l’Unità 17.12.12
Liste Pd, solo 50 senza primarie
Oggi la direzione fisserà regole e criteri delle consultazioni del 29 e 30 dicembre per la scelta dei parlamentari
Si terranno su base provinciale con due preferenze, una per genere
Le deroghe saranno chieste da una decina di parlamentari sui 24 potenzialmente interessati
di Simone Collini
ROMA La Direzione del Pd affronta il problema delle liste. Oggi si dovranno approvare le regole per le primarie dei parlamentari e votare le deroghe per chi è in Parlamento da più di 15 anni. In discussione anche una lista di nomi (si parla di 50) che saranno in lista senza passare dalle primarie.
Dovranno approvare le regole per le primarie dei parlamentari, dovranno votare le deroghe per chi ha già trascorso più di 15 anni alla Camera o al Senato, dovranno anche discutere la strategia di una campagna elettorale che nonostante i sondaggi favorevoli di queste ore non sarà comunque priva di insidie. E allora si spiega perché ai membri della direzione del Pd, convocata per questo pomeriggio, è stato consigliato di procurarsi una sistemazione a Roma per la notte.
Oggi Pier Luigi Bersani aprirà la riunione rivendicando il successo delle primarie del centrosinistra e la decisione di scegliere anche i candidati parlamentari con questo strumento, sottolineando la necessità di far fronte a tutti i populismi oggi in campo ribadendo che quale che sia l’esito del voto, dopo le elezioni il Pd proporrà un patto di legislatura alle forze moderate. Ma la direzione Pd di oggi, che visti i temi da affrontare dovrebbe concludersi soltanto domani, sarà soprattutto dedicata alle regole per la sfida ai gazebo del 29 e 30.
Un incontro preparatorio tra segreteria e segretari regionali è stato fissato per stamattina. La discussione partirà da un testo che prevede primarie da svolgersi su base provinciale, la possibilità di esprimere due preferenze, una per genere, e un’ulteriore norma per favorire l’elezione delle donne (non sarà cioè soltanto il numero dei voti incassati a contare, ma si terrà conto anche della posizione occupata nell’elenco di genere). Nel testo di partenza è prevista anche l’incompatibilità per i consiglieri regionali, provinciali e comunali in carica, salvo eccezioni condivise dal nazionale e dalle federazioni locali, e viene fissato a non oltre il doppio dei probabili eletti il numero dei possibili candidati. C’è anche una norma per cui non ci si può candidare nell’arco dello stesso anno a più tipi di primarie (non potrà cioè correre per il Parlamento chi aspiri per esempio a fare il sindaco). Potranno votare tutti quelli che si sono iscritti all’Albo degli elettori alle primarie del centrosinistra e che dichiareranno di essere sostenitori del Pd più tutti gli iscritti al partito.
È prevista inoltre una quota ristretta di candidati parlamentari che non dovrà passare attraverso la sfida ai gazebo. Si tratta di una quota nazionale che dovrebbe garantire nei gruppi Pd del prossimo Parlamento la presenza di precise competenze, un’adeguata apertura alla società civile, una quota di almeno il 40% di elette. Si sta ragionando su una cinquantina di nomi, da candidare nella parte alta delle liste nei 27 collegi della Camera e nei 20 collegi del Senato. Ma un’altra trentina di nomi potrebbe aggiungersi, anche se posizionati in posti di non sicura elezione, in considerazione del fatto che il Porcellum assegna il 55% dei seggi della Camera alla coalizione che arriva prima, e che quindi in base ai calcoli che si stanno facendo in queste ore il Pd potrebbe avere nella prossima legislatura 300 deputati.
Più che il numero, la discussione oggi però potrebbe accendersi su chi potrà prendere posto in questa lista esonerata dalle primarie, visto che c’è chi chiede di inserirvi chi oggi ricopre incarichi nel partito (oltre al segretario, la presidente, il vicesegretario, i capigruppo) e chi invece vuole che sia composta soltanto da personalità della società civile.
Ma la direzione dovrà anche affrontare il capitolo deroghe. Nello statuto del Pd è scritto che non si può ricandidare in Parlamento chi ha già ricoperto la carica di deputato o senatore «per la durata di tre mandati». Considerato che una legislatura, quella del secondo governo Prodi, è durata soltanto due anni, questa norma è stata trasformata in una precedente direzione nel limite dei 15 anni. Sono 24 i deputati e senatori interessati. Di questi, saranno una decina a chiedere la deroga al regolamento. Per ottenerla serve il voto favorevole della maggioranza assoluta dei membri della direzione (quindi 120 sì). Per evitare lacerazioni, in queste ore si sta tentando di arrivare a un accordo politico per dare il via libera in blocco a una decina di deroghe, senza sottoporre ciascun nome a una votazione. Il confronto andrà avanti fino all’apertura della direzione, ma intanto si sta ragionando su un documento da mettere ai voti che evidenzi il «contributo fondamentale» (come dice lo statuto) di chi chiederà la deroga.
Corriere 17.12.12
Deroghe e listino bloccato, il Pd decide
Riunione sulle regole delle primarie. «Il partito deve selezionare i nomi»
di D. Gor.
ROMA — Si lavora fino all'ultimo secondo utile, nel Pd, per definire le regole per presentarsi (o ri-presentarsi) alle prossime politiche. Le primarie per la scelta dei candidati sono state indette per il 29 e 30 dicembre e i tempi sono serratissimi. Oggi si riunisce la Direzione del partito e proprio in quella sede verranno deliberati criteri e modalità; ma non è facile conciliare le richieste delle diverse aree pd (non si sa ancora neppure se Matteo Renzi vorrà partecipare all'incontro) riuscendo a sfuggire a veti incrociati, rischi di cecchinaggio, accuse di verticismo: per questo la riunione, convocata per questa sera alle 18, potrebbe dover proseguire anche domani.
Ieri chi lavora alla tessitura dell'accordo aveva ben poca voglia di previsioni. Comunque sono tre i punti cruciali al centro della discussione e ancora irrisolti: le deroghe, l'eventuale listino bloccato di prescelti da Bersani e la selezione degli altri candidati.
Lo statuto del partito prevede già che chi ha superato i 15 anni di legislatura non possa tornare in Parlamento salvo deroga. Per ottenerla, bisogna richiederla alla direzione che risponde con un voto che di solito è palese, ma che può trasformarsi in segreto se un numero di membri lo chiede. Diversi parlamentari (una quarantina i potenziali) stanno rinunciando a sottoporsi a questa procedura, mentre Rosy Bindi e Beppe Fioroni intendono farlo, così come probabilmente faranno Franco Marini e Gian Claudio Bressa. Viene invece data per già acquisita la ricandidatura in qualche modo d'ufficio dei capigruppo uscenti di Camera e Senato Dario Franceschini e Anna Finocchiaro.
Non pochi invece vorrebbero che tutta la dirigenza si sottoponesse alle primarie, contestando anche il possibile listino bloccato di fedelissimi scelti dal segretario: e non importa se cento nomi, come si diceva in un primo momento, oppure una cinquantina, come si faceva capire ieri.
Restano poi le incognite sui principi per l'individuazione dei candidati alle primarie. Servirà una raccolta di firme? E, se sì, quante? Il candidato dovrà in ogni caso superare l'approvazione della direzione provinciale del Pd? «Una selezione del partito è indispensabile — spiega il bersaniano Roberto Cuillo — non fosse altro per evitare ripetizioni, per vagliare eventuali problemi legali...»; mentre il renziano Roberto Reggi afferma: «Per capire se si tratterà di primarie davvero aperte, aspettiamo pazientemente le nuove regole che il gruppo dirigente sta elaborando».
Dal punto di vista tecnico, dovrebbero avere diritto di voto tutti gli iscritti al Pd e chi ha partecipato alla consultazione del 25 novembre per la scelta del candidato presidente del Consiglio del centrosinistra. Gli elettori potranno dare due preferenze, purché un uomo e una donna. Si voterà nello stesso luogo sia per i candidati del Pd che per quelli di Sel, sottoscrivendo un appello per l'uno o per l'altro partito e versando una cifra (forse di nuovo due euro). Per quanto riguarda l'affluenza, nessuno fa pronostici: ci saranno meno seggi di novembre, il meteo potrà incidere, sarà la fine dell'anno...
l’Unità 17.12.12
La nuova guerra delle oligarchie
La crisi italiana è riconducibile all’egemonia del blocco immobilista che non ha saputo gestire l’innovazione
di Michele Prospero
NELLE CRISI, SPIEGAVA GRAMSCI, LE OLIGARCHIE DEL DENARO SI SCAGLIANO CONTRO le élite della politica e rivendicano il potere. Come vent’anni fa. Allora l’assalto fu condotto con una coalizione che usava il dialetto periferico dell’asse del Nord, ora nella scalata al governo si parla il linguaggio cosmopolitico dell’alta finanza. La crisi italiana non può però trovare rimedio nelle nuove alchimie trasformistiche dei poteri forti. La pretesa di arrestare il declino con cartelli confusi, a sostegno di un capo che invoca lo scettro per grazia ricevuta, ha un che di tragico.
Significa non aver compreso nulla della dinamica storica che ha accompagnato la seconda Repubblica verso la catastrofe. Negli anni ’90, l’Italia ha vissuto uno sconvolgimento radicale nelle sue classi dirigenti, nel modello economico-sociale, nelle mentalità.
