martedì 18 dicembre 2012

l’Unità 18.12.12
Pd, primarie per il 90% dei candidati
Approvate le regole: solo il 10% eviterà il voto nei gazebo
Concesse dieci deroghe tra cui Bindi, Finocchiaro e Marini
Renzi: scelta positiva
La direzione Pd fissa al 10% la quota protetta a disposizione di Bersani e assegna dieci deroghe per le ricandidature. A varcare la soglia di Camera e Senato dovrà essere un minimo del 33% di donne, grazie alla doppia preferenza di genere. Si andrà alle urne il 29 e il 30 dicembre.
Potranno votare gli elettori del 25 novembre e gli iscritti al Pd del 2011 che rinnovino la tessera
di Maria Zegarelli


«Dal Paese c’è un’aspettativa enorme verso di noi. La società ci tende la mano in questo passaggio difficile. Oggi iniziamo un percorso totalmente inedito». Inizia così la sua relazione Pier Luigi Bersani, aprendo i lavori della direzione nazionale che dovrà votare regole e deroghe ai parlamentari in vista delle primarie del 29 e 30 dicembre.
Ci sono tutti i dirigenti, da Massimo D’Alema a Dario Franceschini, Piero Fassino, Matteo Renzi, Franco Marini, Beppe Fioroni, Rosy Bindi, Enrico Letta. Facce serene, forse perché dopo una lunga giornata di incontri e girandole di telefonate si è arrivati a un accordo. Che sia un percorso inedito è sicuro: stavolta per andare in Parlamento si dovrà passare per i gazebo dando la parola agli elettori e con la speranza (di molti big) che non siano i dirigenti locali a fare la parte del leone. Perché stavolta, a parte una quota a disposizione del segretario in accordo con le segreterie regionali, toccherà a tutti, dai big fino agli sconosciuti, giocarsi la partita senza sapere prima quale sarà il risultato.
Dieci le richieste di deroga votate in blocco, senza cioè una discussione sui singoli nomi: Rosy Bindi, Anna Finocchiaro (a cui sarebbe stato lo stesso segretario a chiedere di non fare un passo indietro), Mauro Agostini, Maria Pia Garavaglia, Giorgio Merlo, Franco Marini, Cesare Marini, GianClaudio Bressa, Beppe Lumia e Beppe Fioroni. Di questi finiranno nel listino nazionale quasi sicuramente la presidente del Pd, Bindi, l’ex presidente del Senato, Franco Marini e la capogruppo a Palazzo Madama Anna Finocchiaro (nel listino anche Franceschini, capogruppo alla Camera). Fissata al 10% la quota protetta (più i capolista) a disposizione di Bersani, in accordo con le segreterie regionali, per garantire la rappresentanza della società civile, di competenze ed esperienza sul campo (soprattutto nelle commissioni parlamentari e in Aula), ma anche di rapporti di forza interni. Alla fine saranno all’incirca un centinaio tra deputati e senatori ad avere il pass assicurato per il Parlamento, mentre a varcare la soglia di Camera e Senato dovranno essere minimo il 33% di donne, grazie alla doppia preferenza di genere. Obbligatorio per tutti, per evitare ricorsi e proteste post-primarie, accettare per iscritto le regole.
Dopo una lunga discussione sciolto anche un altro nodo: potranno votare tutti gli elettori iscritti all’Albo delle primarie del 25 novembre, gli iscritti al Pd del 2011 che rinnovano la tessera anche il giorno del voto, più i nuovi iscritti 2012 alla data del 30 novembre. Polemico su questo fronte Arturo Parisi, che pur apprezzando la decisione di Bersani di indire le primarie per i parlamentari avrebbe preferito una maggiore apertura alla platea degli elettori. «Dobbiamo esprimere una direzione politica con personalità e responsabilità dice Bersani ai dirigenti democratici dobbiamo condurre questo percorso in maniera rigorosa. Potrà essere il più forte lancio possibile della nostra campagna elettorale». Escluso lo slittamento a gennaio, che anche ieri ha chiesto Pippo Civati, perché, come ha spiegato Maurizio Migliavacca, si andrebbe troppo a ridosso delle elezioni politiche. Saranno invece le singole Regioni a scegliere se votare il 29 o il 30 dicembre.
La direzione ha approvato il regolamento messo a punto ieri mattina dalla segreteria nazionale in accordo con i segretari regionali per dare il via a quella che lo stesso segretario ha definito una «mission quasi impossibile».
Non è stato facile arrivare ad un accordo ed è stato necessario un lungo incontro anche tra i big per arrivare in direzione con una posizione condivisa, compreso il delicato capitolo delle deroghe: sì alla richiesta, a patto che tutti siano disposti a correre alle primarie, eccezion fatta per chi, in nome del ruolo che ricopre, può avere accesso al listino nazionale. Direzione alla quale ha preso parte anche il sindaco di Firenze che ieri per la prima volta ha incontrato i dirigenti del suo partito dopo la sconfitta delle primarie. «Anche con questa legge elettorale sbagliata, allucinante, il Pd fa le primarie per eleggere i parlamentari. Mi sembra un fatto molto, molto positivo dice Renzi lasciando i lavori alle 8 di sera per prendere l’ultimo treno utile per Firenze ho ritenuto doveroso da parte mia esserci e verificare che ci sia una consultazione con i cittadini. Spero che questa cosa aiuti il Pd a tenere in vita l’esperienza del 25 novembre». Dal fronte dei renziani Pietro Ichino fa sapere che non intende rientrare nel listino nazionale e che si sottoporrà alle primarie, come Salvatore Vassallo e Benedetto Zacchiroli. Ieri hanno annunciato la loro candidatura anche Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei parenti delle vittime della strage alla stazione di Bologna; l'ex segretario provinciale del Pd di Bologna, Andrea De Maria, il sindaco del Comune terremotato di Crevalcore, Claudio Broglia, e la senatrice uscente Vittoria Franco.

Corriere 18.12.12
Da Epifani a Gotor, i 120 «blindati» che creano imbarazzi nel partito
Tra gli esclusi i renziani Ceccanti e Giachetti. Ma anche Paola Concia
di Maria Teresa Meli

ROMA — Ha preferito non fare il convitato di pietra e come un «bravo boy scout» si è presentato in Direzione, anche se nessuno — o quasi — se lo aspettava. Ha abbracciato Nico Stumpo, sorridendogli: «Sei un delinquente». Ha soffiato il posto in ultima fila a Beppe Fioroni e quando il capo degli ex ppi lo ha chiesto indietro gli ha risposto sornione: «Non ti ho potuto rottamare, almeno fatti prendere la sedia». Poi, a riunione ancora in corso, prima che dentro e fuori la sala si parlasse dell'unico argomento che stava a cuore a tutti (la quota dei «garantiti»), se n'è andato e così ha saputo solo più tardi delle dieci deroghe votate in Direzione: «L'avevo detto io che ci voleva la rottamazione», ha ironizzato.
Ieri Renzi ha voluto marcare la sua presenza-assenza. Il sindaco ha lasciato intendere che, pur stando a Firenze, è in campo e che al Pd non conviene «restringere il recinto», non accogliendo tutte le «energie nuove che si erano raccolte attorno al partito durante le primarie». Parlare non ha parlato, ma il significato della sua presenza era inequivocabile. Anche se il sindaco ha intenzione di dedicarsi solo a Firenze, un occhio a Roma lo butterà per forza. Non per trattare le candidature con Bersani (anzi Renzi tesse le lodi di Ichino che farà le primarie perché non vuole stare nella quota dei garantiti) ma per non «disperdere» tutto quello che si è mosso nella società attraverso i comitati a lui intitolati: «Non cedete al pessimismo: il futuro ci raggiungerà presto». Del resto, circola un sondaggio riservato che rivela un fatto sorprendente: se nascessero delle «liste Renzi» in appoggio a Bersani e al Pd otterrebbero il 13 per cento.
È un dato da cui è difficile prescindere, anche se l'aria che si respirava ieri a Largo del Nazareno non aveva il sapore del nuovo che avanza. E non solo perché Rosy Bindi, al contrario dell'amica Livia Turco che si ritira con stile e senza profferire verbo, ha chiesto la deroga, passando sopra alle critiche e alle ironie e dando ragione alla profezia fatta qualche tempo fa da Veltroni: «Vedrete che un po' di parlamentari di lungo corso sfrutteranno il passo indietro mio e di Massimo per poi fare capolino e sollecitare la ricandidatura». Non è solo per questo che l'atmosfera in Direzione è pesante e i mal di pancia e le tensioni si moltiplicano. È il listino il vero pomo della discordia. O meglio la quota dei garantiti che finiranno nelle teste di lista, assicurandosi un posto in Parlamento.
I «nominati», tra protetti del segretario, esponenti della società civile e capilista, saranno centoventi circa. Un numero elevato se si pensa che Maurizio Migliavacca, all'inizio della riunione, ha spiegato: «In caso di vittoria avremo 400 parlamentari». Tra i fortunati ci saranno l'ex leader della Cgil Guglielmo Epifani, Miguel Gotor, il politologo Carlo Galli e tanti altri. C'è chi aspira, chi sgomita, e chi se ne va sbattendo la porta. Alcuni parlamentari di lungo corso verranno salvati e messi in quota, garantiti per le loro «competenze». Peccato che altri loro colleghi, con una sola legislatura alle spalle e molta più esperienza e preparazione saranno invece fatti fuori perché non hanno un padrino politico.
Un caso esemplare riguarda il senatore Roberto Della Seta. Il parlamentare ambientalista che ha condotto una dura battaglia contro l'Ilva, quello di cui Riva parla in una lettera del 2010 a Bersani chiedendogli di fermarlo. Due anni dopo Della Seta è stato fermato. Non sarà nel listino. E con lui sono stati fatti fuori gli altri due parlamentari ambientalisti Realacci e Ferrante. Esponenti del Pd che non sono radicati sul territorio, visto che rappresentano interessi diffusi, e quindi non hanno possibilità di passare alle primarie tramite i voti dell'apparato o dei signori delle tessere. Un caso analogo è quello di Stefano Ceccanti, costituzionalista, esperto di riforme elettorali. Fuori pure Roberto Giachetti, l'unico del gruppo del Pd di Montecitorio, che conosca i regolamenti della Camera e li sfrutti sempre a vantaggio del partito. Guarda caso si tratta di renziani.
Ma anche tra i bersaniani non ortodossi sono state fatte delle vittime: Bindi, contraria alle unioni civili di stile europeo, ha avuto la testa di Paola Concia, deputata gay, attivissima sul fronte dei diritti civili. Singolare per un partito il cui segretario ha annunciato che la proposta di legge sulla «partnership» sarà tra i primi atti del suo governo.

