venerdì 17 aprile 2015

Corriere 17.4.15
Quando De Gasperi parlò di fiducia e scoppiò la guerra sulla «legge truffa»
di Pierluigi Battista


Il giovane sottosegretario Giulio Andreotti, in piedi sui banchi del governo, si mise addirittura un cestino sulla testa per difendersi dalla pioggia di oggetti che gli venivano scaraventati da sinistra e da destra, nell’austera aula del Senato. Nella Camera dei deputati, anno 1953, era già successo di tutto. Penne, calamai, addirittura tagliacarte erano volati in un clima infuocato, da guerra aperta, dove la richiesta del governo De Gasperi di mettere la fiducia sulla legge elettorale liquidata come «legge truffa» fece infuriare le opposizioni. Palmiro Togliatti capeggiò una delegazione per andare al Quirinale e protestare contro lo «sfregio alla Costituzione» che si stava consumando. Il democristiano Oscar Luigi Scalfaro divenne il bersaglio per aver proposto, e ottenuto, una procedura di discussione della legge che tagliasse le gambe all’ostruzionismo. Fuori del Parlamento infuriavano gli scontri di piazza e a un certo punto dai banchi del Pci partirono allarmate proteste: «La polizia ha picchiato e ferito Pietro Ingrao». Al Senato andrà ancora peggio.
Una giornalista di destra molto fumantina e arguta come Gianna Preda, durante la guerra al Senato per l’approvazione della «legge truffa», scrisse che i senatori, se non protetti dall’immunità parlamentare, avrebbero dovuto rispondere dei seguenti reati: «ingiuria, diffamazione, violenza privata, minacce, percosse, lesioni, distruzione di pubblici documenti, istigazione a delinquere, vilipendio al governo, oltraggio al Parlamento, attentato contro gli organi costituzionali».
Per non seguire i disinvolti percorsi d’urgenza che facevano già gridare all’«attentato alla Costituzione», l’allora presidente del Senato, il liberale Giuseppe Paratore, decise di dimettersi. Il suo posto venne preso da Meuccio Ruini che assunse nel marzo l’incarico, per dire del clima che si stava vivendo in quei giorni, con queste parole: «Affronto quest’opera con la stessa fermezza con la quale andai, con i capelli già grigi, sul Carso». Il riferimento alla Prima guerra mondiale forse era esagerato. Ma è esagerato dire che soltanto oggi i toni dello scontro parlamentare siano così veementi, senza precedenti nella storia repubblicana. Altro che precedenti. Per quel 15 per cento di seggi attribuiti alla coalizione che avesse raggiunto il 50 per cento più uno dei voti nelle elezioni, si scatenò una guerra durissima.
E quando il governo di oggi si stupisce che il ricorso alla fiducia per l’approvazione di una legge elettorale possa provocare tante proteste, forse una rilettura di ciò che accadde nel 1953 con la cosiddetta «legge truffa» potrebbe risultare utile. Si potrebbe ricordare, a proposito di rispetto istituzionale, che il futuro presidente della Repubblica, il socialista Sandro Pertini, si rivolse con queste leggiadre parole al neopresidente del Senato Ruini: «Lei non è un presidente, lei è una carogna, è un porco». Si potrebbe ricordare che Randolfo Pacciardi, combattente nella guerra di Spagna, venne violentemente spintonato e che Ugo La Malfa, leader del Partito repubblicano alleato della Democrazia cristiana, fu preso a ceffoni da Emilio Lussu. Ceffoni veri, non metaforici. Si potrebbe ricordare che la discussione parlamentare, tra urla, strepiti, interruzioni, lanci di oggetti, prese oltre settanta ore di scontri durissimi. Che più volte venne minacciato l’Aventino. Che nel Paese si vissero momenti drammatici. Che la campagna elettorale, dopo l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale il 29 marzo del 1953, ebbe toni aspri e fortissimi tra forze politiche che solo pochi anni prima avevano firmato insieme la Costituzione. Che molte personalità del mondo laico e accademico si schierarono con grande fierezza contro quella legge, da Piero Calamandrei a Vittorio Emanuele Orlando, e che la maggioranza dei voti richiesta dai partiti di governo, il 50 per cento, non venne raggiunta per un pugno di schede. La legge truffa non passò, ma restarono gli strascichi velenosi di una guerra parlamentare violentissima, anche fisicamente. Lanciare un tagliacarte in Parlamento. Oggi? No, 62 anni fa.