Fu una vera «crisi di egemonia», con il fallimento delle classi dirigenti nel mantenere la rappresentanza degli interessi sociali di riferimento e nel preservare una cornice unitaria alla disordinata rivendicazione dei territori. Il collasso dell’élite politica lasciò senza rappresentanza spazi e interessi rilevanti. Con la grande trasformazione dell’economia degli anni ‘80, e con il vincolo europeo che annunciava costi elevati per il risanamento dei conti, i gruppi sociali del Nord, privati di rappresentanza, si difesero con nuovi investimenti in politica. Populismo, come forma simbolica della rivolta contro le élite, e scorciatoia carismatica, come semplificazione dell’offerta politica, divennero i loro nuovi referenti di senso. Con questi accorgimenti, e con la fuga dalla cultura di governo, il micro capitalismo dei territori e fette di lavoro autonomo ritrovarono una identità, nelle forme però della alienazione, della separatezza, dell’antipolitica.
La crisi della funzione rappresentativa suggerì una scaltra autorappresentazione. Da qui il precipitare della funzione politica in ottica economico-corporativa, con ceti ossessionati dal fisco, nemici irriducibili degli imperativi di una moderna statualità capace di fornire beni pubblici. Con l’invenzione di un nuovo ceto politico e amministrativo connotato da improvvisazione, folclore e protesta, il micro capitalismo ha reciso ogni possibilità di governare con lucidità i tempi dell’innovazione competitiva. Proprio l’autorappresentazione degli interessi economici e territoriali più ristretti, che in politica prese subito le maschere devianti del populismo legislativo senza confini a destra, inibì le condizioni necessarie per la crescita e la modernizzazione. La vecchia politica era rimasta senza soggetti sociali forti da rappresentare, i nuovi ceti dal canto loro procedevano senza più coltivare la meta di una funzione politica generale. L’asse del Nord camminava in un pantano corporativo orfano del generale e si incagliava in una palude immobilista incapace di prospettare le strutture amministrative delle grandi decisioni politiche.
Il tratto organico della crisi italiana è riconducibile proprio all’egemonia del blocco sociale immobilista che ha conquistato il potere sulle rovine della grande industria e sul ritiro della mano pubblica come veicolo di investimenti produttivi. Con la decostruzione della macchina statale, con le sue istanze antifiscali e con i miti ostili al pubblico, il blocco sociale della destra si è rivelato incapace di sorreggere la crescita e di gestire l’innovazione. Se la decrescita è stata la condizione prevalente, la debolezza strutturale del governo politico (ovvero: partiti personali effimeri, amministrazione carente, decentramento ai limiti della de-formazione dello Stato) ha influito nel congelare i pilastri dello sviluppo e nell’arrugginire i motori della competizione. Una società sfibrata dai limiti congeniti del nano capitalismo, sfilacciata dalla destrutturazione della macchina pubblica e dal codice del populismo ha bisogno di una grande politica capace di ridefinire i tratti della statualità in un’economia globalizzata. Il contrario di quanto stanno architettando le oligarchie che in modo cieco si scagliano contro le élite politiche, che con difficoltà stanno ricomponendo la frattura tra politica e società. Il protagonismo delle oligarchie può solo svuotare il centro, che da autonoma dimensione politica viene trasfigurato in aggregazione di potenze economiche e finanziarie. La vana volontà di potenza delle oligarchie traccia un percorso regressivo e ribadisce un destino di immobilismo per l’Italia. Ostacolando la ricomparsa di autorevoli classi dirigenti, le oligarchie ossificano le contraddizioni del nano capitalismo, senza avere il trasporto egemonico per curarne l’alienazione politica, e favoriscono lo stallo delle forze produttive. Per tracciare un nuovo modello di statualità e ridisegnare un necessario patto tra democrazia e capitalismo che sconfigga la decrescita, servono anzitutto partiti forti che prendano in mano il governo della ricostruzione.
l’Unità 17.12.12
Intervista con Sergio Cofferati
«Il lavoro è la priorità. Il rigore produce recessione»
Per l’europarlamentare Pd la Ue sconta il fatto di non essersi dotata di strumenti come Tobin tax e eurobond: mancano le risorse per la crescita
di Carla Attianese
STRASBURGO Tre milioni di disoccupati in Italia pari all’11% della popolazione, il dato più basso dall’inizio delle serie storiche, con un picco per quella giovanile che tra gli under 25 arriva ad oltre il 36%, peggio di così solo Grecia, Spagna e Portogallo. Un problema con cui fa i conti anche il resto d’Europa, se è vero che nei paesi della zona euro la percentuale dei senza lavoro ha sforato l’11%. Facciamo il punto della situazione con Sergio Cofferati, oggi europarlamentare del Pd. L’Europa resta in bilico tra l’austerità e la crescita, e la disoccupazione aumenta. «È una tendenza negativa che continua con pochissime eccezioni, e in Italia la situazione è peggiore perché siamo da tempo in piena recessione. I numeri occultano tra l’altro una parte di verità, perché non comprendono le persone in cassa integrazione, non formalmente disoccupate ma che nella gran parte dei casi non hanno più un posto di lavoro. E come capita sempre, si accentuano i problemi per i soggetti più deboli, i giovani e le donne, con dati preoccupanti».
La Commissione Ue ha presentato un piano per il lavoro giovanile, lo «Youth guarantee scheme».
«È una proposta deludente, peraltro scissa da qualsiasi idea di crescita economica. Uno schema che prende a riferimento modelli profilati su paesi piccoli e con strutture produttive particolari (Austria e Finlandia ndr), senza essere accompagnato da risorse adeguate. Solo buoni propositi, peraltro non corrispondenti ai fabbisogni».
Nel frattempo si va verso una riduzione del Bilancio Ue.
«Sì, nella migliore delle ipotesi avremo una contenuta riduzione, quando invece servirebbe di più, anche con risorse proprie. Non aver ancora completato l’iter per una Tassa sulle transazioni finanziarie e non aver fatto gli Eurobond impedisce oggi all’Europa di avere le risorse necessarie alla definizione di politiche per la crescita degne di questo nome». Finora è stata un’Europa a trazione conservatrice. Un segno progressista cambierebbe qualcosa?
«È vero, ha prevalso una cultura conservatrice. Per i progressisti europei, le priorità sono il rovesciamento della pratica del rigore monetarista senza sviluppo e una crescita economica adeguata, da accompagnare con proposte sul lavoro che puntino decisamente sulla sfera della conoscenza: formazione, scuola e
università».
Resta però il tema della manodopera a basso costo (e bassa protezione) nei paesi emergenti.
«Non bisogna competere con quei paesi sul piano dei costi ma su quello della qualità. È la concorrenza sui costi che porta alla distruzione dei diritti».
Un governo di centrosinistra in Italia che chance ha di fronte alle sfide che si presentano?
«Intanto l’obiettivo di tutti è che il centrosinistra vinca. Poi, un governo stabile è importante per il sistema economico, e ancora di più se di centrosinistra, perché porta nel nostro sistema punti di vista che si sono dimostrati efficaci in altri paesi, ad esempio in Francia, con il consenso dei cittadini. Monti ha puntato sul contenimento degli effetti della crisi, ma senza equità».
La Stampa 17.12.12
Stefano Fassina (Pd)
“Bankitalia sbaglia. Ma rispetteremo gli impegni sui conti”
Antimontiano Stefano Fassina (Pd) è responsabile economico del partito
Fassina, il governatore Visco sostiene che bisogna mantenere la barra dritta sull’austerità. Lei come risponde?
«Se toccherà a noi, rispetteremo tutti gli impegni sottoscritti dall’italia, come abbiamo sempre fatto. Rispetteremo anche quelli sbagliati e irrealistici come il pareggio dei bilancio del 2013 preso dal governo Berlusconi. Ma viene da chiedere se l’austerità è un fine o un mezzo».
È un fine per alleggerire le finanze pubbliche e liberare risorse per la crescita, in prospettiva.
«Io ho grande stima e riconoscenza per le funzioni che la Banca d’Italia ha svolto e svolge per il paese. Ma come ha messo in evidenza in modo inequivocabile il Fmi, nei paesi europei dove è stata applicata, l’austerità ha aggravato i debiti pubblici. Purtroppo il moltiplicatore, sempre secondo il Fmi, cioè l’effetto recessivo delle manovre di correzione dei conti pubblici, è stato tre volte quello indicato dalla Banca d’Italia. È attorno all’1,2-1,3%, non più basso».
Sta dicendo che la Banca d’Italia è destinata a sbagliare le previsioni?
«Veramente le stanno sbagliando tutti, la Commissione Ue, l’Ocse, anche lo stesso Fmi, che peraltro è l’unico che ha fatto un mea culpa. È difficile fare attualmente stime sugli effetti del risanamento».
Quindi cosa propone?
«Ritengo l’analisi di Visco ancora incompleta, non soltanto perché sottovaluta gli effetti negativi dell’austerità, ma anche perché trascura la necessità del sostengo alla domanda, come condizione necessaria per rianimare la crescita».
Visco veramente sostiene che bisogna riordinare la spesa pubblica e trovare lo spazio per ridurre il peso fiscale, per spingere la domanda.
«La verità è che l’attuale politica economica impedisce una crescita in grado di riassorbire la disoccupazione. Noi del Pd ci impegneremo, assieme alle forze progressiste europee, per cambiare rotta e sostenere la domanda interna. La priorità oggi è la domanda. L’attuale quadro di politica macroeconomica inibisce una crescita in grado di riassorbire la disoccupazione».
Il governatore suggerisce di rimuovere gli ostacoli per le imprese.
«È totalmente insufficiente, bisogna sostenere la domanda privata europea, pubblica e privata. Ampliando gli spazi per togliere le infrastrutture dal computo del deficit. E redistribuendo il reddito verso il basso».
