domenica 31 maggio 2015

Il Sole Domenica 31.5.15
Giuseppe Bedeschi
Non c’è liberalismo senza individualismo
di Gaetano Pecora


Ci sono libri che proprio non possono cadere dalla memoria. Intanto perché quando li leggemmo la prima volta, ci procurarono il piacere di poter dire: “adesso ho capito”. E poi perché, sistemati sugli scaffali della libreria, li chiamammo a noi ogni volta che c’era un dubbio da sciogliere o una perplessità da superare. Ora, se dopo un lungo silenzio qualcuno di questi libri viene riproposto all’attenzione del pubblico, è facile immaginare con quale animo gli andiamo incontro. Con sollecitudine, certo. Ma anche con una certa segreta trepidazione; come di chi, ad una ruga più profonda, tema di sorprendervi stampata sopra l’orma crudele del tempo che è passato.
Se questo è, quietiamoci subito: la Storia del pensiero liberale di Giuseppe Bedeschi (uscito nel 1990), non solo ha resistito all’urto degli anni ma sul tronco antico ha messo nuove gemme e sviluppato nuovi rami. Nuovi - o meglio: rinnovati – sono gli Autori stessi disegnati sul vivo del loro pensiero, alcuni dei quali, tenuti in penitenza nelle edizioni trascorse (Adam Smith, per esempio, oppure Royer-Collard, oppure ancora Guizot), ecco che ora lampeggiano come per dire: ricordatevi che ci siamo pure noi, e che pure noi cadiamo a perpendicolo sul centro del pensiero liberale. Già: il centro. Perché un centro c’è. E benché in questa nuova edizione le vicende del liberalismo si trovino tuffate nell’onda nella storia con una profondità che forse prima non c’era, pure - nonostante la maggiore cura della contestualizzazione – è proprio dalle vicende del passato che Bedeschi deriva per via di astrazione le specificità più solide del modello liberale che perciò – come egli scrive – risulta dall’«estrapolazione dei molti e diversi liberalismi che si sono manifestati storicamente». La prima di queste specificità, quella che con l’implacabile regolarità di un metronomo si ripete dovunque, è quando il conflitto viene salutato come la molla più potente che spinge gli uomini sulla strada del progresso morale e materiale. Perché, vedete, al liberale riesce semplicemente insopportabile vivere in una società di replicanti. Se tutti fossero fatti a immagine gli uni degli altri, il mondo - per lui - sarebbe insopportabilmente tetro e uggioso. E la società prenderebbe quel non so che di dolciastro che è proprio dei conventi dove la comunità celebra i suoi fasti e l’individuo è come annullato nell’organismo che lo trascende.
L’individuo, dunque: da qui l’antagonismo liberale spreme la sua vena più autentica, dai principi cioè che spezzano la draconiana disciplina del gruppo e consentono che i singoli, da soli o in libere associazioni, se ne vadano adulti per le strade della vita. L’antagonismo, quindi, rinvia all’individualismo («senza individualismo – scrive pulito pulito Bedeschi – non c’è liberalismo»). Ma l’individualismo, a sua volta, rimanda alla convinzione che in questo intrico di scelte nulla c’è che condanni gli uomini a sbagliare sempre e comunque. Gli uomini sbagliano, sì, ma niente e nessuno li incatena all’errore permanente. E anzi, proprio perché sbagliano oggi potrebbero imbroccarla domani. Insomma, alle spicce: il liberalismo è vivificato dalla (cauta) fiducia che noi impariamo a furia di prove e di errori e che se non cominciamo a provare e ad errare non impareremo mai. L’importante però è che le prove siano le nostre prove, e gli errori i nostri errori. Donde il bisogno di ritagliarci uno spazio di libertà, senza che nessuna autorità intervenga a comandarci o a proibirci alcunché. L’esigenza di limitare il potere con i ritrovati della sapienza costituzionale nasce da qui, da questo moderato, moderatissimo ottimismo; da qui, e non dalla convinzione che la storia dei singoli debba ciondolare stancamente sulle orme dei soliti errori e dei medesimi inganni. Costituzionalismo, (moderato) ottimismo, individualismo, conflittualismo: eccoli qui – citiamo Bedeschi - «i temi centrali nei diversi autori», quelli insomma che permettono di stringerli in un modello «formalizzato». Magari ad allestire il modello concorrono anche altri elementi che vanno aggiunti a quelli indicati finora. Ma, appunto, di aggiunte e non di negazioni si tratta. Basta che uno soltanto di essi cada nell’oblio, perché il liberalismo diventi un cafarnao di equivoci buono per ogni uso. Carità di patria esime dallo spanderci in esempi.
Giuseppe Bedeschi, Storia del pensiero liberale , Rubbettino, Soveria Mannelli, pagg.347, € 14,00