Corriere della Sera 9.9.10
Bersani si prepara alle primarie Vendola c’è, Chiamparino incerto
di Maria Teresa Meli
Il leader pd convinto che il sindaco di Torino rinuncerà
ROMA — «Questa non è la Camera dei Deputati, ma un manicomio e noi dei pazzi che in una confusione totale passiamo le giornate in congetture senza senso su quello che accadrà, senza sapere che succede veramente dall’altra parte». Seduto nel cortile di Montecitorio insieme ad alcuni deputati amici, Arturo Parisi regala questa fotografia della situazione. Nel Pd ci si interroga — a vuoto — sul futuro politico che verrà. L’altro ieri il caos in quel partito era tale che qualche dirigente ha cercato il direttore del Tg1 Augusto Minzolini (sì, proprio lui, quello che i Democratici criticano spesso e volentieri) nella speranza di conoscere le reali intenzioni di Berlusconi.
Il Pd assiste alla partita del centrodestra con la paura che, nonostante tutto, alla fine si vada veramente alle elezioni in tempi rapidi. E perciò, pur facendo i dovuti scongiuri, a Largo del Nazareno si ragiona anche su questo scenario. Quello del governo tecnico è definitivamente tramontato e, comunque, è stato agitato più per tattica che perché ci si credesse sul serio. «Se Berlusconi e Bossi vogliono andare al voto anticipato, non ci sono margini: ci si va», confidava ieri a un amico il vicecapogruppo al Senato Nicola Latorre.
Ma come andare al voto? Il Pd ha il problema delle alleanze, innanzitutto. Ieri Veltroni ha riunito i suoi proprio perché è preoccupato che il partito abbandoni definitivamente la sua «vocazione maggioritaria» e si butti in una sorta di Unione, ancor più confusa di quanto lo fosse quello schieramento. I segnali, secondo i veltroniani, ci sono tutti: basti pensare che Ferrero e Diliberto si dicono ben felici di allearsi con il Pd, ma aggiungono che, in caso di vittoria elettorale, non entreranno mai nel governo. Intanto nessuno dà per scontato il fatto che Di Pietro si allei con il Partito democratico. «Potrebbe andare da solo», dicono al Pd. E non sanno se questo sia un bene o un male.
Sulle alleanze qualche parola dirà Bersani, nel giorno di chiusura della Festa Democratica, ma non scioglierà tutti i nodi perché è ancora presto per farlo. Già, nel Pd non si è persa del tutto la speranza di agganciare Casini: «La partita non è chiusa», spiegava l’altro giorno il segretario ad alcuni parlamentari. In questo caso, ma solo in questo caso, non si terranno le primarie, a cui, com’è noto, il leader dell’Udc è allergico. Altrimenti, almeno questo punto è stato stabilito: per scegliere il candidato premier si passerà attraverso queste consultazioni. Anche perché rappresentano un passaggio obbligatorio se si vuole ottenere che Nichi Vendola scenda in campo alleandosi con il Pd.
Primarie, dunque. Probabilmente anche se la situazione dovesse precipitare nel giro di poco tempo. Primarie a cui si presenterà sicuramente Bersani. Il segretario ci crede e ha preparato non da ora la sua candidatura. È convinto di essere pronto per una sfida di questo genere. E sembra non dare troppo peso all’ipotesi che possa scendere in campo anche Sergio Chiamparino. Il sindaco di Torino — è il ragionamento che fanno sia Bersani che D’Alema — è molto bravo, ma da Roma in giù non è conosciuto. Contro di lui gioca anche un altro fatto: è sponsorizzato da Walter Veltroni e da un mondo editoriale e imprenditoriale che il segretario del Pd e il presidente del Copasir guardano con un certo sospetto. Insomma, per farla breve, Bersani è convinto che se scende in campo lui, Chiamparino, alla fine non si candiderà. Scontata, invece, la decisione di Vendola di presentarsi alle primarie. Ma al Pd ritengono di avere ancora un apparato tale da mobilitare la gente per il segretario.
Nel frattempo, in attesa di capire se si andrà al voto o no, in casa democratica si tifa per Fini. «Mai avrei pensato di passare più di un’ora ad ascoltare il suo discorso. È una persona di grande dignità», ammetteva ieri Livia Turco. Ragionamenti come questi mandano su tutte le furie Beppe Fioroni: «Non possiamo passare per quelli che considerano Fini il loro Messia. Se non vogliamo andare a sbattere, finiamola con questi giochi e prepariamoci alle elezioni, dimostrando di non averne paura».
l’Unità 9.9.10
Intervista con Achille Serra
Clima pericoloso. Ma
Pd lontano dal suo popolo
Il senatore democratico: queste manifestazioni prendono corpo quando c’è il caos quando c’è un governo che non governa e quando i partiti non capiscono più la loro base
di Claudia Fusani
C’è un clima molto pericoloso per la democrazia. Un clima di violenza che mi fa paura...». E se la paura entra nella pelle di un ex prefetto, ex questore, ex capo di squadra mobile, di uno che, prima di diventare senatore, ha passato la vita nelle questure e nelle prefetture di mezza Italia, che ha vissuto il terrorismo e ha fronteggiato la criminalità organizzata, questa paura è qualcosa di dannatamente serio che non può più, neppure per un secondo, essere sottovalutata. Achille Serra, terzo episodio di intollerenza e aggressione in meno di una settimana alla Festa nazionale del Pd. Un crescendo cominciato con Marini, andato avanti con Schifani e oggi con Bonanni. Che succede? «Queste manifestazioni prendono corpo quando c’è il caos, quando c’è un governo che non governa e, mi spiace dirlo, i partiti che non capiscono più il loro popolo. Tutti i partiti, a cominciare dal Pd visto che questi fatti, gravissimi, sono accaduti alla tradizionale Festa nazionale del partito». Vengono in mente brutti pensieri... «Diciamolo pure, viene in mente la contestazione di Luciano Lama alla Sapienza nel 1977 (17 febbraio, ndr). Allora erano i giovani di Autonomia operaia. Oggi non lo sappiamo, comunque giovani, cittadini, lavoratori incavolati neri. La contestazione a Lama fu il battesimo del Movimento del ‘77, con tutto quello che di buio, terrore, sangue e tensioni significò per l’Italia. Oggi non lo sappiamo, ancora. Ma dobbiamo vigilare. E noi, classe politica, dobbiamo interrogarci e trovare in fretta risposte».
Lei individua, anche, un problema politico, nel Pd. Ma prima di questo forse a Torino c’è stato un problema di poli-
zia e di sicurezza. Enrico Letta, ieri sul palco, ha puntato il dito sul questore. «Chiariamoci subito. L’ordine pubblico prevede tre fasi: intelligence, cioè acquisizione di informazioni, sapere se e cosa si sta muovendo per una certa occasione pubblica, un comizio o un corteo; prevenzione, cioè la Digos in strada in grado di distinguere tra chi vuole solo manifestare, e che deve avere il sacrosanto diritto di farlo, e chi invece ha un lacrimogeno in tasca; infine presenza degli uomini in divisa al comizio. Allora, a Torino è chiaro che c’è stata zero intelligence e scarsa prevenzione. Circa la massiccia presenza di uomini in divisa, bisogna chiarirsi perché è troppo facile scaricare sempre sulla polizia. Se ci sono troppi agenti, ci accusano di presidiare i liberi comizi democratici...». Qualche errore nella predisposizione dei servizi delle forze dell’ordine forse c’è stata?
«Qualcosa è stato sottavalutato. È il terzo episodio, c’è stato un crescendo preciso. Ma questa è l’analisi più semplice e anche scontata da fare. Vorrei andare oltre, prima che sia troppo tardi».
Oltre, dove?
«Non basta accusare chi protesta di essere squadrista. O puntare il dito sui servizi di polizia. Questi sono solo slogan. Non ho sentito nessuno dire che queste contestazioni sono prima di tutto attacchi al Pd. Provocazioni e attacchi. Servono iniziative, serve capire cosa sta succedendo». Sono attacchi alle istituzioni.