La Stampa 18.12.12
Vertice con Bersani, Monti tira dritto
Faccia a faccia a Palazzo Chigi: “Candidarmi? Ci sto pensando”. I timori del leader del centrosinistra
di Fabio Martini


Nel salone delle Feste del Quirinale il presidente della Repubblica ha concluso da poco il suo discorso, così mirato «contro» Mario Monti, ma qualche minuto più tardi durante il ricevimento il presidente del Consiglio non tradisce emozioni, sorride, stringe mani. E quando incrocia Pier Luigi Bersani si lascia coinvolgere in un duetto chiaramente ad uso degli astanti, visto che i due si erano visti un’ora prima a Palazzo Chigi. Bersani saluta simpaticamente Monti come se non lo vedesse da un mese: «Presidente!». Il premier, sorridendo, sta al gioco: «Come stai?». A questo punto Bersani rincara il calore e arriva a prendere per un braccio Monti, che non ha mai amato le effusioni e gli dice: «Vieni che ti devo dire una cosa...». Fin qui le manifestazioni esteriori che in politica, si sa, vanno sempre prese con le molle. Come nel caso di questo 17 dicembre: dietro le pubbliche effusioni, la tensione tra il premier e i partiti sta crescendo.
Un lunedì segnato per Mario Monti da due eventi che avrebbero potuto azzoppare anche il più potente dei purosangue politici. Anzitutto, l’esternazione di Giorgio Napolitano che si è dipanata lungo una concatenazione di concetti poco gratificanti per il premier: avevo preparato un percorso «orientato» verso il Monti-bis, che è stato bloccato da una brusca interruzione, a questo punto l’incarico lo do io e sarà per un governo politico. Il secondo passaggio hard è stato segnato dall’incontro con Pier Luigi Bersani a Palazzo Chigi. Un faccia a faccia, che si è svolto in una atmosfera di reciproco rispetto personale e nel corso del quale il leader del Pd ha manifestato il suo disagio per una eventuale partecipazione di Monti come candidato premier. Ma la risposta de presidente del Consiglio («Sto riflettendo») non ha fatto che ingigantire i timori del leader del Pd. E d’altra parte quale sia l’umore verso Monti ai piani alti del partito, lo spiegava ieri mattina su Twitter Stefano Di Traglia, uno degli uomini più vicini a Bersani: «Se la novità politica di Monti è un’altra lista personale, significa non aver compreso le derive populistiche degli ultimi 20 anni».
Nel colloquio con Bersani, Monti ha confermato che è vero, lui ci sta pensando ed è possibile che fra pochi giorni entri in partita. Dunque, il Professore tira dritto e questa, a suo modo, è una notizia. Nel senso che Monti tiene il punto, a dispetto di una raffica di ammonimenti: i ripetuti stop di Napolitano, l’ostilità del Pd, i tantissimi «ma chi te lo fa fare?», bisbigliati al premier da amici e conoscenti. Mario Monti insiste, tanto è vero che sfrutta tutte le opportunità che gli sono offerte dai mass media. Anche quelle in spazi extrapolitici. Dopo la recente partecipazione ad una trasmissione nazionalpopolare come Unomattina, ieri Monti è intervenuto al «Gr ragazzi» su RadioUno, rivolgendosi idealmente a tutti gli studenti, con un concetto tipico della «ideologia montiana»: «Occorreranno sempre più persone preparate». Tanti segnali che confermano la ferrea determinazione di Monti di proporsi come candidato premier di una coalizione moderata. E in una politica così abituata ai tatticismi, questo volerci essere comunque, anche a costo di perdere, ieri suscitava una crescente curiosità nel Palazzo. Dice Benedetto Della Vedova, capogruppo del Fli, l’unico nel suo partito ad avere un canale diretto col premier: «Monti è un cattolico lombardo e quindi con una mentalità quasi da protestante: la sua ambizione è quella di segnare la vita pubblica italiana, di finire il lavoro già avviato». Fa notare un altro lombardo come Giorgio Stracquadanio, del drappello che ha già lasciato il Pdl: «Monti così deciso? Non è una novità: basta ricordare la vicenda Microsoft Bye. Allora fu così determinato che alla fine la spuntò».

La Stampa 18.12.12
Per i sondaggisti una lista del Professore pescherebbe a sinistra
Fino al 15% dei voti, poi dovrebbe allearsi
di Raffaello Masci


Per bene che gli vada, Mario Monti può aspirare ad essere un buon alleato, un forte gregario. Ma gli converrà cimentarsi nella pugna per un risultato di questo genere, quando è già senatore a vita e qualcuno gli ha fatto balenare fulgidi orizzonti? E comunque, se scendesse in campo, a temerlo dovrebbe essere soprattutto il centrosinistra, perché sarebbe quello il bacino principale da cui verrebbe il travaso.
«Una lista che si richiami a Monti, ma senza il Professore candidato dice Antonio Noto di Ipr Marketing -, non ha alcuna speranza di andare oltre il 4%. Con Monti leader, il caso sarebbe diverso e secondo le nostre rilevazioni può ambire ad un 11 per cento». Sarebbe comunque un terremoto, scombussolerebbe gli equilibri bipolari, potrebbe ambire ad un accorpamento con l’Udc, che l’Istituto dà oggi al 4,5%, ma mai potrebbe diventare una forza maggioritaria. «Ciò detto si tratterebbe di un forte rimescolamento all’interno dei due schieramenti maggiori - dice ancora Noto -, perché noi abbiamo calcolato che quell’11% sarebbe costituito da un grosso zoccolo del Pd, almeno il 7%, più un 3% di Pdl e un altro punto da recuperare da altre forze».
Ma che può fare Monti con una coalizione del 15%? Solo allearsi. Con tutti i rischi del caso. «Gli italiani hanno già individuato i loro leader di riferimento - argomenta Alessandra Paola Ghisleri di Euromedia Research e uno schieramento di Monti si troverebbe comunque tra l’incudine e il martello, con una capacità di incidere molto limitata. Vorrei inoltre sottolineare come la fiducia nella sua persona, pur ancora importante, sia scesa dai 60 punti percentuali dell’inizio del suo mandato, al 40. E’ alta, ma è in discesa».
Quanto ai voti che possa erodere, saranno soprattutto quelli del centrosinistra perché al di là del consenso che pure ha avuto a destra, nel Pdl è stato sempre percepito come l’alternativa al governo Berlusconi. «E comunque - conclude Ghisleri - potrà aspirare, al massimo, a fare da sostegno ad uno dei due schieramenti».
Nicola Piepoli fa un ragionamento che dice molto: «Si ricordi, il Professore, il verso del poeta latino Catullo “Odi et amo”. Anche lui è stato molto amato, per il suo rigore, per il suo stile di vita, perché ha indicato al fine del tunnel, perché ha restituito il Paese ad un prestigio internazionale. Ma è stato anche molto odiato, perché la fine di quel tunnel non si vede, le tasse sono aumentate e c’è stata anche l’Imu».
Questo fattore - dice Piepoli - è trasversale, e se è vero che la sua fiducia oggi è stimata da noi al 51%, gli giova e se è super partes, se - invece - scende in campo, una parte, anche consistente, la perde». Su questo mare fluttuante, dunque, Monti è un fattore che rischia di innescare un meccanismo capace di travolgere anche se stesso. Quanto al consenso che si porta in eredità non è automatico che si possa tradurre in voti.
«Neppure i sondaggi sono in grado, in questa fase, di fissare la mutevolezza del momento - spiega Renato Mannheimer -, tant’è che noi abbiamo rilevato due scenari opposti: Il primo, a elezioni ancora lontane, ci dice che Monti prenderebbe al massimo il 5% con una lista senza di lui, e il 15% se si presentasse come candidato premier».
Se il premier, invece, si mettesse a fare campagna elettorale? «Avremmo il secondo, imprevedibile scenario continua Mannheimer -: tutto potrebbe cambiare e Monti potrebbe saccheggiare consensi anche tra gli scontenti di entrambi gli schieramenti». E ottenere una maggioranza? «Questo mai - sentenzia il sociologo -, si potrebbe alleare, io credo, col Pd, ma a quel punto Monti diventerebbe per il Pd un vero problema, date le alleanze già sancite».

