mercoledì 19 dicembre 2012

l’Unità 19.12.12
Stefano Fassina
«Meglio se Monti resta sopra le parti, ma se si candida almeno giocheremo a carte scoperte, perché l’economia è politica»
«La democrazia vive di scelte chiare: io sto con i lavoratori»
di Simone Collini


«È la seconda lenzuolata di democrazia dopo quella del 25 novembre e del 2 dicembre», dice il responsabile Economia e lavoro del Pd Stefano Fassina riferendosi alle primarie per scegliere i candidati parlamentari.
Lei sarà della partita?
«Certamente. Ritengo fondamentale che gli elettori abbiano la possibilità di scegliere chi li rappresenta».
Ha già pianificato la strategia per la campagna?
«Diciamo che per ora sto organizzando l’appuntamento di apertura, sabato pomeriggio a Roma, all’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico».
Diciamo allora che già questo dice molto del profilo della sua candidatura... «Beh, allora diciamo anche che prima che io prenda la parola ci saranno dieci testimonianze di lavoratori e lavoratrici di aziende in crisi».
Diceva che è giusto dare agli elettori la possibilità di scegliersi i parlamentari: ma allora non era meglio se il Pd avesse accettato le preferenze, per arrivare a una nuova legge elettorale?
«Guardi, alla fine si è visto chiaramente che noi avremmo potuto accettare tutto senza che si riuscisse a superare questa pessima legge elettorale. Si è visto che l’ostacolo era Berlusconi, che temeva di perdere il residuo controllo che ha sul Pdl».
Non pensa che con la scelta delle primarie il partito finisca per delegare ad altri una decisione che invece spetta a lui? «No, nessuna delega ad altri, né il partito abdica alla sua funzione di direzione politica. Le rose delle candidature vengono approvate dalle federazioni, quindi rimane la centralità del Pd nel presentare agli elettori i nomi di chi ritiene possa svolgere una funzione di rappresentanza in Parlamento».
Dice che non saranno dequalificati i prossimi gruppi parlamentari?
«E perché mai? Piuttosto, abbiamo visto che con una gestione tutta interna, senza le primarie, il Porcellum non ha impedito l’arrivo in Parlamento di persone come Calearo».
Molti commentatori stanno criticando la scelta di esonerare dalle primarie un 10% di candidature: è stato un errore mantenere quella quota?
«Non direi proprio. Sottolineo invece la portata rivoluzionaria della scelta compiuta dal Pd, e come sia incredibile in questo Paese la tenacia con cui si tenta di offuscare i cambiamenti positivi che arrivano dalla politica. Un partito sottopone il 90% dei suoi candidati alle primarie e definisce una quota minima per aumentare le elette e garantire la presenza di competenze esterne, e che si fa? Ci si concentra su quella quota minima. Assurdo».
Assurde anche le critiche sui derogati?
«Stiamo parlando di una cifra che sarà inferiore al 3% dei gruppi parlamentari Pd. Mi pare assolutamente strumentale qualunque polemica poggiata su una dimensione così ristretta di uomini e donne che comunque si sottoporranno alla valutazione degli elettori». Nessuno di loro sarà tra quelli esonerati dalle primarie?
«Nessuno, tutti dovranno farle».
Dell’ipotesi che Monti giochi un ruolo nella campagna elettorale cosa ne pensa? «Il patto stretto alla nascita del governo Monti presupponeva una sua funzione super partes, effettivamente svolta. Se la mantenesse, ciò gli consentirebbe di svolgere anche in futuro una funzione di garanzia per il Paese».
In caso contrario?
«Il Pd va avanti per la sua strada. Abbiamo le risposte ai problemi dell’Italia». Ma una candidatura di Monti vi creerebbe problemi, non crede?
«Guardi, un’eventuale candidatura del presidente Monti avrebbe un risvolto positivo. Quello di poter incominciare a giocare a carte scoperte».
Cioè?
«Verrebbe meno la copertura tecnica a scelte che sono sempre politiche. Perché l’economia è politica. La democrazia si alimenta di opzioni chiare. Non della falsa neutralità della presunta tecnica».

La Stampa 19.12.12
Monti ormai ha deciso, nel fine settimana farà l’endorsement al Centro
Pd in fibrillazione E parte la corsa al listone bloccato
Pressing su Bersani per entrare tra i 120 “garantiti” Nel toto-nomi anche Josefa Idem e vari economisti
di Carlo Bertini


A Bersani la lettura dei giornali della mattina è andata di traverso e come a lui anche a tutto il vertice del partito: e il motivo di tutta questa irritazione è la mancanza di par condicio. «Siamo gli unici a fare una cosa che non si è mai fatta né in Italia né in Europa», fa notare stizzito il leader Pd. «Gradiremmo essere seguiti con un po’ di simpatia, visto che stiamo facendo democrazia. Si chiedesse agli altri cosa intendono fare».
Ma a logorare la pazienza del vertice del partito in realtà è l’assalto al «listone bloccato» di 120 persone, che sarà deciso dal segretario in tandem con le direzioni provinciali e con i capicorrente. Un buon numero di candidati sicuri saranno personalità della società civile e già impazza il toto-nomi: spunta quello di Josefa Idem, la canoista olimpionica, dal 2009 responsabile sport del Pd emiliano; di economisti come Massimo D’Antoni, Paolo Guerrieri, Emilio Barucci, il figlio dell’ex ministro Piero. Quotazioni alte per lo storico Miguel Gotor, stretto collaboratore del leader e il politologo Carlo Galli. Ma la rosa lieviterà di ora in ora e Bersani è pressato da più fronti. Il listone ospiterà una ventina di capilista, nomi in grado di trainare consensi nelle regioni, da Franceschini, a Letta e via dicendo. Questi verranno decisi entro sabato e non correranno alle primarie; gli altri 27 capilista saranno scelti tra i primi vincitori delle primarie nei vari territori. Fatto sta che molti degli uscenti vanno in pressing sui maggiorenti sperando di esser infilati nel recinto protetto.
Perfino un ambientalista noto come Ermete Realacci non farà le primarie «perché con questi tempi ristretti vince chi controlla partito e preferenze: se avessi un mese mi cimenterei ovunque. Ma mi auguro di esser inserito nel listone insieme ad altri esponenti renziani». Ma i posti scarseggiano, l’elenco dei pretendenti si allunga e già c’è chi prevede che in quota Renzi non ne entreranno più di 10, e solo 5 per le altre correnti di minoranza. Ma sono i peones i più agitati: in camera caritatis un alto dirigente Pd ammette, «meno male che tra dieci giorni è tutto finito perché sarà un ecatombe». E basta farsi un giro alla Camera per vedere l’ala sinistra del Transatlantico ridotta ad un’alveare impazzito: drappelli col cellulare all’orecchio, capannelli con voci concitate, calcoli sui numeri di preferenze necessarie in ogni collegio, lotte fratricide obbligate per strappare un posto al sole, che nessuno vuole ingaggiare: «A Prato - racconta il franceschiniano Antonello Giacomelli - verrà eletto un deputato e siamo in due uscenti, io e Lulli. Ma non ci faremo mai la guerra in casa dove ci conoscono tutti e quindi uno dei due rinuncerà». Un altro deputato cinquantenne, il pugliese Gero Grassi, ha la voce roca per le troppe telefonate: «Ecco, ho qui l’elenco, 600 nomi della mia provincia, Bari, li ho chiamati tutti in due giorni e non è finita. A ognuno devi spiegare il perché dell’Imu, cosa intendi fare per il figlio disoccupato e via dicendo. Per me che ho sempre curato il rapporto con il collegio è una prassi normale, ma li dovrò richiamare tutti a Natale». E non è chiaro se i veterani che hanno avuto la deroga dovranno davvero cimentarsi con le primarie: probabile che alcuni di loro finiranno nel listone come capilista, creando altri malumori...

Corriere 19.12.12
Primarie, parte la gara per le «quote»
Ai renziani andrebbero 10 posti «garantiti», cinque ai veltroniani
di M. T. M.