«Certo, tra cui il Pd. Le persone percepiscono la confusione e la denunciano. In modo sbagliato, ma questo stanno facendo». Un difetto di sintonia con il popolo? «C’è un muro sempre più alto. Non c’è, oppure non viene compreso, un progetto di risanamento economico, qualcosa per abbassare le sperequazioni dei redditi, sulla sicurezza, sulla legalità e sulle giustizia. Non si capisce la linea. Non si contestano certe baggianate della propaganda del centro destra, ad esempio i proclami del ministro Maroni sulle cifre degli arresti dei boss. La verità è che a Reggio Calabria l’ndrangheta è così forte da permettersi di fare attentati dentro il palazzo di giustizia e che la camorra può arrivare ad uccidere un sindaco simbolo come Vassallo. C’è il caos, si stracciano i contratti nazionali di lavoro, i telegiornali parlano di elezioni e delle pernachie di Bossi. La gente è nera, va ai dibattiti del suo partito e contesta. Siamo davanti a un crescendo pericoloso che richiama momenti difficili del passato. Attenzione».
l’Unità 9.9.10
Condanna Fiom «La democrazia è irrinunciabile»
Quattro ore di sciopero e l’invito a Fim e Uilm a congelare le trattative sulle deroghe al contratto in attesa di un referendum dei lavoratori. È la proposta Fiom dopo la disdetta del contratto 2008 da parte di Federmeccanica.
di Giuseppe Vespo
«Per la Fiom la democrazia è un principio irrinunciabile, basato sul confronto e sulla libertà di poter esprimere pubblicamente le proprie opinioni». Così le tute blu Cgil condannano la contestazione subita ieri dal leader Cisl Raffele Bonanni alla festa del Pd a Torino. Un messaggio chiaro che arriva alla fine di una giornata ancora segnata dalle polemiche sulla disdetta da parte di Federmeccanica del contratto nazionale dei metalmeccanici del 2008.
REFERENDUM
A questo proposito ieri si è riunito il comitato centrale del sindacato guidato da Maurizio Landini, che ha approvato la linea indicata dal suo segretario generale. Contro lo strappo degli industriali, il documento votato dalla maggioranza del comitato delle tute blu indice quattro ore di sciopero entro il 16 ottobre, giorno della manifestazione nazionale a Roma. La Fiom propone inoltre a Fim e Uilm di sospendere le trattative con Federmeccanica per chiamare ad un referendum sulle deroghe al contratto tutti i lavoratori. Quindi l’invito alla Cgil, affinché si mobiliti contro «l’attacco ai diritti», e la convocazione dell’assemblea nazionale dei delegati entro gennaio, in modo da preparare una nuova piattaforma per il rinnovo del contratto delle tute blu.
«Perché la disdetta di martedì conferma che il vero contratto di categoria è quello firmato nel 2008». Il parlamentino del sindacato è stato chiamato ad esprimersi su due proposte: quella dal segretario Landini, che ha ottenuto 92 voti (il 79% dei consensi), e quella dell’epifaniano Fausto Durante espressione della minoranza votato da 26 rappresentanti. Quest’ultimo, contrario al «muro contro muro», proponeva a Fim e Uilm di ripartire da zero: riaprire un tavolo e scrivere un nuovo contratto nazionale.
Ha prevalso la linea maggioritaria, che chiede dunque ai metalmeccanici di Cisl e Uil di rimettere tutto nelle mani dei lavoratori: indire un referendum sulle deroghe al contratto nazionale e sottostare poi tutti all’esito della consultazione. Una soluzione subito bocciata dalla Uilm, secondo cui il contratto nazionale dei metalmeccanici esiste già. È quello rinnovato -se nza la Fiom lo scorso anno.
Landini ha quindi ribadito che la disdetta di Federmeccanica è un atto «grave e irresponsabile», e per questo «siamo anche pronti al Tribunale. Perché ha sottolineato vogliono cancellare il contratto nazionale di lavoro». Per il sindacalista, «Confindustria ha ceduto al ricatto della Fiat che aveva minacciato di uscire dal sistema confindustriale», se non avesse avuto mani libere su Pomigliano. Un’accusa respinta al mittente da Emma Marcegaglia, che ha attaccato la Fiom («sono loro il problema»). Per la numero uno degli industriali la disdetta «è solo un atto di chiarezza», perché un contratto vigente c’è, è quello del 2009. Sulla stessa linea anche il ministro Sacconi.
Ma è proprio contro quest’asse, e più in generale contro l’«attacco ai diritti» che non riguarda solo i metalmeccanici, che la Fiom chiede alla Cgil di «pensare a forme di mobilitazione fino ad arrivare, se necessario, allo sciopero generale». Intanto a mobilitarsi ci hanno pensato gli operai dell’indotto Fiat di Grugliasco, Torino. Contro lo strappo sul contratto del 2008 alla Lear e all’Itca hanno già incrociato le braccia un’ora per ogni turno.
l’Unità 9.9.10
Lottare per il futuro
Noi studenti vogliamo la scuola pubblica
di Sofia Sabatino
Questo governo sta letteralmente distruggendo la scuola pubblica. L’attacco che si sta mettendo in campo non ha precedenti nella storia del nostro paese. Stanno, senza troppi convenevoli, smantellando ogni tassellino che con sforzi disumani, era stato messo in piedi da docenti, studenti e genitori che amano e difendono la scuola pubblica. La cosa peggiore che questo sfacelo viene attutito e celato da una fortissima campagna mediatica che la Gelmini, e questo governo in generale, hanno messo in campo. Il taglio di 8 miliardi di euro in 3 anni approvato dalla scorsa finanziaria, dovrebbe terribilmente stonare con l’idea di scuola che dice di portare avanti il nostro ministro: una scuola “meritocratica”, dove finalmente si sono abbandonati i buonismi del ‘68 e che predilige prima di tutto la qualità. Invece ci troviamo davanti ad una gigantesca psicosi fra la realtà che il nostro ministro descrive, e quello che ogni giorno si palesa davanti ai nostri occhi: una scuola pubblica che non è più pubblica, privata di tutto, che non ha neanche la possibilità di svolgere le sue funzioni ordinarie, figuriamoci la funzione di emancipazione sociale e azzeramento delle differenze fra gli individui.
Noi studenti ci chiediamo come faremo tra poche settimane a rientrare a scuola, con i nostri insegnanti, che fino all’anno scorso erano seduti nelle nostre aule, in presidi ̆ ̆permanenti e scioperi della fame, con delle scuole a cui sono stati azzerati tutti i fondi, nel caos più totale degli indirizzi e delle sperimentazioni scomparse, con meno ore ma gli stessi programmi e le stesse materie, senza laboratori, con costi esorbitanti a carico di noi studenti e delle nostre famiglie, con edifici fatiscenti su cui anche quest’anno non è stato speso un euro.
Si sta mettendo in atto una vera e propria svendita della scuola pubblica, che nonostante rimanga pubblica di facciata, nella sostanza viene depauperata, esautorata dalle sue funzioni. Siamo ritornati in un’Italia che speravamo aver abbandonato per sempre dopo tante lotte, un’Italia in cui l’abbandono scolastico cresce perché mandare un figlio a scuola costa troppo, in cui si lascia la scuola perché non ci si può permettere di recuperare tre insufficienze, in cui a parità di costi, il servizio privato (soprattutto le scuole private per cui fioccano finanziamenti statali) è sicuramente più funzionale di quello pubblico e allora ecco che il pubblico anche se rimane pubblico si svuota di significato. È per questo che dal primo giorno di scuola noi studenti della Rete degli studenti partiremo con delle azioni di protesta che proseguiranno per tutto l’anno scolastico, con una grande mobilitazione studentesca nel mese di ottobre e con la data del 17 novembre, giornata mondiale dei diritti degli studenti.
il Fatto 9.9.10
I precari della scuola in piazza per un lavoro
Contestato Dario Franceschini, “Non vogliamo baniere di partito, adesso aiutateci a far valere i nostri diritti”
di Caterina Perniconi
Una protesta senza bandiere. Ci tengono talmente tanto i precari della scuola da contestare alcuni politici scesi a portare la loro solidarietà alla manifestazione di piazza Montecitorio.
La pioggia rende difficile la riuscita della mobilitazione, ma in molti hanno deciso di raggiungere la Capitale per far sentire la loro voce di disoccupati della scuola. Una volta erano precari, dopo i tagli della nuova riforma varata dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, non hanno più un incarico. Ma non permettono a nessuno di mettergli il cappello in testa, così si sentono più forti. “Siamo qui grazie al passaparola, alle convocazioni e non perché invitati da partiti o sindacati”. Eppure di un aiuto dalla politica hanno bisogno: “Portate il nostro problema in Parlamento”, chiede Caterina Altamore al presidente dei deputati del Partito democratico Dario Franceschini. La precaria, dopo lo sciopero della fame per far valere i propri diritti, oggi è una delle animatrici della protesta, assieme al Coordinamento dei precari e alla Rete precari della Scuola. Ma c’è chi urla: “Dovete cancellare il decreto Bersani sulle fondazioni nelle scuole perché noi non vogliamo i privati”.