Il Pd ogni tanto tira fuori la storia della patrimoniale. Non le sembra che gli italiani siano abbastanza tartassati dalle tasse?
«Siamo stati sempre chiari sull’imposta patrimoniale: sarebbe limitata ai grandi patrimoni personali e finalizzata a ridurre le imposte sui redditi delle famiglie e delle imprese. La stessa Banca d’Italia, nel rapporto sulla ricchezza delle famiglie italiane di qualche giorno fa, ha certificato ancora una volta che da noi le ricchezze sono molto mal distribuite. Si tratta di ristabilire un po’ di equità».
La Stampa 17.12.12
È il porcellum a regolare le alleanze tra i partiti
di Carlo Bertini
Ormai il dado è tratto e si voterà col Porcellum, quindi oggi acquistano significato quei sondaggi che proiettano i possibili risultati in termini di seggi alla Camera e al Senato. E la media delle rilevazioni dei maggiori istituti delle ultime due settimane pubblicata dal sito indipendente «Termometro politico» fotografa una torta dell’emiciclo di Montecitorio così suddiviso: il Pd, media di consensi previsti 32,7%, prenderebbe 283 seggi, Sel con meno del 6% ne avrebbe 48; nel complesso, con altre formazioni minori, il centrosinistra arriverebbe ai fatidici 346 seggi grazie al premio di maggioranza del Porcellum. In mezzo siederebbero i grillini, una truppa al suo esordio ma piuttosto considerevole, quotata intorno al 17%, voti che si tradurrebbero in un esercito di 92 deputati; accanto a loro i 50 del Terzo Polo, cioè liste di Centro intese come Udc, Fli e montiani, quotate ancora sotto il 10% in mancanza di un chiaro pronunciamento di Monti. A destra, il Pdl che se mantenesse il 15% dei consensi delle ultime settimane, avrebbe 88 deputati, ma insieme alle formazioni minori di destra salirebbe a 106. E la Lega con il suo 6% stabile arriverebbe ad averne 33. E siccome questi calcoli nelle stanze dei partiti li fanno eccome, si capisce perché il Pd non ne voglia più sapere di allearsi prima del voto con Casini e i centristi. Potendo aspirare alla maggioranza assoluta alla Camera e sperando di allargarla con i voti dei centristi, pur rischiando di non farcela al Senato. E si spiega anche la corsa verso la lista civica Arancione di Di Pietro, che con il suo simbolo e le diaspore interne è quotato poco sopra il 2%, ben lontano dalla soglia del 4% che consente ad una lista di avere suoi esponenti in Parlamento senza essere alleata a nessuno. Stessa condizione attualmente anche dei Radicali, quotati intorno all’1,5%. E acquistano una luce diversa pure gli appelli di vari big ad evitare scissioni del Pdl, perché quel 15% spaccato in due liste metterebbe a rischio l’ingresso al Senato dove per poter avere qualche seggio da soli bisogna superare l’8% dei consensi. Ma quella del Senato resta una partita ad alto rischio per tutti, per ottenere 169 seggi (la maggioranza assoluta è 158) il centrosinistra dovrebbe vincere in tutte le 17 regioni dove è previsto il premio di maggioranza e ciò dipenderà molto dagli accordi tra Pdl e Lega in Lombardia e Veneto...
La Stampa 17.12.12
Dopo la “Primavera araba” più di 70 mila migranti arrivati in Italia
In arrivo dall’Africa una nuova marea umana
L’allarme del ministero dell’Interno: ci aspettiamo un boom di sbarchi
di Guido Ruotolo
Flusso continuo Decine di migliaia di migranti sono arrivati in Italia negli ultimi due anni sui barconi
Un campanello d’allarme. Che preoccupa. Quei cinquecento immigrati che sono arrivati sabato a Lampedusa, rappresentano un segnale per nulla tranquillizzante. Intanto perché i report della intelligence e degli apparati di polizia di frontiera segnalano ai confini sud dell’area del Maghreb, in particolare della Libia, eserciti di immigrati che premono alle frontiere.
Sono uomini e donne, bambini e anziani che fuggono dai conflitti del Mali, del Niger, della Nigeria, insomma del Sahel e del Corno d’Africa. Preoccupa poi la nostra intelligence l’«assembramento» di moltitudini di immigrati nelle due enclave spagnole i di Ceuta e Melilla (in Marocco).
Era già successo a metà dei primi anni Duemila, quando l’irrigidirsi della Guardia Civil spagnola di fronte alla pressione di migliaia e migliaia di immigrati alla frontiera, portò a decine di morti di poveracci che tentavano di saltare le reti di confine. E quel flusso che si spostava in Europa, attraverso la porta d’ingresso spagnola, trovò un nuovo sbocco trasferendosi in Libia.
Segnali, le pressioni alle frontiere subsahariane della Libia, e a quelle delle enclave di Ceuta e Melilla, raccontano di possibili crisi umanitarie alle porte, di migliaia di disperati in fuga dai conflitti.
Gli sbarchi di sabato si sono trasformati così in un campanello d’allarme. Perché l’ospitalità di Lampedusa ormai non è in grado di garantire una loro dignitosa permanenza, in attesa dei rimpatri e delle espulsioni. Sabato sera erano presenti, nell’unica struttura d’accoglienza operativa dell’isola, 900 immigrati a fronte di una capienza di 250 posti letto e dopo che in 200 erano stati trasferiti in struttura della Sicilia.
Va detto subito che il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, segue con molta attenzione l’evolversi della soluzione, avendo ben chiaro in testa che ci potremmo trovare a breve a dover gestire anche una eventuale emergenza umanitaria che si potrebbe presentare con migliaia e migliaia di profughi in movimento dalla Siria, se in quel Paese la crisi dovesse drammaticamente precipitare nelle prossime ore.
In questi mesi, il ministero dell’Interno, la Protezione Civile, le agenzie internazionali per la protezione umanitaria sono riusciti a governare l’emergenza del 2011, quando la «Primavera araba» e le rivoluzioni in Tunisia, Libia ed Egitto, portarono sulle coste siciliane oltre 61.000 profughi (28.019 giunti dalla Tunisia e 28.318 dalla Libia).
Quest’anno, i dati della Polizia di frontiera segnalano 13.023 immigrati sbarcati fino al 15 dicembre. In particolare: 5.176 a Lampedusa, 2.707 in Sicilia. E poi quasi 2.600 in Puglia e 2.000 in Calabria.
Un quinto rispetto all’anno precedente, quando furono massicci gli arrivi dai paesi della «Primavera araba». Quasi 12.500 degli oltre 28.000 arrivati dalla Tunisia hanno ottenuto permessi di soggiorno umanitari, e di questi 6000 sono stati convertiti in permessi di soggiorno ordinari.
Alla Commissione straordinaria per la tutela e promozione dei diritti umani del Senato, il 27 novembre scorso è stata sentita il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri. Questa la fotografia sullo stato dell’arte dei profughi del 2011: «Al momento risultato assistite oltre 17.500 persone nei Centri di accoglienza diffusa localizzati nelle diverse regioni, poco più di 2000 presenti nel Centro di accoglienza di Mineo, Catania, e oltre 6200 presenti nelle strutture di prima accoglienza e per richiedenti asilo che ormai oltrepassano la capienza massina delle strutture di accoglienza».
Naturalmente, le posizioni di molti profughi arrivati dalla Libia e provenienti dal Corno d’Africa o dal Sahel che hanno chiesto protezione umanitaria, sono state valutate dalle specifiche commissioni che valutano le richieste. Dal primo agosto del 2011 al 30 ottobre scorso, hanno esaminato complessivamente 39.000 domande, con un esito di accoglimento di circa il 41%.
Nel suo intervento a Palazzo Madama, il ministro Cancellieri ha voluto sottolineare: «Senza voler assegnare alle cifre un significato univoco, è pur vero che l’incidenza percentuale degli stranieri sui fenomeni di delittuosità in generale, nel 2009 era pari al 31,76%, ha subito una leggera ma costante flessione nei circa tre anni successivi arrivando al 31,25% dei primi nove mesi del 2012».
La fase di emergenza per la gestione dell’ondata di profughi del 2011 si esaurirà il 31 dicembre prossimo. Il Tavolo di coordinamento tra le diverse istituzioni sta producendo ipotesi concrete di soluzione per la gestione della massa di profughi. Si va dall’ampliamento della capacità di accoglienza del Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati (da 3.000 a 5.000 posti di accoglienza) ; alle misure a favore di un rimpatrio condiviso, intanto per 1.500 immigrati con un sussidio di 400 euro a testa e una indennità di reintegrazione di 1.100 euro; a interventi di inclusione socio-lavorativa per almeno 1.000 immigrati.
l’Unità 17.12.12
Una nuova alleanza tra credenti e non credenti
V come Verità
È nato un libro dal testo di Barcellona, Tronti, Sorbi e Vacca sull’emergenza antropologica
La crisi democratica che stiamo vivendo non dipende solo da fattori economici
Muovono da qui i «marxisti ratzingeriani», che fanno propria la critica al relativismo di Papa Benedetto
Del volume si parlerà giovedì 20 (ore 18) presso la sede di Civiltà Cattolica a Roma
di Massimo Adinolfi
Emergenza antropologica a cura di Barcellona, Sorbi, Tronti, Vacca p. 148 Euro 14 Guerini e Associati
LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA HA LA SUA RADICE PIÙ PROFONDA IN UNA VERA E PROPRIA «EMERGENZA ANTROPOLOGICA». È dunque dal paradigma antropologico che bisogna prendere le mosse, per ripensare compiti e finalità della politica. Cercare soluzioni alla crisi attuale, che non è soltanto crisi economica e sociale ma crisi di senso, significa cercare di costruire una «nuova alleanza» fra credenti e non credenti, in vista di un «umanesimo condiviso». È una consapevolezza che nutre l’azione della Chiesa italiana, intenta a ridisegnare la propria presenza pubblica nella vita nazionale, ma anche il percorso del Partito democratico, la cui identità prova a definirsi nella confluenza di cultura d’ispirazione religiosa e cultura laica, e che giustifica la ricerca comune di una nuova laicità all’altezza delle sfide del nostro tempo.