ROMA — Nella sala del gruppo del Pd alla Camera Pier Luigi Bersani fa il suo discorso di commiato ai deputati: «Vi ringrazio per quello che avete fatto». Dal fondo si leva una voce: «Te ne sei ricordato tardi!». Un po' di brusio, poi scende nuovamente il silenzio. I parlamentari del Pd hanno l'aria sperduta di chi si sente congedato e vede allontanarsi il seggio: il 60 per cento dei presenti non tornerà a Montecitorio.
Nel Transatlantico c'è chi trema e chi spera. Corre voce che Renzi non riuscirà a ottenere più di dieci persone nella quota dei «garantiti», dopo un lungo incontro riservato con Vasco Errani, nei panni dell'ambasciatore di Bersani e del mediatore. Tra di loro dovrebbero esserci Realacci e Gentiloni. A Veltroni invece andrebbero 4 deputati (ma solo quelli che hanno appoggiato Bersani) e un senatore, Giorgio Tonini, che invece ha votato per il sindaco di Firenze.
Intanto, mentre il presidente dell'associazione delle vittime del 2 agosto, Paolo Bolognesi, annuncia che si presenterà alle primarie, Chiara Geloni, direttore di Youdem, gela le speranze di Paola Concia e Roberto Giachetti, annunciando su Facebook che non sono nella quota dei nominati. Eppure per la deputata omosessuale del Pd si sono mossi in molti. Sulla Rete i gay hanno chiesto al partito di candidarla. E il presidente di Equality, Aurelio Mancuso, anche lui iscritto al Pd, lancia un appello perché venga riconfermata in nome delle sue battaglie che con la nascita del governo di centrosinistra potrebbero finalmente essere portate a compimento. Persino il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, l'ha chiamata per esprimerle il suo rammarico e il suo stupore. Ma non tutto è perduto, perché la questione della rappresentanza degli omosessuali nelle file del Pd è questione importante.
Giachetti, invece, ha deciso di buttarsi nelle primarie con un appello autoironico che comincia così: «Ho 51 anni, due figli...». Il deputato renziano a Roma può contare sull'aiuto del comitato Gentiloni e dei radicali. Certo, le primarie sono una sfida difficile. A Roma e nel Lazio soprattutto, dove i consiglieri regionali hanno intenzione di scendere in campo con i loro pacchetti di voti e di tessere. Già, perché i consiglieri in questione non possono ricandidarsi alla Regione per motivi di opportunità, visti i recenti scandali, e sono invece ritenuti idonei per il Parlamento.
Anche nel resto dell'Italia la situazione è tutt'altro che rosea per chi vorrà tentare le primarie, perché quasi dappertutto si presenteranno i segretari regionali e provinciali, che hanno dalla loro la macchina dell'apparato. L'altro ieri Piero Fassino in Direzione aveva messo in guardia il Pd da questa deriva: «Non voglio dire che uno debba fare come i segretari di federazione dei miei tempi, che si dedicavano per intero al loro lavoro, ma...». Quel «ma» è caduto nel vuoto. Alla Camera e al Senato, nella prossima legislatura, vi saranno molti «apparatchik» del Pd.
Anche chi ha avuto la deroga dovrà affrontare le primarie, a meno che non gli venga affidato il posto di capolista: in questo caso entrerà tra i «garantiti». Anna Finocchiaro si dice pronta alla sfida. Rosy Bindi pensa a dove candidarsi perché nella sua Toscana a prevalenza renziana è difficile che la spunti. Franco Marini è il più tranquillo di tutti e spiega: «Mi ricandido perché credo di poter aiutare il Pd a restare sulla buona strada. Un partito riformista in Italia deve avere una significativa presenza della cultura cattolica sociale, altrimenti perde la sua capacità di presa, e io ho l'ambizione di avere ancora un ruolo importante su questo fronte».

Repubblica 19.12.12
De Magistris e Ingroia vogliono il Pd, Bersani frena


ROMA — Il plenum del Csm deciderà oggi sulla richiesta di aspettativa da parte di Antonio Ingroia per “motivi elettorali”, ma la quarta commissione, ieri, ha già dato il via libera. Un sì scontato che apre al procuratore aggiunto di Palermo ora in Guatemala per un incarico Onu - le porte delle prossime elezioni politiche a capo del movimento arancione. Peccato che il progetto non sia ancora nato, che già emergono divisioni e incertezze non da poco.
La prima: Ingroia continua a dire di non aver ancora deciso, nonostante sia il primo firmatario del manifesto “Io ci sto” insieme a Luigi De Magistris, Leoluca Orlando e il pdci Orazio Licandro. La seconda: ieri il sindaco di Napoli ha chiarito che il Movimento Arancione è disponibile ad aprire un dialogo con il Pd se il segretario Bersani «avanzerà proposte di cambiamento come detto nella campagna per le primarie». Questo però non è il disegno di buona parte di quello che doveva essere il movimento, che ancora si definisce come quarto polo: i professori dell’associazione Alba, Paul Ginsborg, Luciano Gallino, Marco Revelli, Livio Pepino (che per questo avrebbe addirittura litigato con l’amico Ingroia: «Ma come, ti corteggiamo da mesi e tu dici sì a quelli che vogliono andare col Pd?»), Paolo Ferrero di Rifondazione comunista. Fatto sta che il manifesto “Io ci sto” è stato delineato - con la complicità di Di Pietro - proprio per venire incontro ai democratici, e che nella stessa ottica va vista la lettera aperta a Bersani scritta nei giorni scorsi proprio da Ingroia su Micromega: lettera in cui il pm diceva di augurarsi una vittoria del segretario pd sottoponendo alcune condizioni. Siamo alla quarta incertezza, che più che altro è una spaccatura: i sostenitori di “Io ci sto” si riuniranno con Ingroia venerdì al teatro Capranica di Roma. L’assemblea di “Cambiare si può”
(il nucleo originario, con Alba e Rifondazione) si terrà il giorno dopo. Prenderanno strade diverse? Quel che è certo, è che Oliviero Diliberto sta lavorando per tentare un’intesa col Pd già prima delle elezioni, magari un accordo tecnico al Senato che consentirebbe di temere meno lo sbarramento. I democratici però frenano: «Abbiamo fatto le nostre scelte - dicono al secondo piano del Nazareno - le primarie hanno legittimato una coalizione, non è il caso di ridiscuterla adesso».
(a.cuz.)

l’Unità 19.12.12
Al Nord i matrimoni civili sorpassano quelli religiosi
Il rapporto Istat conferma le ansie degli italiani per la crisi e il lavoro
I giovani e le donne sono i più esposti agli effetti della lunga recessione
Solo i consumi tecnologici, Internet e Pc registrano risultati positivi
Ci si sposa di meno anche per colpa della crisi E più di 1 bambino su 4
è figlio di coppie di fatto
di Salvatore Maria Righi


Non è un Paese per poveri, sempre di più, né per studenti, sempre di meno. Ma, per quello che può servire la speranza, è un Paese che vive di più: aumenta la longevità (uomini a 79,4 anni e donne a 84,5), nell’Italia fotografata dall’Istat per il suo rapporto annuale. Ma è uno dei pochi indici di conforto, nell’annuario statistico 2012 (dati 2011). Le parole tabù, invece, sono sempre di più lavoro e soldi: sei italiani su dieci non sono soddisfatti del proprio reddito, mentre tra i giovani dilaga la disoccupazione che però colpisce un po’ meno gli adulti e gli over 55.
MENO UNIONI MA PIÙ CIVILI
C’è anche un dato che forse racconta l’Italia di oggi meglio degli indicatori economici: al Nord, le unioni civili hanno superato i matrimoni religiosi. Per il quarto anno consecutivo cala il numero generale, nel 2011 celebrati 208.702 riti (novemila in meno rispetto al 2010). Aumentano sempre di più i matrimoni civili (83mila), 48,8% al nord, 50,1% al centro mentre nel Mezzogiorno il rito religioso è stato scelto dal 76,3%. Le zone del Paese dove il matrimonio civile ha avuto una vera e propria impennata sono la provincia autonoma di Bolzano, dove addirittura il 62,7% dei matrimoni sono stati celebrati in municipio, e il Friuli Venezia Giulia, con il 60,4%, a seguire Liguria (57,2%), Toscana (57,6%), Val d’Aosta. Parallelamente, più di un bambino su quattro (26,6%) è nato fuori dal matrimonio. Ogni cento nascite nel 2010, 19 hanno almeno un genitore straniero. E si diventa mamma sempre più tardi.
OCCUPAZIONE E CONSUMI
Il punto chiave del rapporto, tuttavia, riguarda naturalmente la crisi. Occupazione e budget familiare sono diventati incubi per gli italiani, i consumi sono pressoché fermi. Nel dettaglio, la percentuale di persone di 14 anni e più che si dichiara molto o abbastanza soddisfatta della propria situazione economica è pari al 42,8%, una quota decisamente inferiore a quella rilevata nel 2011 (48,5%). Aumentano i per niente soddisfatti (dal 13,4% al 16,8%), per i quali si registra la quota più alta dal 1993. Il tasso di disoccupazione nel 2011 resta invariato all’8,4% rispetto all’anno precedente: ma sono tanti e in crescita i cosiddetti «scoraggiati» che non hanno un lavoro e neanche lo cercano. Si contano ben 1 milione e 800mila inattivi. Il tasso di occupazione è al 56,9%, valore che si mantiene ampiamente al di sotto della media Ue (64,3%); quello maschile si attesta al 67,5%, mentre il tasso riferito alle donne si posiziona al 46,5%. Per le quali, alla voce inattività, i numeri nel Mezzogiorno sono ancora preoccupanti: più di 6 donne su 10 non partecipano al mercato del lavoro.
FUMATORI E SEDENTARI
Si fuma di più e si fa più vita sedentaria. La sigaretta è diffusa soprattutto tra i giovani, in prevalenza maschi, ma anche le signore di mezza età non disdegnano la sigaretta. Si stima pari al 21,9% la quota di fumatori tra la popolazione di 14 anni e più. Tra gli uomini sono il 27,9%, tra le donne invece il 16,3%. E solo 2 italiani su 10 fanno attività sportiva regolare, mentre la stragrande maggioranza non fa sport, e 4 su 10 non fanno assolutamente nulla che richieda una qualche attività fisica. La quota di sedentari è pari al 39,2% (il 43,5% tra le donne e il 34,6% tra gli uomini).
STUDENTI IN CALO
Calano i detenuti: al 31 dicembre 2011 erano 66.897, con un lieve decremento (-1,6%) rispetto alla fine dell’anno 2010. Quasi un quarto (il 24,5%) dei detenuti è tossicodipendente, ma tra i detenuti stranieri l’incidenza è minore (20,2%).
In lieve diminuzione il numero di iscritti alle scuole superiori. Sono 8.965.822 gli studenti iscritti all’anno scolastico 2010/2011, circa 2.200 in meno rispetto a quello precedente; per il terzo anno consecutivo, a scendere sono soprattutto gli iscritti alle scuole secondarie di secondo grado (-24.145 unità). Il tasso di scolarità subisce un’ulteriore flessione, dal 92,3% del 2009/2010 al 90%, quello riferito alla scuola secondaria di secondo grado. Ci consoliamo col computer e con Internet, l’unico vero boom del rapporto Istat: gli utilizzatori del Pc nel 2012 sono il 52,3% della popolazione di tre anni e oltre. Al top tra i 15 e i 19 anni (quasi 9 ragazzi su 10), ma gli utilizzatori aumentano anche fra i 65-74enni (17,2% contro il 14,9% di un anno prima). Parallelamente, l’uso di Internet continua a mostrare un andamento crescente, coinvolge il 52,5% della popolazione (51,5% nel 2011). Iscrizioni in continua flessione all’Università. Il declino cominciato nel 2004/2005 va avanti tanto che nel 2010/2011 il numero delle immatricolazioni è tornato indietro di 10 anni. I giovani iscritti per la prima volta all’università nell’anno accademico 2010/2011 sono circa 288 mila, circa 6.400 in meno rispetto all’anno precedente (-2,2%). La popolazione universitaria è composta da 1.781.786 studenti. Non va meglio nella ricerca: nel 2009 la spesa totale per ricerca e sviluppo è stata pari a 19.209 milioni di euro con una incidenza percentuale sul Pil lordo dell’1,26% (la media Ue è del 2,01%).
ABITUDINI
lnfine, il pranzo a casa è espressione dello stile italiano. Ancora nel 2012 il 74,3% delle persone pranza generalmente a casa e la percentuale è in crescita (+1,2%) rispetto all’anno precedente, soprattutto tra i giovani di 25-34 anni (+4,1%). Fortemente diffusa è anche la consuetudine a fare una colazione «adeguata» al mattino: circa otto persone su 10 abbinano al caffè o al tè alimenti nutrienti come latte, biscotti, pane.

