiene i rohingya se decidono di togliere il disturbo.
Complice la stagione secca, e insieme ad altri disperati in fuga dal sovrappopolato Bangladesh, l’emergenza di oggi è dovuta anche a un altro fattore: dopo aver lasciato che trafficanti senza scrupoli sfruttassero i rohingya nel transito verso la Malaysia, la Thailandia ha deciso di dare un giro di vite. Da inizio maggio, decine di campi abbandonati sono stati rinvenuti nella giungla vicino al confine, con fosse comuni di oltre 30 corpi di migranti lasciati morire perché le famiglie non hanno pagato riscatti di duemila dollari. Un business che non poteva non richiedere la complicità delle autorità locali: la decisione di sradicarlo ha gettato nel panico i trafficanti, che hanno lasciato i barconi di migranti per non essere arrestati.
Razzismo diffuso
Le opinioni pubbliche dei Paesi vicini ignorano il problema, anche per un diffuso razzismo: di fronte ai visi scuri dei rohingya viene istintivo guardare dall’altra parte. Hanno fatto così anche i governi: ai vertici regionali la questione è ignorata, dato che la Birmania non vuole neanche sentirne parlare. Con tutte le sue divisioni, almeno l’Ue si è dotata di una politica sull’immigrazione: in Asia non c’è. Ora la Thailandia ha convocato un summit d’emergenza per il 29 maggio, con 15 Stati. Ma è improbabile che in un giorno si risolvano anni di disinteresse, quando si sperava che il problema sparisse da sé. Ora è arrivato in casa: ma dove trovarne una per i rohingya, che continuano a ingrossare le fila dei migranti nel mondo, ancora nessuno lo sa.