“È normale che siano nervosi – ha detto Franceschini – sono insegnanti che non vedono riconosciuti i loro diritti e sono stati traditi dallo Stato. Noi non vogliamo la privatizzazione, e sono qui per questo, per promettere il nostro impegno”.
Intanto i precari stanno lanciando una piattaforma con 4 proposte che presenteranno durante l’assemblea nazionale che hanno convocato per il 25 settembre. “Chiediamo un immediato ritiro della legge 133 – spiegano – del decreto salva-precari, il rifinanziamento parziale dei fondi tagliati e l’assunzione sui posti vacanti”. In programma poi uno sciopero nazionale e tante iniziative di protesta: dall’occupazione delle scale del ministero al blocco dei traffici sullo Stretto di Messina previsto per il 12 settembre. “Faremo di tutto – spiegano ancora i precari – per far sì che la scuola torni un argomento centrale e non venga tirato fuori solo quando c’è da tagliare”. In piazza c’era anche il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro. “Il governo potrebbe fare un ultimo atto di giustizia prima di andare a casa: ridare dignità a coloro che si occupano della scuola pubblica – ha detto Di Pietro – mettere in regola i precari e ridare quegli 8 miliardi di euro che si è fregato”.
Intanto la protesta si è diffusa a macchia d’olio in tutta Italia. Dopo gli scioperi della fame di Palermo, Pordenone e Benevento, a Nuoro è iniziato il boicottaggio sistematico di tutti gli incontri e le iniziative proposte dal ministero. Ad animare la protesta sarda sono le istituzioni, convinte che non si governi a colpi di tagli.
Repubblica 9.9.10
L'insostenibile declino di chi deve educare il Paese
Le polemiche sui tagli alla scuola e le proteste dei professori precari riportano d´attualità la questione della qualità dell´istruzione in Italia
di Domenico Starnone
Non è mai esistita un´età dell´oro dei docenti presso l´opinione pubblica. I luoghi comuni sono di antica data e duri a morire, ma nascono dai problemi reali irrisolti
È rimasto insoluto per oltre un secolo il problema della convivenza tra la concezione elitaria della cultura e la necessità della scolarizzazione di massa
C´è un libro che si chiama Il manuale del perfetto professore di Dino Provenzal. Si rivolge agli insegnanti di scuola media di inizio secolo (quelli che Papini partendo da "scuola media" aveva battezzato mezzani). La scuola è rappresentata come luogo di conflitto con gli alunni («il primo e più arduo problema è mantenere la disciplina», ci sono «professori che non oserebbero salire in cattedra una sola volta, senza quel fido compagno che è il registro») ; i docenti si interrogano per capire se sono miserabili impiegati (allora c´era anche chi li chiamava impiagati) o qualcosa in più; si ammette che «non tutti gli insegnanti sono cime»; si racconta la battaglia dura dei professori "rigorosi" contro quelli "lassisti"; si accenna alle piccole corruzioni, al mercato delle lezioni private (prezzo d´epoca: venticinque lire; lo stipendio di un docente era centotrentasei lire; con mille lire ci si poteva comprare sottobanco la licenza); si sottolinea l´avversione dei docenti per la pedagogia e per ogni didattica; si tratteggia l´ottusità degli ispettori ministeriali e, in un´epoca in cui non c´erano la tv e internet, si lancia persino il seguente grido d´allarme: «i giovani non leggono più nulla». Di conseguenza Provenzal così arringa i suoi colleghi: «Se appena puoi cavartela col solo stipendio, segui il mio paterno consiglio: fa´ poche ore di lezione e in quelle che ti rimangono libere, studia, leggi, scrivi, passeggia, vivi la vita di tutti gli altri uomini e fuggi lontano dalla scuola quanto più è possibile».
Questo libro è del 1921, in quell´anno era alla terza edizione.
Ce n´è un altro che si chiama Gli insegnanti bocciati, è di Evaristo Breccia. Non si rivolge ai professori ma sostanzialmente alle famiglie. Breccia, dopo aver spulciato negli elaborati degli insegnanti che hanno fatto concorsi a cattedra e sono stati bocciati, si dà da fare per dimostrare al suo pubblico che dall´università viene fuori gente di inimmaginabile ignoranza, che i docenti che non sono mai riusciti a superare un concorso insegnano tranquillamente da anni mentre invece andrebbero licenziati, che l´intero ingranaggio della pubblica istruzione è ormai privo di affidabilità.
Questo libro è del 1957, in quell´anno era alla settima edizione. Rispetto a Provenzal rincara la dose: se la prende con tutti gli insegnanti non di ruolo; bravi per lui sono solo quelli che hanno vinto un concorso: via i precari.
Cito questi due libri a mo´ d´esempio, per ricordare che forse non c´è mai stata un´età dell´oro dei docenti, presso l´opinione pubblica. Li cito anche per sottolineare che la crisi della figura del professore non ha inizio col fatale 1968, come il senso comune ripete di continuo, ma ha una lunga storia alle spalle che si può ripercorrere utilmente attraverso la pubblicistica, i romanzi, il cinema (ve li ricordate i professori di Fellini?) e la televisione. Li cito infine perché sono utili per segnalare che i luoghi comuni sulla categoria sono di lunga data, e se sono così duri a morire significa, anche quando sono beceri, che segnalano problemi seri irrisolti.
Voglio dire che la vecchia concezione elitaria degli studi non ha mai fatto veramente i conti, lungo tutto il Novecento, con il problema del diritto allo studio di tutti. Voglio dire che il docente è stato sempre più lasciato solo, dentro strutture inadeguate, con mezzi inadeguati, con una formazione inadeguata, a fare un lavoro mai veramente ed efficacemente ripensato in funzione dell´ostacolo degli ostacoli: la diseguaglianza naturale ed economico-sociale. Voglio dire che un lavoro durissimo, esposto in linea di massima sempre al fallimento (chi insegna con onestà sa che un´istruzione di qualità per tutti è nel migliore dei casi una spinta ideale contraddetta dalla brutalità dei fatti), è stato continuamente umiliato innanzitutto dallo scarsissimo credito che la politica gli ha assegnato, a partire dal momento in cui i docenti non sono più risultati un serbatoio affidabile di voti, e poi dalla sostanziale caduta del valore del titolo di studio. Voglio dire che negli ultimi trent´anni una scuola sempre più povera fatta da docenti sempre più poveri, se l´è dovuta vedere con lo strapotere delle immagini, con il tramonto della cultura del libro, con la perdita di autorità di una serie di profili professionali prima autorevoli che lavoravano con la scrittura, con strumenti tecnici e figure professionali nuove di una potenza formatrice non comparabile con quella della vecchia cattedra.
Concluderei perciò così: la crisi del docente, pensato come formatore di élites, è di vecchia data e comincia con gli albori della scuola di massa; sottoposto a due spinte divergenti (selezionatore autorevole e scontroso di classe dirigente o artefice sempre disponibile di un´istruzione qualitativamente alta per tutti), lasciato solo di fronte a problemi che non poteva risolvere da solo, è finito in stato di stallo, vale a dire nell´impossibilità di tornare alla vecchia funzione di selezionatore classista e, insieme, nell´impossibilità di lavorare in una scuola in grado di assicurare davvero il diritto di tutti a un´istruzione elevata. Crocifisso dunque alla storica incapacità (o impossibilità) della politica e della società civile di reinventare la scuola, oggi l´insegnante è una figura al tramonto, in tragico declino come tante altre figure intellettuali dell´era predigitale? Sì, se si continua a non muovere un dito. O a muoverlo malissimo, aggiungendo danno al danno, e naturalmente spaccando il centesimo.