La Stampa 19.12.12
La società che cambia
Cara famiglia, l’Italia non ti riconosce più
Le separazioni in aumento, i divorzi in calo, i matrimoni (40% civili) in picchiata Solo il 37% dei nuclei è una coppia con figli: dobbiamo ripensare il nostro Paese?
di Raffaello Masci


Un matrimonio su tre non dura. Questo almeno dice il Rapporto Istat, numeri alla mano. E l’istituto del matrimonio, in generale, ha sempre meno successo. Infine, quei pochi che si sposano (meno della metà di quanti lo facevano negli Anni Settanta) lo fanno sempre di più in comune e sempre meno in chiesa.
Su 1.000 matrimoni - dice l’Istat - 307 evolvono in separazione, e di queste 182 diventano divorzio dopo il tempo che la legge stabilisce debba trascorrere. Quindi si fanno più separazioni che non divorzi, e mentre le prime aumentano (+2,6% rispetto all’anno precedente), i secondi diminuiscono sia pur di poco (-0,5%). Un po’ si deve al fatto che divorziare costa più che separarsi e molto al fatto che non è necessario divorziare se non ci si vuole risposare.
D’altronde al matrimonio si ricorre sempre meno, ogni anno l’Istat rileva una decrescita moderata ma costante. Nel 2011 - per esempio - sono stati 218 mila, e cioè 13 mila in meno del 2010 e meno della metà di quanti non fossero 40 anni fa. Di questi matrimoni, il 60% si celebra ancora in chiesa, anche se questa scelta è decrescente di anno in anno. Inoltre, se si osserva la geografia della Penisola, si scopre che i matrimoni civili sono la maggioranza già da tempo al Nord (51,7%) e fifty-fifty al Centro. La chiesa addobbata e la marcia nuziale resistono al Sud (76,3%), ma anche lì sono in ribasso.
Un fenomeno positivo - dice l’Istat - è la diffusione dell’affidamento condiviso dei figli in caso di separazione, che riguarda ormai l’89,8% dei casi e questo dovrebbe garantire maggiore serenità ai circa 88 mila bambini coinvolti in separazioni o divorzi. L’Istat fotografa, quindi, una famiglia sempre più articolata rispetto al modello tradizionale mamma-papà-figli in un unico nucleo. Su 100 famiglie dice l’Istituto - 37 sono tradizionali e con figli, 20 sono coppie senza figli, 8 con un solo genitore, 28 costituite da una persona sola e 7 in altra condizione.
Quando si dice «difesa della famiglia» a quale ci si riferisce?

La Stampa 19.12.12
Un mondo precario che preferisce convivere
di Carlo Rimini


Sono sempre meno le coppie che si sposano perché i giovani mostrano di preferire la convivenza. Un numero crescente di coloro che si sposano preferiscono il matrimonio civile rispetto a quello religioso (a cui il Concordato attribuisce efficacia civile). Entrambe le tendenze, registrate dai rapporti statistici dell’Istat, possono essere facilmente spiegate alla luce dei mutamenti della società e del diritto. Lo è la prima: in un mondo in cui tutti, ma i giovani in particolare, si sentono precari, pochi hanno la forza e il coraggio di prendere un impegno. Fino a ieri, per sposarsi si aspettava almeno fino alla nascita di un bambino: spesso la scelta del matrimonio avveniva nella consapevolezza che i figli nati fuori dal matrimonio avessero un trattamento giuridico peggiore rispetto ai bambini nati da genitori sposati. Oggi, dopo la recente approvazione della legge che ha azzerato le differenze fra i figli dei genitori sposati e dei conviventi, è facile immaginare che neppure l’arrivo di un bambino sarà più un incentivo alla celebrazione del matrimonio. Il Parlamento, con la nuova legge, ha preso atto che le famiglie fondate sulla semplice convivenza sono ormai un modello ampiamente diffuso, e la legge stessa sarà un ulteriore incentivo al diffondersi di famiglie non fondate sul matrimonio, in una continua rincorsa fra costumi sociali e norme che è da sempre il motore del diritto di famiglia. La diminuzione dei matrimoni religiosi è invece l’effetto di una maggiore consapevolezza delle rilevanti differenze fra il matrimonio concordatario e il matrimonio civile. Fino a qualche tempo fa, la scelta a favore del matrimonio religioso era un semplice ossequio alla tradizione, anche da parte di sposi non praticanti e assai poco consapevoli del significato religioso del matrimonio. Oggi invece la Chiesa cattolica dedica uno sforzo considerevole alla formazione di coloro che chiedono di sposarsi con il rito cattolico: i corsi di preparazione al matrimonio religioso sono infatti diventati un impegno rilevante, mentre un tempo si trattava di una semplice formalità. Così le coppie imparano che, per il diritto canonico, il matrimonio è un sacramento ed è nullo se gli sposi non sono entrambi intimamente convinti della sua indissolubilità e non hanno la ferma volontà di generare figli. Ora dunque, al momento della scelta fra matrimonio civile e matrimonio religioso, gli sposi vengono ammoniti sul fatto che non si tratta solo di scegliere fra due cerimonie diverse, ma il matrimonio religioso presuppone una condivisione dei valori cattolici ed è nullo se tale condivisione manca. La nullità per il diritto canonico si propaga, per effetto del Concordato, anche al diritto civile, con effetti talora drammatici per la parte più debole. Gli sposi cattolici, ma non praticanti, ritengono allora più prudente scegliere il rito civile, che non è un sacramento ma una manifestazione di volontà, un impegno a condividere un progetto di vita, un vincolo civile non indissolubile.
*Ordinario di diritto privato nell’Università di Milano

Corriere 19,12.12
Istat, al Nord più matrimoni civili Senza lavoro un milione di giovani
Un italiano su 3 a rischio povertà. Il 74 per cento pranza a casa
di Alessandra Arachi

ROMA — Non era mai successo: ci si sposa più in Comune che in Chiesa. Non in tutta l'Italia. Al Sud, ad esempio, nel 2011 circa tre coppie su quattro hanno scelto ancora saldamente la benedizione divina per suggellare l'amore coniugale. Ma soltanto lì. E se nel Nord del Paese per la prima volta l'Istat segnala il superamento dei matrimoni celebrati con il rito civile su quello religioso (51,2% contro 48,8%), nel Centro Italia il sorpasso è stato sfiorato letteralmente di un soffio. Meglio: di uno 0,1%.
Chissà se c'entra la crisi anche in queste scelte di abbandono dei sacramenti religiosi. Di certo la crisi economica pesa praticamente su tutto il rapporto redatto dal nostro Istituto di statistica e presentato ieri a Roma. È denso di cifre l'annuario Istat. Numeri che raccontano di un Paese popolato sempre più da anziani, con mamme sempre più grandi, giovani sempre più disoccupati, famiglie sempre più in difficoltà economiche. Il rischio povertà o esclusione sociale aumenta — arrivando a sfiorare il 30% nel 2011 — più che negli altri Paesi europei.
Figli e occupazione
In Italia aumenta però anche il tasso di fecondità. Poco poco: 1,42 figli per donna nel 2011 contro 1,41 del 2010. Lo sappiamo, sono le donne immigrate che hanno impresso un rialzo alla curva dei figli che in Italia vengono messi al mondo dalle mamme più anziane d'Europa: è di 31,3 anni l'età media del parto, come il Liechtenstein e la Svizzera, appena sopra l'Irlanda e il Regno Unito (31,2).
Sappiamo anche quanto sia difficile trovare lavoro nel nostro Paese. L'Istat ha calcolato che un disoccupato su due nel 2011 stava cercando lavoro da più di un anno. E va peggio per i giovani e le donne. Con un paradosso: tra i giovani di età compresa tra i 25 e i 29 anni va meglio a chi non ha la laurea. Per la precisione: il tasso di disoccupazione dei laureati sotto i 30 anni è del 16%, contro il 12,6% degli under 30 semplicemente diplomati. Gli under 35 senza un lavoro sono 1,12 milioni.
Non dimentichiamo i Neet, cioè i giovani (uno su due ha meno di 30 anni) che non fanno nulla, non studiano e non lavorano. Sono un fenomeno recentissimo, sembrava destinato a esaurirsi. E invece l'Istat segnala che sono aumentati nel 2011, diventando circa 2 milioni 155 mila. Sono di più le femmine (un milione 185 mila) che i maschi (969 mila).
In generale l'inattività delle donne ha un tasso che in Italia non è al pari del resto d'Europa, tocca picchi decisamente preoccupanti al Sud (ci sono sei donne su dieci che rimangono a casa), mentre in tutto il Paese la sperequazione di stipendi per genere raggiunge casi non degni di civiltà. In media, infatti, le donne guadagnano il 30% in meno dello stipendio rispetto agli uomini, 69,50 euro contro 96,90 euro al giorno. Lo stipendio medio mensile di un italiano è di 1.300 euro e la differenza retributiva di genere viene calcolata in 282 euro.
La speranza di vita
Arriviamo alle buone notizie: la nostra speranza di vita alla nascita aumenta ormai anno dopo anno. Nel 2011 siamo arrivati ai 79,4 anni per gli uomini e 84,5 per le donne. E siamo fra i migliori in Europa dove soltanto la Svezia continua ad avere migliori condizioni di sopravvivenza maschile (79,6 anni), mentre in Francia e in Spagna le donne fanno registrare la vita media più elevata in assoluto (85,3 anni). Altre buone notizie: stiamo bene in salute. Perlomeno ben sette persone su dieci non esitano a dichiararsi sani, con una disparità fra uomini e donne (il 75,3% contro il 67,1%). Per quanto riguarda le abitudini alimentari gli italiani confermano di non amare lo snack veloce: il 74 per cento consuma a casa il proprio pranzo.
Internet e libri
Arriviamo alle notizie che ci spalancano le porte su un futuro che è già parte consistente del nostro presente: oggi è poco più di un italiano su due dai 3 anni di età in su che usa abitualmente il computer (52,3%) e naviga in Internet (52,5%). Ma andiamo a guardare la stessa percentuale fra i ragazzi di un'età compresa tra i 15 e i 19 anni: sono il 90%. Come dire? Sono nativi digitali e per loro il computer è un prolungamento della penna e la Rete è la loro vita.
Eppure non è vero che la Rete è destinata a devastare tutte le altre nostre attività. Prendiamo i libri ad esempio: l'Istat ci segnala che nel 2010 sono stati pubblicati 63 mila 800 libri (rispetto ai 57 mila 558 dell'anno precedente), per una tiratura complessiva di oltre 213 milioni di copie (quasi quattro volumi per ogni abitante). La produzione editoriale registra una ripresa sia per i titoli (oltre 10,8% in un anno) che per la tiratura (+2,5%).