Corriere 18.12.12
Imu per la Chiesa, Bruxelles prepara il sì
Non sono aiuti di Stato, ma niente arretrati. Grilli: più gettito? Fa bene ai conti
di Lorenzo Salvia


ROMA — Forse perché la scadenza era nota da tempo e gli italiani hanno preferito mettersi in regola la settimana scorsa, magari online. Forse perché qualcuno aspetta di incassare prima stipendio e tredicesima per non finire in «rosso» questo 2012. Forse perché qualcuno a pagare non ce la fa proprio, punto e basta. Fatto sta che ieri, ultimo giorno per versare la rata Imu di dicembre, nelle banche e negli uffici postali non ci sono state le code interminabili che qualcuno temeva. Chi ha rimandato la pratica all'ultimo momento ha dovuto aspettare più del solito ma non ci sono state quelle scene di isteria collettiva che pure abbiamo visto in passato. In realtà per l'Imu, l'imposta sulla casa, la giornata clou è stata quella di sabato quando negli uffici postali si pagavano anche le pensioni dei dipendenti pubblici. Una sovrapposizione, non calcolata al momento di fissare le scadenze, che non ha certo semplificato il lavoro nei 14 mila sportelli italiani. Ma alla fine il sistema ha retto.
Adesso i ritardatari possono imboccare la strada del ravvedimento operoso: chi si mette in regola nei primi 14 giorni pagherà una sanzione ridotta: lo 0,2% della somma dovuta per ogni giorno di ritardo. Dal 15° al 30° giorno di ritardo, invece, la multa sarà pari al 3% dell'importo, con l'aggiunta degli interessi legali: il 2,5% l'anno. Il saldo di dicembre dovrebbe portare allo Stato 15 miliardi di euro ma è ancora presto per sapere a quanto ammonta l'incasso effettivo. Un primo dato parziale arriva dai terreni agricoli: secondo un'analisi di Coldiretti per questa voce risultano già versati 534 milioni di euro, 127 in più rispetto a quelli previsti. È possibile che la stessa tendenza riguardi il gettito totale? «Potrebbe essere salutare per i nostri conti — dice il ministro dell'Economia Vittorio Grilli — ma i dati li avremo solo l'anno prossimo».
Già domani la Commissione europea potrebbe chiudere la procedura d'infrazione contro l'Italia sull'esenzione della vecchia Ici garantita alla Chiesa. Secondo indiscrezioni la Commissione dovrebbe sostenere che le nuove regole approvate dal governo Monti non violano le norme comunitarie sugli aiuti di Stato, come invece sarebbe avvenuto a partire dal 2006. Con la stessa decisione, però, Bruxelles dovrebbe chiudere la strada al recupero delle somme dovute per il passato, con la motivazione che l'operazione non sarebbe realisticamente praticabile. Ancora ieri, però, Radio Vaticana ha dato voce alle scuole cattoliche e al non profit, sostenendo che l'Imu costringerebbe a chiudere molte attività del settore.
Scaduto il termine per pagare, l'Imu continua ad essere terreno di battaglia per la campagna elettorale. Renato Brunetta (Pdl) accusa Pier Ferdinando Casini di sostenere «banalità disinformate» quando dice che Berlusconi ha tolto l'Ici e ha fatto un buco nei conti. Lorenzo Cesa, Udc, rilancia contro Berlusconi che «ha promesso di togliere l'Imu senza dire come fare, dove trovare la copertura». A Roma il candidato a sindaco per una lista civica, Stefano Tersigni, ha chiesto che i romani vengano esentati dall'Imu come «risarcimento per i disagi che devono subire con le manifestazioni e i cortei». Ecco, prima delle elezioni di Imu sentiremo parlare ancora parecchio.

Corriere 18.12.12
Gli irriducibili delle auto blu In 23 in servizio per 5 vetture
Consiglio del Lazio, i conducenti che non vogliono cambiare
di Sergio Rizzo


ROMA — Fra gli inarrivabili record collezionati dai politici del Lazio non poteva mancare il più simbolico: quello delle auto blu. I 70 consiglieri regionali ne avevano a disposizione 26, che sommate alle 4 dell'amministrazione portavano il totale a 30 (trenta!). Numeri che fanno ben capire perché quel Consiglio ora dimissionario avesse una quantità così spropositata di commissioni (una ventina): anche ai presidenti di commissione, infatti, spettava di diritto la macchina di servizio. Poi è scoppiato lo scandalo dei fondi dei gruppi consiliari e la spending review ha fatto il resto. E di auto blu non ne sono rimaste che 5. Con un bel risparmio, penserete: se si considera che ogni macchina costa fra noleggio, assicurazione e benzina la bellezza di 2.000 euro al mese. Senza tener conto, ovviamente, degli autisti. E qui si apre un altro capitolo. Quanti erano gli autisti? Difficile dire. Certo, però, dovevano essere un esercito. Oltre ai dipendenti diretti del Consiglio, c'era la pattuglia dei comandati più quella dei distaccati da Lazio service, società della Regione rimpinzata di personale. Ma il problema adesso non è quanti erano: è quanti sono. Rispediti al mittente gli esterni, ne sono rimasti infatti ancora 23. Ventitré per 5 macchine, di cui 4 spesso chiuse in garage. Per capirci: la Camera dei deputati, che di onorevoli non ne ha 70, bensì 630, ha 24 autisti. Rapportati al numero dei seggi, sono 9 volte di meno.
Apprese queste cifre, c'è da restare ancora più sbalorditi di fronte al conto lunare dei rimborsi chilometrici presentato lo scorso anno dai consiglieri del Lazio: 370 mila euro, come ha rivelato sul Corriere all'inizio dello scorso ottobre Ernesto Menicucci. In media, 5.285 euro pro capite, con una punta di 21.756 euro per Romolo Del Balzo, nonostante l'ex presidente della commissione per le Olimpiadi di Roma 2020 riunitasi tre volte in un anno e mezzo andasse frequentemente su e giù da Roma a Minturno (162 chilometri dalla capitale) con l'auto blu. Al secondo posto l'immancabile Franco Fiorito. Per un soffio. «Er Batman» di Anagni ha incassato nel 2011 ben 20.930 euro di rimborsi chilometrici per l'uso della macchina propria (non sarà mica il monumentale Suv Bmw X5 comprato con i soldi dei contribuenti?), sebbene da presidente della commissione Bilancio avesse il diritto a venire scorrazzato con una delle 30 berline d'ordinanza.
Ventitré autisti per 5 macchine. Troppi, anche un bambino ci arriverebbe. Che fare allora di tutto questo personale in eccesso? Semplicissimo: gli autisti vanno riconvertiti, come stabilisce la legge. Il decreto 95 di quest'anno, meglio noto con il nome di spending review, in proposito è chiarissimo. Il comma 5 dell'articolo 3 non soltanto prevede che «in conseguenza della riduzione del parco auto il personale già adibito a mansioni di autista o di supporto alla gestione del parco auto, ove appartenente ad altre amministrazioni, è restituito con decorrenza immediata alle amministrazioni di appartenenza», ma prescrive pure che «il restante personale è conseguentemente assegnato a mansioni differenti, con assegnazione di un profilo professionale coerente con le nuove mansioni, ferma restando l'area professionale di appartenenza e il trattamento economico fondamentale in godimento».
C'è soltanto un piccolo particolare: di cambiare mestiere, i ventitré autisti del Consiglio regionale del Lazio non ne vogliono sentir parlare. Ed è fin troppo facile immaginare il perché. Intanto lo stipendio, nel quale figurano oltre al «trattamento economico fondamentale» alcune voci accessorie che spingono la busta paga anche oltre 2.000 euro al mese. Più di quanto guadagna un funzionario. Poi ci sono i ritmi del servizio. Ogni autista è impegnato in turni di dodici ore giornaliere: il che significa lavorare tre giorni alla settimana. Con tutta la libertà che questo dettaglio si porta dietro. Ci sono stati casi di autisti del Consiglio regionale che facevano i consiglieri comunali o addirittura gli assessori di qualche paese del Lazio. Infine, volete mettere il privilegio di stare gomito a gomito con i potenti di turno? L'autista diventa uomo di fiducia, amico, confidente. Il politico finisce inevitabilmente per consegnargli i propri segreti. Anche i più piccanti e personali. Mentre lui, al volante, diventa pian piano intoccabile al pari del suo prezioso carico. Spesso anche alla faccia del codice della strada, come testimoniano i 50 mila euro di multe arretrate, molte per eccesso di velocità ma tante anche per infrazioni quali l'uso del telefonino durante la guida, che si sono accumulate nei cassetti dell'amministrazione. E di cui il nuovo segretario generale Costantino Vespasiano ha bloccato i pagamenti in attesa che si chiariscano contorni e responsabilità di un tale diluvio di verbali.
Premesso tutto questo, continua a restare incomprensibile l'atteggiamento di quella parte del sindacato che ha sposato la linea della resistenza al cambiamento di mansioni, appoggiando la rivendicazione degli autisti che vogliono restare tali. Ben sapendo il paradosso che può determinare una vittoria in questo assurdo braccio di ferro che comincia proprio oggi con l'amministrazione: restituirgli le macchine blu. Incomprensibile, naturalmente, per chi ignora che lo stesso sindacato vorrebbe far ingoiare a un Vespasiano che si mostra quanto mai riluttante il medesimo scandaloso accordo sulla produttività appena siglato per i dipendenti della giunta con l'ormai dimissionaria governatrice Renata Polverini. Una intesa che ai fini della concessione del premio non contempla la valutazione di «insufficienza», garantendo a tutti almeno il 75 per cento dell'incentivo massimo. Altro che la difesa a oltranza di ventitré autisti…

l’Unità 18.12.12
Pannella lascia la clinica
Medici allarmati, messaggi di solidarietà
di Virginia Lori