Questa è la cornice, assai impegnativa, tracciata dalla lettera aperta apparsa poco più di un anno fa su Avvenire e su l’Unità, a firma di quattro studiosi di provenienza marxista: Barcellona, Sorbi, Tronti, Vacca, per i quali si è già trovata l’etichetta di «marxisti ratzingeriani».
A distanza di un anno, la lettera è divenuta un libro, che raccoglie solo parte (significativa) delle reazioni vivaci suscitate dal documento. Il segno complessivo è di interesse e partecipazione, anche se non mancano obiezioni e esigenze di approfondimento: Emma Fattorini, ad esempio, lamenta la scarsa attenzione dedicata alla questione femminile; Pasquale Serra chiede se non si corra il rischio di far coincidere il religioso con la funzione politica della Chiesa; Luca e Paolo Tanduo avanzano invece dubbi sulla capacità del Pd di ospitare un dialogo su temi bioetici e valori non negoziabili, mentre Claudio Sardo sottolinea la distanza alla quale deve tuttavia mantenersi la mediazione politica rispetto ai valori.
I quattro autori, d’altra parte, non hanno scelto il terreno più facile su cui incontrare le posizioni della Chiesa cattolica. Benché la questione antropologica investa anche il piano dei diritti sociali declinanti e dei modelli economici dominanti, non è su questo versante che viene condotto il confronto. I temi su cui la lettera chiama a riflettere sono infatti (proposti con le stesse parole di Benedetto XVI) da un lato la critica del relativismo, cifra dominante del nostro tempo, dall’altro la difesa dei valori non negoziabili, bussola che il Papa chiede di adottare per tutte le questioni che attengono alla difesa della vita, dal concepimento fino alla morte naturale.
È giusta questa strada? Forse sì, se si tratta di correggere la «deriva» individualistico-radicale e la «torsione nichilistica» dei processi di secolarizzazione: non è un caso che si avverta così tanto, in queste pagine, la presenza di Augusto Del Noce, che tempo fa indicò nel relativismo soggettivista e nichilista l’approdo autodistruttivo (per lui inevitabile) del progressismo di sinistra. Forse no, però, se questa correzione viene proposta solo come un argine, come una reazione e non come una costruzione comune, affidata alla responsabilità degli uomini.
A proposito di responsabilità, il libro offre già in premessa un terreno di verifica: «Una vita che nasce vi leggiamo rappresenta un valore in sé fin dal suo concepimento per la responsabilità che conferisce a ciascun individuo adulto di accoglierla, tutelarla, educarla e seguirla con amore e con cura fino alla sua fine». Riprenda o no posizioni del magistero della Chiesa, l’affermazione richiede un impegno concettuale non piccolo: stanno infatti insieme, l’uno a fianco all’altro, l’essere «in sé» e l’essere «per-altro» (cioè per la responsabilità) del valore: perché non sia una contraddizione, ci vuole una filosofia a dimostrarlo. E ci vogliono indicatori di direzione: il valore vale perché investito dalla responsabilità che si accende per esso, o la responsabilità consegue soltanto al valore? Mentre quest’ultima affermazione suonerebbe dogmatica, e avrebbe bisogno di tutto un sistema di pensiero a sostegno, la seconda farebbe invece maggiore affidamento all’azione umana, e darebbe molto più spazio e fiducia all’idea, proposta dagli autori (e di grande spessore), di una «società educante».
TERRENO DI VERIFICA
Certo, una simile società non potrebbe non avere in vista la verità, e dovrebbe quindi accogliere la critica del relativismo, ben distinto dal pluralismo, condivisa dagli autori e in tutti gli interventi raccolti nel libro. Ma la verità, a sua volta, va forse concepita come un abito, o un ethos, piuttosto che come una proposizione o un dogma (immediatamente traducibile in obbligo giuridico): si può dare torto a Kelsen, che giudicava indissolubile il nesso fra democrazia e relativismo, perché la democrazia può avere rapporto con la verità. Ma quale verità? Anche in questo caso due sono le strade, una guarda avanti e l’altra indietro: si tratta di un’arcigna verità che precede e fonda, o di una verità che accompagna e segue, che sta tra le mani degli uomini e che è perciò ancora da fondare, ancora a venire?
Corriere 17.12.121
Il prete ricercato dall'Interpol dice messa vicino alla caserma
L'accusa: assisteva alle torture in Argentina
di Mario Gerevini
SORBOLO (Parma) — «Wanted Persons». La foto segnaletica dell'Interpol è negli uffici di polizia di mezzo mondo. Ritrae un uomo anziano, vestito da prete, con il collarino bianco che spunta dall'abito nero. C'è un mandato di cattura internazionale.
Non è un truffatore in uno dei suoi tanti travestimenti. È davvero un sacerdote, compirà 75 anni la vigilia di Natale. È di Sorbolo in provincia di Parma, due passi dal Po. A 11 anni, nel '48, si trasferì con la famiglia in Argentina dove poi divenne prete, curando per decenni la sperduta parrocchia di Salto de Las Rosas, vicino alla cittadina di San Rafael, due passi dalle Ande.
Si chiama Franco Reverberi. L'accusa è tremenda e arriva dall'esito di un'inchiesta della procura federale di San Rafael che pochi giorni fa ha ordinato l'arresto di 35 persone: crimini contro l'umanità. Sono quasi tutti ex militari o agenti dei servizi segreti che avrebbero ordinato, coperto o eseguito sequestri, torture e omicidi compiuti sotto la dittatura militare di Jorge Videla oltre 30 anni fa. Don Franco, sentito tempo fa in tribunale, aveva giurato di non saper nulla di desaparecidos o torture a San Rafael.
Ma come ci è finito in questa storia un parroco di campagna, un «missionario distaccato dalla diocesi di Parma» come si autodefiniva? Chi è don Franco Reverberi? E dov'è ora?
L'immagine di quel colletto bianco che spunta dal clergyman si è impressa negli incubi di alcuni uomini torturati, più di trent'anni fa, dai militari del regime argentino. Affermano che il sacerdote fosse don Franco e che era lì, in piedi, davanti a loro, insieme ai torturatori. Per circa due anni, dal 1980, don Franco fu cappellano militare con il grado di capitano a San Rafael.
«Iba vestido — ha raccontato Roberto Rolando Flores, ex detenuto torturato — con zapatos, pantalón y camisa y saco de color negro y llevaba la cintita blanca en el cuello». Le testimonianze sono agli atti dell'inchiesta della procura, avviata nel 2010.
Tra gli arrestati vi sarebbero anche responsabili diretti dei crimini della dittatura. Erano quelli che con i famigerati Ford Falcon verdi del regime seminavano terrore nei villaggi: incappucciati piombavano di notte nelle case e sequestravano i dissidenti. Molti giovani venivano incarcerati e torturati. Di altri non si seppe più nulla. Tra il 1976 e l'83 si conteranno complessivamente 30 mila desaparecidos. L'ex dittatore Videla, 87 anni, oggi è in carcere a Buenos Aires, sconta due ergastoli più 50 anni per crimini contro l'umanità.
Il sacerdote italiano non avrebbe avuto un ruolo attivo, ma avrebbe assistito di persona alle torture senza denunciarle, un fiancheggiatore insomma. «La presenza di un sacerdote al momento della tortura — ha efficacemente sintetizzato uno dei procuratori — aumenta la sofferenza della vittima che, sola e abbandonata, non può nemmeno confidare in Dio: il suo rappresentante è lì in quell'inferno».
Ma era davvero don Franco? Per ora sono solo sospetti. Nessun giudice di merito si è ancora pronunciato. È un fatto però che l'autorità giudiziaria argentina abbia chiesto pochi giorni fa la collaborazione internazionale per l'arresto di don Franco. Irreperibile.
Il don «argentino» ogni tanto tornava in Italia a trovare gli amici, soprattutto il suo coetaneo don Giuseppe, parroco di Sorbolo. La chiesa è di fronte al municipio e domina una grande piazza. L'abitazione del parroco è dietro la chiesa. E lì è ospite don Franco Reverberi, «wanted» in Argentina, ma tranquillo a Sorbolo dove celebra messa e confessa i fedeli. È conosciuto e amato. È nel suo paese natale, aiuta l'amico don Giuseppe. Basta suonare il campanello e risponde. Atmosfera da oratorio, bambini che vanno e vengono.