Corriere 19.12.12
I matrimoni secolarizzati del Nord
di Dario Di Vico


Il sorpasso registrato ieri dall'Istat dei matrimoni civili su quelli religiosi (51,2% contro 48,8%) nelle regioni del Nord nel 2011 è un'utile occasione per tentare di fare il punto sul processo di secolarizzazione che investe il nostro Paese e che nel Settentrione ha un ritmo decisamente più veloce che al Sud, dove il 72% si sposa ancora in chiesa. Solo 15 anni fa la media nazionale dei matrimoni civili non arrivava al 20%. A determinare il sorpasso di oggi al Nord concorrono, non solo un mutamento culturale dei giovani davanti al primo matrimonio, ma anche le seconde unioni dei divorziati e le nozze con/tra stranieri. Comunque la più alta proporzione di riti civili la si trova a Livorno, Trieste, Massa-Carrara, Bolzano seguite da Genova, Ferrara, Grosseto ed Udine. Un mix di territori di frontiera, e quindi di incrocio di culture, assieme a zone tradizionalmente influenzate dalla sinistra politica.
Al di là del dato specifico e del suo addensamento territoriale è chiaro che è l'intera istituzione del matrimonio a dover fare i conti con la modernità. Prendiamo, ad esempio, la diffusione delle libere unioni: in passato erano una sorta di fidanzamento allungato attraverso il quale dopo qualche anno di prova si transitava nel matrimonio, oggi invece diventa sempre di più una scelta duratura tanto che sta aumentando anche il numero delle nascite fuori matrimonio. Così le convivenze more uxorio che per molti anni hanno viaggiato attorno a quota 200 mila (totale italiano) oggi sfiorano il milione di unità e anche in questo caso pesa la maggiore presenza degli immigrati.
L'istituzione matrimonio non viene solo declinata nelle sue modalità alternative (rito civile e convivenza) ma scende anche nelle quantità. Ogni anno se ne celebrano, tra religiosi e civili, circa 13-15 mila in meno e così se nel 2008 i matrimoni erano oltre 246 mila, nel 2011 sono scesi a quota 205 mila. È ragionevole pensare che a determinarne il calo non siano stati solo il mutamento culturale, la cosiddetta secolarizzazione, ma anche gli effetti della Grande Crisi che rende difficile, se non impossibile, per i giovani precari mettere in cantiere il matrimonio.
Registrati tutti questi elementi diventa interessante interrogarsi sui cambiamenti di fondo della società del Nord. Sappiamo di sicuro dalle ricerche svolte che anche la pratica religiosa è molto meno sviluppata nelle regioni settentrionali rispetto al Sud e da una recente indagine svolta tra un campione di giovani veniva fuori che quella del sacerdote è ormai una figura sociale poco conosciuta. Si può aggiungere che anche i matrimoni religiosi, che pure come racconta l'Istat sono diventati minoritari, vengono spesso motivati dai neo-sposi con la frase «veramente non volevo ma i miei ci tengono», ritornello che testimonia una secca discontinuità generazionale nell'atteggiamento verso l'istituzione Chiesa.
Ma, incamerate tutte queste tendenze, si può dire che il nostro Nord si stia americanizzando? Bastano queste statistiche a farci dire che stiamo diventando sempre più simili agli anglosassoni? È difficile in questo caso far leva su dati onnicomprensivi ma la sensazione degli studiosi è che stiamo vivendo una secolarizzazione diversa, per così dire all'italiana. Alcune istituzioni perdono presa, altre no. E noi tutti in questa modernità contraddittoria facciamo zapping. Prendiamo la famiglia: quasi tutte le indagini la quotano molto in alto nella gerarchia dei valori nordisti. È vero si tratta di una famiglia che definire poliforme forse è un eufemismo, profondamente cambiata rispetto anche solo a 20 anni fa ma che riesce a conservare forza di attrazione. Lo stesso vale per le figure di «mamma» e «papà» che secondo una indagine condotta tra i giovanissimi dalla rete televisiva Mtv restano fondamentali punti di riferimento, «agenzie» delle quali non si può fare assolutamente a meno anche dal punto di vista strettamente sentimentale oltre che, a questo punto, consulenziale. Infine non va dimenticato che, fatte salve le grandi differenze che dentro il Nord ci sono tra la grande città (soprattutto Milano) e i territori, l'elemento comunitario resta sempre vivo, le reti continuano, seppur smagliate, a fare il loro dovere. E quando si sviluppa innovazione sociale, vedi la diffusione del welfare aziendale, il segno è ancora una volta quello della coesione.

Repubblica 19.12.12
I matrimoni civili superano quelli in chiesa
Sorpasso storico al Nord, ma ci si sposa di meno. Aumentano le separazioni, in calo i divorzi
di Maria Novella De Luca


ROMA — È la rivincita delle “nuove famiglie”. Di quelle dei riti civili, dei figli che nascono al di fuori del matrimonio, delle unioni miste e delle libere unioni. È il partito dei “non ci sposiamo, grazie, stiamo bene così...”, cioè la metà di chi decide di fare famiglia, e non è poco. In Italia, al Nord, i matrimoni civili per la prima volta hanno superato i matrimoni religiosi, 51,7 per cento contro 48,3: lo dice l’Istat, non è un testa a testa, è ben di più, è qualcosa che cambia nell’antropologia delle relazioni. C’è molto da capire e da pensare dietro i dati resi noti ieri nell’Annuario 2012 dell’Istituto di statistica italiano, che registrano appunto il “sorpasso” già definito storico dei riti civili su quelli religiosi, raccontando così non solo un Paese sempre più secolarizzato, ma anche il mutamento radicale dell’essere coppia e, perché no, di vivere l’amore.
«Tra le nuove generazioni c’è la consapevolezza di poter dare un assetto stabile alla propria unione senza dover rispettare il vincolo della tradizione», spiega Alessandro Rosina, demografo dell’università Cattolica di Milano. «Sicuramente siamo di fronte a una secolarizzazione del sentimento religioso, e ad un aumento esponenziale delle convivenze, da parte di giovani che arrivano a crearsi una famiglia sempre più tardi. Ma in questo dato rientra anche il numero crescente delle nozze miste, tra coniugi di diverse religioni, per cui il rito civile è spesso una strada obbligata».
Al centro dei mutamenti simbolici c’è però di certo l’allontanarsi dalla tradizione rappresentata saldamente dal matrimonio religioso, che resiste nel Sud, dove il 76,3 per cento dei riti nuziali si svolge in chiesa, mentre al Centro il dato è del 50 per cento. Fiori, cerimonia, incensi, invitati a grappoli e costi altissimi. E forse allora bisogna crederci davvero, per decidere di affrontare tutto questo.
Amarsi. Essere insieme senza troppi vincoli, se non quello del sentimento. Tanto non c’è contratto che tenga se le cose vanno male. Il racconto dei numeri Istat dice infatti che le separazioni sono in netto aumento, più 2,6 per cento dal 2010. Instabilità coniugale, si chiama: se non si è sposati è lo stesso, le famiglie oggi sono sempre più fragili e se ci sono figli tutto si complica di più. «Credo che tutto questo nasca dalla rivoluzione femminista degli anni Settanta – ricostruisce Chiara Volpato, docente di Psicologia sociale alla Bicocca di Milano – e dal cambiamento delle donne all’interno del matrimonio. Si è passati dall’identificazione in un ruolo, che doveva essere riconosciuto attraverso il rito, alla consapevolezza delle coppie di oggi. Le quali sanno bene che il matrimonio in quanto contratto non è affatto garanzia della saldezza di un rapporto. E la scelta del rito civile al posto di quello religioso, tolto quel 30 per cento di veri credenti, fa sembrare tutto più snello ». Anche lasciarsi, ad esempio.
«Il divorzio – dice Volpato – fa parte del nostro orizzonte mentale. E in caso di matrimonio religioso, le cose si complicano. Ritengo poi che questo sorpasso dei riti civili sia avvenuto al Nord perché c’è una maggiore vicinanza almeno culturale all’Europa. Dove appunto le nozze religiose sono una minoranza».
Certo, l’elemento economico incide. Soprattutto se la scelta della cerimonia viene fatta più per ritualità, tradizione e senso estetico che per scelta di fede. «Con un budget limitato si riesce ad organizzare un bel matrimonio civile – conferma Federico Donato,
wedding planner di Verona – scegliendo una sala municipale storica, un agriturismo per la festa... Quando invece si comincia con gli addobbi per la chiesa, già i costi lievitano enormemente. Però, lo confesso, dal mio punto di vista puramente spettacolare la cerimonia religiosa è molto più scenografica». Parere, irriverente, di un addetto ai lavori, ma al di là dei cambiamenti della coppia, c’è anche una maggiore serietà da parte delle istituzioni religiose, che di certo scoraggia gli indecisi. Preti e parroci quasi sempre chiedono oggi ai futuri coniugi un corso pre-matrimoniale. E non pochi abbandonano.
Linda Laura Sabbadini, direttore del dipartimento sociale Istat, allarga il ragionamento sui dati. «Questo sorpasso è dovuto a una molteplicità di fattori. Prima di tutto, la secolarizzazione dei costumi più accentuata al Nord. Quindi, la presenza massiccia nelle regioni settentrionali della popolazione immigrata, che porta a matrimoni misti celebrati con rito civile. Ma accanto a questi due aspetti c’è un dato altrettanto significativo, e cioè che molte di queste nozze non religiose sono in realtà secondi matrimoni».