Repubblica 9.9.10
La dedizione quotidiana di tanti docenti
Il cuore oltre la cattedra
di Chiara Saraceno
Nonostante le condizioni difficili e il rapporto sempre più complesso e complicato con i genitori ci sono tante persone che continuano a dare lezioni importanti, lavorando con passione nella scuola
Collocati sulla prima linea dei mutamenti familiari, culturali, sociali, gli insegnanti hanno sperimentato negli ultimi trent´anni un progressivo processo di declassamento: sul piano della remunerazione e su quello del prestigio sociale, accompagnato da una carenza di investimenti nella loro formazione. Quest´ultima negli ultimi anni è stata oggetto di riforme successive che si sono limitate a vanificare quelle precedenti e senza seguito sul piano del reclutamento. Quanto all´aggiornamento, quando non rappresenta un semplice strumento per aumentare il proprio punteggio a fini di carriera o mobilità, è per lo più a carico degli insegnanti e dei loro modesti stipendi. E non vi è nessun riconoscimento del lavoro, oltre che delle competenze, aggiuntivo richiesto dall´insegnamento nelle situazioni più problematiche. Tutto è affidato all´impegno individuale dell´insegnante, per altro spesso costretto, insieme ai suoi allievi, a lavorare in situazioni, anche ambientali, indecorose: scuole fatiscenti e insicure, aule cui mancano talvolta anche gli arredi essenziali, laboratori, ed oggi anche aule, sovraffollati, dotazione ridicola.
Non può stupire che i primi ad accorgersi di questo declassamento sono proprio gli studenti. La mancanza di rispetto che molti docenti lamentano non deriva solo dalla loro incapacità a farsi valere come autorevoli in forza della propria competenza sia disciplinare che relazionale. Deriva innanzitutto dalla immagine sociale del loro lavoro che viene restituita dal modo in cui sono trattati loro e la loro professione, dalla scarsità degli attrezzi – culturali e materiali – di cui vengono forniti per il loro mestiere. Senza che per altro siano sempre capaci, come individui e come organizzazioni, di reagire in un modo che vada al di là delle pur importanti rivendicazioni stipendiali o della difesa di diritti acquisiti. Le responsabilità sono molte e non solo recenti. Sembra che un insegnante sia destinato ad essere vuoi un eroe, che tutti i giorni scende nell´arena a fronteggiare una torma di sadici o di indifferenti, da cui difendersi e contemporaneamente sedurre, coinvolgere, oppure un impiegato della lezione, che fa le sue ore, cercando di attraversare la giornata e l´anno senza incidenti, giocando al ribasso per non esporsi a reazioni – degli allievi, ma anche dei genitori. Perché la, per altro giusta, caduta dal piedistallo dell´insegnante-Dio, le cui decisioni erano insindacabili e il potere sulla classe assoluto, è seguita non solo la legittima possibilità di argomentare le proprie ragioni, ma anche la squalifica tout court delle decisioni dell´insegnante se queste non piacciono agli allievi che ne sono oggetto e/o ai loro genitori. Come se la scuola fosse diventata il terreno di rapporti di forza, ove al sadismo e alla prepotenza di qualche insegnante si contrappongono quello degli studenti a volte spalleggiati dai genitori, dove la comunicazione è difficile e la fiducia reciproca scarsa.
Certo, la situazione media non è così drammatica, soprattutto per merito dei molti insegnanti che si arrabattano a far quadrare tutto e suppliscono a ciò che manca con la loro passione. Ma l´eroismo e l´altruismo degli insegnanti non possono essere la risorsa principale su cui conta una società per la formazione dei propri figli, tanto più se ogni giorno si impegna a squalificare e rendere difficile il lavoro alle stesse persone da cui si aspetta dedizione, competenza e, appunto, altruismo.
Repubblica 9.9.10
L'esperienza di un professore dopo trent'anni
La vera lotta di classe
di Marco Lodoli
È naturale che un uomo di oltre cinquant´anni non capisca una ragazzina di quindici. I film che vedo, la musica che ascolto, per loro non esistono. Hanno tagliato i ponti con gli adulti
Lunedì comincerò il mio trentesimo anno di insegnamento: era il 1980 quando entrai per la prima volta in classe e ricordo ancora bene quella lezione, preparata con cura e spavento, sul viaggio ultraterreno di Dante ma più in generale sul viaggio nella letteratura. In un´ora passai da Don Chisciotte a Pinocchio, da Rimbaud a Kerouac, dal Sorpasso a Pollicino, con una smania infinita di spiegare, di emozionare.
Avevo ventitré anni, leggevo dalla mattina alla sera, speravo che nei libri ci fosse tutto ciò che mi mancava: e quello che trovavo, subito lo comunicavo ai miei studenti, come un bene prezioso da condividere. Ero convinto che la bellezza, la poesia, la ricerca di senso riguardassero tutti gli adolescenti del mondo: che serve avere sedici se non si guarda in alto? Così mi dicevo, ma in realtà neanche me lo dicevo: ne ero certo. I ragazzi ascoltavano la musica che piaceva anche a me, i Talking Heads, i Cure, gli Smiths, i cantautori italiani, parlavano di calcio e di politica e di niente, e io li capivo. Insegnavo anche alle serali, a giardinieri più vecchi di me, e dopo aver letto una poesia di Pascoli o un racconto di Cechov ne parlavamo insieme, avevamo una lingua comune per scambiarci opinioni, anche per litigare. E gli anni, una settimana dopo l´altra, sono passati. Io ero sempre l´insegnante giovane, scapigliato, quello con la Vespa anche se diluvia, quello con i jeans bucati e persino con i dread, per un certo periodo. Per me capire i ragazzi era facile, anche se cambiavano i gruppi musicali, i film al cinema, i modi di vestirsi – come fosse sempre primavera. Qualche volta mi ritrovavo alunni o ex-alunni alle presentazioni dei miei libri, e loro erano orgogliosi di me e io di loro, ci davamo qualche pacca sulla spalla, imbarazzati, contenti.
Ora tutto è cambiato. È ovvio che sia così, mi dico, è normale che un uomo di cinquantatré anni non capisca una ragazzina di quindici. Metto le mani sul vetro, cerco di sbirciare, ma è tutto appannato, non si vede niente. Ai ragazzi parlo di letteratura, ma ormai è una lingua perduta, come il latino o l´aramaico. Parlo anche di cinema e di musica, ma i film che io vedo per loro non esistono, la musica che ascolto è muta. Non c´è alcuna contestazione, nessuno pensa che io sia in torto, che difenda chissà quale ordine infame: semplicemente questi ragazzi hanno tagliato i ponti con gli adulti. Prima la barca era una sola, ci si stava sopra tutti insieme, magari cercando di buttare di sotto i nemici: ora ogni generazione ha la sua scialuppa di salvataggio. Il marketing ha diviso la società in target. Ciò che interessa un trentenne non interessa un sedicenne. I miei studenti di periferia ascoltano i cantanti neomelodici napoletani, i rapper autoprodotti di Tor Bella Monaca, odiano il cinema perché bisogna stare due ore zitti e al buio, non fanno sport, chattano, passano il sabato nei centri commerciali. Ho alunni che spediscono trecento sms al giorno, tranquillamente. E allora uno ci prova ancora: On the road e Cervantes, i boschi dei fratelli Grimm e la selva oscura, il viaggio dietro a Moby Dick, la fuga di Gauguin fuori dal mondo, ma ascoltano in pochi, forse in certi momenti proprio nessuno, e così a tanti insegnanti viene lo scoramento. Perdiamo gli alunni e acquistiamo montagne di carte da riempire, labirinti in cui confondersi.
Trent´anni di disprezzo per la cultura – roba da poveracci, da infelici – hanno portato a questo: a un paese povero e infelice. Ma io non mollo, continuo a indicare ai miei studenti un punto più in alto, dove l´aria è migliore, dove si vede meglio il mondo.
Repubblica Firenze 9.9.10
Cgil, Cisl e Gilda chiamano a raccolta prof e custodi: il 60-70% degli istituti saranno chiusi
Suona la campanella della rivolta il 15 maxi assemblea dei sindacati
Inizio delle lezioni fortemente a rischio: "La scure del governo? Una tragedia"
di Ilaria Ciuti
Il primo giorno di scuola a Firenze sarà di protesta. Uniti, Cgil, Cisl e Gilda chiamano tutto il personale della scuola di ogni ordine e grado, docenti e non docenti, alla mega assemblea indetta per mercoledì 15 al Saschall dalle 8,30, alle 12,30. Quattro ore insieme «per tentare di arginare una tragedia», dicono i tre segretari provinciali di categoria, Alessandro Rapezzi per la Flc Cgil, Antonella Velani per la Cisl scuola e Valerio Cai per la Gilda-Unams. «Il primo giorno di scuola non a caso - spiegano - Ma per dare il segnale forte che è necessario di fronte ai tagli della Gelmini che rischiano di affossare la scuola pubblica e che solo a Firenze e provincia si riassumono drammaticamente in 2000 alunni e 89 nuove classi in più contro 219 docenti in meno rispetto all´organico di diritto e 54 all´organico di fatto, 148 non docenti che mancano e 2.429 supplenti nominati tardi che arriveranno inesorabilmente in ritardo e alla disperata rinfusa».