ROMA Contro il parere dei medici, malgrado condizioni di salute sempre più critiche per una grave insufficienza renale, Marco Pannella ha lasciato la clinica. «Tale decisione, che aumenta considerevolmente i rischi e riduce ulteriormente i margini per un intervento medico utile scrivono i sanitari espone anche il collegio medico a problematiche giuridiche e deontologiche rilevanti». Ma il digiuno continua: «Ho mangiato qualche caramella ma non ho bevuto».
Bersani lo ha invitato a riprendere ad alimentarsi promettendo un impegno sui temi di interventi strutturali e depenalizzazione dei reati minori, ricevendo in risposta un «grazie Ponzietto Pilato». Appelli anche da Fini, che per essersi detto contrario all’amnistia si prende un «mi fa pena chi ancora la segue». E da Schifani, Alemanno, Chiti, La Loggia, Vendola, Cicchitto, Vasco Rossi.
Anche il ministro della Giustizia, Paola Severino, aveva cercato di far sospendere lo sciopero della fame e della sete del leader radicale. Arrivata in clinica, dato che Pannella non era in grado di riceverla, ha lasciato una lettera di sostegno. A una settimana dall’inizio della protesta, contro le condizioni disumane dei detenuti, per l’amnistia e il ripristino della giustizia, le sua condizioni di salute sono difficili: 73 chili di peso, disidratazione, pericolo di vita.
E Pannella aveva lanciato un appello anche al presidente della repubblica, chiedendo a lui come ad altre personalità di farsi carico della sua battaglia. Napolitano, ieri durante il suo discorso alle alte cariche dello Stato al Quirinale, ha parlato proprio della situazione carceraria: «Sta per scadere il tempo utile per approvare il provvedimento» sulle carceri. «Ma con quale senso di umanità e civiltà ci si può sottrarre a un minimo sforzo per alleggerire la vergognosa realtà carceraria che marchia l'Italia?» ha concluso.
Intanto su Twitter si moltiplicano i messaggi di sostegno #iostoconmarco. Tra i tweet anche quello di Roberto Saviano, cui Pannella ha risposto: «A Robe' grazie ma io sto per il trittico indissolubile Amnistia, Diritto, Legalità per tutti e non per i carcerati. Abbiamo pochissime ore».
Mentre non lancia appelli Emma Bonino: «So che non servono a nulla. E non è di questo che lui vuole che noi parliamo. La sete di Marco è sete di giustizia e sete di legalità. Oggi la questione è capire se esistono personalità disposte a candidarsi per difendere legalità, giustizia lo stato di diritto e l’amnistia. E’ un appello drammatico che lanciano perché è questione di ore».
Solidarietà anche da Giancarlo Galan, mentre il sindaco di Napoli Luigi De Magistris invia con un tweet «un abbraccio forte a Marco Pannella». Tra i parlamentari Sandro Gozi twitta: «Siamo con te con le tue battaglie e con la tua generosità per cercare di salvare questo paese di brava gente«. Roberto Rao: »Abbiamo il dovere morale e politico di tirare fuori le carceri dall'illegalità in cui versano».

La Stampa 18.12.12
Le carceri scoppiano ma di piccoli delinquenti
Nei penitenziari il 41% dei detenuti in più della capienza, la maggioranza sconta pene fino ai 5 anni. Riusciranno governo e Parlamento a svuotare le celle?
di Francesco Grignetti


Tutti dentro Nelle carceri italiane sono detenute 66.363 persone. Molte sono stipate negli spazi riservati ad altro. La convivenza in spazi angusti aumenta la depressione e l’angoscia

Il foglietto è scivolato mestamente ieri sul tavolo del ministro della Giustizia, Paola Severino. Sono i numeri dell’emergenza carceraria. Aggiornati a domenica 16 dicembre. E dunque: presenti nelle carceri, 66.363 detenuti; di questi, 26.295 sono imputati in attesa di giudizio e 38.698 i condannati in via definitiva che scontano la pena. Il resto sono internati negli ospedali giudiziari. Numeri che vanno comparati con quella che è (sarebbe) la capienza regolamentare: 47.048 letti. Significa che ci sono quasi ventimila detenuti stipati in celle piccole o piccolissime, in letti a castello che spesso raggiungono il soffitto, impossibilitati a fare una decente ricreazione, esercitare qualche sport, o anche lavorare perché troppi e per di più molti spazi comuni sono occupati dai letti per «ospitare» gli arrivati dell’ultima ora.
È contro questa realtà allucinante che Marco Pannella sta portando avanti l’ennesimo sciopero della sete. Ma con questa stessa fotografia davanti agli occhi il ministro Severino sta tentando una rincorsa in extremis perché il Parlamento approvi in via definitiva un ddl, detto Pene alternative, in cui lei riponeva molte speranze per deflazionare le celle. Ha scritto nei giorni scorsi un’accorata lettera a Renato Schifani, in quanto il ddl è già stato approvato alla Camera e manca il suggello del Senato.
Con lei, a supportare il suo sforzo, è intervenuto una volta di più, ieri, il Capo dello Stato. Nel suo discorso, Giorgio Napolitano ha stigmatizzato che «importanti istanze di cambiamento e di riforma» rischiano di restare sulla carta. Ha esplicitato il suo rammarico che ci siano «opposizioni e ripensamenti tali da mettere in forse la legge già approvata alla Camera per l’introduzione di pene alternative alla detenzione in carcere». E non ha fatto mancare il suo monito, rivolto innanzitutto a quelle forze politiche come Lega Nord, Idv e parti del Pdl, che frenano: «Sta per scadere il tempo utile per approvarla al Senato. Ma con quale senso di responsabilità, di umanità e di civiltà costituzionale ci si può sottrarre a un serio, minimo sforzo per alleggerire la vergognosa realtà carceraria che marchia l’Italia? ».
Che le carceri siano una vergogna, nessuno lo nega. Il sovraffollamento produce effetti mostruosi. I suicidi, ad esempio. Crescono a dismisura: negli ultimi 5 anni, sono 306 i detenuti che si sono tolti la vita. E ogni anno gli agenti di Polizia Penitenziaria (ed anche i compagni di cella) salvano oltre 1000 detenuti da morte certa, quasi sempre per impiccagione.
Depressione, angoscia, senso di abbandono, claustrofobia. I motivi che spingono una persona a farla finita sono tanti. Ovvio che una quotidianità da reclusi, aggravata da un eccesso di coabitazione, influisce negativamente. Angoscianti i numeri anche dei suicidi tra gli agenti della polizia penitenziaria: sono già 10 quelli che si sono uccisi dall’inizio dell’anno.
«La frequenza dei suicidi in carcere è venti volte superiore rispetto alla norma. Tra gli agenti penitenziari è il triplo rispetto alle medie dei cittadini normali e risulta anche la più elevata tra tutte le forze di polizia»: sono i dati di un Osservatorio permanente sulle morti in carcere, a cui aderiscono i Radicali Italiani, le associazioni «Il Detenuto Ignoto», «Antigone», «Buon Diritto», le redazioni di «Radiocarcere» e di «Ristretti Orizzonti».
Il tentativo della Severino è disperato, però, perché i tempi sono strettissimi. Oggi la commissione Giustizia del Senato comincerà l’esame del ddl e il suo presidente, Filippo Berselli, pur con tutta la comprensione, ritiene «difficilissimo» che si possa portare un testo in Aula prima della pausa natalizia.
Dopo, poi, sarà del tutto inutile perché lo scioglimento del Parlamento è ormai dietro l’angolo.
Eppure la Severino ci prova. Ieri, sentite le parole del Capo dello Stato, è subito ripartita alla carica: «Non posso che sottolineare l’importanza di questo messaggio». Se approvata, la legge sarebbe una mezza rivoluzione, perché afferma il principio che il carcere è solo l’extrema ratio della pena e prima vengono la detenzione domiciliare e l’affidamento in prova.
Ma i Radicali non ci credono e chiedono l’amnistia tout court. Dice polemicamente Rita Bernardini: «Credo che al ministero della Giustizia servirebbe qualcuno che sappia far di conto. Il provvedimento sulle pene alternative riguarda lo 0,3% dei detenuti, 254 persone. Ma di che stiamo parlando? Se ci vogliamo prendere in giro... ».

La Stampa 18.12.12
Con i fucili la madre del killer si preparava alla fine del mondo
di Paolo Mastrolilli


Nancy accumulava cibo e munizioni in vista del «collasso della società Usa» Dobbiamo cambiare Non possiamo più accettare simili tragedie come se fossero un’abitudine Barack Obama Presidente degli Stati Uniti
Nancy Lanza, la madre del killer di Sandy Hook, era una «prepper», una paranoica che si preparava al collasso della società accumulando armi e cibo nella sua splendida casa. Adam, il figlio, era un ragazzino estremamente timido, cui nel 2007 i responsabili della Newtown High School avevano assegnato uno psicologo permanente perché sembrava così debole da essere esposto a qualunque tipo di abuso. Una probabile vittima, più che un aggressore.
Questi dettagli stanno riaprendo un dibattito fondamentale sulle cause delle stragi, riguardo le malattie mentali negli Usa. È un argomento delicato, dove è facile scivolare nei pregiudizi, ma va portato avanti insieme a quello sulle armi, la disgregazione sociale e famigliare, e la cultura violenta che domina l’America.
Adam era un mezzo genio, a 16 anni già frequentava i corsi universitari della Western Connecticut State University: massimo dei voti in Computer science e Storia, buoni in Macroeconomia, deboli in Tedesco, Etica e Filosofia. Nancy lo aveva tolto dal sistema scolastico pubblico per divergenze sul programma, e lo aveva fatto istruire a casa. Nei pochi mesi passati alla Newtown High School i colleghi lo chiamavano «ghost», fantasma. Camminava lungo i muri, stringendo il suo computer. A casa aveva due stanze: una per dormire, l’altra per coltivare le passioni digitali. Dicono che avesse la sindrome di Asperger, una condizione vicina all’autismo. Nancy sapeva che aveva bisogno di aiuto, ma per legare lo portava al poligono.
Gli esperti rimarcano che l’autismo non è legato alla violenza, e secondo uno studio pubblicato dal British Journal of Psychiatry tra il 1957 e il 1995 il numero di omicidi commessi da malati mentali è sceso del 3%. Dunque è sbagliato cedere al pregiudizio secondo cui i problemi psichici spingono all’aggressione.
Secondo Mental Health America, negli Usa 54 milioni di persone hanno problemi psichici: la maggioranza è innocua, ma spesso i soggetti pericolosi non ricevono l’aiuto necessario, perché la malattia mentale è ancora un tabù e le risorse pubbliche per curarla sono state ridotte. Basti pensare che nelle carceri americane ci sono 350 mila detenuti con problemi psichici, perché spesso la prigione ha finito per sostituire i manicomi chiusi. Invece bisognerebbe individuare e curare i soggetti a rischio prima, e magari evitare che una donna instabile come Nancy, con la sfortuna di un figlio instabile, possa comprare legalmente cinque armi fra cui un mitra da guerra.