Repubblica 19.12.12
Monsignor Sigalini, presidente della commissione Cei per il laicato
“È vero, stiamo perdendo terreno adesso i corsi per chi già convive”
di Orazio La Rocca


ROMA — «Come Chiesa dobbiamo fare certamente un mea culpa per non aver sufficientemente provveduto a portare avanti una adeguata preparazione al matrimonio religioso tra le giovani coppie. Ma non è da sottovalutare il processo di secolarizzazione della nostra società, se in Chiesa ci si sposa di meno».
Il sorpasso dei riti nuziali civili sui matrimoni religiosi è giudicato «con preoccupazione» da monsignor Domenico Sigalini. Bresciano, 70 anni, vescovo di Palestrina, presidente della commissione Cei per il laicato e assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana, Sigalini è un vescovo che non nasconde «le difficoltà del momento su un tema sociale tanto delicato come è la formazione della famiglia».
Come spiega, monsignor Sigalini, che nel Nord si celebrano più matrimoni civili?
«Sono nato a Brescia, e posso dire che se nelle regioni del Nord ci si sposa di più in municipio è perché il processo di secolarizzazione ha attecchito di più in quelle aree. Nel Centrosud, invece, si vive di più il senso religioso nel quotidiano. Basti pensare alla devozione che si ha per i santi patronali».
Nelle regioni del Nord c’è, quindi, meno fede?
«Non è un problema di fede, perché ognuno nel proprio intimo può averla. Persino chi dice di non credere in Dio può esserne alla ricerca. È la sensibilità religiosa nella vita quotidiana che è differente tra Nord e Centrosud. Ed è assai probabile che abbia influito nelle scelte matrimoniali. Ma se i riti nuziali in Chiesa calano, lo si deve anche ad altri fattori».
Vale a dire?
«Non dimenticherei che ci si sposa di meno per mancanza di lavoro, di case, per la crisi economica... Tutti fattori che stanno spingendo le giovani coppie a rinunziare, a volte anche a malincuore, alle solenni cerimonie in Chiesa e a fare della celebrazione del matrimonio una giornata di grande festa».
Che cosa sta facendo la Chiesa in concreto per rilanciare i riti nuziali religiosi?
«Da tempo ci stiamo attrezzando con corsi di preparazione al matrimonio aperti a fidanzati, ma anche a conviventi che hanno già figli. La sfida da vincere è far vivere il matrimonio religioso come sacramento di Dio con tutta la sua bellezza spirituale e sociale. Ma non è meno importante educare i fidanzati ad arrivare al giorno delle nozze con semplicità, senza ricorrere a inutili sfarzi e a spese a volte incontrollate».

Repubblica 19.12.12
Nozze civili e Nord
di Chiara Saraceno


Nonostante l’orgogliosa e aggressiva rivendicazione dell’identità cattolica delle maggioranze politiche che governano molte di quelle regioni, la più parte dei giovani che si sposano – per altro sempre meno – non ritiene di aver bisogno anche della sanzione religiosa. Anche al Centro si stanno avviando nella stessa direzione. Il matrimonio religioso continua a essere scelto dalla stragrande maggioranza solo nel Mezzogiorno.
Le ragioni di questo mutamento in quella che è pur sempre una transizione importante nella vita delle persone – mettersi ufficialmente in coppia – sono più di una. La prima è sicuramente l’aumento dei divorzi (fenomeno consistente soprattutto nel Centro-Nord), in quanto apre alla possibilità di seconde nozze che non possono essere che civili. Per altro, se non ci fossero le seconde nozze, il calo dei matrimoni apparirebbe ancora più consistente. Anche l’aumento dei matrimoni in cui uno dei due coniugi è straniero (di nuovo più numerosi al Nord) è una delle cause di aumento dei matrimoni civili; perché è più facile che i due non abbiano la stessa religione e nessuno dei due voglia rinunciare a priori ad educare i figli nella propria,
come chiede invece la Chiesa cattolica al coniuge non cattolico, o non attribuiscano lo stesso significato al rito religioso. Ma i matrimoni civili sono in aumento, soprattutto al Nord, anche tra i primi matrimoni tra italiani: ormai uno ogni quattro in Italia. Non si può non mettere in rapporto quest’ultimo dato con quello dell’aumento delle convivenze senza matrimonio, dei matrimoni preceduti da una convivenza (uno ogni tre, di più al Centro-Nord), delle nascite fuori dal matrimonio ma dentro a una convivenza (riguarda ormai un nuovo nato ogni quattro).
Tutto questo segnala che è in atto una lenta modifica del matrimonio e dello stesso modo di fare famiglia. Cambiano le tappe: prima si hanno rapporti sessuali, poi si va a vivere assieme, magari si fa un figlio, poi ci si sposa; ma il matrimonio, non diversamente dalla convivenza, non è irreversibile. Si tratta di mutamenti culturali che non possono più essere ignorati, anche al momento della scelta del rito matrimoniale, in nome dell’indubbia maggiore suggestività del rito religioso. Se fossi parte della Chiesa cattolica lo prenderei come un atto di serietà, che restituisce al rito religioso il suo carattere sacramentale, importante per i credenti veri, liberandolo dalla funzione di “bella festa” cui accedono indifferentemente credenti e non credenti. E mi interrogherei sul significato della persistente popolarità del matrimonio religioso nel Mezzogiorno.

Repubblica 19.12.12
Pannella
I medici: “Non c’è più tempo, rischia danni irreparabili”


ROMA — «Non c’è più tempo, Pannella dovrebbe sottoporsi subito ad una terapia adeguata, deve essere reidratato. Domattina (oggi per chi legge) l’insufficienza renale sarà consolidata». È un passaggio del bollettino medico sulle condizioni del leader dei Radicali, ricoverato alla clinica Santa Maria della Mercede. Non beve da nove giorni, è lo sciopero più lungo della sua trentennale carriera di lotta politica non violenta. Pesa 71,9
kg, ha perso quasi 18 chili da quando ha iniziato li digiuno, tre mesi fa. Ma in serata ha lasciato la clinica per partecipare ad una trasmissione radiofonica.
«Pannella ha una resistenza fisica come poche persone — ha aggiunto il suo medico personale Claudio Santini — tuttavia abusato del suo fisico. Avrebbe potuto vivere fino a cento anni ma in queste condizioni e per la vita che ha fatto sta rischiando molto».

l’Unità 19.12.12
Il commento
Perché non era in cura il ragazzo del Connecticut?
di Luigi  Cancrini