L'argomento è scontato: Argentina. Don Franco sembra sereno. «Mai saputo che a San Rafael c'erano quelle cose. Sì, io ero cappellano militare, il vescovo mi disse di andare a preparare i soldati per la comunione; celebravo messa, confessavo, facevo catechesi. Ho giurato e detto soltanto la verità: mai saputo e tantomeno assistito a sessioni di tortura». Don Franco è arrivato in Italia l'anno scorso e ci è rimasto per problemi di cuore. I medici sconsigliano il rientro in Argentina. E le testimonianze, don Franco? In quattro hanno giurato di averla vista durante le torture: «Io ho detto la verità e non so come possano sostenere queste cose: i fatti risalgono al 1976 mentre io sono stato cappellano nel 1980 e, ripeto, non ho mai saputo nulla». Ha un avvocato? «No perché non c'è nulla». Ma lei lo sa che c'è un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti? «Non mi hanno mai detto niente». Ecco, questa è la segnalazione dell'Interpol con la sua foto. La guarda, allarga le braccia: «Io sono un prete, ho detto la verità. Mi guardi in faccia: le sembro uno che stava con i torturatori di Videla?». È sereno, è nella sua Sorbolo dopo 64 anni in Argentina. Saluta, torna ad aiutare il parroco. C'è sempre qualcuno da confessare. Magari uno dei carabinieri della caserma che è nella piazza della chiesa, a 50 metri.
il Fatto on line 15.12.12
La chiesa omosessuale omofoba di Ratzinger
di Pierfranco Pellizzetti
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il Fatto on line 16.12.12
‘Pochi consultori, obiettori in aumento e scarsa distribuzione della Ru486′. La mappa de il Fatto
di Jacopo Ottaviani
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il Fatto on line 16.12.12
Depressione post partum, cinema e teatro rompono il tabù su madri infanticide
di Elisabetta Ambrosi
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l’Unità 17.12.12
«Bandiamo le armi» Obama a Newtown
Dai democratici una proposta di legge sui fucili d’assalto
I bambini uccisi avevano sei e sette anni
di Marina Mastroluca
Palloncini bianchi legati all’insegna della scuola e peluche appesi ad un albero di Natale speciale dedicato ai venti bambini uccisi nella strage di Newtown - tutti tra i sei e i sette anni - e alle loro maestre. Obama visita le famiglie e una comunità sconvolta, indossando i panni di «consolatore in capo» per l’ennesima occasione. Lo aveva già fatto dopo la strage di Fort Hood, in Texas, nel 2009, di nuovo a Tucson nel 2011 e ad Aurora, in Colorado, l’estate scorsa. Ogni volta dopo una sparatoria insensata. L’abbraccio di Obama aveva toccato allora le corde dell’emozione collettiva, il bisogno di restare uniti, per superare il dolore. Stavolta però sono in tanti a chiedergli di più, di trasformare la strage della scuola elementare del Connecticut in un punto di non ritorno. La senatrice Dianne Feinstein annuncia un disegno di legge per il rinnovo del bando sulle armi d’assalto, introdotto da Bill Clinton e scaduto nel 2004. A chi gli chiede se pensa che avrà il sostegno di Obama lei risponde: «Credo di sì».
Dan Malloy, governatore democratico del Connecticut, uno degli Stati con una legislazione sulla circolazione delle armi considerata severa, davanti ai microfoni della Cbs dice a chiare lettere che evidentemente non basta. Lui che ha dovuto portare la notizia alle famiglie e ha ammesso che no «non sei mai preparato abbastanza per qualcosa del genere». «Queste sono armi da assalto dice -. Non vai a caccia di cervi con roba del genere. Possiamo solo sperare di trovare un modo per limitare queste armi che hanno un solo scopo». E cioè colpire, con la maggiore velocità ed efficacia possibile.
È quello che ha fatto Adam Lanza, sfondando una finestra per entrare nella scuola armato con armi che non lasciano scampo, prese alla madre, appassionata di tiro, uccisa prima di portare a compimento il suo piano. «Non ho mai visto nulla di simile», ha detto il medico legale Wayne Carver, un’esperienza trentennale alle spalle, che stavolta non gli è servita da schermo davanti ai cadaveri sfregiati dei bambini. La maggior parte delle vittime è stata colpita più volte, qualcuno era letteramente crivellato, con undici fori d’entrata. Il killer ha usato un fucile semiautomatico molto potente, un Bushmaster calibro 223, pensato per i campi di battaglia, con proiettili che fendono l’aria a 914 metri al secondo e un sistema che non ha bisogno di frequenti ricariche. L’impatto è devastante, solo una delle persone colpite non è morta, la vice-preside, ora preziosa testimone.
Gli investigatori cercano di capire che cosa abbia innescato la furia di Adam, un ragazzo da sempre problematico e introverso, ma mai violento in passato. Il killer, appena ventenne, si è tolto la vita all’arrivo della polizia nella scuola, senza lasciare nessun messaggio, niente che possa far capire. La polizia sta indagando su alcuni messaggi circolati sul web e ritenuti non veritieri, che avrebbero annunciato un suicidio eclatante in Connecticut per venerdì scorso.
L’innesco dei pochi minuti di orrore che hanno lasciato il segno sull’America forse resterà per sempre un mistero. Ma stavolta la spiegazione della follia non basta. Il senatore Joe Lieberman, un indipendente del Connecticut, chiede una Commissione nazionale sulle stragi, per rivedere le leggi sulla detenzione di armi, l’azione del sistema di sorveglianza sulla salute mentale e il ruolo che film e videogiochi violenti potrebbero avere nel portare a queste sparatorie. Anche Hollywood recita il suo mea culpa. Jamie Foxx, la star dell’ultimo sanguinario film di Quentin Tarantino, chiede all’industria cinematografica di non ignorare più il fatto che la violenza nei film chiama altra violenza.
DUE PADRI
«Nessuna parola può esprimere il nostro dolore. Non sappiamo spiegarci il perché», ha detto il padre del ragazzo, Peter Lanza. A lui sono arrivate le condoglianze del padre di Emilie, una delle vittime. «Non oso immaginare quanto questa esperienza possa essere dura per voi», ha detto Robbie Parker, offrendo l’affetto della comunità alla famiglia del giovane killer.
Repubblica 17.12.12
Lo scrittore Chuck Palahniuk: “Il male è dentro di noi, ma continuiamo a negare questa verità”
“C’è un vuoto di ideali e di valori per questo esplode la violenza”
di Antonio Monda
NEW YORK — Pochi scrittori come Chuck Palahniuk hanno raccontato con uguale forza la violenza che esplode improvvisamente nella società americana. E forse nessuno come lui è riuscito a coglierne gli elementi di assurdità e disperazione. Nei suoi romanzi più estremi, come “Fight Club” e “Choke” ha inserito anche elementi di umorismo nero, ma di fronte a quanto è accaduto a Newtown si chiude in silenzio pieno di angoscia, spiegando che «questo orrore ci dice innanzitutto qualcosa su quello che siamo: il male è dentro di noi, ma viviamo continuando a illuderci di negare questa verità ».
Però il giovane che ha compiuto il massacro aveva gravi disturbi psicologici...
«È assolutamente vero, tuttavia credo che dobbiamo sfuggire alla tentazione di rubricare quanto accaduto come un semplice episodio di follia. Ritengo che oggi siamo costretti a confrontarci dolorosamente con il grado di profondo malessere che esiste nel mondo, specie tra i giovani».
Il massacro ha generato un movimento di opinione che chiede forti restrizioni sull’uso delle armi da fuoco.
«Ci sono troppe armi in America, ed è certamente necessario limitarne la diffusione, ma anche parlare di questo significa non cogliere il cuore del problema: all’interno della generazione più giovane cova un sentimento sempre più forte di angoscia e frustrazione che si sfoga anche in episodi violenti, colorati a volte di farneticanti connotati ideologici, come avvenne ad Oklahoma City. Tuttavia l’equazione: violenza = America + armi è facile e forse consolatoria per qualcuno, ma anche limitata, fuorviante e per
aspetti menzognera. Un esempio evidente di quello che dico è quanto è avvenuto in Norvegia, un paese citato sempre come modello di civiltà, e nel quale le armi non circolano come negli Stati Uniti. Sono il primo ad auspicare una restrizione delle armi da fuoco, ma si tratterebbe di una soluzione tecnica, che non purificherebbe alla base il problema. La vera domanda da porsi è perché un giovane uccide»
Lei che è risposta si è dato?
«Non sono un sociologo né uno psicologo, ma vedo che molti ragazzi vivono senza un sentiero da percorrere, e nel vuoto assoluto di valori e ideali. Non c’è nulla di peggio che vivere nel vuoto: alla lunga ciò può portare solo ad esplosioni violentissime. E ciò è valido in ogni parte del mondo. Un altro elemento sul quale dobbiamo riflettere è che queste stragi sono tutte compiute da maschi: cosa dobbiamo pensare? Che l’indole femminile è diversa? Che le faticose conquiste degli ultimi decenni ne hanno mitigato gli elementi violenti e frenato il senso di rivalsa, generando parallelamente un senso frustrazione tra i maschi?».
C’è chi pone l’indice contro il cinema e la letteratura violenta.
«È comprensibile, tuttavia io ritengo che ci sia da fare un’importante distinzione tra chi tratta la violenza in maniera pornografica per solleticare gli elementi più morbosi del lettore o spettatore. Questo è da condannare, come è da condannare il racconto della violenza come qualcosa di inevitabile e veloce, quasi indolore. Quante volte abbiamo visto film in cui qualcuno viene ucciso su due piedi, senza neanche sapere chi sia: è un atteggiamento che priva i personaggi della loro umanità, e questo è non solo grave, ma irresponsabile e pericoloso. Infine ci sono opere che raccontano la violenza anche con grande realismo, ma al di là dell’eventuale risultato artistico credo che possano avere un effetto benefico. Penso al finale di “Heavenly Creatures” in cui una donna viene massacrata con un mattone: è una scena terribile, ma genera orrore nei confronti della violenza».
