Repubblica 10.9.10
Bersani: a destra teatrino indecoroso il Nuovo Ulivo sarà come il New Labour
Il leader pd risponde a Vendola. "E se vuole le primarie entri nell´alleanza"
di Giovanna Casadio
Letta su Di Pietro: "A volte pare che preferisca Berlu-sconi in sella, non mandato a casa"
ROMA - «Questo è un teatrino indecoroso, il governo e la maggioranza sono in confusione mentale, non sanno cosa fare: se far battere la palla o buttarla fuori dagli spalti e alla fine cercheranno di prendere tempo. Con un piccolo particolare che i dati Ocse dicono che siamo in coda al treno della ripresa, che l´Italia arranca». Quindi - è la conclusione di Pier Luigi Bersani - davanti all´agonia del berlusconismo e al rischio reale che corre il paese, il Pd deve parlare di questioni concrete tirandosi «fuori dal teatrino» e tessere l´alternativa. Per il segretario democratico, passa attraverso una «politica delle alleanze, una chiamata a raccolta delle energie del paese che vogliono lasciarsi alle spalle il berlusconismo, che siano disposte a confrontarsi sui contenuti e non sulle geometrie politiche, che s´impegnino a costruire il Nuovo Ulivo o "next" Ulivo - come ci fu un New Labour e ci sarà un Next Labour - e nell´emergenza, a fare insieme le riforme a cominciare dalla legge elettorale».
È in viaggio ieri sera verso il Cilento, Bersani, per andare ai funerali del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo assassinato in un agguato, e appunta l´intervento che terrà domenica a Torino a conclusione della festa del partito. Festa funestata mercoledì dalla «contestazione squadrista» - così l´ha definita - a Bonanni: e la cosa lascia il segno anche dentro il Pd. I veltroniani e gli ex Ppi vogliono che una direzione chiarisca quale rapporto i Democratici pensano di avere con la sinistra radicale e chiedono venga convocata subito la direzione. Ma ci sarà a ridosso del 28 settembre, prima che Berlusconi si presenti in Parlamento. Giovedì prossimo invece si riuniscono i big democratici: sul tavolo cosa fare. Veltroni condivide l´idea di un esecutivo di emergenza: «Irragionevole imporre elezioni anticipate». Enrico Letta critica Di Pietro: «Forse preferisce Berlusconi in sella» e Francesco Boccia, lettiano: «Oggi è più affidabile Casini che Di Pietro. Il leader Idv le corna ce le ha già fatte nel 2008». Suul´esecutivo di emergre
Bersani intanto si rivolge ancora a Nichi Vendola, il leader di Sinistra e Libertà che è restio a costruire insieme il Nuovo Ulivo: «Il Nuovo Ulivo è una solida alleanza e solo dopo che gli invitati avranno detto sì o no, si potranno fare le primarie di coalizione a cui Nichi tanto punta». Intanto noi - sempre dichiara Bersani - siamo gli unici ad avere messo le basi per una proposta di riforma elettorale: schema bipolare, ritorno delle preferenze, tipo Mattarellum. Violante sulla legge elettorale: «Cambiarla o un referendum abrogativo».
Anche Di Pietro indica la legge elettorale «uninominale: maggioritario con doppio turno di collegio in un sistema bipolare». Idv ha depositato ieri alla Camera una mozione di sfiducia a Berlusconi per l´interim sullo Sviluppo economico. Il leader Udc, Casini attacca: «Berlusconi rischia di fare la fine di Prodi benché abbiano vinto con 100 deputati di maggioranza. Tornare alle urne non è una soluzione ma un aggravamento del male. Si parla creare un´area politica di responsabilità, non vorrei fosse di trasformismo».
Corriere della Sera 10.9.10
L’accordo
Pier Luigi Bersani ha incaricato Maurizio Migliavacca di tessere i rapporti con i cespugli (Verdi, Socialisti, Prc e Comunisti Italiani) in vista delle prossime elezioni politiche, con lo scopo non di stringere un’alleanza elettorale, bensì di presentare direttamente nelle liste del Pd un gruppo di esponenti di queste forze politiche
In cambio, Paolo Ferrero e Oliviero Diliberto voteranno alle primarie per il candidato del Partito democratico, cioè, per il segretario Pier Luigi Bersani. Il che, sia detto per inciso, non costa molto né al leader del Prc né a quello del Pdci, visto che l’altro candidato sarà quel Nichi Vendola con cui sono entrambi in pessimi rapporti
Ferrero e Diliberto nelle liste pd, l’ira di Veltroni
di Maria Teresa Meli
L’ex segretario ai suoi: minata la ragione fondativa del partito. E con il leader prc collabora un ex br
ROMA — I veltroniani Marco Minniti, Giorgio Tonini e Walter Verini chiedono la convocazione di una Direzione nazionale. Gli ex popolari di Beppe Fioroni mordono il freno. Nel Pd si è aperto un vero e proprio «caso». Che, come diceva l’altroieri Walter Veltroni ai suoi, riuniti in fretta e furia in mattinata, rischia di minare «la ragione fondativa del partito».
L’accordo Il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, assieme a Paolo Ferrero, leader del Prc L’ex br Francesco Piccioni (il primo a sinistra) con Gallinari e Jannelli nel 1986 al processo «Moro ter»
Il fatto è questo: Pier Luigi Bersani ha incaricato Maurizio Migliavacca di tessere i rapporti con i cespugli (Verdi, Socialisti, Prc e Comunisti Italiani) in vista delle prossime elezioni politiche, con lo scopo non di stringere un’alleanza elettorale, bensì di presentare direttamente nelle liste del Pd un gruppo di esponenti di queste forze politiche. Ad allarmare una fetta del partito è l’indiscrezione secondo cui questo patto è stato già siglato con Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero. E un patto di questo tipo, secondo i veltroniani, snaturerebbe il Pd.
Si parla di un accordo che prevede una decina di parlamentari del Prc e del Pdci eletti nelle liste del Partito democratico. Soprattutto deputati, perché i vertici di via del Nazareno ritengono che il Senato, dopo il voto, potrebbe diventare determinante: lì non è affatto scontato che Silvio Berlusconi ottenga la maggioranza. E allora mandare a Palazzo Madama esponenti di due partiti che hanno già annunciato la loro decisione di non entrare in nessun governo sarebbe controproducente: complicherebbe la partita del Pd al tavolo di un eventuale esecutivo «altro» con Pier Ferdinando Casini. Già, perché l’intesa prevede anche questo: che la sinistra possa non entrare in un futuribile governo. E la cosa rende ancora più inquieti i veltroniani che vedono svanire definitivamente il progetto originario del Pd.