l’Unità 18.12.12
La primavera araba non è per le donne
Intervista a Souhayr Belhassen
La presidente della Federazione internazionale per i diritti umani denuncia la politica di Ennhada sulle conquiste femminili
«Abbiamo combattuto Ben Ali. Non ci fermeremo ora»
di Anna Tito


«DA MILITANTE FEMMINISTA E PER I DIRITTI DI TUTTI LANCIO UN APPELLO PER COMBATTERE SENZA TREGUA CONTRO IL RITORNO INDIETRO»: Souhayr Belhassen è dal 2007 Presidente della Federazione Internazionale per i Diritti umani, (Fidh) con sede a Parigi. Nel 1993, rea di avere denunciato il «silenzio colpevole» del governo tunisino sulla repressione delle donne algerine, fu espulsa per cinque anni dal suo Paese. Su twitter ora la accusano di screditare l’immagine del Paese all’estero. «Sì, propongono di processarmi per alto tradimento, esattamente come sarebbe avvenuto sotto il regime di Ben Alì», spiega a l’Unità di ritorno dal Bahrein dove ha preso parte all’ennesima missione umanitaria.
Sulla recente vicenda della donna violentata dalle forze dell’ordine e imputata invece a sua volta di «attentato alla morale», tiene a sgombrare il campo dagli equivoci: «Escluderei quanto è accaduto una conseguenza diretta dell’ascesa al potere di Ennhada. Nondimeno questo episodio mi appare a dir poco scandaloso: non soltanto la violenza è stata commessa nei confronti di una donna, ma per giunta da parte di poliziotti, rappresentanti dell’autorità pubblica e la si è poi anche”criminalizzata”».
Con le istituzioni inevitabilmente scosse in seguito alla rivoluzione, polizia compresa, è tutto quindi rimasto come prima?
«Non direi. Assistiamo a una vera e propria esplosione della libertà di espressione, da cui sono conseguite elezioni democratiche, che hanno nel nostro caso portato al potere il Partito di Ennhada, che ci piaccia o meno. Ora le istituzioni sono in via di cambiamento, ed Ennhada sta tentando di fare piazza pulita delle acquisizioni “moderniste” del Paese: basti pensare al tentativo di introdurre nella Costituzione il reato di attentato al sacro e la complementarietà della donna in rapporto all’uomo. La nuova Tunisia deve inoltre affrontare la questione della sicurezza del Paese e delle persone, ed Ennadha non è stato in grado di far fronte all’attacco, avvenuto in settembre, all’ambasciata degli Stati Uniti a Tunisi: siamo tutti al corrente del contributo dato dagli Usa per l’ascesa al potere degli islamici, e l’attacco ci ha quindi sorpresi». La rivoluzione non ha dunque apportato alcun cambiamento nella condizione delle donne e dei diritti umani in generale?
«Per quanto concerne in particolare le donne, il partito di Ennhada è arrivato al potere sponsorizzando i principi islamici, con un progetto “regressivo” nei confronti delle donne. Per il resto, la rivoluzione ha apportato molto: l’approvazione della legge contro la tortura, il multipartitismo, l’indipendenza e la libertà della stampa e delle televisioni, tutti elementi irreversibili. I tunisini non hanno più paura, scioperano e manifestano, e in difesa della ragazza violentata sono scese in piazza duemila e più persone».
Contro l’articolo 28 della nuova Costituzione, sulla «complementarietà della donna rispetto all’uomo», la Federazione che lei presiede ha lanciato una battaglia per l’eguaglianza. il governo è stato costretto a fare un passo indietro.
«Abbiamo combattuto il regime di Ben Alì e non ci arrendiamo adesso: viviamo in una società diversificata, con le sue inevitabili forze regressive, in quanto non tutti hanno studiato o viaggiato in Occidente, né tantomeno conoscono davvero i diritti umani. Prendiamo atto che buona parte dei cittadini ha voluto Ennhada, che intanto sull’articolo 28 ha poi fatto un passo indietro. Però appare chiara l’intenzione di frenare l’emancipazione delle donne, in tutti i campi. Il leader El Ghannouchi all’Occidente ribadisce determinati principi, e quando si rivolge ai compatrioti afferma tutto il contrario. E a mio avviso la ragazza violentata viene accusata dalle autorità per far sì che tutte le donne se ne stiano a casa».
Condivide la sensazione che il governo sia fortemente condizionato dai salafiti, rappresentanti dell’ala più radicale dell’Islam?
«Certamente: i salatiti perpetrano violenze ovunque nel Paese, ed Ennhada non ha né la volontà, né la capacità, di proteggere i tunisini. I salafiti arrestati, anche i criminali veri e propri, vengono subito liberati. Adesso anche l’essere laici è diventato pericoloso. Il governo attuale ha vinto democraticamente le elezioni, ma non fa prova di oggettività e di neutralità, concedendo ai salatiti uno spazio sempre maggiore nella gestione dello Stato».

La Stampa 18.12.12
Tra Giappone e Cina riparte la guerra delle isole
Dopo il ritorno del falco Abe, Tokyo alza i toni sulle Senkaku
di Ilaria Maria Sala


Le elezioni giapponesi, conclusesi con una chiara vittoria del Partito Liberaldemocratico (Pld), il partito di centrodestra che ha governato per la maggior parte del dopoguerra, non hanno fatto nulla per diminuire le tensioni fra Pechino e Tokyo. Anzi: Abe Shinzo, che formerà il nuovo governo il 26 dicembre prossimo, ha fatto campagna proprio sottolineando che le isole Senkaku (che la Cina reclama chiamandole Diaoyu o Diaoyutai) appartengono al territorio giapponese in modo «non negoziabile», e promuovendo l’idea di un Giappone capace di tener testa a Pechino anche con il riarmo. Dopo mesi di aspre tensioni sulle isole contese, inevitabilmente le relazioni fra le prime due economie asiatiche sono state uno degli elementi centrali della campagna elettorale, e per quanto il fuoriuscente Partito Democratico proponesse una linea più morbida, l’elettorato giapponese sembra cominciare a propendere per una diplomazia più ferma nei confronti della Cina.
Pechino, per il momento, non ha si è sbilanciata troppo nel commentare la vittoria elettorale del Pld, «prendendone atto» e ribadendo che le isole «sono parte inalienabile del territorio cinese» e che «sta a Tokyo migliorare le relazioni fra i due Paesi», seguendo dunque la consueta linea diplomatica cinese. Hua Chunying, del Ministero degli Esteri, ha dichiarato che «la Cina spera che il Giappone voglia riflettere profondamente e affrontare nel modo adatto le attuali difficoltà». Mostrando dunque una certa attenzione a non infiammare ulteriormente il clima con uno dei suoi più importanti partner commerciali, che ha investito in modo massiccio in Cina per più di trent’anni.
Il web, invece, ha reagito in modo molto più aggressivo, e per il momento almeno i commenti anti-giapponesi degli utilizzatori internet cinesi non sono stati censurati né scoraggiati. Alcuni hanno criticato l’elezione di Abe, dichiarando che «porterà il Paese alla rovina» per la sua linea dura con la Cina, mentre molti hanno rilanciato la proposta di boicottare i beni di consumo giapponesi.
Le elezioni giapponesi, fra l’altro, si sono tenute solo tre giorni dopo l’anniversario dello «Stupro di Nanchino», ovvero il sanguinoso ingresso delle truppe giapponesi nella città di Nanchino il 13 dicembre 1937, nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Quest’anno, in vista della disputa territoriale e delle difficili relazioni diplomatiche, la propaganda nazionale ha voluto commemorare l’invasione giapponese e le atrocità commesse dalle truppe del Sol Levante con ancora più enfasi, come se non un giorno fosse trascorso, e come se la ripresa delle relazioni diplomatiche fra i due vicini asiatici, più di quarant’anni fa, non fosse altro che un gesto generoso da parte cinese. Anche su questo punto, grosse discrepanze fra Cina, Giappone, e la storiografia mondiale: Pechino insiste su 300,000 morti, il Giappone parla di qualche decina di migliaia, il consenso internazionale di circa 100,000.
Nelle ultime settimane, navi di entrambi i Paesi si sono affiancate nelle acque territoriali giapponesi, e la settimana scorsa si è passati invece allo spazio aereo, con incursioni di caccia cinesi bloccate da aerei di Tokyo.