Repubblica 17.12.12
Avremo il coraggio di fermare tutto questo?
di Nicholas D. Kristof
GLI Stati Uniti, realisticamente, non metteranno al bando le armi, ma promulgare misure per contenere la carneficina è possibile. Le uniche cose su cui non siamo rigidi sono quelle che hanno più probabilità di uccidere.
L’Occupational Safety and Health Administration, l’ente pubblico che si occupa della sicurezza sul lavoro, ha cinque pagine di regolamenti sulle scale, mentre le autorità federali fanno spallucce quando qualcuno propone di imporre limitazioni concrete alla diffusione delle armi da fuoco. Le scale uccidono circa 300 americani all’anno, le armi 30.000.
Abbiamo regolamentato perfino le armi giocattolo, che devono avere obbligatoriamente la punta arancione, eppure ci manca il fegato per prendere di petto gli estremisti della
National Rifle Association e imporre sulle armi vere regole altrettanto rigorose di quelle che imponiamo sui giocattoli. Come ha scritto uno dei miei follower su Facebook dopo
il mio articolo sul massacro: «È più difficile adottare un animale domestico che comprare un’arma». Io sono cresciuto in una fattoria dell’Oregon, dove le armi erano parte della vita quotidiana, e mio padre mi regalò un fucile calibro 22 per il mio dodicesimo compleanno. Per cui lo posso capire: sparare è divertente! Ma anche guidare è divertente, eppure accettiamo che sia obbligatorio indossare le cinture di sicurezza, accendere i fari di notte e riempire dei moduli per comprare una macchina. Perché anche le armi da fuoco non possono essere regolamentate in modo altrettanto maturo?
E non venitemi a dire che non cambierebbe nulla perché i pazzi saranno sempre in grado di procurarsi un’arma. Se riuscissimo a ridurre di un terzo le vittime delle armi, salveremmo ogni anno 10.000 vite. E non sognatevi neanche di tirar fuori la balla che se più persone andassero in giro armate questo scoraggerebbe o fermerebbe gli sparatori. I casi in cui un semplice cittadino armato ha fermato una strage negli Stati Uniti sono più unici che rari.
La tragedia non è un singolo massacro in una scuola, è l’incessante pedaggio di morte che paga ogni anno il nostro Paese, ovunque. Muoiono più americani per omicidi e suicidi con armi da fuoco in 6 mesi di tutti quelli che sono morti in attentati terroristici
negli ultimi 25 anni e nelle guerre in Afghanistan e in Iraq messe insieme. Ma allora che cosa possiamo fare? Un buon inizio sarebbe imporre il divieto di acquistare più di un’arma al mese, per limitare il fenomeno dei trafficanti. E allo stesso modo si potrebbe proibire la vendita di caricatori con più di dieci pallottole, così gli assassini non potrebbero più ammazzare tutte quelle persone senza ricaricare.
Bisognerebbe anche introdurre l’obbligo di un controllo generalizzato dei precedenti per chi compra un’arma, anche nelle compravendite tra privati. Facciamo numeri di serie più difficili da cancellare e sosteniamo il progetto californiano di introdurre l’obbligo di imprimere un minuscolo timbro su ogni cartuccia, in modo che sia possibile ricondurre i proiettili sparati a un’arma specifica.
«Abbiamo sopportato troppe tragedie del genere negli ultimi anni», ha dichiarato fra le lacrime il presidente Barack Obama in televisione. Ha ragione, ma la soluzione non è limitarsi a piangere le vittime, la soluzione è cambiare politica. Serve capacità di leadership, non solo discorsi commoventi. L’esperienza di altri Paesi ci può essere di insegnamento. In Australia, nel 1996, il massacro di 35 persone portò al riacquisto da parte dello Stato di 650.000 armi da fuoco e all’introduzione di regole più severe sul porto d’armi. Nei 18 anni precedenti c’erano state 13 stragi: nei 14 anni dopo la completa entrata in vigore della legge, nemmeno uno. Il tasso di omicidi commessi con armi da fuoco è crollato di oltre il 40 per cento, secondo i dati compilati dal Centro di ricerca sul controllo degli infortuni dell’Università di Harvard, e il tasso di suicidi con armi da fuoco si è più che dimezzato.
Oppure possiamo cercare ispirazione guardando a quello che abbiamo realizzato sul fronte della sicurezza sulle strade. Alcune morti sono causate da persone che violano la legge o si comportano in modo irresponsabile. Però non liquidiamo la cosa dicendo: «Non sono le auto che ammazzano la gente, sono gli ubriachi». Al contrario: abbiamo imposto le cinture di sicurezza, gli air bag, i seggiolini per bambini. Qualcuno di voi oggi è vivo grazie a quelle norme.
(©New York Times La Repubblica Traduzione Fabio Galimberti)
Repubblica 17.12.12
La solitudine di un killer
di Massimo Ammaniti
La stampa e i mezzi di comunicazione hanno dato un grande rilievo, più che comprensibile, alla strage nella scuola del Connecticut in cui sono morti venti bambini di 6-7 anni. E ancora una volta ci si chiede che cosa possa aver spinto il killer ad entrare nella scuola e a compiere una strage così efferata.
Il fratello di Adam Lanza, il ragazzo autore della strage, avrebbe raccontato alla polizia che Adam soffriva di disturbi psichici, autismo del tipo della sindrome di Aspergen. Dalle poche informazioni che si hanno su Adam si sa che era un ragazzo solitario, tranquillo che non aveva mai creato problemi scolastici, anzi viene descritto come uno studente diligente che frequentava le honors classes, ossia le classi per studenti modello che vogliono ampliare le loro conoscenze. Altro particolare: portava sempre con sé una cartella nera portadocumenti, molto diversa dagli zaini che usano la maggior parte degli studenti della sua età.
Una prima considerazione. Il fratello Ryan ha parlato di autismo confondendo l’isolamento del fratello con il disturbo autistico, che è caratterizzato da difficoltà di entrare in comunicazione con gli altri e di condividere gli stati d’animo degli altri, ma anche da difficoltà nel linguaggio e da comportamenti ripetitivi come manipolare degli oggetti o compiere dei movimenti senza alcuna apparente finalità. E poi i bambini o gli adolescenti autistici non sono quasi mai aggressivi con gli altri e soprattutto non sono in grado di costruire e realizzare un piano così distruttivo ed efferato.
Ma in tutte le stragi che si sono verificate negli ultimi anni, soprattutto negli Stati Uniti, emerge un dato costante relativo agli autori: si tratta di persone che vivevano isolate, con pochissimi rapporti sociali, chiuse in un mondo nascosto, sconosciuto non solo ai vicini di casa ma anche ai familiari, che sembravano essere all’oscuro, ma forse anche poco interessati a vedere le intenzioni omicide del ragazzo. Successivamente si è scoperto che i futuri killer collezionavano nella loro stanza armi di ogni genere, simboli nazisti o immagini di morte, divise militari o tute mimetiche.
Il mondo degli adolescenti o dei giovani prigionieri delle loro ossessioni è stato raccontato da Sam Mendes nel film American Beauty di qualche anno fa. Uno dei protagonisti della pellicola è un giovane adolescente, Ricky, figlio di un colonnello dei marines, che vive chiuso nella sua stanza, nascosto dietro le persiane da cui riprende con una videocamera tutto quello che succede al di fuori. Nel suo universo visionario Ricky si è costruito una sua religione spirituale e mistica alla ricerca dell’interezza della vita al di là delle cose.
Al contrario di Ricky, che non diventa un killer perché riesce a sfuggire alla gravitazione dell’isolamento, questi giovani che si trasformano in giustizieri vivono sempre più sequestrati nel loro mondo, perdendo la possibilità di condividere con gli altri le loro esperienze e di riconoscere che possono esistere punti di vista diversi rispetto ai propri. Nel chiuso delle proprie stanze o delle cantine prende corpo una visione della vita sempre più autocentrata, una costruzione sempre più lontana dalla realtà da cui gli altri sono tenuti lontani, perché rappresentano una minaccia alla propria sopravvivenza. E allo stesso tempo l’isolamento garantisce l’inviolabilità del proprio Io, che viene costantemente riaffermata con i propri rituali e i propri comportamenti di controllo su tutto ciò che succede. Non è un caso che nelle stanze dei killer si ritrovino così frequentemente le svastiche naziste, proprio perché simboleggiano la lotta per garantire la purezza della razza di fronte al pericolo della corruzione e dell’inquinamento che proviene da persone con esperienze non convenzionali o di etnie diverse.
Tutto questo è fortemente radicato nel periodo dell’adolescenza quando il ragazzo, più frequentemente della ragazza, affronta con paura le trasformazioni del corpo e della mente che gli fanno avvertire la fragilità del proprio sé, alla mercé delle proprie pulsioni percepite come incontrollabili. La propria stanza si identifica col proprio sé, il luogo in cui rinchiudersi stabilendo le proprie regole e la propria visione del mondo, disperata ma rassicurante. Per i genitori non è facile capire, perché il figlio si nasconde e si mimetizza ai loro occhi anche perché spesso, come è successo ad Adam, il ragazzo va bene a scuola, non crea problemi di comportamento come la maggior parte degli adolescenti. A guardare bene i ragazzi con questi gravi disturbi di personalità sono solitari, evitano rapporti profondi e continuativi con i coetanei, sfuggono le ragazze perché temono l’intimità affettiva e sessuale.