In cambio, Paolo Ferrero e Oliviero Diliberto voteranno alle primarie per il candidato del Partito democratico, cioè, per il segretario Pier Luigi Bersani. Il che, sia detto per inciso, non costa molto né al leader del Prc né a quello del Pdci, visto che l’altro candidato sarà quel Nichi Vendola con cui sono entrambi in pessimi rapporti.
Veltroni, per opporsi a questa operazione, ha mandato avanti Minniti, Verini e Tonini a chiedere «che si riuniscano al più presto gli organismi collegiali di partito, a partire dalla Direzione Nazionale», perché «bisogna definire tutti insieme quale linea politica, ed eventualmente elettorale, tenere». Quel che più allarma l’ex leader del Pd è che non vi sia stata neanche la solita smentita di rito: segno che si è veramente molto avanti nel progetto del Nuovo Ulivo, che altro non sarebbe se non un Partito democratico allargato ai cespugli. Con Vendola invece una simile operazione è più difficile. Basta sentire quel che dice il governatore della Puglia: «Ferrero, Diliberto e Nencini hanno bisogno dell’ombrello protettivo del Pd, noi no».
In questo contesto si è aggiunto un altro elemento di preoccupazione per la minoranza del partito: la decisione di Ferrero di prendere a lavo-rare con sé l’ex brigatista Francesco Piccioni, che ora lavora al Manifesto. Piccioni, nome di battaglia Michele, partecipò all’assalto alla sede del comitato regionale della Democrazia cristiana in piazza Nicosia, a Roma, che si concluse con l’uccisione di due rappresentanti delle forze dell’ordine. Ex brigatista non pentito (dal carcere rivendicò politicamente, in quanto militante delle Br, gli attentati a Gino Giugni ed Ezio Tarantelli), ha scontato la sua pena, e adesso dovrebbe aiutare Ferrero, il quale inizialmente avrebbe voluto dargli il ruolo di portavoce. Il segretario di Rifondazione ha poi dovuto soprassedere per motivi di opportunità e ora vuole affidargli un ruolo importante, ma più in ombra. Anche questa notizia ha già fatto il giro dei palazzi della politica ed è giunta alle orecchie di più di un esponente del Pd. Facile immaginare le reazioni. Altrettanto facile prevedere che quello delle alleanze sarà uno dei primi ostacoli che Bersani dovrà affrontare.
Corriere della Sera 10.9.10
Bersani a Vendola: «Coalizione, poi le primarie»
ROMA — Il messaggio è per Nichi Vendola: «Con la festa di Torino chiuderemo le divagazioni. Si sta parlando di una solida alleanza di centrosinistra e bisogna capire chi è disposto a farla. Dopo questo, si vedrà il resto. Perché se diciamo "primarie di coalizione", prima bisogna accertare la disponibilità alla coalizione». Firmato Pier Luigi Bersani. Il segretario del Pd replica così al governatore della Puglia (nella foto), che insiste sulla necessità delle primarie, viste come la chiave per la rinascita del centrosinistra, e che continua a mostrarsi critico rispetto al progetto di un Nuovo Ulivo. «Un’alleanza appiccicaticcia», l’ha definita il leader di Sinistra ecologia e libertà, simbolo di una politica secondo lui «troppo privatizzata», che invece dovrebbe essere restituita ai cittadini attraverso le primarie. Bersani non ci sta, e il botta e risposta tra i due va avanti con cadenza quasi quotidiana. Secondo il segretario del Pd i tempi vanno invertiti: prima si crea «un’alleanza solida», e non l’ammucchiata di cui parlano i critici, e poi si dà la parola ai cittadini per scegliere il candidato premier del centrosinistra. Bersani parlerà domenica a Torino, a chiusura della festa del Pd, e annuncia di voler ragionare di Italia e non di alleanze e questioni interne al partito: «Se non torniamo a parlare dei problemi economici si rischia la totale delegittimazione della politica».
il Fatto 10.9.10
Dite la vostra: chi può fermare il Caimano?
Orfani di leadership
La svolta impressa da Fini alla legislatura e l’assenza di una figura che unisca le diverse forze contro Berlusconi
di Paolo Flores d’Arcais
SU ILFATTOQUOTIDIANO.IT abbiamo chiesto a chi affidereste la missione di fermare l’uomo che da oltre un quindicennio tiene in ostaggio la politica italiana. Il Pd resta il partito più forte del fronte anti-Caimano, ma Fini, con le sue ultime dichiarazioni (vedi Mirabello e Tg La7), ha di sicuro colpito anche una parte degli elettori del centrosinistra. Anche se, per chi ha votato sempre in quella direzione, non sarà facile dimenticare il passato “nero” del presidente della Camera, soprattutto l’acquiescenza con cui ha votato molte delle leggi vergogna imposte dal Cavaliere . Ma a fermare B. possono provarci anche personaggi stagionati della politica italiana come Marco Pannella. Ci sono anche Vendola, Di Pietro e Grillo. Neanche loro nuovissimi ma comunque noti all’opinione pubblica. Diversi tra loro pronti ma con la stessa voglia di strappare il potere a B. Questi i nomi che proponiamo pronti però ad allargare il ventaglio. f.c .
Pier Luigi Bersani
Pro Ha alle spalle una solida politica di sinistra. Contro Fa sembrare il Partito democratico in crisi di identità.
Beppe Grillo
Pro Ha riempito le piazze con iniziative di protesta come il Vday. Contro Non è percepito come un politico serio e affidabile.
Antonio Di Pietro
Pro È stato il vero oppositore del premier in questa legislatura. Contro È incapace di creare alleanze e aggregazioni.
Marco Pannella
Pro Sue le più grandi battaglie italiane: divorzio e aborto. Contro Fa parte di un altro mondo, un’altra cultura politica.
Gianfranco Fini
Pro Vuole fondare un partito di destra moder no. Contro Ha votato tutte le leggi ad personam del Cavaliere.
Nichi Vendola
Pro Da outsider ha vinto le Regionali in Puglia nel 2005 e 2010. Contro Non ha un programma politico solido e convincente.