Repubblica 18.12.12
“Le mie prigioni di Pussy Riot” Marja e l’assurdo lager di Putin
di Marja Aljokhina


Se ti addormenti mentre ti leggono il Regolamento la paghi. Se hai un bottone slacciato durante l’appello la paghi
Bisogna cucire 12 ore al giorno, non scrivere reclami, fare la spia, non fiatare mai, sopportare sempre
La vicenda delle Pussy Riot ha suscitato critiche a Putin in tutto il mondo

COLONIA PENALE N.28 BERËZ-NIKI REGIONE DI PERM’— Se ti addormenti mentre leggono il regolamento la paghi. Se hai la targhetta del nome mal cucita la paghi. Se durante l’appello hai un bottone slacciato la paghi. Non c’è un inizio, in questa storia. Anzi, non c’è nemmeno una storia. C’è qualcosa di assurdo che prende forma per tramite delle parole. Tra l’altro, dubito che qualcuno vorrà confermarle, le mie parole. In tanti le confuteranno, piuttosto. «Tutto regolare », vi diranno. Magari senza troppa convinzione, all’inizio; ma in un crescendo continuo di entusiasmo. Fino a sostenere, anzi, che va «tutto bene». Perché «alla colonia penale 28 va tutto bene», e ve lo diranno detenuti, personale e difensori dei diritti umani.
La 28 è la Colonia Penale (IK) femminile della regione di Perm’. Intorno solo fabbriche e tajga. Il fatto che — da ex militante ecologista — io sia finita in un carcere dove si respirano veleni ha dell’ironico. C’è solo grigio, intorno. Il colore di partenza può anche essere un altro, ma un tono di grigio c’è sempre. E ovunque: case, cibo, cielo, parole. È l’antidoto alla vita di un piccolo spazio chiuso.
Qui si arriva solo in tradotta. Nel mio caso, da Mosca, dopo tre carceri di transito (Kirov, Perm’ e Solikamsk) e tre viaggi tra vagoni senza finestre (gli «stolypin») e una lunga serie di camionette. Sull’ultima, quella che finalmente si avvicina al ferro alto della cancellata, siamo in diciannove. Diciannove «nuove»: nuove operaie tagliatrici, nuove cucitrici e ausiliarie.
Dall’ingresso alla stanza dove ci perquisiscono arriviamo a piedi, piegate sotto le nostre sacche. Io ne ho tre. Insieme fanno quasi il mio peso. Entriamo in un edificio cinto da un muretto: il carcere (e le celle) di isolamento punitivo. Lì ci spogliano e ci spediscono in quarantena con un camice a scacchi. Uguale per tutte. In quarantena comincia l’adattamento. O meglio, il callo inizia a formarsi. Si impara a saltare giù dal letto alle cinque e mezza del mattino e a correre in bagno (ma solo io mi ostino a chiamarla «bagno», quella stanza): tre lavandini e due water per quaranta detenute; e svelte, che alle sei, a gruppi di dieci, c’è da correre in cucina per la colazione. Prima, però (sempre che si ambisca a bere una tazza di tè), c’è da trovare il tempo per passare al deposito, là dove si conserva ogni cosa, cibo compreso. Anzi no: siccome non si può lasciare il pigiama sotto il cuscino, la tappa al deposito è obbligatoria. Dopo due settimane di acqua gelata non sento più le mani; potrei usare l’acqua calda, certo, ma c’è la fila e c’è da correre anche lì. E ho già da correre per altri sei mesi. Però ci sto facendo il callo. Ce lo stiamo facendo tutte quante, anzi, in questo nostro «albergo regolamentato». Con regole — il Regolamento interno — che vanno studiate a memoria. Non scherzo. Non crediate che basti una volta. Ce le ripetono (leggendocele) ogni giorno, e ogni giorno noi le ascoltiamo. La stanza dove questo accade si chiama «Regolamento interno» anche lei, e sullo stipite della porta c’è proprio una targhetta che lo dice: Stanza Regolamento Interno. E nella Stanza del Regolamento si va ogni giorno a sentire il Regolamento. Assurdo? Neanche un po’. Per non addormentarmi (c’è una telecamera che ti controlla, in un angolo), vado a spalare la neve in cortile. Ogni baracca ne ha uno (non è un cortile, in realtà, ma un quadrato di terra cinto da filo spinato).
C’è da inventarsene più d’una, per non addormentarsi: lego le sigarette con un filo (niente pacchetti: alla prima perquisizione svuotano il contenuto in un grosso sacco e buttano via il pacchetto), tolgo e rimetto i fiammiferi dentro la scatola, cucio e ricucio la targhetta col nome sulla divisa, censisco pulci e pidocchi. Tutto per non addormentarmi. Perché se ti addormenti mentre leggono il regolamento la paghi. Se hai la targhetta del nome mal cucita la paghi. Se durante l’appello hai un bottone slacciato la paghi.
C’è un sistema, qua dentro, di «elevatori sociali». È una serie di criteri che se osservati o ignorati permettono alla commissione che concede la libertà sulla parola di capire se il detenuto si è redento o meno. E ci leggono ogni giorno pure quello. Non infrangere il regolamento, lavora, presenzia a ogni sorta di iniziative, vai regolarmente in biblioteca, dallo psicologo e a pregare (eppure il nostro è uno Stato laico, non ce lo ripetono in continuazione?). Ostenta le tue relazioni sociali e mantieni i contatti con i familiari.
Il detenuto compie ogni singola azione per un segno di spunta nella lista della «parola». E non per una crescita individuale. Nella mia ultima seduta, la psicologa ha paragonato questo processo alle tappe di una carriera professionale, chiamandosi in causa in prima persona: «Funziona così anche per noi militari», mi ha detto. È una verità amara: mezza Russia vive come chi ha una condanna da scontare. Non serve gente di carattere. Serve gente dal callo facile. «Tanto non cambia mai niente», ci troviamo a commentare, all’unisono, io e un’altra detenuta. Perché noi non serviamo a nessuno — la mia deduzione esce da sola, in un sussurro. E in quell’istante preciso, a notte fonda, in un cambio di turno in fabbrica, per un attimo mi sento — orribilmente — tutt’uno con una persona che è rinchiusa da più di vent’anni; tutt’uno nell’inutilità, tutt’uno nell’essere un aborto di quanto c’è di oggettivo. Della «società», del potere. E figlia di quel mondo morto che, paradossalmente, si riproduce in chi abita la colonia penale. Non ci vuole molto, per uscire sulla parola. Basta cucire dodici ore al giorno per un migliaio di rubli al mese, basta non scrivere reclami, incastrare qualcuno, fare la spia, non fiatare mai e sopportare sempre.

l’Unità 18.12.12
Gramsci, spy story
Luciano Canfora continua la sua inchiesta relativa agli oscuri intrecci degli anni 20 e 30
Lo storico si muove come un detective verso nuove interrogazioni delle fonti senza paura di spostare le proprie stesse conclusioni
di Giulio Ferroni