Psichiatra e psicoterapeuta

UN RAGAZZO DI 20 ANNI PRENDE IL FUCILE DELLA MADRE, LA UCCIDE E UCCIDE POI VENTI BAMBINI DELLA SCUOLA IN CUI LA MADRE INSEGNA PRIMA DI UCCIDERE SÉ STESSO. Al di là delle polemiche sulla facilità davvero assurda con cui circolano le armi negli Usa, quello su cui occorre interrogarsi è anche il tipo di problemi alla base di un comportamento folle come questo. Di cui non si può dire a mio avviso, come ha fatto Concita De Gregorio a Prima Pagina, la trasmissione di Rai 3, che è «troppo semplice attribuirlo ad un raptus o ad una patologia» perché di patologia comunque si tratta e di patologia riconoscibile: che avrebbe potuto e dovuto far immaginare ai professionisti consultati da lui e per lui delle iniziative di intervento capaci di prevenire quello che è accaduto.
La parola «autismo», prima di tutto. L’autismo di un adulto, infatti, non è l’autismo infantile di cui tanto spesso si parla e che tante preoccupazioni già desta nelle famiglie che devono affrontarlo. Descritto da Bleuler e poi da Minkowski come un sintomo caratteristico e grave di quello che oggi chiamiamo disturbo schizofrenico, l’autismo corrisponde infatti a quella chiusura progressiva in sé stessi legata al prevalere della realtà interna su quella esterna che naturalmente, nei casi più gravi, si sviluppa in un delirio vero e proprio. Come ben dimostrato oggi dalle notizie sulla casa bunker in cui quel povero ragazzo viveva circondato dalle armi e dai fantasmi dei nemici da cui quelle armi dovevano difenderlo: solo collocandolo all’interno di un incubo che ti travolge ad occhi aperti è possibile, infatti, comprendere il senso di un gesto assurdo come quello compiuto nella scuola di Newtown, di una alterazione della mente per cui tu non sei più te stesso e tua madre non è più tua madre, i bambini della scuola in cui lei insegna diventano dei personaggi ostili e pericolosi da cui difendersi con un gesto estremo e il suicidio stesso altro non è che la chiusura, naturale e in qualche modo logica di una «missione» assurda. Pazienti che vivono esperienze di questo tipo andrebbero riconosciuti e curati, però, e le loro famiglie hanno il diritto di essere aiutate ad aiutarli: quando loro sono piccoli perché l’infanzia di questi malati è un’infanzia drammaticamente infelice di cui oggi cominciamo a ricostruire i contorni e gli sviluppi e più tardi quando la malattia inizia a manifestarsi. Come ben dimostrato dal lavoro svolto con migliaia di queste famiglie, negli Usa ed in Europa, perché la terapia familiare consente un sostanziale miglioramento nel decorso di tutti i disturbi schizofrenici più gravi: evitando le crisi e i ricoveri ma evitando, soprattutto, il disastro legato alla interruzione del rapporto e della comunicazione con quelli che possono, stando vicino a chi sta male, dargli ascolto ed aiuto nei momenti di maggiore difficoltà.
La malattia mentale ha destato da sempre reazioni forti in chi la incontra. La paura, prima di tutto, che spinge a escludere chi ne soffre: bruciandoli sui roghi, come accadeva ai tempi dell’Inquisizione o chiudendoli negli ospedali psichiatrici e/o nella nebbia delle camicie di forza farmacologiche. La tenerezza e la pena legate alla identificazione con la persona che soffre, in secondo luogo, che si sviluppa nel bisogno messianico di «salvarli»: vivendo con loro o negando, semplicemente, la loro malattia. Quella che a lungo è mancata, invece, è la pazienza e il rispetto di chi accetta l’idea che chi sta male va curato. Con i farmaci e non solo coi farmaci però ma dando a chi sta male tempo, vicinanza e occasioni di rapporto. Evitando di lasciarlo solo con i suoi familiari e con le sue «voci di dentro» nella prigione del suo isolamento. In balia del suo delirio.
Difficile riuscirci in un caso come quello di Adam? Difficile e tuttavia possibile. La psichiatria è ancora oggi spaventosamente lontana, infatti, dal livello che le nostre conoscenze le permetterebbe di raggiungere. Investire in salute mentale vuol dire investire in psicoterapia del paziente ed in sostegno terapeutico alle famiglie dei più gravi anche se queste terapie fondamentali vengono viste (stupidamente) come un lusso in una società ossessionata dal bisogno di risparmiare e da economisti che sembrano chiudere tutti e due gli occhi di fronte alle previsione dell’Oms sui disturbi psichici «prima emergenza sanitaria per i paesi occidentali già a partire dal 2020». È con un occhio a questi dati che io mi permetto di dire, dopo i fatti del Connecticut, che qualcuno dovrebbe chiedersi perché questo ragazzo di venti anni è stato lasciato solo e senza le cure di cui aveva bisogno e diritto. Evitando di parlarne come di un mostro. Provando pena e rimorso per quello che ha passato e portando con il pensiero un fiore anche sulla sua tomba oltre che su quella delle sue povere vittime.

Repubblica 19.12.12
È l’ateismo la terza “religione” del mondo
di Angelo Aquaro


Un uomo su sei nel mondo non crede in Dio. Cioè più di un miliardo di persone, rivela uno studio americano I cristiani restano in testa, incalzati dai musulmani
In totale, i credenti sono l’84% della popolazione mondiale

NEW YORK Se la religione è davvero l’oppio dei popoli, ci siamo fumati anche questa, visto che il culto in ascesa nel mondo porta il nome di ateismo. Sì, un uomo su sei sulla terra è senza Dio: o quantomeno non crede nel Dio di una chiesa particolare. E la chiesa dei senza fede è già la terza nel villaggio globale. La prima è quella dei cristiani: 2.2 miliardi di persone. La seconda è una moschea: i musulmani sono 1.6 miliardi. Al terzo posto del podio balzano dunque i non credenti: 1.1 miliardi. Che succede? Dopo aver conosciuto una società senza padre, come avevano profetizzato i sociologi anni 60, abbiamo deciso di mandare in pensione anche il Padre Eterno?
Per la verità il quadro offerto dai ricercatori del Pew, l’istituto di indagine più prestigioso d’America, è un tantino più complesso, come del resto argomento comanda. Tant’è che la definizione che gli studiosi propongono per gli atei del Terzo Millennio è la più flessibile “unaffiliated”, che qui si potrebbe tradurre con non adepti, quelli appunto che non partecipano attivamente a un culto. Una non chiesa molto più che variegata. «I non adepti includono gli atei, gli agnostici e chi non si identifica in nessuna religione particolare» si legge nelle 81 pagine di questo “The Global Religious Landscape”. Ma gli autori del rapporto subito mettono le mani avanti: rimettendo le mani giunte anche a questi benedetti non adepti. Molti di loro, infatti, “hanno qualche forma di credenza religiosa”. Che cosa vuol dire? Che «per esempio, la fede in Dio o in qualche potenza è condivisa dal 7% dei cinesi, dal 30% dei francesi e dal 68 % degli americani» sempre nella categoria “unaffiliated”.
Di più: «Alcuni di questi partecipano in qualche modo a certe pratiche religiose. Per
esempio, il 7% in Francia e il 27% negli Stati Uniti rivelano di presenziare a una funzione religiosa almeno una volta all’anno ». Questo naturalmente non basta a considerarli credenti: spesso, per esempio, la partecipazione è legata a riti anche civili come matrimoni e funerali. O quantomeno quel sentimento che così di rado li porta in chiesa, moschea, sinagoga o quant’altro viene classificato più come ricerca dello spirito che senso religioso vero e proprio.
Le curiosità ovviamente non mancano. Sempre per restare ai non adepti si tratta del 16% della popolazione mondiale: la stessa percentuale dei cattolici. Tre quarti vivono in Asia: segue l’Europa (12%, 134.820 milioni), l’America del Nord (5%, 59.040 milioni) e il resto. Tra le grandi religioni, gli induisti seguono cristianesimo e Islam con 1 miliardo di fedeli, i buddisti con mezzo miliardo e gli ebrei con 12 milioni. La religione di domani sembra l’Islam: i musulmani hanno la media d’età più giovane, 23 anni, ebrei e buddisti la più alta, 36.
In totale, i credenti sono l’84% della popolazione mondiale: calcolata nel 2010, anno dei rilevamenti, 5.8 miliardi.
Dice al New York Times il professor Conrad Hackett, uno dei pilastri dello studio, che «è la prima volta che i numeri sono basati su un sondaggio analizzato in modo rigoroso e scientifico»: 2500 fonti in 232 paesi. Sarà. Eppure a ben guardare una setta manca: con 1.01 miliardi, quell’oppio del web chiamato Facebook non s’è già fumato gli amici hindu?

La Stampa 19.12.12
I predatori della Germania perduta

L’unica copia del pamphlet di Tacito, portata in Italia dal papa Niccolò V, divenne un totem per i nazisti
In un saggio le vicissitudini di un libro “molto pericoloso”

di Bruno Ventavoli

Io accetto il parere di coloro i quali ritengono che gli abitanti della Germania, non contaminati da nozze con altre popolazioni, siano una gente a parte, di sangue pura e simile solo a se stessa. Da ciò anche l’aspetto fisico è in tutti il medesimo, per quanto è possibile in così grande numero di uomini: occhi fieri e cerulei, capelli rossicci, corporature gigantesche ma adatte solo all’assalto. Tacito, «Germania», IV