Una «tragedia» da combattere. «I genitori lo capiranno e ci aiuteranno». L´assemblea, precisano i sindacalisti, «è assolutamente legittima, il contratto vieta le assemblee solo in periodo di scrutini, siamo anche andati dal prefetto e tutto è regolare». D´altra parte, ragionano, «di fronte alla gravità della situazione non sarà un dramma se la scuola comincia il giorno dopo». D´altra parte i genitori, che comunque si informano dopo la liberalizzazione della data di inizio delle lezioni, sapranno in anticipo se la scuola dei figli sarà o non sarà aperta mercoledì, dicono i tre sindacalisti. Già da adesso, avverte Velani, tra il 60 e il 70% degli istituti di Firenze e provincia hanno detto che resteranno chiusi. Al più tardi entro domenica anche le altre scuole daranno informazioni certe. L´assemblea non è uno sciopero, i partecipanti devono avvertire con qualche giorno di anticipo.
Per il Saschall, racconta Velani, sono già stati prenotati pullman da tutta la provincia, da Greve, Scandicci, Calenzano, il Mugello, Montespertoli. «Prevediamo una grande affluenza», dicono anche Rapezzi e Cai. Tutti e tre sottolineano come i tagli si siano abbattuti su un paese che, stime Ocse, impiega il 9% della spesa pubblica per l´istruzione contro il 13% della media europea. Con un governo che non si occupa di ricerca e di qualità, aggiungono, ma solo di risparmiare senza criterio. «Siamo pronti a impegnarci a livello nazionale per rivedere la spesa scolastica con l´obiettivo di una maggiore qualità», dichiarano i tre sindacalisti: ma non a questo massacro che, sottolineano, raddoppierà l´anno prossimo, «tanto da far sospettare che la scuola pubblica debba sparire a favore della privatizzazione».
Per questo Cgil, Cisle e Gilda marciano insieme nella scuola nonostante idee anche diverse: «Di fronte a fatti così pesanti si lasciano da parte le ideologie». Un´unità in controtendenza in un momento di divisioni ma che, rivendicano, ha fatto guadagnare alla Toscana 80 supplenti annuali più del previsto. Con una decisione del governo, però, arrivata solo pochi giorni fa, dopo che già le nomine dei supplenti in generale erano arrivate solo a inizio agosto determinando un ritardo pauroso nell´assegnazione dei posti ai precari e, «quello che è più grave» dicono i sindacalisti, agli insegnanti di sostegno. La conseguenza è che nessuno potrà essere al suo posto fin dall´inizio.
Assemblee il 15 in tutta la Toscana (solo a Pistoia sarà il 17) dove, secondo le stime sindacali, i tagli riguardano 1.221 docenti e 732 tra tecnici, amministrativi e personale di servizio. In due anni, 4.288 posti in meno. Mentre, sottolineano Cgil, Cisl e Gilda fiorentine, Gelmini pagherà comunque 200.000 supplenti in Italia e invece di risparmiare aumenterà il precariato oltre che, con la loro nomina fuori tempo, il caos in scuole dove alle superiori si arriverà a 33 alunni per classe. Supplenti a cui, spiega Rapezzi, «si aggiungono gli spezzoni» che potrebbero portare i precari fiorentini della scuola a tremila.
l’Unità 9.9.10
Sospesa la condanna di Sakineh
Intervista a Margherita Hack
«Un segno di speranza, ma l’Occidente non abbassi la guardia»
La scienziata: «La condanna non è stata ancora annullata e tante altre donne sono imprigionate Quello iraniano è un regime barbaro e fanatico»
di Umberto De Giovannangeli
Un regime barbaro, sadico, segnato da un fanatismo religioso ossessionato dal sesso. Un regime che non solo
condanna a morte per un reato l’adulterio che in tanti Paesi non è considerato tale, ma vuole anche dare una morte lenta alla “colpevole”, perché soffra in vita le pene dell’inferno. Questo è il regime che ha condannato alla lapidazione Sakineh, e come lei tante altre donne». A parlare è una delle più autorevoli e impegnate scienziate italiane: Margherita Hack. «La sospensione della condanna è una buona notizia afferma Hack è un segno di speranza, ma la guardia non va abbassata, la mobilitazione non deve venir meno. Perché si tratta di una sospensione e non di un annullamento della condanna, e perché nelle carceri iraniane ci sono tante altre donne nella condizione di Sakineh».
Le coscienze libere si sono mobilitate per aver salva la vita di Sakineh Mohammadi Ashtiani. Qual è il segno di questa vicenda?
«Innanzitutto va detto che non è la prima volta che in Iran si condannano alla lapidazione donne. Purtroppo è già avvenuto in passato e altre donne come Sakinek rischiano la stessa pena. Cosa dire...È una atrocità. Uccidere per un reato, l’adulterio, che in tanti altri Paesi non è più tale: è un retaggio barbarico che riporta indietro di secoli. E poi c’è questa ossessione del sesso che hanno tutte le religioni, per cui le donne sono sempre considerate le più colpevoli. In nome di questa ossessione sessuofobica si sono legittimati, “istituzionalizzati”, comportamenti discriminatori, anche in Italia, nei confronti delle donne».
Come definire un regime che condanna alla fustigazione le donne e, in molti casi, alla lapidazione? «Un regime barbaro, sadico...Anche nel modo di uccidere. Una morte lenta, atroce. Tutto questo in nome della religione. Di Allah...»
Neda, Sakineh...Donne divenute simbolo di un Iran che non si piega ad un potere che «lapida» i più elementari diritti della persona, a cominciare dal diritto alla vita. È solo una coincidenza, professoressa Hack?
«Direi proprio di no. Proprio perché sono le vittime quasi predestinate di regimi ossessionati dal sesso, le donne divengono simboli di riscatto. Un discorso che non vale solo per l’Iran».
Ma è possibile e come fermare la mano ai «lapidatori di Stato»? «Non si può certo dichiarare guerra all’Iran...Abbiamo già visto cosa ha portato penso all'Iraq la follia di voler imporre con la forza la democrazia ad un Paese. È importante la mobilitazione dell’opinione pubblica, la determinazione dei media a rompere il Muro del silenzio che viene innalzato per coprire questi crimini...Qualcosa si è ottenuto, se è vero che la sentenza di lapidazione di Sakineh è stata sospesa. Ma non bisogna abbassare la guardia. Perché la condanna è stata sospesa e non cancellata, e perché tante altre donne sono nel braccio della morte. L’obiettivo dovrebbe essere quello di premere su questi Paesi per cancellare leggi infami come quella sulla lapidazione...Gli strumenti vanno calibrati, forse sanzioni mirate a colpire gli interessi di quei regimi e della loro dirigenza». C’è chi sostiene che con certi regimi, quello iraniano ma anche al Libia del Colonnello Gheddafi, non si alzi troppo la voce sui diritti umani per non mettere a repentaglio gli affari...
«Gli affari prima di tutto..Questo è un fatto vergognoso. Perché prima di tutto dovrebbe venire il rispetto dei diritti delle persone, la giustizia...E poi quel Gheddafi...».
Cosa ha da dire sull’accoglienza riservata dal Governo italiano al leader libico? «Qualcosa di indecente, da vergognarsi...Lo hanno accolto come se fosse il padrone dell’Italia. Gli hanno permesso esibizioni intollerabili, dimenticando di chiedere conto a Gheddafi degli immigrati rinchiusi nei lager, dei respingimenti e della morte di tanta povera gente».