L’offerta politica d’opposizione non è mai stata così ampia, variegata, lussureggiante, eppure mai come ora il cittadino che si oppone a Berlusconi si è sentito tanto orfano di rappresentanza. Se questa lancinante contraddizione non viene sanata prima delle elezioni, Berlusconi vincerà di nuovo e realizzerà la trasformazione del suo attuale regime in un totalitarismo vero e proprio. Diverso da quelli del secolo scorso, postmoderno e luccicante, ma egualmente mostruoso.
Oggi di opposizioni a Berlusconi (ciascuna con il suo leader) ne esistono almeno sei. Ecco una breve rassegna dell’appeal e delle magagne di ciascuna. L’opposizione oggi più rilevante, e sulla cresta dell’onda mediatica, è quella di Gianfranco Fini, a realizzazione del detto “gli ultimi saranno i primi”. Non si può però dimenticare che Fini era nella Genova del G8, durante la mattanza della caserma Diaz, e ha continuato a difendere i funzionari che per quell’abominio sono stati condannati in appello. A Mirabello Fini ha rivendicato come antecedente ideale Almirante (il “fucilatore Almirante”, non sono consentite amnesie) e fatto tributare l’ovazione a Mirko Tremaglia, volontario repubblichino non pentito (anzi). E ha continuato a sostenere che Berlusconi, fino a che è primo ministro, deve essere sottratto ai processi (un’opinione, benché aberrante e in contrasto con i richiami alla legalità) sul modello di altre democrazie europee (un fatto, ma falso).
E TUTTAVIA non sono pochi gli elettori tradizionalmente di sinistra (del Pd ma perfino di Rifondazione), che mai voterebbero Casini e che invece dichiarano che oggi, sic stantibus rebus, voterebbero Fini. Perché ha affermato senza troppi giri di frase che: Berlusconi ha una concezione proprietaria dello Stato, dunque agli antipodi di qualsiasi democrazia liberale; Berlusconi non capisce né la divisione dei poteri né il primato della legalità, che sono invece valori non negoziabili; Berlusconi usa i media per distruggere chi non si prostra ai suoi voleri; Berlusconi è uno stalinista. Fini insomma ha detto ciò che avrebbe dovuto dire qualsiasi oppositore. Lo dice con quindici anni di ritardo, ma nel Pd queste cose continua a non dirle nessuno.
Il Pd, dunque, ovvero il maggior partito della (non) opposizione. Il suo vizio di fondo è tutto qui. Eppure continua a raccogliere un quarto abbondante dei consensi di quanti dichiarano che parteciperanno al voto. E che tuttavia non perdono occasione per far capire ai dirigenti del partito che vorrebbero una politica ben diversa, definitivamente scevra da inciuci. E si ritrovano invece a dover ingoiare, nella “loro” festa, la presenza degli Schifani, come fossero degli statisti. Ma sui vizi ormai strutturali del ceto politico del Pd, comprese le new entries che spesso fanno rimpiangere i bolsi burocrati delle generazioni che li precede (sembra impossibile, ma è così) è inutile dilungarsi. Questo giornale è costretto a farlo ogni giorno. Resta la divaricazione – crescente – tra dirigenti (nazionali, regionali, provinciali, di quartiere, fatte salve le eccezioni canoniche e sempre più da lanternino) e militanti, tra dirigenti e potenziali elettori. Che restano un patrimonio insostituibile per l’opposizione, anche se oggi è un patrimonio congelato o sperperato, grazie a quei dirigenti che non riescono a rovesciare e che non si decidono ad abbandonare.
La riprova di questo scarto è la travolgente simpatia che accoglie e circonda Nichi Vendola nelle feste dell’Unità e in ogni occasione a forte presenza di base Pd. Simpatia meritata e significativa. Meritata, perché Vendola incarna un riformismo che rifiuta l’inciucio, e può esibire un buongoverno regionale introvabile nel sud e sempre più raro anche altrove (probabilmente la
Toscana e l’Emilia, e poco più). Significativa, perché Vendola ha vinto le primarie contro il Pd, e anzi direttamente contro D’Alema, ma con i voti di gran parte del “popolo Pd”. È convinto di poter ripetere il risultato della Puglia a livello nazionale. Ma qui viene fuori la debolezza della sua “narrazione”, difficilmente in grado di riunificare tutti i motivi di opposizione positiva a Berlusconi. Non per troppa radicalità, sia chiaro, ma per troppa vaghezza, di programmi e di staff. In concorrenza con Vendola c’è inoltre Di Pietro. La sua opposizione è l’unica che in Parlamento abbia coerenza, e a questo si deve perciò il raddoppio (e oltre) di voti alle elezioni europee, ma tale coerenza viene poi contraddetta con le scelte in fatto di dirigenti locali, in genere primatisti della transumanza da un partito all’altro, veri e propri fari di opportunismo e di imenoplastica politica. Di recente, dopo l’ennesimo scandalo che ha portato all’abbandono da parte di un parlamentare per diatribe interne Di Pietro, immaginando di formulare una domanda retorica, ha esclamato: dovrei cacciarli tutti? E invece la risposta è “sì”, un rotondo SI’, perché solo liberandosi della gran parte dei dirigenti locali entrerebbero finalmente nell’Idv le energie dei nuovi elettori, nate nei movimenti di impegno civile, che lo schifo per i cacicchi locali tiene lontane dalla “militanza” nell’Idv.
RESTA L’OPPOSIZIONE di Grillo. Che però rifiuta programmaticamente alleanze possibili con chicchessia, nella convinzione che l’autoreferenzialità sarà il veicolo di un consenso al suo “movimento cinque stelle” tale da travolgere non solo Berlusconi ma ogni berlusconismo anche senza il ducetto di Arcore. Temo si tratti di un wishful thinking.
Della sesta “opposizione”, quella “centrista”, quella di Cuffaro-Casini e di Rutelli-Montezemolo non vale avvero la pena parlare. Solo la stupidità ormai ciclopica dei dirigenti Pd può dare a tali figure un credito qualsivoglia. Dunque, sovrabbondanza di opposizioni, ma in realtà indigenza a tutt’oggi assoluta per la prospettiva di un’opposizione vincente. Alle sei figurine pubblicate ieri in prima pagina dovrebbe perciò essere aggiunto una casella bianca, un profilo vuoto con un punto interrogativo. Nessuno di quei sei leader può essere il leader che unifichi e porti alla vittoria una maggioranza “per la Costituzione”, i suoi valori e la sua realizzazione, che nel paese credo sia invece schiacciante. Come trovarlo, quel leader?