La storia di Adam non è ancora stata sviscerata a sufficienza per poter affermare che la sua personalità si fosse sviluppata secondo il percorso che ho descritto, tuttavia si è parlato di lui come di un ragazzo solitario al pari di molti altri autori delle stragi passate. Naturalmente essere solitari o isolati non significa diventare necessariamente dei killer, devono verificarsi molte altre circostanze negative e soprattutto interviene la società come quella statunitense che mette a disposizione armi di ogni genere per tradurre in realtà quelle intenzioni violente che rimarrebbero altrimenti solo a livello di fantasia.
La Stampa 17.12.12
E Tolkien arruolò Artù contro Hitler
John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973) è stato l’autore di opere fortunate come “Lo Hobbit” e “Il signore degli anelli”
Uscirà nel 2013 un inedito degli Anni 30 dedicato alla morte del mitico re
di Mario Baudino
qui
Corriere 17.12.12
Il romanzo di Sion terra dell’Utopia
di Giovanni Belardinelli
Theodor Herzl, il fondatore del movimento sionista, è universalmente noto per il libro Lo Stato degli ebrei, pubblicato nel 1896. Ma il messaggio fondamentale di quell'opera — l'idea di uno Stato dove l'ebraismo della diaspora potesse di nuovo riunirsi — animò anche un suo romanzo quasi sconosciuto del 1902, Vecchia terra nuova, ora pubblicato in italiano per la cura di Roberta Ascarelli (Bibliotheca Aretina, pp. 238, € 20). Inizialmente Herzl aveva pensato di affidare il proprio messaggio politico non a Lo Stato degli ebrei, ma a un'opera «straordinaria», il romanzo in questione. Si tratta effettivamente di un'opera «stupefacente», come la definisce la curatrice, anche se la qualità del romanzo rimane spesso schiacciata dalle pagine esplicitamente didascaliche e dalla trama narrativa un po' ingenua. Il libro immagina un meraviglioso avvenire visto con gli occhi di un ebreo austriaco che, abbandonata Vienna per una delusione amorosa ma anche per una più generale disperazione esistenziale, vive per vent'anni da eremita in un'isola e si trova poi a passare nel 1923 dalla Palestina. A quel punto si avvia il tema narrativo principale dell'opera: la descrizione delle meraviglie che gli ebrei hanno saputo portare in quella «vecchia e nuova» terra. Dalle coltivazioni ai mezzi di trasporto, dalla parità di diritti uomo-donna alla completa eguaglianza tra tutte le religioni e le culture, dalla pacifica convivenza con gli arabi alla ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, scorrono sotto i nostri occhi i temi di un'utopia sionista dai tratti ingenui ma suggestivi.
Siamo di fronte a un'utopia che, come mette bene in luce Roberta Ascarelli nella postfazione, si appoggia su molte e diverse opere: da libri utopistici come Guardando indietro 2000-1887 dell'americano Edward Bellamy a Gli anni di noviziato di Wilhelm Meister di Goethe. Per l'accostamento di fantasia utopica e fiducia nella tecnica, non escluderei che tra le fonti di Herzl vi fosse anche Saint-Simon: nel romanzo si immagina che gli ebrei abbiano costruito un canale tra il Mar Mediterraneo e il Mar Morto, e proprio in ambito sansimoniano erano nati nell'800 i progetti dei canali di Suez e Panama.
Il libro fu accolto piuttosto freddamente dalla cultura ebraica viennese: Karl Kraus vi ironizzò su, Arthur Schnitzler confessò all'autore di non averlo letto. Alla classe media ebraica dell'epoca appariva surreale — scriverà Stefan Zweig — che Herzl chiedesse agli ebrei di lasciare «le loro case e le loro ville della Ringstrasse, i loro affari, i loro incarichi; in una parola, che emigrassero, armi e bagagli, in Palestina per fondarvi una nazione». In effetti, gli unici personaggi negativi del romanzo sono gli appartenenti alla ricca e fatua borghesia ebraica viennese, che vediamo riferirsi al sionismo e all'idea del ritorno degli ebrei in Palestina al massimo come argomento per facili battute durante una cena («al suono della parola Palestina, echeggiò una scrosciante risata»).
L'ottimismo che Vecchia terra nuova condivide con ogni opera utopistica ha un sottofondo drammatico e tragico. Non solo perché il protagonista è presentato subito come un giovane «colto e disperato», che vive in un milieu ebraico «che dava valore solo al divertimento e al tornaconto». Dietro l'utopia sionista di Herzl c'è l'esperienza dell'antisemitismo europeo, direttamente conosciuto quando era stato a Parigi negli anni dell'affare Dreyfus. Nel romanzo uno dei protagonisti della Nuova Società, costruita in Palestina su base mutualistica e multietnica, osserva che tutto era stato reso possibile dai grandi progressi della tecnica, certo. Ma di quei progressi si erano potuti giovare soltanto gli ebrei per una forza speciale da loro posseduta: «Da dove ci veniva? Dalla generale, angosciante pressione che era esercitata su di noi, dalla persecuzione, dal bisogno». Persecuzione e condizione di bisogno che nell'immaginario 1923 descritto da Herzl sono assenti: nell'ottimistica situazione da lui presentata nel romanzo l'antisemitismo risulta ormai scomparso, sia in Palestina sia nel resto del mondo. Una conclusione, o meglio un auspicio, che la storia successiva si sarebbe incaricata di smentire completamente.
Corriere 17.12.12
Svelato il mistero di Ilaria Del Carretto
di Paolo Fallai
Sarà anche vero che Paolo Guinigi, signore della Lucca quattrocentesca, alla morte della seconda moglie, Ilaria Del Carretto «fè magnificamente quello che a ogni grandonna o signore si convenisse, così di messe, orazione, vigilie, vestimenti, drappi…», come racconta Giovanni Sercambi nelle sue Croniche. La verità è che Ilaria, resa immortale dal monumento funebre di Jacopo Della Quercia che accoglie i visitatori nel Duomo di Lucca, in quella magnifica tomba non è mai stata sepolta. Che fine avessero fatto le spoglie mortali, era rimasto un mistero, risolto ora dalla Soprintendenza archeologica della Toscana. Quello che si ritiene il corpo della giovane, nata nel 1379 dal conte di Zuccarello (Savona) e morta di parto a 26 anni nel 1405, è stato ritrovato nella chiesa di Santa Lucia del complesso di San Francesco, a Lucca.
Per capire come si sia arrivati a identificarla bisogna tornare al 2010, quando Giulio Ciampoltrini, l'archeologo responsabile degli scavi di San Francesco, condotti grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio, guida la sua équipe dentro Santa Lucia. A Lucca la conoscono come «cappella Guinigi» dalla famiglia che l'aveva voluta e che al suo interno, in due arche funerarie, aveva sepolto generazioni di discendenti, i maschi da una parte, le femmine nel cassone accanto. Ne hanno trovati 48, tutti insieme, secondo l'uso medievale. Ma a lato di queste arche, c'erano anche tre sepolture singole. Gli scheletri non potevano che essere stati personaggi di rango, tanto da averli preservati al destino di confondersi con gli altri. Uno di questi scheletri portava un anello d'oro con diamante e la salma doveva avere in mano una bolla papale, che il tempo ha distrutto, lasciando però in bella vista il sigillo di Papa Martino V (pontefice dal 1417 al 1431). Elementi che, uniti alla datazione con il carbonio 14, hanno permesso di identificarla con Jacopa Trinci, dei signori di Foligno, che sposò Paolo Guinigi nel 1420 e morì nel 1422. L'emozione di quella scoperta possiamo vederla tutti, c'è un filmato su YouTube (basta cercare «L'impresa del diamante»).
Ma se quella era Jacopa Trinci, perché non immaginare che gli altri due scheletri potessero essere i resti delle altre mogli del signore lucchese? È qui che gli archeologi hanno chiesto aiuto al professor Gino Fornaciari della Divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa. Modernissime ricerche hanno confermato l'identificazione di Jacopa Trinci, mentre le ossa della terza tomba sono di «un'adolescente di un'età tra i 12 e i 16 anni», proprio come la prima moglie di Paolo Guinigi, Maria Caterina degli Antelminelli che morì appunto a 12 anni, nel 1400, durante un'epidemia di peste. E infine la tomba numero 1: lo scheletro di una donna adulta «di corporatura piuttosto gracile, di un'età antropologica tra i 20 e i 27 anni e una statura di circa 158 cm» il cui «profilo paleo nutrizionale» indica un tipo di alimentazione molto diversa da quella dei Guinigi, mentre l'isotopo dei denti «suggerisce un'origine non lucchese». Ilaria Del Carretto veniva da Savona e visse a Lucca solo due anni, dal giorno delle nozze, celebrate il 3 febbraio 1403.
Gli studi a Pisa e gli scavi a Lucca vanno avanti a cercare nuove conferme e Giulio Ciampoltrini certo non ama i sensazionalismi: i risultati del lavoro occupano 30 gigabyte sul suo computer e in un articolo non ci stanno. «Il nostro scopo — ripete — è trovare elementi che ci consentano di capire meglio la cultura e la società lucchese del '400». Ma il monumento funebre scolpito da Jacopo Della Quercia ancora oggi commuove con quel piccolo cane ai piedi di Ilaria, che la guarda come a chiederle perché non possa più accarezzarlo. Resta l'emozione: dopo 600 anni quella tomba ha trovato il corpo per cui fu scolpita.