Cosa c’è dietro queste genuflessioni? «C’è l’immoralità di un potere che da tempo non maschera più se stesso, ma rivendica, esalta, amplifica attraverso le televisioni, pubbliche e private, di cui Berlusconi è proprietario o controllore, la cultura, oltre che la pratica, dell’immoralità. Basti pensare alla vergogna esibita delle leggi ad personam. Ma chi siano Berlusconi e i suoi sodali è risaputo. Ciò che spaventa è una sorta di narcotizzazione” delle coscienze, il venir meno di uno spirito civico che dovrebbe essere il collante che unisce un Paese, al di là di destra e sinistra, di appartenenze partitiche...E’ come se si fosse perso il diritto-dovere all’indignazione. E questo è grave, molto grave».
il Fatto 9.9.10
Fidel Castro attacca Ahmadinejad: “È antisemita”
Fidel Castro critica Mahmoud Ahmadinejad esortandolo a smetterla di negare l’Olocausto e a diffamare gli ebrei. In una lunga intervista alla rivista Usa “The Atlantic”, il Lìder maximo sottolinea che gli ebrei “vengono diffamati da oltre duemila anni. Credo che nessuno al mondo abbia ricevuto lo stesso trattamento riservato agli ebrei. Sono stati attaccati molto più che i musulmani. Sono stati sempre accusati di tutto. Nessuno ha mai addebitato ai musulmani ogni male. Gli ebrei hanno vissuto un’esistenza molto più difficile di qualunque altro. Non c'è niente a confronto dell’Olocausto”. Secondo il padre della rivoluzione cubana il governo di Teheran servirebbe meglio la causa della pace riconoscendo “l'unicità” della storia di Israele e provando a capire meglio perchè teme per la sua sopravvivenza. Castro ha raccontato come scoprì il concetto dell’antisemitismo: “Avevo 5 o 6 anni ed era venerdì santo. Quel giorno sentivo dire che Gesù era morto e che a ucciderlo erano stati gli ebrei. Pensate quanta era l'ignoranza popolare”. L’Iran dovrebbe capire che il popolo ebraico “è stato cacciato dalla sua terra e perseguitato in modo terribile in tutto il mondo per oltre 2000 anni. Sono sopravvissuti grazie alla loro cultura e alla loro religione, due elementi che li hanno tenuto insieme, uniti come una nazione”.
Il fratello di Raul ha anche fatto una sorta di marcia indietro sulla vicenda della crisi con gli Usa quando nel 1962 l'installazione di missili sovietici a Cuba fece sfiorare la guerra nucleare. “Dopo aver visto quel che ho visto e sapendo quel che so ora posso dire che non ne valeva la pena...”.
l’Unità 9.9.10
Mussolini, guardatevi dai falsi
Si parla ancora dei «Diari» trovati da Dell’Utri di prossima pubblicazione e della fine del Duce La Storia ha già detto cose non confutabil
di Nicola Tranfaglia
L’ultimo week-end di agosto come avviene ormai da moltissimi anni ha ospitato su alcune pagine di quotidiani (con particolare risalto su quelli più vicini al vangelo berlusconiano ma non solo) due notizie che sono sempre gradite ai tardivi estimatori dell’avventura mussoliniana nel nostro paese, pur dopo i settant’anni trascorsi da quel venten-
nio. La prima è che i Diari dal 1935 al 1939 di Benito Mussolini che il senatore siciliano Marcello Dell’Utri ha acquistato da un antiquario e che, incautamente, un editore italiano si prepara a pubblicare in tre volumi, sarebbero autentici.
La seconda, rilanciata dallo storico francese Pierre Milza che pure ha pubblicato un Dizionario del fascismo e del nazionalsocialismo di cui, alcuni anni fa, ho curato la traduzione italiana, è che Mussolini sarebbe stato ucciso nell’aprile 1945 non dai partigiani del Comitato di Liberazione dell’Alta Italia, ma da uomini del primo ministro inglese Winston Churchill, presente in quei giorni ma opportunamente travestito, nel territorio della Repubblica Sociale Italiana. Ora vale la pena parlarne, pensando sia agli anziani che hanno vissuto quegli anni o ne hanno sentito parlare più volte ma anche, e soprattutto alle nuove generazioni, del tutto estranee a quelle vicende e interessate agli aspetti misteriosi e imprevisti di quella tragica vicenda, sfociata nella seconda guerra mondiale e nella disfatta del nostro paese. A leggere le cinque agende che contengono quattro tra gli anni decisivi della vicenda mussoliniana (in pratica dall’impresa di Etiopia allo scoppio del secondo conflitto mondiale si ha un’impressione subito del già visto perché quegli appunti riecheggiano da vicino quel che i giornali del tempo rigidamente fascisti raccontavano del governo in carica e del carismatico presidente del consiglio.
Ma, poco dopo, è inevitabile osservare che alcuni tra gli avvenimenti che conosciamo attraverso altre fonti assai vicine al duce (per esempio, i diari, assai noti e pubblicati da molto tempo, di Galeazzo Ciano o di Giuseppe Bottai) sono del tutto trascurati nei diari acquisiti da Dell’Utri che dedicano spazio, al contrario, ad avvenimenti o udienze del duce ad altri personaggi di minore o scarsissimo rilievo politico.
Per esempio, nulla si dice rispetto alla legge che istituisce il grado di primo maresciallo dell’Impero il 28 marzo del 1937 e che fu, senza dubbio, alla base di un forte attrito tra Mussolini e Vittorio Emanuele III e, in generale, degli scontri che pure ci furono in quegli anni tra la monarchia e il governo fascista. Né cose nuove o aggiuntive rispetto agli incontri internazionali come quelli di Stresa e di Monaco o i viaggi del duce in Germania e di Hitler in Italia che, pure nel coro pressoché unanime dell’opinione pubblica italiana e tedesca suscitarono qualche reazione come sappiamo sempre da altre fonti. Lo stesso discorso vale per altri avvenimenti, come la creazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni nel 1934 o la riforma della scuola tre anni dopo che rappresentò un tentativo significativo del regime di fascistizzare l’istruzione nazionale con risultati contraddittori ma in qualche modo non irrilevanti. E l’esame dei testi potrebbe continuare, se poi non dovessimo prendere in esame il fatto che, da una parte, uno storico inglese come Dennis Mac Smith si era detto propenso a considerarli autentici ma senza un’analisi completa dei testi. Un giornalista americano come Brian Sullivan gli aveva anche fatto eco e, l’altro giorno, sul quotidiano Libero, si è prodotto in una ennesima difesa delle sue precedenti convinzioni.
Resta il fatto che tra gli storici italiani non soltanto chi scrive ma lo stesso Renzo De Felice, dal quale mi hanno sempre diviso molti tratti interpretativi, già nel 1994 aveva escluso qualsiasi autenticità ai Diari mussoliniani ed ora Emilio Gentile, uno dei maggiori studiosi del fascismo e che è stato molto vicino, almeno nei primi anni di ricerca, all’ispirazione dell’opera di De Felice, ha di recente compiuto un’accurata perizia analitica nel 2004 che condivido pienamente.
In particolare Gentile ha sottolineato l’ aspetto fondamentale del problema: da una parte i diari non contengono nulla che non sia presente, magari in maniera più ampia e chiara, da altre fonti edite già disponibili ma soprattutto l’immagine e il ritratto che emerge del dittatore è del tutto diversa e contraria da quello che emerge da altre fonti più dirette e attendibili.
Quanto al falso scoop che riguarda l’uccisione di Mussolini, devo dire che tutte le controversie suscitate in questi anni su quell’episodio possono mettere in dubbio quale sia stato l’individuo che premette il grilletto dell’arma che ammazzò il duce e Claretta Petacci ma non i mandanti legati al Comitato di Liberazione, rispetto ai quali possediamo testimonianze recenti e molto attendibili.
Corriere della Sera 9.9.10
Proteste, pedofilia (e indifferenza): le insidie del viaggio inglese del Papa
Anche il sacerdozio femminile tra i temi che si troverà ad affrontare
di Gian Guido Vecchi
CITTÀ DEL VATICANO — Volete contestare il Papa a Londra? L’appuntamento è a Hyde Park Corner, all’una e mezzo in punto del pomeriggio di sabato 18, una bella marcia attraverso Piccadilly e Trafalgar Square fino a Downing Street poche ore prima che alle 18,15 Benedetto XVI inizi ad Hyde Park la veglia di preghiera per la beatificazione del cardinale John Henry Newman, il grande teologo e filosofo ottocentesco convertito dall’anglicanesimo e considerato tra i precursori del Concilio. A sole dieci sterline più due di spedizione c’è pure la maglietta con scritto «Pope Nope», il cui ricavato «sarà devoluto alle vittime dei preti pedofili». Da mesi quelli del gruppo «Protest the Pope» battono il tam tam in Rete ( www.protest-the-po-pe.org.uk) in vista dei quattro giorni che da giovedì a domenica della prossima settimana porteranno il Papa in Scozia e Inghilterra. E da mesi — da una parte atei militanti, dall’altra ultras papisti non richiesti — dipingono e alimentano una tensione crescente.