INNANZITUTTO bisogna aver chiaro che non potrà nascere da alchimie partitocratiche. Troppo spesso si ragiona – con perfetta mancanza di realismo – come se i partiti fossero proprietari dei rispettivi pacchetti di voti. E dunque, il Pd più l’Udc fa... Invece i partiti prendono quei voti, ma da elettori totalmente disaffezionati (tranne ristrettissime clientele), elettori che non intendono affatto ubbidire alle manovre e agli accordi tra le varie oligarchie e nomenklature della casta. Elettori che il leader capace di sconfiggere se lo vogliono scegliere. Altrimenti molti di loro alle urne neppure ci andranno (il Pd in un pugno di anni ha perso qualcosa come cinque milioni di voti!).
MA QUESTA non-rappresentatività dei partiti ha il suo lato positivo. Infatti ci sono incompatibilità fra gruppi dirigenti che non hanno un corrispettivo di incompatibilità tra gli elettori. Insomma, Bersani non riuscirà mai ad allearsi contemporaneamente con Di Pietro e con Casini, ma molti elettori di questi tre partiti non avranno alcuna difficoltà a unirsi sotto una leadership credibile per la realizzazione di un programma di “giustizia e libertà”. Perché quegli elettori, nella maggioranza dei casi, sono cittadini “senza collare”, senza fedeltà di appartenenze. La più estrema mobilità elettorale è oggi la costante. Le masse operaie di Sesto San Giovanni (la “Stalingrado d’Italia”!) sono passate a Forza Italia, alla Lega, poi di nuovo al centrosinistra, e magari schifate ora resteranno a casa. E la stessa cosa vale ormai ovunque nel Paese.
Perciò il leader capace di unificare la voglia crescente e smisurata di archiviare per sempre il regime delle cricche e delle menzogne, non potrà che essere individuato fuori degli apparati, non potrà che venire dalla società civile, da un grande movimento e sommovimento di opinione pubblica. E infine, attraverso primarie vere.
Corriere della Sera 10.9.10
Bersani: non blindo la festa E Brunetta attacca il Pd
Il ministro: «Ha l’anima squadrista». Il segretario: «Roba da 118»
di E. Mu.
La battaglia politica ora si gioca tutta sul vecchio servizio d’ordine e sulla concezione stessa di partito. Dopo la contestazione di mercoledì a Torino, con il lancio «antagonista» di un fumogeno al segretario della Cisl Bonanni, e quella di qualche giorno prima al presidente del Senato Schifani, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani si ritrova a dover difendere la più antica delle istituzioni di massa: «Intendiamo tenere aperte le nostre feste, sono popolari e luoghi di dibattiti. L’ordine pubblico lo tutela chi deve tutelarlo».
«Vorrei incontrare la ragazza» Il segretario della Cisl Raffaele Bonanni ha voluto commentare i fatti di Torino, con un intervento video su Cisl Tv
Il rifiuto di blindare la Festa democratica è categorico. Come quello di ritornare alla fine degli anni Sessanta con i controlli programmati da quel Movimento studentesco che si autoconvocava in nome della provincia secessionista congolese: «Non vogliamo organizzare Katanga — dice Bersani —. Ho già espresso a Bonanni rincrescimento e condanna per l’aggressione subita. Vedo però che qualcuno mette in mezzo il Pd, pur non avendo io ricevuto notizia di uguali riflessioni quando ad Alzano Tremonti, Calderoli e Maroni subirono l’aggressione dei tifosi. In quel caso, nessuno disse che la Lega non era in grado di organizzare dibattiti». La polemica è diretta al ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, che da Atreju 2010 — la festa romana dei giovani del Pdl — accusa: «L’aggressione a Bonanni di mostra c he dentro l’anima vera del Pd si mantiene una componente squadrista, reazionaria, estremista e conservatrice. Sono azioni messe a punto da gruppi organizzati che hanno la connivenza di parte degli organizzatori, altrimenti non si avvicinerebbero nel raggio di tre chilometri». Brunetta è convinto che il segretario della Cisl rappresenti «una punta avanzata nel campo del riformismo sindacale. Ha contro di sé il più conservatore sindacato comunista d’Occidente, la Cgil, che ospita frange come la Fiom che a sua volta hanno al loro interno elementi vicini all’eversione». A lui risponde piccato Bersani: «Noi squadristi? Chiamiamo il 118 e risolviamola così». Offeso si dimostra anche Cesare Damiano, capogruppo del Pd in commissione Lavoro: «È sciacallaggio politico. Quando parla di estremismo, il ministro non deve guardare in casa del Pd». Brunetta però non si lascia sfuggire una controreplica al vetriolo: «Povero Damiano, non sa più a che santo votarsi. Invece di chiedere scusa a Bonanni e a tutti gli italiani, offende chi gli ricorda la storia del suo partito, il Pci, Pds, Ds, Pd che continua a consentire a gruppi violenti organizzati di colpire avversari politici ospiti alla sua festa». Incredulo, l’onorevole del Pd Sergio D’Antoni: «Brunetta indugia in sciocche strumentalizzazioni di parte».
