domenica 19 aprile 2015

Il Sole 19.4.15
Gli oppositori di Renzi nel segno della nostalgia
di Luca Ricolfi

L’altra sera ho guardato Servizio Pubblico, il programma televisivo di Santoro. C’era Bersani, ospite unico, e unico vero leader anti-Renzi dentro il Pd. Ad intervistarlo, oltre a Travaglio e Santoro, altri tre big dell’informazione: Lucia Annunziata (Huffington Post), Enrico Mentana (La 7), Mario Giordano (Tg 4).
Devo dire che è stato molto istruttivo, almeno per me. Intanto, perché non ho assistito a una rissa, ma a un dialogo civile, con molto spazio per le domande e le risposte: a ben pochi leader politici, e in rarissime circostanze, è concesso avere tanto spazio e tanta rispettosa benevolenza in Tv. E poi perché credo di aver capito meglio perché Renzi resta, per ora, saldamente al comando della politica italiana.
Bersani ha passato quasi tutto il tempo a parlare di riforma elettorale e riforma costituzionale, evocando “rischi per la democrazia” nel caso passino le riforme di Renzi, e deplorando il disinteresse dei mezzi di informazione per il tema del cambiamento delle regole. Pochissime parole, invece, sono uscite dalla sua bocca sui grandi temi di politica economica, come crescita, conti pubblici, occupazione.
Ascoltandolo, a me è tornata in mente la famosa esclamazione di Nanni Moretti, “con questi dirigenti non vinceremo mai!”, ma capovolta e adattata ai tempi: “se questi sono gli oppositori, Renzi governerà per sempre”. Con questo non voglio dire che le riserve di Bersani, di Scalfari e di tanti altri su legge elettorale e riforma della Costituzione siano infondate. Tutt’altro. Quel che trovo sorprendente è che l’opposizione a Renzi, sia dentro il Pd sia fuori di esso, sia così fuori bersaglio.
La minoranza Pd, dopo aver perso (e malamente combattuto) la battaglia sul Jobs Act, si concentra sulla legge elettorale, un tema che lascia indifferente la maggior parte delle persone normali, mentre è enormemente sopravvalutato dagli addetti ai lavori, quasi che il disastro italiano fosse il frutto non voluto di cattive regole del gioco, anziché l’ovvia conseguenza di una classe dirigente e di un’opinione pubblica non all’altezza delle sfide del nostro tempo.
Il sindacato ripropone stanche ricette, come la difesa ad oltranza dell’articolo 18 e l’aggressione ai patrimoni dei ricchi. La Lega rispolvera l’antico cavallo di battaglia della lotta contro criminalità e immigrazione. Il Movimento Cinque stelle cavalca tutti gli scetticismi anti-Europa e anti-euro, e ripropone le sempiterne ricette assistenziali (reddito di cittadinanza). Quanto a Forza Italia, gli sforzi di Brunetta di usare i numeri e la ragione impallidiscono di fronte alle mille faide interne di un partito in disfacimento.
In un modo o nell’altro, gli oppositori di Renzi hanno lo sguardo immancabilmente rivolto al passato. Non amano Renzi, ma in cuor loro pensano che “si stava meglio quando si stava peggio”. La loro cifra è la nostalgia.
Possono avere anche ragione, su tanti punti, e forse persino in generale: sono innumerevoli le cose che un tempo funzionavano decentemente, e ora non funzionano più. Ma il punto è che il mondo è cambiato, molto cambiato, e qualsiasi soluzione deve misurarsi con i problemi di oggi. Se Renzi appare invincibile, e a qualcuno può far l’impressione di un dittatorello, non è per la sua presunta arroganza, spregiudicatezza, brama di potere, vanità, incapacità di ascolto, ma semplicemente perché l’opposizione è ancora prigioniera del Novecento, incapace di prendere atto che siamo nel XXI secolo, ed è con i nodi del nostro tempo, non con quelli del tempo che fu, che la politica è chiamata a fare i conti.
Si potrebbe concludere: poco male. O, se preferite, berlusconianamente: “meno male che Matteo c’è”. Dopotutto, se Renzi sta facendo le cose giuste, è un bene che l’opposizione sia incapace di contrastarlo.
Per certi versi è così, perché Renzi sta affrontando nodi e problemi che marcivano da decenni, e alcuni cambiamenti introdotti dal suo governo sono un progresso rispetto al passato. Il Jobs Act è meglio di quel che c’era prima, e la detassazione di salari e profitti va nella direzione giusta. Chi sogna di tornare indietro su queste cose non è un’alternativa credibile a quel che c’è.
Ma per altri versi la mancanza di un’opposizione non è un bene. Non solo perché il potere senza limiti, pesi e contrappesi può costituire «un rischio per la democrazia», come dicono i critici del premier, ma perché non è affatto detto che questo governo sia all’altezza dei problemi dell’Italia di oggi. Fra il racconto che Renzi e i suoi riservano a mass media spesso ancora ipnotizzati dalla sua ascesa e la realtà del Paese c’è un fossato notevole. Un fossato, ad esempio, fra i numeri detti e sbandierati nelle slide e i numeri non detti dell’economia.
Perché alle tasse che scompaiono, e vengono evocate nelle conferenze stampa, si affiancano nuove tasse che invece compaiono, e su cui si preferisce sorvolare. Perché l’aumento delle assunzioni a tempo indeterminato è bilanciato dall’aumento delle cessazioni, nonché dalla diminuzione delle assunzioni a tempo determinato. Perché l’occupazione, che aveva timidamente ripreso a crescere un anno fa, ora è di nuovo ferma. Perché da mesi si ipotizza una formidabile spinta al Pil dovuta a prezzo del petrolio, cambio euro-dollaro e Quantitative Easing, ma nel Documento di Economia e Finanza il governo prevede un impatto minimo, molto inferiore a quello atteso per gli altri paesi dell’Eurozona. Perché il debito pubblico continua imperterrito la sua corsa (più di 5 miliardi al mese), esattamente come prima. Perché il pareggio di bilancio, oggi come in passato, viene spostato all’anno dopo, o ancora più in là. Perché, con i conti pubblici in disordine e la bomba dell’aumento dell’Iva ancora da disinnescare, ci si balocca sull’impiego di un “tesoretto” che è solo un artifizio contabile. Perché l’interposizione pubblica (tasse + spesa) aumenta, e lo Stato non accenna ad allentare la sua presa. Perché il ministro dell’economia dice quello che qualsiasi persona al posto suo direbbe in questo momento (l’Italia è «ben protetta da qualunque shock che potrebbe arrivare»), ma gli indicatori sui rendimenti dei titoli di stato dicono che venerdì scorso, con il ritorno dell’allarme sulla Grecia, la vulnerabilità relativa dei conti italiani rispetto a quelli degli altri paesi dell’euro ha toccato il massimo storico.
Insomma, di spazio per un’opposizione moderna e costruttiva ce n’è anche troppo. Se non viene occupato, non è certo colpa dell’autoritarismo renziano. Semmai vale il contrario: l’accusa di autoritarismo rivolta al premier è una proiezione dei suoi avversari, il segno inequivocabile di un’opposizione che non riesce a fare il suo mestiere.