Le trappole possibili non mancano, certo: polemiche sulla pedofilia nel clero, anzitutto, ma anche il sacerdozio femminile, i diritti degli omosessuali (il cardinale Newman chiese d’essere sepolto assieme all’amico reverendo Ambrose St.John ed è considerato un’icona dalla comunità gay), i preservativi e l’Aids, il vescovo lefebvriano negazionista Williamson eccetera. Del resto il lavoro di bonifica del clima procede, mica per niente l’arcivescovo di Southwark Peter Smith ha voluto incontrare ieri in territorio neutro (i locali londinesi di Scotland Yard) gli organizzatori della marcia, dal militante dei diritti dei gay Peter Thatchell alla «National Secular Society»: l’arcivescovo, chiarito che «grazie Dio c’è libertà d’espressione», ha chiesto una «protesta civile» mentre i militanti di «Protest the Pope» hanno garantito di «non avere alcuna intenzione di perturbare» la festa dei fedeli e si sono detti «rassicurati» dalla promessa di trasmettere al Papa la richiesta di «aprire i dossier» sui pedofili.
Come a Malta, del resto, il Papa potrebbe incontrare alcune vittime di abusi sessuali: sia lord Chris Patten sia l’arcivescovo di Westminster Vincent Nichols «non lo escludono»: «Ciò viene fatto senza alcun annuncio e in privato», Oltretevere confermano. La bonifica è anche mediatica: non ufficiale, ma «incoraggiato» dalla conferenza episcopale, è nato il sito www.catholicvoices.org.uk come «osservatorio» di ciò che dicono i media, gli «speaker» incaricati di informare e «chiarire» sono stati preparati da mesi. Né la beatificazione di Newman né la porta aperta agli anglicani in uscita sembrano aver creato problemi con il primate anglicano Rowan Williams.
Benedetto XVI vedrà anche la reverenda Jane Hedges, donna pastore impegnata nella campagna per le donne vescovo anglicane, ma in Vaticano non temono polemiche: «È normale, il Santo Padre ha incontrato e stretto la mano innumerevoli volte a donne pastore». Piuttosto, ci sono state contestazioni per la prima «visita di Stato» d’un pontefice e l’avvocato Geoffrey Robertson ha chiesto che Ratzinger fosse arrestato «per crimini contro l’umanità», negando sia Capo di Stato: il Foreign Office gli ha ricordato che le prime relazioni con la Santa Sede risalgono «al 1479». Benedetto XVI incontrerà giovedì a Edimburgo Elisabetta II e ieri l’ha ringraziata, «sono molto grato a sua maestà la Regina e a sua grazia l’arcivescovo di Canterbury per l’invito». Oltretevere l’impressione è che «la tensione stia calando». Un sondaggio di The Tablet ha mostrato che il 25% degli abitanti del Regno Unito è a favore della visita e solo l’11 contrario. La maggior parte, il 63 per cento, è indifferente. Newman, del resto, è un modello di dialogo con la modernità. «Non vedo l’ora di intraprendere il mio viaggio e invio saluti di cuore».
il Fatto 9.9.10
L’infanzia negata
In Italia 56 bambini vivono dietro le sbarre con le madri nella totale indifferenza del Parlamento
di Silvia D’Onghia
“Vidi una bimba che cercava di mettersi in tasca la neve. Le chiesi: ‘Cosa stai facendo?’. Mi rispose: ‘La porto alla mamma’”. Leda Colombini è la presidente dell’associazione “A Roma, insieme”, che dal settembre del 1994 lavora nella sezione femminile del carcere romano di Rebibbia. Al fianco delle detenute madri e dei loro bambini. Sì, perché non tutti sanno che, nelle carceri italiane, vivono anche 56 bambini, vittime della detenzione delle loro mamme. La maggior parte delle quali straniere, 31 di loro con sentenza definitiva. I dati li ha forniti ieri, in commissione Giustizia alla Camera, il capo del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Franco Ionta. E proprio ieri, nella sala Santa Rita della Capitale, è stata inaugurata la mostra “Che ci faccio io qui?”, un reportage realizzato da cinque fotografi di fama internazionale, nato dalla collaborazione tra l’agenzia fotografica “Contrasto” e l’associazione “A Roma, insieme”. “Ogni sabato portiamo i bambini fuori dal carcere – racconta Leda Colombini –. Li portiamo al mare, in montagna, e tutte le volte vorrei che il mondo intero fosse lì per assistere allo stupore di quei bambini”. Che invece vivono reclusi. Il loro unico orizzonte è il muro, quello della cella, quello del corridoio, quello di recinzione. “Tutto questo genera enormi problemi – prosegue Colombini –. Il primo è alla vista: questi piccoli sono privati degli spazi, degli orizzonti, delle altezze, del movimento della città. Sono tutti stimoli necessari a un’adeguata crescita del senso della vista. Per non parlare del mondo delle relazioni. Le uniche persone con cui sono a contatto per i primi tre anni di vita sono le madri, il personale penitenziario e gli altri bambini. Il loro mondo finisce qui. Chi li ripaga di queste carenze? Che cosa si produce al livello della mente?”. Da un punto di vista materiale ai bambini non manca nulla All’inizio della loro attività, con una battaglia durata un anno, i volontari dell’associazione hanno ottenuto che i figli delle recluse frequentassero asili comunali esterni al penitenziario. E questo significa che almeno una parte della giornata trascorre senza un muro all’orizzonte.
Le celle si aprono alle 8 del mattino, per richiudersi alle 8 di sera. I bimbi possono giocare (anche se non tutti i giocattoli possono essere portati in carcere) e, d’estate, hanno “addir ittura” la possibilità di correre in giardino. Quasi un lusso. “Festeggiamo tutti i compleanni – racconta Colombini –, le madri, il personale, i volontari si ritrovano tutti a spegnere le candeline assieme ai bambini. Cerchiamo di rendere speciale ogni occasione”. Ma è una goccia in un mare che non dovrebbe esistere.
Le proposte inascoltate
“SONO tre legislature che avanziamo proposte perché si ottenga che nessun bambino varchi più la soglia del carcere – spiega Colombini, e la sua voce pacata si increspa di rabbia – Tutti i ministri si sono impegnati, ma la soluzione non è mai arrivata. Ora abbiamo presentato cinque testi di legge: due al Senato, tre alla Camera, dove si è arrivati a un testo unificato attualmente in discussione in commissione Giustizia”. La speranza, però, è ridotta al lumicino: “Non a caso il problema più grande riguarda le straniere. La legge Bossi-Fini prevede che, una volta scontata la pena, l’espulsione sia automatica. Una volta, per esempio, una donna è stata rispedita in Nigeria mentre il figlio era al nido. Le italiane che hanno una famiglia e un tetto sulle spalle, presentano le condizioni per i domiciliari o per l’affidamento in prova. Le straniere non ottengono neanche i permessi premio”. Non solo: quando i bimbi compiono i tre anni, vengono separati dalle madri e finiscono in affidamento. Chi li ripagherà di tutto questo?
l’Unità 9.9.10
Marco e le sue sorelle: «Racconto il vivere in un’epoca sbagliata»
Il regista, il progetto collettivo nella sua Bobbio e l’Italia vista da lì: «La vera tragedia è che la gente non reagisce più a niente, non si accorge di nulla, come nei periodi più bui...»
di Gabriella Gallozzi
Ancora la famiglia, suo territorio d’indagine privilegiato fin dai tempi de I pugni in tasca. Le strade della creazione, poi. E la politica, per la quale non si tratta più di «disinteresse ma di assenza totale». Marco Bellocchio è uno dei pochissimi grandi nomi del nostro cinema che quando parla ti guarda negli occhi. Ti ascolta e non risponde mai con la prima banalità che gli viene in mente. Anche se il contesto è quello degli affollati incontri per la stampa tipici dei grandi festival. Mostra compresa. Dove ieri è passata Fuori concorso la sua ultima fatica: Sorelle Mai, una sorta di diario di famiglia dilatato nel corso di quasi dieci anni. Ogni estate, nella sua Bobbio, Bellocchio alla testa di una scuola di cinema (Fare cinema) ha messo insieme attori, amici e familiari per realizzare un racconto corale, fatto di frammenti di vita, di cui una prima parte (Sorelle) era già passata al Festival di Roma e di cui Sorelle Mai è il completamento. Le sorelle del titolo sono, infatti, le sue vere sorelle, Letizia e Maria Luisa, anziane «signorine» che, in questa loro «sorellanza sono rimaste imprigionate, come in una trappola, che ha impedito loro di vivere». E poi il fratello Alberto e i suoi figli, Elena la più piccola e Pier Giorgio, il figlio maggiore che nel cinema di papà, racconta, è stato coinvolto fin dai tempi di Salto nel vuoto, e che per parlare di questo ultimo impegno come «un’occasione che papà ha creato per stare tutti insieme l’estate». Il resto è venuto da sé. Gli attori professionisti (Donatella Finocchiaro, Alba Rohrwacher) e le cose da raccontare, condivise e scritte insieme ai partecipanti al Laboratorio.