l’Unità 10.9.10
Sakineh violenza ancestrale
La lapidazione, esclusa dal Corano, era prevista dalla Bibbia fino al fatto dell’adultera con Gesù Ora una battaglia contro le violenze alle donne
di Shukri Said
La lapidazione per adulterio e concorso in omicidio minacciata a Sakineh non è medievale, è ancestrale. Escluso che sia comminata nel Corano, che non la prevede mai, essa è invece prevista dalla Bibbia per il caso di adulterio (Deuteronomio 22: 22, 23). Il Deuteronomio risale al VI-V secolo a. C., ma Cristiani ed Ebrei hanno abbandonato tale pratica duemila anni fa quando, come riporta il Vangelo (Giovanni 8, 1-11), scribi e farisei portarono a Gesù una donna colta in flagrante adulterio interrogandolo sulla lapidazione prescritta da Mosè. E Gesù, con la famosa frase «Chi è senza peccato scagli la prima pietra», impose l’abbandono della feroce pratica. Né Maometto, l’ultimo dei profeti, avrebbe voluto ripristinare una così barbara sanzione tanto limpidamente eliminata dal “suo” predecessore Gesù. In effetti la lapidazione per adulterio fu introdotta nell’Islam con un Hadith di Omar, successore di Maometto (Hadith Sahih Muslim vol. 3, libro 17, n. 4206) e non appartiene all’esperienza diretta del Profeta narrata nel Corano, l’unica da osservare, dove si prevedono (Sura 24, 2-3, “La Luce”) “solo” 100 frustate per l’adulterio conclamato da quattro testimoni, maschi e attendibili, che dichiarino di aver assistito alla penetrazione. Il che equivale alla punizione, non dell’adulterio in sé, bensì dell’oltraggio al pudore (previsto come reato anche in Italia) suscettibile di scuotere, con lo scandalo che ne consegue, le regole di una sana comunità. Infatti, la sanzione è eseguita dalla folla in un rito di espiazione dell’affronto subito dalla collettività. Invece rimane senza conseguenze l’adulterio “privato” in cui, al marito che accusa con apposita formula coranica, può rispondere pariteticamente la moglie discolpandosi mediante il ribaltamento della medesima formula pronunciata dal marito. È inammissibile che nel terzo millennio siano considerati interlocutori della collettività internazionale paesi che ammettono ancora la lapidazione. Invece il mondo reagisce a questa barbarie di regime solo quando si lega a un nome.
Salviamo Sakineh oggi come quando salvammo la nigeriana Amina Lawal nel 2003. Queste reazioni internazionali, oltre che a salvare la vittima, mirano anche a sollevare dai sensi di colpa per il silenzio sui casi trascurati ma sicuramente esistenti. Perché chi deve impegnarsi per la salvezza della donna oppressa dai regimi canaglia, sono i governi di quei paesi dove l’opinione pubblica si mobilita e che di volta in volta si cimentano in compromessi per accontentare i loro elettori. Viene così l’idea che il nome della vittima trapeli in occidente non tanto per l’abilità informatica o informativa di qualche dissidente, quanto per la volontà del regime che della più efferata nefandezza permette il diffondersi della notizia proprio per conquistare il compromesso di cui ha bisogno.
Il caso di Sakineh è la dimostrazione di questo metodo adottato dal regime iraniano per uscire dall’isolamento diplomatico conseguente alla scelta nucleare. È trapelata la sua condanna alla lapidazione per un reato di adulterio che, in occidente, non dà neppure più luogo alla separazione con addebito e, al movimento d’opinione sollevatosi contro il supplizio, si è risposto con una ulteriore condanna a 99 frustate per l’inconcepibile delitto di aver mostrato i capelli in una foto che, addirittura, non riproduceva neppure Sakineh. È questo un chiaro pretesto del regime iraniano per rimanere al centro dell’attenzione di quella comunità internazionale che sarebbe veramente ora che si svegliasse.
La battaglia per i diritti umani non si fa saltuariamente. Per una Sakineh di cui traspare la triste storia, ci sono nel mondo tante altre donne, troppe, che anonimamente subiscono violenze e torture intollerabili. La violenza di tanti regimi è così antica e feroce che, anche per difendersene, le donne hanno mantenuto nei secoli le loro mutilazioni genitali, cioè la rinuncia alla sessualità. Non possiamo convincerle ad abbandonare definitivamente quelle pratiche se non combattiamo i regimi che infieriscono sulle donne tutte le volte che si affaccia il loro diritto alla femminilità. Se la democrazia non può essere esportata, come esperienze ancora in corso dimostrano, il suo seme può tuttavia essere piantato, ma va tenacemente coltivato.
Vogliamo che la battaglia per Sakineh sia l’ultima con un nome e che si apra finalmente la guerra alla violenza sulle donne ovunque, perché quella sulle donne è violenza capace di tutto e buona a nulla. Da estromettere dal Pianeta Terra con un formidabile rigurgito di dignità internazionale e non con intermittenti singhiozzi.
l’Unità 10.9.10
Sakineh, i figli: «Nessuna prova che la lapidazione sia sospesa»
di Marina Mastroluca
L’avvocato della donna dubita dell’annuncio del ministero degli esteri: «Solo belle parole»
A sera i media iraniani annunciano che Khamenei ha concesso la grazia ad alcuni detenuti
«Non abbiamo nessun documento legale». Il figlio e l’avvocato di Sakineh non si fidano dell’annunciata sospensione della lapidazione. Khamenei concede la grazia per alcuni detenuti in occasione della fine del Ramadan.
«Non abbiamo alcun documento legale o ufficiale sulla sospensione della sentenza di lapidazione». Non si fida il figlio di Sakineh, che a 22 anni si trova a combattere contro un potere tanto più forte di lui. E anche ora che il ministero degli esteri iraniano ha annunciato che l’esecuzione di Sakineh è stata sospesa, Sajjad non si accontenta delle parole. Non da parte di chi ha condannato sua madre a morire sotto una pioggia di pietre, non da parte di chi l’ha costretta a confessare in tv, senza nessuna protezione legale, di aver non solo tradito il marito, ma di essere stata complice nel suo omicidio. «Noi figli di Sakineh Mohammadi Ashtiani dichiariamo che nostra madre è innocente e deve essere liberata immediatamente», così scrive Sajjad, mentre chiede «ai Paesi del G8, ai governi di Turchia e Brasile e al mondo intero di continuare a fare pressioni e a non pensare che il caso sia risolto».
Non si fida neanche l’avvocato della donna, Javid Houtan Kian. Non si fida perché non può farlo, perché «il ministero degli esteri iraniano, e dunque il governo, non ha il potere di sospendere questa pena». Ad avere voce in capitolo sono «il capo del potere giudiziario Larijani e il capo del settore 9 del Consiglio supremo, Davoudi Mazandarani». E da loro non è arrivata nessuna comunicazione. «Se la sospensione fosse stata pronunciata dal potere giudiziario me l’avrebbero comunicato spiega il legale di Sakineh -. Io stesso ho effettuato ben dieci volte questa richiesta di sospensione senza mai ottenere alcuna risposta. Si tratta solo di belle parole per rispondere alla pressione internazionale». Ma allo stato dell’arte la sentenza potrebbe essere eseguita da un momento all’altro. «E con la fine del Ramadan la mia preoccupazione per la sorte di Sakineh si moltiplica per dieci».