Nel 1943 un commando nazista arrivò nella Marche con una missione alla Indiana Jones. Il capo supremo delle SS, Himmler, aveva ordinato di recuperare il più antico manoscritto della Germania di Tacito. I predatori del codice perduto irruppero in una villa nobiliare, frugarono ovunque, devastarono e ripartirono a mani vuote. La bizzarra incursione, mentre la guerra infuriava e prendeva una brutta piega per il Reich dopo lo sbarco alleato in Sicilia, era l’ultimo atto di una caccia al prezioso testo che appassionò bibliofili, Papi, intellettuali deliranti, ricostruita nel saggio erudito e appassionante di Christopher B. Krebs, professore a Stanford, Un libro molto pericoloso (Il lavoro editoriale, pp. 254, € 40).
Si trattava di trenta paginette scritte in meraviglioso latino per descrivere i costumi degli antichi Germani, alquanto barbari nella loro civiltà, ma dotati di ferrea morale, leali, coraggiosi, integerrimi (seppur inclini alla pigrizia, al gioco d’azzardo, e alla birra). Uomini straordinari guerrieri, donne modello di virtù coniugale e materna (anche perché le rare adultere finivano rapate, denudate e pubblicamente fustigate). L’obiettivo del senator Tacito, dopo gli eccessi di Nerone, era sferzare gli animi contro la tirannide imperiale per tornare alle virtù repubblicane. Parlava di Germani, perché i Romani intendessero.
Del pamphlet tacitiano si persero le tracce nel Medioevo finché la febbre dell’umanesimo scatenò bibliomani, mercanti, mecenati, Papi alla ricerca dei classici perduti. Letterati ambiziosi battevano l’Europa in cerca dei codici vergati da pazienti amanuensi nel chiuso dei conventi. Acquistavano, copiavano, al limite trafugavano, in nome della cultura e del collezionismo. Nel XV secolo l’unica copia esistente della Germania apparve nel monastero di Hersfeld. Enoch di Ascoli lo portò in Italia per conto di papa Niccolò V. Si smarrì di nuovo, riaffiorò molto dopo nella polverosa biblioteca dei Baldeschi Balleani, nobile famiglie di Jesi, grazie a don Cesare Annibaldi, insegnante di liceo nonché raffinato cultore dell’antichità, che lo pubblicò nel 1907, alimentando poi gli appetiti della Germania nazista. Prima che Himmler spedisse i suoi scherani, Hitler ne aveva chiesto la restituzione a Mussolini per le Olimpiadi di Berlino del ’36.
Oltre alle brame bibliofile, diventò nel corso dei secoli – come disse Momigliano – «un libro molto pericoloso» per le ideologie che nutrì negli spiriti del Nord. Anche se la Germania tacitiana era un impreciso crogiolo di tribù turbolente ai margini dell’impero che davano filo da torcere alle legioni e volevano restar liberi nelle loro cupe foreste, servì da modello per riaffermare la superiorità tedesca nei confronti dell’Italia ricca, raffinata, corrotta. Non c’era lo spread ma lo scontro ideale e politico non era dissimile ai tempi dell’umanista Conrad Celtis o di Lutero. I tedeschi onesti, leali, rigorosi, parchi; Roma lussuriosa, spendacciona, truffaldina. Il Nord inseguiva la «riforma morale», i Papi succhiavano soldi per innalzare San Pietro e vivere nel lusso, vendevano persino i bond spazzatura delle indulgenze promettendo il paradiso ultraterreno.
Il restauratore della lingua germanica Martin Opitz, all’inizio del ‘600, quando il latino era l’unica lingua colta, risvegliò l’orgoglio per gli antichi bardi tacitiani che guidavano i guerrieri in battaglia, auspicando la promozione letteraria del tedesco. «Fa’ attenzione – diceva al mondo tedesco - che tu, superiore agli altri popoli per forza e affidabilità non sia inferiore nella lingua! ». In epoca più moderna, quando la Germania ancora non esisteva come nazione (prima del 1871 era frantumata in centinaia di minuscoli regnetti litigiosi e inconcludenti), i fautori dell’unificazione si appellavano ai fantomatici antenati descritti da Tacito per cesellare appelli politici, letterari, filosofici.
Tacito servì anche ai primi antropologi. Johann Friedrich Blumenbach (1752-1840) di Gottinga, che da giovane nascondeva ossa di animali domestici sotto il letto del collegio, studiava crani per capire come mai cambiassero (in peggio) i popoli. I progenitori si erano conservati puri, senza mescolarsi con gli altri; se invece si guardava intorno non notava più «i grandi corpi dei nostri antenati forti solo per l’attacco… i fieri occhi blu». Riteneva innata l’inferiorità culturale dei «negri» e considerava i caucasici i più «belli e adatti» al genere umano, ma non si proclamava razzista. Il passo per la superiorità ariana era breve. In meno di un secolo, attraverso Rosenberg e altri teorici della razza, Tacito fu adottato come bibbia del nazionalsocialismo. Al congresso di Norimberga del ’36 si allestì una «stanza germanica» decorata con citazioni tacitiane, il testo entrò nei programmi scolastici (con strategiche censurine sull’amore per l’ubriachezza e i dadi) e citato dalla pubblicistica di regime. Il quarto capitolo, in cui si descrivevano gli avversari dei romani con occhi cerulei, capelli biondo-rossi e alta statura, divenne una legge dello Stato. Anche se i vertici nazisti erano ben lontani dal modello (mori, brutti, fisici sgraziati), arrivarono le misure per la «protezione del sangue e dell’onore tedesco», nel ricordo orgoglioso che i Germani di Tacito «impiccavano o affogavano nelle paludi quanti erano inferiori o predisposti alla perversione».
Himmler, figlio di un prof di lettere classiche, scoprì il testo a 24 anni, quando girava in moto e in treno per fare propaganda. Disoccupato, sottopagato dal partito non ancora al potere, mezzo morto di fame, se lo fece imprestare da amici e rimase folgorato dalla gloriosa immagine della grandezza, purezza, nobiltà degli antenati ivi descritti. Annotò nel diario: «Così dovremmo essere ancora, o almeno, alcuni di noi». Nel ’29 Hitler gli affidò le SS. Erano 260 zoticoni. Himmler trasformò l’organizzazione in una efficiente macchina del terrore e dell’utopia razzista, volendo membri che fossero alti almeno 1,75, biondi, capelli chiari, che scegliessero la fedeltà per onore. Più o meno come aveva scritto Tacito. Che tuttavia non sapeva cosa fossero i Germani. Se li era inventati con la sua ironia, la sua amarezza pervasa di rabbia, semplicemente per fustigare imperatori pazzi, matrone lussuriose, cittadini romani incapaci di seguire il bene pubblico.

La Stampa 19.12.12
I Rotoli del Mar Morto online in cinquemila immagini


A 65 anni dalla loro accidentale scoperta da parte di un pastore beduino che ricercava una capra sperduta nei pressi di Qumran, i Rotoli del Mar Morto possono essere ora studiati ovunque grazie a un’iniziativa dell’Autorità israeliana per l’archeologia e di Google. Dopo due anni di lavori è stato presentato alla stampa un nuovo sito web (www.deadseascrolls.org.il) dove sono raccolte 5.000 immagini di elevata qualità che mostrano frammenti di quei testi tracciati duemila anni fa e conservatisi miracolosamente grazie alla estrema siccità del clima nella regione del Mar Morto. Nel sito sono incluse mille immagini che non erano state pubblicate finora e anche archivi relativi al periodo storico in cui i testi furono elaborati. Le immagini ora a disposizione del pubblico comprendono tra l’altro brani della Bibbia (compresa una porzione della Genesi), testi che hanno attinenza con le origini del cristianesimo e anche lettere scritte da ribelli ebrei inseguiti dalle legioni romane negli anni 132-35 d.C. I Rotoli del Mar Morto originali sono conservati nel Museo Israel di Gerusalemme.

La Stampa TuttoScienze 19.12.12
Cinquant’anni di paradigmi e rivoluzioni Così Kuhn ci ha cambiati per sempre
di Massimiano Bucchi


La scintilla di uno dei saggi più discussi del­ l’ultimo secolo scocca a Harvard, nel 1947. Gli in­ gredienti sembrano banali: un dottorando in fisi­ ca, una matita e un libro, la «Fisica» di Aristotele. Il giovane studioso è ai limiti dello sconforto. Ha ac­ cettato l’incarico di offrire una panoramica delle scienze agli studenti di discipline umanistiche e gli era sembrata una buona idea ripercorrere le radici della meccanica newtoniana, partendo da Aristo­ tele. Dopo alcuni giorni, però, l’idea non gli pare più così buona. «Mi pareva non solo che Aristotele fosse stato ignorante di meccanica, ma anche un pessimo studioso di fisica…». Lo sguardo corre fuori dalla finestra. «D’improvviso nella mia testa i frammenti si ordinarono in modo nuovo. Aristote­ le mi parve un fisico eccellente, ma di un genere al quale non mi sarei neppure sognato di pensare»: le sue idee andavano comprese in una tradizione completamente diversa. Thomas Kuhn (1922­ 1996) aveva sperimentato quel tipo di esperienza che caratterizza il mutamento rivoluzionario delle idee scientifiche, quel mutamento che non può es­ sere sperimentato «a pezzetti», ma assomiglia a una ristrutturazione della percezione: «Quelle che nel mondo dello scienziato prima della rivoluzione erano anatre, appaiono dopo come conigli». L’in­ tuizione resta in incubazione per un decennio, fin­ ché «l’ultimo pezzo del mio rompicapo fu sistema­ to al posto giusto». Alla fine degli Anni 50 Kuhn trascorre un anno lavorando a contatto con scien­ ziati sociali. Lo colpì il tempo che questi dedicava­ no a discutere su principi e metodi, rispetto agli scienziati naturali. «Mentre cercavo di scoprire la fonte di questa differenza, fui portato a riconosce­ re il ruolo che, nella ricerca, svolgono quelli che da allora ho chiamato i paradigmi». «La struttura del­ le rivoluzioni scientifiche» viene pubblicato nel 1962. Le reazioni, soprattutto dal mondo scientifi­ co, sono inizialmente tiepide. Ma col tempo l’in­ fluenza del libro è enorme. Le statistiche di Google Books rivelano che il termine «paradigma» ha enormemente accresciuto la propria diffusione, arrivando ad essere citato in 200 mila volumi a fine Anni Duemila. Cinquant’anni dopo si discute an­ cora su quanto Kuhn possa illuminarci sullo svilup­ po della scienza: se ci saranno «rivoluzioni» o se lo scenario sarà di «scienza normale». Ciò che è certo è che lo sviluppo della sua teoria offre una straor­ dinaria lezione sull’importanza di fare incontrare i saperi al di là degli steccati disciplinari: senza la ri­ chiesta di insegnare un po’ di fisica agli umanisti, e senza il cortocircuito con gli scienziati sociali, forse Kuhn non sarebbe mai arrivato a mettere insieme i pezzi del rompicapo tra rivoluzioni e paradigmi.