A POCHI MESI DI DISTANZA DA «GRAMSCI IN CARCERE E IL FASCISMO», USCITO DA SALERNO NEL MESE DI APRILE, LUCIANO CANFORA CONTINUA L’INCHIESTA GRAMSCIANA NEL NUOVO «SPIE, URSS, ANTIFASCISMO. GRAMSCI 1926-1937» (SALERNO EDITRICE, PP.350, EURO 15,00), in un anno che in questo ambito ha visto apparire una serie di libri di rilievo (da I due carceri di Gramsci di Franco Lo Piparo a Vita e pensieri di Antonio Gramsci di Giuseppe Vacca alla nuova edizione di Il moderno principe di Carmine Donzelli): segno non solo della vitalità dell’opera di Gramsci, ma del rilievo che per noi assume un momento storico che, quanto più è lontano, tanto più chiede di essere chiarito nella sua contraddittoria complessità, ora che sono spariti tutti i testimoni diretti e che dovremmo essere lontani da quella «storia sacra» (così la chiama Canfora), che in passato ha portato spesso a occultare documenti, a dare versioni distorte, eterogenee, strumentali dei fatti. Quello degli anni 20 e 30 fu un orizzonte di terribile durezza, in una lotta senza esclusione di colpi e insieme in un oscuro intreccio di prospettive, in un convivere e sovrapporsi di posizioni opposte che solo a posteriori possiamo credere di distinguere con nettezza, fissare in territori completamente separati, ma che nella realtà di allora davano luogo a molteplici interferenze, in cui venivano anche ad inserirsi i servizi segreti, con le più varie forme di infiltrazione, spionaggio, doppio gioco.
Tutta la vicenda della prigionia di Gramsci, con l’eccezionale esito del suo pensiero e con lo stesso sviluppo dei Quaderni del carcere, si inscrive entro questo terribile orizzonte. Gli eventi che condussero al suo arresto e le scelte di quanti furono in rapporto con lui ci sono noti attraverso tutta una serie di tracce e testimonianze spesso in netto contrasto tra loro. Con il suo habitus di filologo e di storico dell’antichità Canfora muove da un libro all’altro verso nuove interrogazioni delle fonti senza paura di spostare le proprie stesse ipotesi e conclusioni, con una cura della «verità» che prescinde da ogni concessione a quella «storia sacra» che spesso ha ricostruito in modi semplicistici la vicenda dei rapporti tra il fondatore del PCdI, i dirigenti del partito clandestini e in esilio e l’intero universo politico contemporaneo (fascismo, antifascismo, Russia sovietica).
Qui si parte da due essenziali premesse di metodo, che riguardano da una parte il carattere imprevedibile e contraddittorio degli sviluppi storici, che tra l’altro ha condotto tanti protagonisti a mutare orizzonte e a riaggiustare il proprio profilo nel passaggio dal trionfo del fascismo alla sua caduta (sono quelle che Canfora chiama «le astuzie di Clio»); dall’altra il carattere inevitabilmente deformante della memoria con cui i singoli tornano sugli eventi vissuti, che impone una certa diffidenza nei confronti della storia orale, piena di «trappole» per lo storico, che deve analizzarla come un vero detective.
Sulla base di queste premesse Canfora approfondisce tre questioni essenziali. La prima è quella dell’arresto, avvenuto l’8 novembre 1926 a Roma, nell’abitazione di via Morgagni, dopo che Gramsci era precipitosamente tornato da un viaggio a Milano (da cui avrebbe dovuto recarsi ad una riunione segreta del Cc del PCdI in Liguria) e dopo il fallimento dei confusi propositi di metterlo in salvo con una fuga in Svizzera. Si confrontano le testimonianze più diverse rivelandone il plateale contrasto e chiamando in causa una serie di oscuri nessi tra giustificazioni, scarico di responsabilità, ambigue intenzioni, in alcuni casi addirittura micidiali connivenze (e per verificare i tempi reali del viaggio ha modo anche di servirsi degli orari ferroviari di quell’anno). Ne risulta che il mancato salvataggio di Gramsci sarebbe passato per la mani di Ignazio Silone e soprattutto di un certo «Ugo», identificato in Carlo Codevilla (con altri sospetti e punti oscuri che è difficile districare). Seconda questione è quella, già ampiamente trattata nel libro precedente, della «strana lettera» spedita a Gramsci da Ruggiero Grieco con data 10 febbraio 1928 e mostrata a lui dal giudice Macis come particolarmente compromettente per la sua posizione processuale, vero e proprio strumento di «fuoco amico»: lettera che Gramsci continuò a sentire come una provocazione, la ragione prima del prolungarsi della sua prigionia. Attraverso un’analisi di documenti e testimonianze che non possiamo qui ripercorrere, si affacciano nuove ipotesi prospettano anche scenari inquietanti, fino alla possibilità di un’interferenza dell’ambiente dell’Ovra, la polizia politica fascista. La terza questione riguarda la riflessione di Gramsci sul fascismo, che nei Quaderni si svolge dalla coscienza della sconfitta subita e da una motivazione delle ragioni della vittoria del fascismo, datasi del resto entro una serie di interferenze ideologiche, in una situazione in cui fascismo e comunismo si erano poste come «rivoluzioni concorrenti»: la lucidità politica del Gramsci prigioniero lo portò a prospettare linee di futuro sviluppo che tenessero conto delle ragioni della presa del fascismo (anche con una parziale considerazione positiva del corporativismo), per lo svolgimento di una politica «nazionale», che Togliatti seppe poi far propria nel dopoguerra.
Se è vero che i dati molteplici messi in campo da questo libro andranno discussi con una più diretta attenzione ai particolari, qui si può comunque rilevare che esso, nel mostrare il carattere eccezionale dell’esperienza di Gramsci, ci fa capire in modo esemplare come la tensione assoluta di scrittura e di pensiero dei Quaderni del carcere si sia svolta proprio a partire dall’oscuro groviglio di quegli «anni sgradevoli», si sia come districata dagli intrecci oscuri, dalle inquietanti e sotterranee manovre di coloro che operavano «fuori»: ed è chiaro che non si potrà capire fino in fondo l’eccezionale statura dei Quaderni se non si terrà conto di questo groviglio e delle tracce che esso ha lasciato sulla loro prima ricezione. Ma se quella prima ricezione (la pubblicazione dei Quaderni da parte di Togliatti nei primi anni del dopoguerra) ebbe luogo al prezzo di vari tagli e censure (qui documentate in una serie di utilissime tavole curate da Claudio Schiano, Elisabetta Grisanzio e Angela Lacignitola), Canfora ci invita comunque a riconoscere il merito dello stesso Togliatti per il suo aver saputo, con «salutare prudenza», mettere in salvo l’eredità «letteraria» di Gramsci «in quegli anni micidiali».

Corriere 18.12.12
Perché il divenire è un eterno errore
di Emanuele Severino


«Secondo un principio consolidato della metafisica classica, il divenire richiede una condizione che lo trascende» — scrive Biagio de Giovanni nel suo studio, importante e suggestivo, dedicato a Hegel e Spinoza. Dialogo sul moderno (Guida, pp. 267, 17). Tale principio domina effettivamente sia l'«antico», sia il «moderno»; non però, aggiungo, il pensiero del nostro tempo, per il quale il divenire non richiede altro che se stesso. Il mondo — il finito — non ha bisogno di Dio.
Che Dio sia la condizione del divenire significa che Dio salva il finito. La tesi di de Giovanni è appunto che l'intento di fondo di Spinoza e di Hegel è di salvare il finito. Ed egli, questo intento, lo fa proprio, ma dandogli un timbro nuovo, che insieme, a suo avviso, rende esplicito quanto nei due pensatori rimane invece velato. Semplificando il discorso molto complesso di de Giovanni si può dire che, per lui, il mondo è salvato solo da Dio, ma che il rapporto tra Dio e Mondo produce un radicale spaesamento del pensiero, che non riesce e non può riuscire a sciogliere i problemi prodotti dalla coabitazione di quei due termini. Le difficoltà e le contraddizioni a cui va incontro il rapporto finito-infinito in Hegel e Spinoza non sono quindi imputabili alla limitatezza del loro pensiero, ma sono insuperabili. De Giovanni non presuppone arbitrariamente l'esistenza dell'infinito, non ne progetta nemmeno la fondazione, né la richiede a Spinoza e a Hegel, dove, a suo avviso, Dio è il luogo dove i problemi e le contraddizioni maggiormente si addensano. L'esistenza del Dio è il contenuto di una «fede», è un «paradosso» che però avvolge ogni uomo, «la stessa vita umana».
Sennonché la fede in Dio, dicevo all'inizio, è spinta al tramonto da ciò che chiamo l'«essenza della filosofia del nostro tempo», dove il Tutto resta identificato alla totalità del visibile-finito-diveniente. De Giovanni vede l'unità sottostante all'«antico» e al «moderno» (e si tratta di millenni), ma non intende allargarla, e anzi prende le distanze dalla fede originaria, indicata nei miei scritti, che invece unisce l'intera storia dell'uomo e quindi sta al fondamento sia dell'accettazione sia del rifiuto di Dio. Mi riferisco all'onnipresente fede originaria nel diventar altro delle cose.
Per de Giovanni i miei scritti concepirebbero «il pensiero dell'Occidente come preso in un unico solenne errore, che è un estremo, iperlogico (e a suo modo, certo, geniale) invito a escludere il significato delle differenze», alle quali, peraltro, non si può rinunciare (p. 117). Credo che egli si riferisca qui alle «differenze» intese come differenti modi di errare. Ma nemmeno i miei scritti sono disposti a rinunciare a tali differenze. Solo che esse hanno questo di identico, di essere errori. E avere in comune l'esser errori non cancella i differenti modi dell'errare — come, per i colori, avere in comune l'esser colori non è una monocromia, non cancella il loro differire l'uno dall'altro. La vita umana è il luogo in cui si manifesta ciò che vi è di identico in ogni errore: il suo essersi separato dalla verità, presentandosi come quella fede nel diventar altro delle cose, che, anche nelle sue forme più «innocenti» nuoce, perché esso è lo squartamento dove le cose si strappano da sé stesse, ossia è la radice di ogni violenza. L'Errore è insieme l'Orrore — vado dicendo.
De Giovanni mi rivolge un elogio che mi piacerebbe meritare e di cui lo ringrazio («Sono convinto che la profondità speculativa di Severino sia assai alta e pressoché unica oggi in Europa»), ma aggiunge che «la pedagogia che nasce da questa profondità è muta, perché riduce la dialettica interna alla storia della metafisica alla monocroma ripetizione dell'errore». Chiedo a de Giovanni di indicarmi, per uscire dalla supposta monocromia, da un lato un solo punto, nella storia dell'uomo, dove non si creda nell'esistenza della trasformazione delle cose — almeno di quelle mondane, e dall'altro lato un solo errore che non presupponga questa fede. Poi, se vorrà, potremo discutere il punto decisivo, ossia i motivi per i quali affermo che tale fede, nonostante la sua apparente plausibilità ed «evidenza» è l'Errore più profondo a cui l'uomo è stato destinato (ma dal quale l'Inconscio più profondo dell'uomo è già da sempre libero).