Troppo presto per pensare che sia finita, dunque. La presidenza Ue, e così anche Amnesty International, chiedono l’annullamento definitivo della sentenza. La sospensione infatti era già stata annunciata all’inizio di luglio per poi essere smentita o confermata sempre verbalmente diverse volte, da istanze politiche o giudiziarie differenti, dando così l’impressione che intorno alla sorte di Sakineh si fosse innescato un braccio di ferro tra diverse anime del potere iraniano. Teheran è insofferente di fronte a quelle che considera ingerenze esterne anche ieri il ministro degli esteri Mottaki ha accusato l’Occidente di aver montato un caso per «motivazioni politiche», difendendo una donna «colpevole di adulterio e complicità in omicidio». Ma non c’è dubbio che le pressioni internazionali abbiano dato più forza a quanti all’interno dello stesso regime iraniano si oppongono sia pure solo per ragioni di opportunità alla lapidazione.
«NON MORIRÀ».
«Non credo che Sakineh verrà mai lapidata né impiccata», ha detto il presidente della commissione giustizia del parlamento iraniano, Ali Shahrokhi, incontrando a Teheran il vicepresidente della commissione giustizia del senato italiano, Alberto Maritati, secondo quanto riferito da quest’ultimo. All’esame del Consiglio dei Pasdaran ci sarebbe anche un disegno di legge già approvato dal parlamento sull’abolizione della lapidazione.
Nell’attesa, questo l’invito che arriva dal figlio di Sakineh, è importante non lasciar cadere l’attenzione. Ieri alla Mostra del Cinema di Venezia, Articolo 21 ha raccolto decine di nomi celebri sul suo appello: «liberate tutti e tutte le Sakineh nell’Iran e nel mondo». Ha firmato anche Quentin Tarantino.
l’Unità 10.9.10
«La mobilitazione internazionale sta dando i suoi frutti»
«Non è un caso isolato. Ci sono almeno altre 14 detenute nelle carceri iraniane che rischiano
di fare la stessa fine»
di Umberto De Giovannangeli
Secondo la dirigente radicale nei rapporti con Teheran nuoce sia l’eccessiva cautela della realpolitik sia la minaccia continua di sanzioni
Penso ai molti scettici che continuavano a ripetere che le mobilitazioni non servono, non pagano quando si ha a che fare con regimi autoritari come quello iraniano. Questi seminatori di scetticismo sono serviti: la mobilitazione per Sakineh un primo risultato lo ha ottenuto. Ora però non bisogna mollare la presa. La mobilitazione va rilanciata per ottenere la libertà per Sakineh e per le altre che come lei sono nel braccio della morte in qualche carcere iraniano». A parlare è Emma Bonino, Vicepresidente del Senato e leader radicale.
La condanna alla lapidazione di Mohammadi Ashtiani è stata sospesa... «E questa è la dimostrazione che in un mondo globale, in un modo o nell’altro l’influenza esterna conta. Ed è importante estendere e rafforzare quanto più possibile questa idea di cittadinanza globale. Mi auguro che i molti scettici che continuavano a ripetere che contro certi regimi la mobilitazione non serve, abbiano imparato la lezione. Però...».
Però?
«Ora non bisogna abbassare la guardia. Ha contato molto la personalizzazione di questa battaglia contro la pena di morte, in qualunque modo essa venga inflitta. Sakineh è divenuta il simbolo di una battaglia di civiltà, quella per l’abolizione della pena di morte, che riguarda tutti quegli uomini e quelle donne che si trovano nei bracci della morte. Questa personalizzazione non deve far dimenticare che in Iran ci sono altre Sakineh, almeno 14, Così come in altre parti nel mondo vi sono uomini e donne “senza volto” pronte per i “boia di Stato”».
Un simbolo che rischia ancora la morte. «Per questo la mobilitazione non solo non deve venir meno ma al contrario deve essere ampliata, coinvolgendo istituzioni, governi, parlamenti, società civile, opinione pubblica. Siamo solo ad un primo risultato. Importante ma non sufficiente. Come è importante che questo spirito di corresponsabilizzazione e di cittadinanza globale che è emerso nella vicenda di Sakineh permei sempre più la diplomazia e i rapporti tra gli Stati. Occorre fare sinergia: istituzioni, Ong, governi, società civile...».
Sakineh come simbolo abolizionista. A che punto è l'iniziativa per la moratoria della pena di morte? «A uno snodo cruciale. Come dimostra il recente rapporto di “Nessuno Tocchi Caino”, il fronte abolizionista ha conquistato nuovi Paesi. Ma altri, e importanti, ancora resistono. L’Assemblea generale dell’Onu sta discutendo una seconda risoluzione sulla moratoria. Occorre far vivere la vicenda di Sakineh per ciò che essa rappresenta anche a New York».
Cos’altro insegna questa vicenda?
«Che esiste un’alternativa seria, praticabile, al silenzio della realpolitik e alle invocazioni allo scontro frontale con Teheran dei duri e puri. È l’alternativa che come “Non c’è pace senza Giustizia” abbiamo provato a indicare dopo aver ascoltato le donne, i giovani, gli intellettuali, personalità in prima fila nella lotta per i diritti umani, come la premio Nobel Shirin Ebadi, che in Iran stanno combattendo per una società, un Paese più libero e giusto. Sono loro ad aver indicato la strada da perseguire...».
E quale sarebbe questa strada?
«È una strada tortuosa, complessa, che non contempla lo scontro frontale con il regime. Questo scontro va evitato, ci hanno ripetuto i nostri interlocutori iraniani. Il nucleare è importante, ci hanno detto, ma quel dossier non può, non deve mettere a rischio le possibilità, che esistono, di ottenere maggiori spazi di libertà. Questo, è bene sottolinearlo ancora, potrà non piacere ai fautori del pugno di ferro, agli evocatori di boicottaggi, sanzioni, scontri frontali. Può non piacergli ma è ciò che dall’Iran dei diritti ci viene chiesto».
Come tradurre questa indicazione?