La Stampa TuttoScienze 19.12.12
“La materia oscura ci assedia”
L’astrofisica Garbari: ce n’è molta anche attorno alla Terra
di Luigi Grassia


Galassie Non c’è abbastanza materia visibile per tenerle insieme. Ma Silvia Garbari ha scoperto che la materia oscura è dappertutto anche vicino alla Terra

C’è un grande mistero nei cieli che si chiama «materia oscura». Se si fa la somma della materia visibile, non ce n’è abbastanza per tenere assieme le galassie e gli ammassi di galassie. La materia che vediamo giustifica meno di un sesto dell’attrazione gravitazionale che si manifesta nell’universo; e l’altro 85% da dove ha origine? Dalla materia oscura, dicono i cosmologi per far quadrare il cerchio, anche se non sanno che cosa sia questa grande X.
Ma la materia oscura si trova soltanto nello spazio remoto o ce n’è dappertutto, anche attorno al Sole e alla Terra? Se è una componente essenziale dell’universo deve esistere anche nel nostro circondario. Per far quadrare i conti della gravitazione, dovrebbe esserci in media un chilo di materia oscura in ogni volume di spazio pari a quello del pianeta Terra. È poca roba, in fondo. Eppure qualche tempo fa, in Cile, un gruppo di ricercatori non ha trovato neanche quella; secondo l’astrofisico Christian MoniBidin, nella porzione di galassia attorno alla Terra la materia oscura è pari a zero. Se il risultato fosse vero sarebbe imbarazzante per la nostra attuale visione dell’universo. Vorrebbe dire che stiamo sbagliando tutto.
Adesso però uno studio di cui è co-autrice una giovane scienziata italiana, Silvia Garbari (con i professori George Lake e Justin Read del Politecnico di Zurigo) illustra un risultato opposto: in un raggio di qualche centinaio di anni luce intorno al Sole la materia oscura non soltanto esiste ma ce n’è di più di quanto prevede la teoria, cioè una media di un chilo e mezzo in ogni volume pari a quello della Terra. Quindi, la teoria è salva e la «dark matter» avviluppa anche noi.
Il gruppo di Zurigo ha seguito un metodo diverso da quello del cileno Moni-Bidin: ha osservato 2 mila stelle nane di colore arancione, classe spettrale K. Ma seguire un metodo di analisi diverso basta a giustificare risultati opposti? Evidentemente no, uno dei due gruppi di scienziati deve avere sbagliato. A domanda diretta, Silvia Garbari risponde così: «Il lavoro di Moni-Bidin è stato contraddetto da un altro articolo di Jo Bovy e Scott Tremaine, uscito poche settimane più tardi. Gli autori hanno dimostrato che il risultato è erroneo a causa di una delle 10 ipotesi usate». Insomma, senza voler tirare calci sotto il tavolo alla concorrenza, è un fatto della vita che quando ci si avventura alle frontiere della ricerca scientifica si commettono anche degli errori, e pare che questo sia successo ai cileni.
Tuttavia Silvia Garbari si sente appena all’inizio della sua ricerca: «Nel prossimo futuro saranno disponibili stime più accurate della posizione e della velocità di moltissime stella nella Via Lattea grazie al lancio del satellite Gaia. Speriamo che il nostro risultato sia confermato».

Repubblica 19.12.12
Perché ritorna l’inventore delle scienze umane
Vico, ancora lui
Esce un volume che raccoglie tutte e tre le edizioni dell’opera maggiore del filosofo settecentesco
di Roberto Esposito


Lo straordinario rilievo della Scienza Nuova di Vico – adesso ripubblicata da Bompiani in tutte le tre le edizioni del 1725, del 1730 e del 1744, a cura di Manuela Sanna e di Vincenzo Vitiello, con un ricchissimo saggio di quest’ultimo – sta nel fatto che per la prima volta, in essa, le vicende degli uomini sono guardate dal punto di vista della loro storicità. Naturalmente la nascita della storiografia è assai precedente – basti pensare, per esempio, a quella greca e romana. Ma è solo con Vico che la storia assume lo statuto di vera scienza. Così come il sapere acquista una dimensione intensamente storica – pur senza perdere la sua portata metafisica. Questo complesso passaggio di paradigma trova un singolare riscontro metaforico nella “dipintura” che compare sul frontespizio dell’opera. In essa un raggio di luce, che parte da un occhio situato in alto, giunge al petto di una fanciulla in piedi su di un globo, rifrangendosi su una statua. Ai piedi di questa, vari arnesi, tra cui una borsa, un timone, un aratro e una tavola con su scritte alcune lettere. In basso a destra s’intravede una selva, la cui folta vegetazione s’eleva fino al cielo, oscurando parzialmente la luce del sole. Il raggio è quello, divino, che illumina il mondo, transitando prima per la metafisica, simboleggiata dalla ragazza, e poi per la sapienza poetica, rappresentata dalla statua di Omero, mentre la selva incolta rimanda alle origini barbariche in cui le nazioni moderne affondano le proprie radici. Come spiega lo stesso Vico, il dipinto riproduce il duplice movimento, dall’alto al basso e viceversa, che salda la storia umana alla provvidenza divina. In un’opera mai del tutto conclusa, a dispetto delle tre edizioni, mito e storia, poesia e diritto, filologia e filosofia trovano una sintesi narrativa di straordinario vigore. Come in un grande affresco barocco, la storia del mondo – scandita nelle tre età degli dei, degli eroi e degli uomini – si dispiega in un’alternanza di luci e ombre, di successi e sconfitte, di slanci e cadute.
Le questioni che la Scienza Nuova solleva, ripercorse anche da Vitiello, sono fondamentalmente tre – intrecciate tra loro in un nodo insolubile. La prima riguarda il rapporto tra eternità e storia, tra origine e sviluppo. Come si è detto, è stato Vico ad immettere la vita degli uomini nella dimensione complessa e drammatica della storia – ma senza per questo fuoriuscire dall’orizzonte metafisico. Anzi, nell’intento di estendere alla storia il modello matematico adottato dalle scienze naturali, egli la sdoppia in due ordini distinti, ma in parte sovrapposti: quello “ideale eterno”, coincidente con il piano divino e quello in cui «corron in tempo le storie di tutte le nazioni ne’ loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini». Da qui la complessità, ma anche la tensione, che anima la scena vichiana: come si integrano, in essa, permanenza e mutamento senza annullarsi a vicenda? Come può restare identica a se stessa, la storia ideale eterna, se quella delle nazioni trascorre da una stagione barbarica a un’epoca civile, per poi, magari, regredire ad una fase ancora più buia? Ciò è possibile attraverso una sorta di topologia che vede riuniti tempi diversi all’interno della stessa dimensione temporale, come quando, durante le scoperte geografiche, gli europei si trovarono di fronte forme di civiltà eterogenee non solo nello spazio, ma anche sul piano dello sviluppo storico.
Ma se è così, l’altra questione affrontata, e genialmente risolta, da Vico è quella di dar voce al modo di sentire di tempi remotissimi. Egli è perfettamente consapevole del fatto che il senso originario dell’esperienza passata è perduto per sempre. Da qui la sua marcata distanza da autori moderni come Cartesio, che attribuivano al sapere a loro contemporaneo una sorta di validità universale. La scelta, apparentemente antiquata, in realtà nuovissima, di Vico – non per superare, ma per sottolineare tale difficoltà strutturale – è duplice: da un lato il tentativo di cercare in un’etimologia spesso fantastica la relazione originaria tra parole e cose. Le parole che ancora usiamo trovano la loro radice nei gesti, nelle immagini e perfino nei suoni di ciò che intendono significare. L’essenza comunicativa del linguaggio risiede nella sua figuratività – nella modalità concreta, gestuale e quasi corporea, con cui i primi uomini si sono rapportati in modo immediato alla vita. Il sapere non è un punto di luce che illumina all’improvviso il mondo, ma un processo avvolto nell’opacità del suo spessore storico. Perciò la sapienza poetica – basata sulla potenza delle immagini, anziché sulla generalità dei concetti – è più ampia di quella scientifica e filosofica. E anzi, come vuole indicare il riferimento ad Omero della dipintura, l’unica capace di esprimere il fondo preistorico custodito in ogni storia.
La terza questione – implicita nelle prime due – è il rapporto tra mente e corpo. Si è detto della genesi corporea del nostro modo di parlare. Ma il primato del corpo non riguarda soltanto il linguaggio. La storia stessa si origina dalla dimensione, confusa e promiscua, del corpo, come quello, sformato e bestiale, dei giganti che vagavano nella grande selva primordiale. In quell’alba del mondo, come si esprime con potenza visionaria Vico, le menti degli uomini «erano tutte immerse ne’ sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne’ corpi». Chi voglia ripercorrere all’indietro il processo di ominazione, deve calarsi nella materia, oscura e ribollente, di quel fondo indistinto. Nella confusione di semi, di donne, di sangue da cui la vita ebbe inizio in un amalgama che sovrappone i corpi e mescola i loro umori, prima che si fissi la differenza tra gli individui e tra le specie. Perché qualcosa come un mondo umano abbia inizio, quella selva deve essere accecata dal bagliore del fulmine e poi bruciata dai primi eroi. Solo allora la forza diviene autorità e il comune si divide nel proprio. Solo allora si apre lo scenario della storia vera e propria. L’ordine nasce dal solco che l’aratro e la spada incidono nella superficie, prima indifferenziata, della terra. Da qui i regni, e poi le repubbliche, in cui la forza cede al diritto e l’autorità si coniuga con la libertà.
E tuttavia, tale processo di incivilimento non è mai definitivamente compiuto. Anzi, proprio quando si ritiene tale, rischia una brusca regressione in una barbarie ancora più profonda di quella da cui è emerso. Vico mantiene fortissimo il senso della fragilità delle cose umane. A ciò richiama la presenza della selva sullo sfondo della dipintura: al fatto che la luce del sole non può mai dissolvere del tutto le tenebre dell’origine. Proprio quando la ragione dispiegata pensa di potersi emancipare dagli impulsi del corpo, quando la civiltà si vuole del tutto immunizzare dalle ferite della comunità, rischia di inselvatichirsi di nuovo. È la prima compiuta teorizzazione di quell’eterogenesi dei fini che spesso indirizza il nostro agire lontano dagli esiti che intendevamo conseguire. Nessun autore moderno – magari più avanti di Vico sul terreno epistemologico – lo sopravanza in questa intuizione di bruciante attualità: la crisi non è una vertigine in cui la storia eccezionalmente precipita, ma una sua possibilità intrinseca. E anzi non di rado attivata proprio dagli strumenti adoperati per evitarla. Solo con tale consapevolezza si può tentare, faticosamente, di superarla.