Repubblica 18.12.12
Psiche
Manuale dei disturbi mentali nuova edizione, mille critiche
Il DSM-V, “bibbia” della diagnostica a cura degli psichiatri americani,
I casi del lutto e dello spettro autistico. Le repliche
Frutto della discussione aperta da centinaia di esperti nel mondo, è la novità del prossimo anno
di Francesco Cro


DSM-V Tre sezioni, contributi di 1500 esperti. Ora si integra con l’ICD-11, classificazione dell’Oms

È ufficiale: l’American Psychiatric Association ha approvato la versione finale della quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali: il DSM-5 (pubblicazione prevista per la primavera 2013), a 13 anni di distanza dall’ultima revisione del testo. La sua stesura definitiva è stata preceduta da un acceso dibattito e da un confronto, talvolta aspro, della task force di esperti incaricata della sua redazione con la comunità psichiatrica internazionale su diverse questioni. Non sono mancate le voci critiche, che hanno richiamato l’attenzione sul rischio di espandere troppo il campo di intervento della psichiatria, “patologizzando” e rendendo candidati a un trattamento farmacologico gli aspetti dell’esistenza umana che si discostano da una ideale “normalità” comportamentale, affettiva e cognitiva: per esempio il lutto, fino alla scorsa edizione del manuale considerato una condizione che non poteva essere diagnosticata come depressiva. Così Mario Maj, professore di psichiatria presso l’Università di Napoli Sun e presidente della World Psychiatric Association, che fa riferimento a uno studio di Kenneth Kendler, (Virginia Commonwealth university) il quale ha confrontato i sintomi depressivi di un gruppo di persone colpite da un lutto recente con quelli di un campione di pazienti affetti da depressione legata ad altri fattori stressanti. Nonostante il fatto che questa ricerca venga abitualmente citata per sostenere l’assenza di differenze significative tra la depressione da lutto e le altre forme depressive, Maj nota che nel primo gruppo sono meno frequenti i tratti nevrotici, i sensi di colpa e, soprattutto, la richiesta di un trattamento psichiatrico.
Un altro controverso cambiamento introdotto dal DSM-5 riguarderà il mondo dell’autismo: le quattro diagnosi (autismo propriamente detto, sindrome di Asperger, disturbo disintegrativo dell’infanzia e disturbo pervasivo dello sviluppo non specificato) verranno riunite nell’unica categoria di “disturbi dello spettro autistico”. I critici di tale impostazione ritengono che tale modifica impedirà il corretto riconoscimento di una sindrome autistica in tanti pazienti: uno studio su oltre 2700 bambini a rischio, coordinato da John Matson (Louisiana State University), ha evidenziato che quasi il 48% di quelli che soddisfacevano i criteri diagnostici attuali per una sindrome autistica non sarebbero rientrati nella nuova categorizzazione. Il presidente dell’American Psychiatric Association, Dilip Jeste (università della California), ha risposto alle critiche ribadendo che l’intento delle centinaia di esperti è stato quello di fornire alla comunità psichiatrica internazionale un linguaggio comune sui disturbi mentali basato sull’evidenza scientifica.
* Psichiatra, Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura, Viterbo

Repubblica 18.12.12
L’istituzione analitica volta pagina con la presidenza di Nino Ferro

“Basta con i dogmi: è ora di aprirsi all’esterno, di dialogare con gli altri”
Una nuova anima

“La psicoanalisi italiana non può fermarsi a Freud servono idee diverse altrimenti diventa un culto”
di Luciana Sica


«L’epoca d’oro della psicoanalisi italiana è ormai alle spalle? Ma che idea assolutamente demenziale. Quella lì era una psicoanalisi isolata, con una sua riconoscibilità esclusivamente interna, altrove non sapevano neppure che esistesse... Una ventina d’anni fa avrei voluto che il mio primo libro uscisse anche in inglese, ma fu rifiutato sempre con lo stesso argomento: bel lavoro il suo, peccato sia scritto da un italiano, non lo comprerebbe nessuno... Tanto che dissi: allora firmatelo Iron!».
Iron come Ferro. Come Nino Ferro, il nuovo presidente della Società psicoanalitica italiana, sessantacinque anni, palermitano trapiantato a Pavia, autore di libri tradotti in più di dieci lingue (un suo nuovo saggio su Le viscere della mente uscirà il prossimo anno da Cortina). È un analista conosciuto ovunque: l’americano Thomas Ogden – tra le teste più brillanti della psicoanalisi mondiale – avrà anche esagerato, ma è lui a considerare Nino Ferro «il migliore teorico e clinico psicoanalitico che attualmente scrive». Il neopresidente, più incline all’understatement, sembra però determinato a far voltare pagina alla psicoanalisi di casa nostra. Con due parole chiave – “pluralismo” e “internazionalizzazione” – e la consapevolezza che potrà giocare di sponda con Stefano Bolognini, alla guida dell’International Psychoanalytical Association, primo italiano al vertice dell’istituzione fondata da Freud nel 1910.
Lei vuole “sprovincializzare” la Società psicoanalitica italiana... Non sarà un’impresa facilissima, perché si direbbe un’organizzazione chiusa, che pretende di accreditarsi da sola, un po’ compiaciuta di sé. Come pensa di renderla più aperta, più dialogante?
«Alcuni segnali di cambiamento sono importanti da subito per uscire da un isolamento antistorico che a volte ci fa ancora ragionare in termini localistici. Come presidente di tutti, garantirò che ogni modello riconosciuto sia considerato legittimo e con pari dignità. Nessun pensiero sarà minoritario, ma nessuno – in nome dell’ortodossia freudiana – potrà più permettersi di scagliare anatemi del tipo “questa non è psicoanalisi”».
Da chi vengono le scomuniche e a chi sono dirette?
«Vengono da chi ama marcare a ogni riga e a ogni frase il senso dell’appartenenza, senza sentire il bisogno di una qualche originalità. In genere gli anatemi vengono scaraventati contro gli “altri”, quelli che si preferisce non studiare ma demonizzare».
Fa almeno un esempio del cambiamento che ha in mente?
«Mettiamo la nostra Rivista di psicoanalisi, diretta da Giuseppe Civitarese. Andrà aperta a maggiori contatti e scambi internazionali, compresa la psicoanalisi americana che potremo anche criticare, ma a patto di conoscerla bene, senza i soliti arroccamenti sul già noto».
Cosa dicono o fanno di così scabroso gli analisti americani?
«Si mettono in gioco nel rapporto analitico senza escludere neppure l’“auto-rivelamento”: possono anche raccontare qualcosa di sé, seppure in un legame stretto con quanto va dicendo il paziente. La loro è un’impostazione teorica e clinica fortemente “relazionale”».
Un peccato mortale per un analista classico?
«Un tabù che forse vale la pena d’infrangere. Del resto, se oggi Freud vedesse analizzare i pazienti come nei primi decenni del Novecento avrebbe una crisi di disperazione. Non era una scienza infertile che voleva, ma una scienza capace di svilupparsi, di trasformarsi, di volare...».
Non pensa che alcuni voli possano risultare azzardati?
«Penso che ognuno ha il diritto di approfondire il suo modello in modo libero e creativo, senza eclettismi, senza fare pastrocchi, ma anche senza ignorare tutto il resto. Soprattutto nel training – nella formazione degli allievi che costituisce per serietà e impegno il nostro marchio di fabbrica – non basterà più lo studio pur fondamentale dei classici, ma dovrà esserci una forte presenza della psicoanalisi contemporanea».
Sembrerebbe del tutto ovvio. Ma forse c’è un altro problema: non le risulta che gli analisti italiani difettano nella padronanza dell’inglese?
«E questo è davvero tragico, perché così non ci si può muovere nel mondo scientifico. Lo studio dell’inglese andrà inserito obbligatoriamente negli anni della formazione dei nostri analisti: lo considero un punto centrale del mio programma».
Il suo competitor nella corsa alla presidenza, Alberto Semi, ha accusato l’establishment della vostra istituzione di accentrare ogni decisione senza favorire la partecipazione e il talento creativo dei soci... Avrà qualche ragione?
«Non è certo la creatività che manca alla psicoanalisi italiana. Il problema è che finora non abbiamo avuto a disposizione dei canali agili per farla conoscere all’estero. Bisogna che ci siano. E comunque senza più dogmatismi: se una cosa non l’ha detta Freud, può andar bene lo stesso».
Ma c’è psicoanalisi senza Freud? O meglio: c’è una continuità o una rottura tra Freud e “le” psicoanalisi contemporanee?
«Mi verrebbe da dire: c’è microbiologia senza Pasteur? Certamente sì, grazie anche a Pasteur! Il punto è che bisogna avere il coraggio di proporre nuove idee anziché celebrare le vecchie. Non guarderei ai fasti del passato, ma al brillante futuro che la psicoanalisi saprà dare a se stessa con la ricerca e l’impegno nella cura delle nuove patologie. Fermarsi a Freud significherebbe trasformare una disciplina basata sull’esperienza in un credo religioso».
Secondo Semi, si rischia di perdere di vista nientemeno che l’inconscio... Lei ne difende o no la centralità?
«Ma assolutamente sì. Non a caso, l’anno scorso, ero tra i cinque analisti a organizzare l’appuntamento internazionale a Città del Messico, e ho insistito moltissimo per quel titolo sui tre pilastri della psicoanalisi: “Sessualità, Sogni e Inconscio”... Ma mi è sembrato che al congresso Semi non ci fosse».
Che ci fosse o meno, non importa. Piuttosto qual è la sua idea dell’inconscio? E quanto conterà ancora il passato del paziente?
«Seguendo il modello di Bion, penso che l’inconscio venga formato e trasformato nella relazione analitica, nell’incontro singolare tra due menti che costituiscono una nuova entità e danno vita a scenari nuovi e imprevedibili. Certo che il passato conta, ma forse il problema riguarda quelle storie che non ci è stato dato di vivere o – come direbbe Ogden – di sognare».
Lei ha un’aria conciliante, ma da voi i conflitti a tratti sono feroci...
Non è deludente tra gente che fa il vostro mestiere?
«Gli analisti esistono soltanto nel rapporto col paziente. Nella vita sono uomini e donne come tutti gli altri, né migliori né peggiori».
Ma la Società psicoanalitica non ha proposto l’immagine di un cenacolo di anime belle?
«Anime belle, noi? Via, le cattiverie e le generosità sono assolutamente identiche in ogni ambiente professionale. Anzi, da noi forse è un poco peggio, visto che se siamo dei bravi analisti siamo tenuti a contenere tutto il giorno le angosce dei pazienti. E quindi poi magari dobbiamo anche sfogarci un po’...».