«Evitando azioni che possano isolare i cittadini e la società civile iraniani, e sviluppando invece iniziative più “discrete” è anche per questo più incisive. Puntare, ad esempio, al sostegno di quelle associazioni per i diritti delle donne, dei bambini, dei lavoratori. E affrontando una questione sentitissima oggi in Iran: la questione della droga. Costruire partnership con organizzazioni iraniane che si occupano di temi “meno conflittuali”, lavorando per scambi tra Università, per un sostegno nei campi della letteratura, della filosofia, delle arti...E tener conto dei leader locali e delle priorità che loro ci indicano. Vi sono, mi ha ripetuto recentemente Shirin Ebadi, delle “zone rosse” che non vanno oltrepassate. Perché a rimetterci non sarebbe il regime, ma chi in Iran si batte per le libertà».
il Fatto 10.9.10
Come avviene una lapidazione
“Sassi rotondi e lisci, la famiglia offesa scaglia la prima pietra”
di Elisa Battistini
Tutto il mondo continua a mobilitarsi per salvare Sakineh Ashtiani dalla lapidazione e ancora non si sa se la pena sia stata davvero sospesa (ieri l’avvocato della donna iraniana ha detto di dubitarne). Una certezza però c’è: in alcuni paesi, tra cui l’Arabia Saudita, la Nigeria, il Sudan e l’Iran questa forma di pena di morte continua ad esistere. Ma cosa significa? E come si svolge un’esecuzione di questo tipo? Franco Cardini, storico e saggista, docente all’Università di Firenze, racconta la concreta brutalità di questa pratica.
Esistono delle regole per lapidare una persona? La cosa più importante è che, a scagliare la prima pietra, siano i familiari di chi ha subito il torto. L’esecuzione può avvenire all’aperto o al chiuso, ma non è una prescrizione. Mentre è fondamentale che sia il “clan” di chi è stato offeso dal reato a guidare il sacrificio. Di solito, poi, vengono scagliate altre pietre da altre persone, legate in qualche modo alla famiglia “offesa”. Scagliare pietre è un gesto molto violento, ma il principio di fondo non è differente da quello che permette ai parenti delle vittime, negli Stati Uniti, di assistere in prima fila a un’esecuzione capitale. È una forma di pena di morte, cioè di estinzione del reato attraverso un sacrificio. Nella lapidazione è importante che il primo sasso non sia scagliato da chi non ha nulla a che fare con l'accaduto: sarebbe un gesto grave e inammissibile. Darebbe vita a una nuova spirale di vendetta.
Come devono essere le pietre?
I sassi devono essere lisci, rotondeggianti. L’origine ebraica della pena proviene dai clan di pastori e il sasso era il mezzo più comune per tenere assieme le pecore e punirle se sfuggivano al gregge. Infatti la lapidazione viene comminata solo per certi reati. Chi ruba non verrà mai lapidato. Viene lapidato, invece, chi si è reso colpevole di un crimine privato che offende la comunità perché ne viola i principi. Come l’adulterio, il tradimento della parola data, l’incesto, la mancanza di rispetto verso i genitori, l’omosessualità: sono reati che pongono l’individuo al di fuori del proprio gruppo. L'esecuzione è un sacrificio pubblico per estinguere un’offesa arrecata a tutti.
Quanto dura una lapidazione?
Finché la vittima non è sepolta e ricoperta dai sassi, anche se è già morta. La vittima può anche morire al primo colpo, ma il fine simbolico dell’atto non è la morte in sè. Il sasso è un’arma che non si adopera per gli esseri umani. Viene lapidato chi, con i suoi comportamenti, si è posto al di fuori del consorzio degli uomini. La lapidazione esprime un senso di repulsione, di estraneità. È la cacciata dal consorzio umano. La pietra si usa con le bestie. E la sepoltura del lapidato è un atto rituale: si continuano a scagliare sassi fino a che la persona punita non scompare dalla vista. Quanto è importante che la persona soffra?
Pochissimo. Non è questo l’obiettivo. L’obiettivo è il “risanamento” della comunità che ha subito un torto considerato molto grave. Il lapidato è il capro espiatorio da punire per ristabilire l’ordine.
Dove avvengono queste pratiche mortali? Non molto in Iran, che è un paese fondamentalmente occidentalizzato dal 1979. Sono più frequenti invece Arabia Saudita. Noi ci stiamo appassionando al caso della povera Sakineh in modo un po’ pretestuoso: chissà quante persone vengono lapidate e non lo sappiamo. Sakineh è diventata un simbolo. È giusto opporsi. Ma la pratica dell’iniezione letale di fronte alla famiglia della vittima non mi pare più civile.
l’Unità 10.9.10
Kabul, soldati Usa sotto inchiesta Uccidevano civili per divertimento
Tagliavano un dito ai cadaveri e lo tenevano come ricordo
Cinque soldati americani sono stati incriminati per aver ammazzato civili in Afghanistan senza motivo. «Uccidevano a casaccio e collezionavano le dita dei morti come trofei», scrive il quotidiano britannico «Guardian» citando fonti investigative e documenti legali.
Cinque membri di una sedicente «squadra omicidi» («kill team») rischiano la pena di morte per aver ucciso tre uomini afghani per puro divertimento in distinte «esecuzioni a casaccio» avvenute nel corso di quest'anno. Altri sette soldati avrebbero nascosto i delitti dei compagni e picchiato una recluta che aveva denunciato gli assassini. Il sergente Calvin Gibbs, 25 anni, avrebbe formato il gruppo criminale assieme ai commilitoni Jeremy Morlock, Michael Wagon, Adam Winfield e Andrew Holmes. Tutti negano le accuse.
Secondo il Guardian, che riprende un servizio del quotidiano dell' esercito Usa «Army Times», le accuse nei confronti di Gibbs e dei suoi complici sono le più gravi maiemerse sinora per crimini di guerra compiuti nel teatro afghano. Gli investigatori sostengono che i cinque, tutti membri di una unità di fanteria basata a Ramrod, nella provincia meridionale di Kandahar, abbiano cominciato a progettare le loro infamie lo scorso novembre. Alcuni testimoni hanno riferito agli inquirenti militari che Gibbs si era vantato di averla fatta franca in Iraq, dove aveva perpetrato misfatti analoghi. In particolare disse che sarebbe stato molto facile «lanciare una bomba a mano contro qualcuno e ucciderlo».
