venerdì 3 aprile 2015

Corriere 3.4.15
De Oliveira Il regista dei misteri dell’anima da «Francisca» al «Film parlato»
di Maurizio Porro


Alla venerabile età di 106 anni è morto ieri mattina ad Oporto il decano del cinema, il sorridente portoghese Manoel de Oliveira. La notizia è arrivata via Twitter, parola a lui ignota e ha scritto la parola fine su una gloriosa carriera iniziata col muto e finita in digitale dopo aver vinto ogni premio (due Leoni, una Palma, un Pardo), salendo e scendendo come un ragazzino le scalinate dei festival.
Ha lavorato fino all’ultimo: il corto Vecchio di Restelo è passato a Venezia nel 2014, ma la sua poltrona era vuota, ora resta da trovare un film segreto che l’autore voleva postumo, Visita ou memorias e confissões dell’82. Nato a Oporto l’11 dicembre 1908, il regista ha dimostrato con quanta vitalità ed allegria si possa diventare vecchi e saggi.
Nato da padre industriale, studiò in Galizia dai gesuiti, lasciò l’azienda per lo sport (fu anche pilota di corse d’auto) e il cinema: era uno che metteva in primo piano la parola e lo sguardo. Grande la voglia di esplorare col cinema, mezzo di cui ha seguito le mode e mutazioni, cercando misteri dell’anima. Sempre con misura ironica come nella poetica di Buñuel ( Singolarità di una ragazza bionda ) e di un suo film diresse un magnifico sequel, Belle toujours , con Michel Piccoli, star anche di Ritorno a casa , un attore che si ritira dalla scena e dalla vita dopo un lutto.
È del ‘42 il primo Aniki-Bobò coi ragazzi di strada, los olvidados di Lisbona, poi si allontana dal set per sposarsi, studia in Germania: riappare alla Mostra di Venezia del ‘56 e di nuovo stop fino al ‘63. Col dittatore portoghese Salazar si guardano in cagnesco e la sua fortuna internazionale non a caso inizia solo dopo la rivolta dei garofani del ‘74, a oltre 50 anni. Da allora il cinema lo frequenterà senza soste: fonti variopinte, mistica, letteratura, amore, Storia e storie, correggendo i temi eterni con humour pessimista. Mai rincorsa l’attualità, se mai si rifugia nel passato: un pregio fu l’indipendenza delle scelte, come la Madame Bovary portoghese di La valle del peccato . Il passato e il presente lo fa scoprire ai cinefili dei festival, ma talvolta annoiando stimati critici (indimenticabile il fuggi fuggi a Cannes per I cannibali ) prima di diventare mitico.
Oltre 50 lunghi e 20 corti, lavoro d’attore e indipendenza intellettuale rara: gli affetti speciali interiori misurano piccoli spostamenti di piacere o dolore. La narrazione è di una leggerezza esemplare: con Francisca chiude nell’81 una tetralogia dell’amor frustrato, dove gli attori godardianamente guardano il pubblico, staccando le emozioni alla radice. Dal 1990 al 2014, spettacolarizzando con baldanza una invidiabile quarta età, de Oliveira gira 23 titoli, senza toppare. Di almeno uno, Un film parlato , 2003, straordinaria crociera metaforica e arca di Noè da fine corsa per l’Occidente, con la Papas, Deneuve, Malkovich e la Sandrelli, il pubblico si accorge: riguarda tutti.
De Oliveira non fa la voce grossa, gioca a togliere, tiene fermo il timone morale. Non arretra mai e ogni eccesso lo seduce, è un illuminista col dubbio, tanto che nella grottesca Divina commedia mette i matti a contatto coi letterati, nei Misteri del convento cita in appello Goethe, Shakespeare e Nietzsche, nello Specchio magico attualizza il tormentone di Carmelo Bene su quelli che hanno visto la Madonna raccontando con cinica grazia una magnifica ossessione, quale è stato per noi il suo Cinema, il sorriso dubbioso della Ragione.