Repubblica 17.12.12
Il mondo in rivista
Fofi: “Oggi in Italia domina l’analfabeta laureato”
di Simonetta Fiori
Ha fondato quindici anni fa “Lo Straniero”, arrivato al numero 150 La battaglia per cambiare una cultura diventata consumo inutile
Se ha resistito per quindici anni sempre nella stessa rivista – circostanza davvero singolare – è perché «fuori non succede granché, anzi sono stati gli anni più morti». Lo Straniero festeggia il numero 150, un lungo viaggio tra arte cultura scienza e società che comincia nell’estate del 1997, ma il suo timoniere non sembra dell’umore migliore. O forse sì. La cultura oggi? Una sorta di “oppio del popolo”. La tribù dei lettori? Solo nel nominarla, a Goffredo Fofi viene l’allergia. E i festival, i premi, gli eventi, i reading, i saloni, le fiere? «Un chiacchiericcio inutile. Tutti si sentono bravi e intelligenti solo perché consumano libri, film, idee imposti dall’industria culturale. In realtà siamo riempiti di pensieri che non sono nostri».
Insomma, si sente un reduce?
«Ma per carità. Ho sempre detestato i reduci, anche quando erano personaggi straordinari. Per questo mi ostino a fare lo Straniero, che gode di uno zoccolo duro di abbonati».
Cosa vuol dire fare una rivista oggi?
«Quello che ha sempre significato: interpretare il tempo dal punto di vista di una minoranza esigente e attiva. In qualche modo io ho sempre fatto la stessa rivista, adattandola alle varie stagioni della storia italiana».
Ma cinquant’anni fa era molto di moda, oggi sembra un genere di antiquariato.
«Che vuol dire? Le minoranze esistono sempre. E io grazie a loro riesco a sopravvivere in un paese annegato nella stupidità».
Umor nero.
«La tragedia vera della mia generazione, dei cosiddetti alfabetizzatori, è che ci siamo confrontati con un popolo straordinario quando era analfabeta e che poi – una volta imparato a leggere e scrivere e messi da parte un po’ di soldi – è diventato un popolo di mostri e di servi».
Dovevate lasciarli morire di fame?
«No, era giusto lottare per l’emancipazione, però nel momento in cui i morti di fame hanno avuto la pancia piena si sono rivoltati ai valori di comunità, solidarietà, giustizia sociale per cui erano stati affrancati. Questo popolo che ho amato follemente è diventato tutt’altro che amabile. Se penso a chi è oggi il mio prossimo…».
Chi è il suo prossimo?
«Il mio prossimo è il Trota. È quella la vera sfida di oggi: il recupero dei babbei. Nella categoria dei gonzi includo anche gli analfabeti laureati. Prima avevamo analfabeti autentici, oggi li abbiamo provvisti di diploma. Si drogano di fiere, di libri, di film, di discussioni, di presentazioni, di commemorazioni, di festival.
Applaudono freneticamente i nuovi guru mediatici. E si illudono di pensare. Ma è un’illusione».
I guru ci sono sempre stati.
«Ma oggi siamo alla caricatura. La lista delle parodie è piuttosto lunga. Vuole che cominci?».
Lasci stare. Non salva nessuno?
«Un momento. Salvo gli studiosi competenti, come Luigi Ferrajoli e Carlo Donolo, Guido Crainz e Mariuccia Salvati, e anche giornalisti come Pino Corrias, e ce ne sono tantissimi su piazza. Ma non ci sono più i maestri d’un tempo. Ogni tanto salta fuori il profeta o il “pasolinino”, ma non è all’altezza. Io stesso evito di andare in Tv perché rischio di diventare guru, e la cosa mi immalinconirebbe. Sono partito come maestro elementare e come assistente sociale. E oggi mi salvo perché resto ancorato ai bambini e alle periferie».
Lei è sempre stato un irrequieto, anche nell’ambito delle riviste.
«La veste culturale a un certo punto mi stava stretta, e avevo bisogno di un aggancio nel sociale. Però negli anni Sessanta questo impegno era rappresentato dalla politica. Venivo dall’esperienza con Danilo Dolci, mi ero formato con Calogero e Capitini, e mi ritrovai nella Torino operaia dei Quaderni Rossi».
È vero che la componente operaista la guardava con sospetto?
«No, solo con ironia. I primi tempi ero ancora vegetariano, e questo suscitava grande ilarità. Per colpa loro sono diventato carnivoro. Qualcuno mi ribattezzò il francescano dei Quaderni rossi solo perché indossavo i sandali».
All’epoca fu censurato da Einaudi.
«Sì, non mi pubblicarono il rapporto sulla immigrazione a Torino. Non so se ci sia stata pressione della Fiat, ma forse si trattò solo di autocensura. Il libro servì per una battaglia interna. E definitivo risultò il voto contrario del nazistalinista Delio Cantimori. Mi vide come un eretico pericoloso. E lui di eretici si intendeva magnificamente ».
Più o meno negli stessi anni cominciarono a uscire i Quaderni Piacentini.
«Era una rivista totalmente diversa, fatta da intellettuali tradizionali. Nessuno di noi era marxista. Piergiorgio Bellocchio, Grazia Cherchi ed io venivamo da storie diverse, con attenzione a orizzonti nuovi come la psichiatria di Basaglia. E a tutto quello che si muoveva in quegli anni».
Però anche là lasciò.
«Facevo già un’altra rivistina torinese, Ombre rosse, che sull’onda del Sessantotto divenne un foglio di intervento politico. I Piacentini se ne stavano da parte e criticavano il movimento. Io preferivo starci dentro».
Ma è vero che i leader del movimento erano piuttosto rozzi, solo western e kung fu?
«Sì, andavano pazzi per Bruce Lee. E se costretti ai film impegnati, sbadigliavano come elefanti. È anche comprensibile: dopo dodici ore di militanza non avevano voglia di rompersi il cervello con Angelopulos».
Questo però spiega anche perché il Sessantotto sul piano culturale alto non abbia lasciato grandi opere.
«È vera una cosa: che quella generazione non scrisse, non cantò, non fece poesia. Per dieci anni fece solo politica. Però i vecchi hanno continuato a scrivere. E hanno scritto cose in cui senti il peso del Sessantotto. Lo senti nella Morante. Lo senti in Moravia e in Sciascia. Lo senti in Calvino».
Sia in Ombre rosse che nel successivo Linea d’Ombra volle circondarsi di un gruppetto di giovani.
«Sì, ricordo Sinibaldi, Lerner, Manconi, Mereghetti. Più tardi Piersanti, Corrias, Lolli. Ah, dimenticavo il non simpatico van Straten: non tutti gli “allievi” vengono bene, anche se mi viene difficile considerarli tali».
Lei è un pedagogo, e ha mantenuto questa veste.
«Ma ci possono essere stili diversi: gli educatori che vogliono seguaci, come Dolci e don Milani. E quelli che spingono le persone a diventare autonome, come Capitini e Panzieri. Io mi sento più vicino a loro. E ho imparato a non scandalizzarmi troppo se uno piglia una strada diversa ».
A chi pensa?
«Baricco era un eccellente critico musicale, cominciò a scrivere di musica su Linea d’Ombra. Poi però s’è distratto, seguendo rotte che non mi interessano. Ma se oggi incontro Sandro, lo abbraccio e lo considero un ex compagno di strada».
Su Linea d’Ombra scopriste Rushdie.
«E poi Yehoshua e la Desai, Coetzee e Naipaul, addirittura Mahfuz. Nel decennio più stupido della storia italiana, il mondo cambiava. E noi siamo stati tra i pochi ad accorgercene. Allora Rushdie era straordinario, non il superdivo di oggi che va scrivendo pessimi romanzi sui vip».
Anche da quella rivista se ne andò.
«Alla fine degli anni Ottanta la storia si rimetteva in movimento, ma non tutti in redazione erano disposti a mettersi in gioco. Io mi divertivo di più a fare La terra vista dalla luna, la rubrica di Linea d’Ombra che diventerà rivista. Molto spesso nascono le une dalle altre, frutto di una germinazione interna. Tre anni fa, da Lo Straniero è scaturita Gli asini, una rivista di educazione e di intervento sociale che ritengo molto preziosa».
Ma questa delle riviste è un’ossessione, una malattia, cos’è?
«No, malattia no, perché ne posso fare a meno. È un modo di fare politica per uno che non sa fare politica. Un rifornimento di energia. Nei primi Novanta andavo spesso a Palermo e a Napoli, ero autonomo economicamente anche grazie a una rubrica su
Panorama».
Sì, l’editore era Berlusconi e Grazia Cherchi non gradì.
«Moralismi del cavolo».
Proprio lei non lo può dire.
«Da che mondo è mondo, chi non ha potere né beni vende la propria forza lavoro a chi gliela paga. Così replicai a Beniamino Placido che mi accusò di predicare bene e razzolare male. Uscì un mio articolo sull’Unità che fece scalpore: per la prima volta nel titolo compariva la parola “culo”. L’anima e il culo».
Ma perché ruppe con Grazia Cherchi?
«Per anni è stata la mia migliore amica. Io arrivavo nella redazione di Linea d’Ombra alle sette. E alle sette un quarto implacabile arrivava la sua telefonata. Un rapporto molto intenso. Però poi anche lei ha creduto troppo nel suo ruolo. Era quella che doveva fare la madrina dei giovani scrittori, e poi ha fatto da madrina a personaggi orrendi. Litigammo sì, ma come si fa tra amici che si vogliono bene».
Nuove riviste all’orizzonte?
«No, per ora c’è solo lo Straniero, che continuo a fare grazie ad Alessandro Leogrande e Anna Branchi. È facile essere stati bravi una volta da giovani. Più difficile continuare a esserlo tutta la vita».
Adnkronos 17.12.12
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