«È un piccolo film dice il regista ma per me molto importante. Ed è partito dal desiderio di mettere in scena il destino delle mie sorelle, della loro vita molto protetta, quasi fossero vissute in un’epoca sbagliata. Mentre il mondo si apriva al femminismo, all’emancipazione, loro rimanevano chiuse, per niente incoraggiate a vivere la loro vita». Torna, insomma, il tema della famiglia i cui «valori prosegue Bellocchio non ho mai esaltato. Eppure oggi il mio atteggiamento è cambiato: nell’Ora di religione mostro il fratello assassino che finisce in manicomio, nella consapevolezza che una posizione del genere porta all’autodistruzione». E la politica, vista attraverso il suo cinema. «Ho voglia di fare un film sull’Italia contemporanea dice ma non lo farei mai direttamente su Berlusconi. E non certo perché sono un pavido. La mia narrazione non dico che si muove attraverso le metafore, ma non affronta mai di piatto l’attualità». Un’attualità, la nostra, che è impressionante. Basti pensare al nuovo disegno di legge di Bondi sul cinema che prevede il divieto ai minori di dieci anni. «È indegno attacca vorrà dire che invece di fare film faremo cartoni animati!». Ma quello che più colpisce, conclude Bellocchio, è «che di fronte a tutto questo non c’è più neanche sgomento. La gente non si accorge di nulla, come nei periodi più bui. Così come gli italiani erano tutti fascisti, oggi la maggioranza ha votato Berlusconi. La maggioranza del paese è così. Ed è questa la vera tragedia, di cui responsabile è anche la sinistra. Senza più un riferimento, un sindacato... E così più che al disinteresse siamo di fronte all’assenza totale».
l’Unità 9.9.10
Fuori concorso
Interni di famiglia con ritratto di zie
Seguito di «Sorelle» del 2006, «Sorelle mai» di Bellocchio è un diario che mescola finzione alla vita vera del regista
di Alberto Crespi
Marco Bellocchio, a 71 anni, sta vivendo una stagione creativamente straordinaria. I suoi ultimi film narrativi sono magnifici (L’ora di religione, Buongiorno notte, Il regista di matrimoni, Vincere): in parallelo, procede un’attività quasi da film-maker sperimentale, con esiti sorprendenti. Sorelle mai è lo sviluppo di Sorelle, del 2006. È un work-in-progress, costruito negli anni grazie all’attività del laboratorio Fare Cinema di Bobbio e al decisivo apporto della montatrice Francesca Calvelli. Come lo definisce lo stesso Bellocchio, «un film che non poteva essere più condizionato (non c’era una lira e poi un euro) e nello stesso tempo più libero». Sorelle era un diario privato in cui Marco «pedinava» in modo quasi zavattiniano le proprie mitiche zie, Letizia e Maria Luisa. I «bellocchiani» doc le conoscono bene, compaiono in diversi suoi film (la loro apparizione nell’Ora di religione, come zie del protagonista Castellitto, era memorabile). Ora Sorelle si è evoluto in Sorelle mai, film dalla durata canonica di 105 minuti in cui la famiglia Bellocchio (c’è anche il figlio Pier Giorgio, uno dei brigatisti di Buongiorno notte) si «contamina», per così dire, con materiali di pura finzione. Pier Giorgio fa Giorgio, quindi se stesso o quasi, mentre Donatella Finocchiaro recita il ruolo fittizio di Sara, sua sorella, madre un po’ distratta della piccola Elena che vive con le zie mentre lei sta a Milano inseguendo il sogno di fare l’attrice. Nella casa delle zie c’è una pensionante, una giovane professoressa interpretata da Alba Rohrwacher: qui il film apre una sorta di lunga parentesi in cui assistiamo agli scrutini della scuola dove la prof lavora, con un altro Bellocchio (Alberto) nel ruolo, splendido, del preside. La casa di Bobbio dove tutto si svolge è quella avìta dei Bellocchio ed è la stessa dove, 45 anni fa, Marco girò I pugni in tasca. I rimandi a due differenti contesti il cinema di Bellocchio, la sua famiglia fanno di Sorelle mai una sorta di ipertesto. È come se il regista ci facesse entrare, come un artista rinascimentale, nella sua bottega, mostrandoci al tempo stesso l’inconscio dei suoi film. Co-prodotto con Rai Cinema, Sorelle mai sarà per gli spettatori un’esperienza spiazzante, ma è un gioiello, profondamente personale.
Repubblica 9.9.10
Il regista ha presentato "Sorelle Mai", piccolo film familiare tra realtà e finzione
Bellocchio: non sono più ribelle ma è ora che gli italiani si indignino
di Paolo D'Agostini
Nel film attrici professioniste, come Finocchiaro e Rohrwachwer, e non professionisti
Sollecitato, come sempre impavido e un po´ imprudente, Marco Bellocchio non si è fatto pregare a distillare qualche pillola del suo lucido pessimismo dichiarando più o meno: «Oggi le persone non si indignano più, non si levano voci contro, stiamo vivendo un periodo che fa pensare a certi momenti bui della nostra storia. Perché erano tutti fascisti? Eppure lo erano. Perché erano tutti nazisti? Eppure lo erano. Perché oggi c´è una maggioranza berlusconiana? La maggior parte della gente ha acquisito quella mentalità. E´ una tragedia. Le forze di opposizione ci sono ma non fanno presa».
Il regista è a Venezia per presentare fuori concorso un piccolissimo film che però a dispetto delle sue dimensioni quasi amatoriali (dimensione e non qualità amatoriale, naturalmente) contiene moltissimo di lui o comunque moltissimo di ciò che Bellocchio è stato. S´intitola Sorelle Mai. Il regista lo ha realizzato a Bobbio, il paese del Piacentino di cui è originaria la sua famiglia e dove c´è tuttora una casa di famiglia. Del resto ha anche chiamato a interpretarlo, accanto alle attrici professioniste Donatella Finocchiaro e Alba Rohrwacher (a loro volta risucchiate in questa dimensione artigianale e familiare), tutte persone di famiglia. Le due sorelle, il fratello e i suoi due figli. E l´amico di sempre Gianni Schicchi. Si tratta in realtà del risultato di un laboratorio di regia che Bellocchio conduce già da parecchi anni ogni estate proprio a Bobbio. Ha utilizzato materiale che era andato girando e accumulando nel corso degli anni, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. Una ragione di partenza di tipo didattico, ma un risultato personalissimo. Del resto lo confessa: non sarebbe capace di "insegnare" in un´altra maniera, senza soddisfare il bisogno di mettersi in gioco e, diciamo, di giocare con lo strumento che gli è congeniale. Il cinema.
Attraverso sei episodi si snodano vicende e atmosfere che, sia pur riferite a personaggi che non lo rappresentano in maniera diretta, ci tuffano nuovamente in quello che è stato l´inizio di tutto. L´inizio dell´avventura artistica di Bellocchio. Il nodo delle origini e della famiglia, oggetto condizionante e fonte di ispirazione, meritevole di rifiuto e ribellione giovanile. Insomma la materia di I pugni in tasca.
La dice lunga un finale di sapore onirico in cui l´amico Schicchi è chiamato a interpretare quello che pare sia un suo cavallo di battaglia. Vecchio frac, la canzone di Domenico Modugno. Non staremo ad anticipare tutti i risvolti di questo finale piuttosto ad effetto, ma è proprio questo finale che fa dire al regista così: «E´ la fine, non c´è più spazio per i ricordi. La ricognizione degli affetti si chiude con questo film in modo definitivo. Lunga vita a tutti ma questa è una esperienza conclusa. Può darsi si torni a Bobbio a fare cinema però partendo da altre cose». Insomma Sorelle Mai segnerebbe il definitivo congedo, nel limite del possibile pacificato e rasserenato, dell´antico ribelle dal già odiato natìo borgo selvaggio.