giovedì 30 aprile 2015

il Sole 30.5.15
Renzi: «Ho fatto il mio dovere». Si spacca la minoranza del Pd
In 50 di Area riformista firmano manifesto: noi col Governo
di Emilia Patta


ROMA I nomi che si leggono scorrendo la lista di chi nel Pd non ha partecipato al voto di fiducia sul governo guidato dal proprio segretario fanno impressione, non c’è dubbio. Pier Luigi Bersani, Guglielmo Epifani, Enrico Letta, Rosy Bindi, Gianni Cuperlo, Pippo Civati. Si tratta di due ex segretari, di un ex premier nonché ex vicesegretario, di una ex presidente di partito e dei due sfidanti di Matteo Renzi alle ultime primarie di partito. C’è poi il giovane capogruppo dimissionario Roberto Speranza e alcuni nomi di spicco della stagione bersaniana come Alfredo D’Attorre, Nico Stumpo e Davide Zoggia. Eppure, a conti fatti, su più di un centinaio di componenti i deputati della minoranza del Pd che non hanno votato la fiducia sono in tutto 38, di cui 20 sono del gruppo più “radicale” formato da cuperliani, civatiani e bindiani. Lo strappo effettuato da Speranza, leader di Area riformista, e da due pesi massimi come Bersani e Letta alla fine ha trascinato solo una ventina di componenti della minoranza bersanian-speranziana. In 60 hanno votato la fiducia, e in 50 - almeno stando alle assicurazioni dei protagonisti - hanno aderito a un documento per dissociarsi dalla scelta di Speranza: tra di loro l’ex ministro Cesare Damiano, Matteo Mauri, Dario Ginefra, Enzo Amendola e naturalmente il ministro Maurizio Martina che domani sarà impegnato con il premier nell’inaugurazione dell’Expo di Milano.
Più che spaccarsi il Pd, alla resa dei conti sulla leadership di Renzi a spaccarsi è stata la minoranza. E a Palazzo Chigi fanno notare che nonostante la faccia messaci da Speranza, Bersani, Epifani e e Letta i “dissidenti” non sono stati poi molti di più dei 29 del Jobs Act. Un risultato raggiunto dai vertici del Pd renziano non senza fatica e trascorrendo la scorsa nottata al telefono (lo stesso Renzi, si racconta, ha fatto una sessantina di telefonate). La conclusione è che i generali - notano con malizia i renziani più vicini al premier dopo il voto - «sono generali in pensione senza più truppe». Vero anche che alcuni di coloro che hanno votato ieri sì alla fiducia voteranno no martedì prossimo, quando senza fiducia bisognerà dare a scrutinio segreto il voto finale sull’Italicum (tra questi il ventisettenne Enzo Lattuca). Ma è analisi comune a maggioranza e minoranza che ieri si è consumata una scelta politica tra chi (Speranza) prepara innanzitutto la piattaforma antirenziana in vista del congresso del 2017 e chi (da Martina a Damiano ad Amendola) focalizza la propria attenzione su come aiutare lealmente il governo mantenendo la propria autonomia politica di “sinistra”. Di fatto Area riformista non esiste più, e tra i votanti in favore della fiducia ieri già si parlava di scioglimento.
Insomma nel voto di martedì non dovrebbero esserci troppe sorprese: nel cerchio renziano si stima che ai 38 di ieri se ne possano aggiungere una decina ma non molti di più. E si confida sull’apporto dei peones sparsi delle opposizioni che tutto vogliono tranne che tornare a casa. Tuttavia la preoccupazione c’è, e il passaggio non è affatto dato per scontato a Palazzo Chigi. «Fa male sentirsi dire che siamo arroganti e prepotenti: stiamo solo facendo il nostro dovere» scrive Renzi nella sua e-news. E dopo il voto twitta a caldo: «Grazie di cuore ai deputati che hanno votato la prima fiducia. La strada è ancora lunga ma questa è #lavoltabuona». La strada fino a martedì è ancora lunga. Anche per questo Renzi, escludendo come era già chiaro sanzioni per i “dissidenti”, tiene aperta la porta delle modifiche alla riforma del Senato e del Titolo V di cui si occuperà Palazzo Madama dopo le regionali: «Ci sarà spazio per riequilibrare ancora la riforma costituzionale facendo attenzione a pesi e contrappesi: nessuna blindatura, nessuna forzatura», è l’assicurazione del premier alla minoranza dialogante del Pd nella sua lettera-appello pubblicata dalla Stampa. Da una parte qualche modifica al Ddl Boschi in tema di procedimento legislativo e composizione del Senato (si veda il Sole 24 Ore di ieri), dall’altra l’ipotesi di nominare un esponente della nuova minoranza governativa come capogruppo (si fanno i nomi di Amendola e Damiano).
Intanto i big escludono scissioni, ma le parole sono forti. Bersani, con lucidità, boccia l’ipotesi di un minipartito che entra in Parlamento con un misero 3%: «Cosa se ne fa uno del 3%? Quello è un diritto di tribuna, non farò il nanetto di Biancaneve». E ancora: «Non è più la ditta che ho costruito io, questa è un’altra cosa, un altro partito. Io non esco, bisogna tornare al Pd. È Renzi che ha fatto lo strappo, non io». Come concilare posizioni tanto distanti tuttavia non è chiaro. Tanto che gli stessi che ieri non hanno votato la fiducia si pongono il problema del cambio generazionale. «È stato Speranza, con la sua posizione, a motivare molti di noi - racconta Stumpo -. Bersani e Letta hanno dichiarato dopo. Noi vogliamo che sia chiaro che c’è una leadership più giovane di Renzi (Speranza ha 36 anni) che si batterà per vincere al prossimo congresso, e anche se perderà resterà nel partito per vincere a quello dopo ancora». Liberarsi dei padri a volte può essere utile anche a chi non è nato rottamatore.