La prima vittima, lo scorso gennaio, fu un certo Gul Mudin, ferito con una granata e finito a fucilate in un campo di papaveri vicino al villaggio di La Mohammed Kalay. Poi venne il turno di Marach Agha, il mese successivo. In maggio toccò a Mullah Adahdad. Secondo l'Army Times, uno dei soldati killer collezionava le dita dei morti come «souvenir». Qualcuno amava farsi fotografare accanto ai cadaveri.
l’Unità Firenze 10.9.10
Prato, brutto risveglio all’ombra del razzismo
di Mara Conti
Alle 2 di notte, finita la festa, l'assessore alla sicurezza del Comune di Prato Aldo Milone ha acceso il computer per condividere con il popolo del web un suo telegrafico pensiero: «Stasera abbiamo assistito ad una situazione umiliante per la nostra città. Il presidente della Provincia e la sua giunta non ha partecipato alla tradizionale festa cittadina perché pretendeva la presenza di mafiosi cinesi nel corteggio storico». Un epitaffio provocatorio dalla grammatica traballante, a conclusione del crescendo di polemiche che ha caratterizzato il lato profano della festa dell'8 settembre. La dichiarazione
ha sollevato preoccupazioni nel gruppo Pd in consiglio comunale, che ieri in un comunicato del suo presidente Massimo Carlesi ha chiesto a Milone di «parlare se sa qualcosa sugli ospiti del presidente della Provincia. Altrimenti, eviti di gettare benzina sul fuoco». «Sono completamente d'accordo ha scritto il segretario del Pd Bruno Ferranti con le decisioni assunte dal presidente della Provincia e col merito delle sue iniziative. La storia e le tradizioni culturali vivono e hanno un senso se hanno la capacità di parlare al presente e alla complessità di una società fortemente mutata».
Il sindaco Cenni ha indetto una conferenza stampa per ribadire la necessità di «salvaguardare il Corteggio dalla dannosa ingerenza della politica» e dalla «spasmodica ricerca di visibilità», rispettando il cerimoniale e il duro lavoro di preparazione dell' evento folkloristico. Sollecitato dai giornalisti per un commento sulla dichiarazione on line dell'assessore Milone, il primo cittadino ha minimizzato dichiarandola inevitabile conseguenza del clima creato dalla strumentalizzazione politica, per poi lanciarsi nella descrizione a tinte fosche di un mondo di illegalità e violenza, completamente succube della «mafia gialla» nei rapporti economici e sociali.
Ha portato lontano la «scandalosa» iniziativa del presidente Lamberto Gestri di invitare al Corteggio dietro al Gonfalone della Provincia una rappresentanza di cittadini migranti. La mattina del day after, le locandine dei giornali locali nel consueto stile lapidario sintetizzavano così l'accaduto: «Clamorosa rottura. La Provincia diserta il Corteggio dopo una lite col Comune sulla presenza degli stranieri», «Corteggio, lite per i cinesi. Gestri non sfila con le autorità». In realtà, come ha scritto sulla pagina Facebook della Provincia, il presidente c'era: «ho vissuto la festa da pratese tra i pratesi. È stata un' emozione forte, quella di scegliere di stare per le strade e nelle piazze con i pratesi. Quelli nati a Prato e quelli nati altrove che nella nostra città vivono e lavorano onestamente. Sono dispiaciuto perché non ho sfilato accanto al gonfalone? Sarei bugiardo se dicessi di no. Sento però di essere rimasto fedele al mio compito di presidente della Provincia che ha a cuore la sua gente e il futuro della sua comunità». Naturalmente tra gli invitati dalla Provincia non c'erano solo cinesi, ma anche rumeni, ecuadoregni, peruviani, pakistani, marocchini, senegalesi. Cittadini impegnati attivamente per la convivenza e nei rapporti con le istituzioni pratesi, che con malcelato disagio si sono ritrovati al centro di una situazione assai confusa, “colpevoli" solo di aver accolto con favore il gesto di amicizia della giunta provinciale.
Al comune di Prato, la più grande città della Toscana dopo Firenze, dalle ultime amministrative governa la destra
Repubblica Firenze 10.9.10
Intervista a Edoardo Nesi
Lo scrittore: la reazione del Comune è stata sorprendente, gli stranieri non hanno tre nasi e la coda
Chinatown e l’occasione persa
"Non parlateci più di integrazione"
di Maurizio Bologni
"Quel gesto simbolico ignorato per uscire dalla nostra trincea"
Nesi: dobbiamo diventare un laboratorio dell´immigrazione
Lavorano come schiavi Sono d´accordo con Cenni quando dice che i cinesi devono uscire dall´illegalità
Sono come noi, di grandissima umanità Non si può umiliare così persone che sono venute nella tua terra
Un politico deve tentare di trasformare la presenza di una comunità così forte in occasione di sviluppo
«Mi ha sorpreso che il sindaco non abbia voluto gli immigrati al corteggio, l´integrazione parte da gesti simbolici come questi». Parola di Edoardo Nesi, scrittore e assessore alla cultura della Provincia di Prato.
Che valutazione dà del "no" del sindaco Cenni alla richiesta del presidente della Provincia Gestri?
«Quando la Provincia chiede una cosa tanto semplice, ovvero di far partecipare alla propria delegazione del Corteggio storico un gruppo ristretto di immigrati, crede di fare una richiesta da accettare subito e senza riserve. È il minimo armamentario della coscienza politica. Non siamo un´associazione di scacchi. Siamo qui per far politica. Siamo qui per affermare dei valori che in questo caso mi sembrano di elementare condivisione. La reazione dell´amministrazione comunale mi ha sorpreso. Tutto mi aspettavo tranne che venisse mossa un´eccezione. Non vedo come la partecipazione di qualche cittadino immigrato potesse alterare il corteggio storico. La mattina avevamo ricevuto in Provincia i rappresentanti di tutte le comunità straniere di Prato, non solo quella cinese. Non è gente che ha tre nasi, le ali e la coda. Sono come noi, di grandissima umanità. Non si può umiliare così persone che sono venute nella tua terra».
Il problema, forse, è che Prato identifica gli immigrati con l´economia illegale dei cinesi. Non è così?
«Sento di avere le carte in regola per parlare dei cinesi a Prato perché nel mio ultimo libro non faccio sconti all´illegalità cinese. Ho partecipato ad un blitz del cosiddetto gruppo interforze in un magazzino cinese e quello che ho visto mi ha profondamente turbato. Questa esperienza è finita nel libro con tutta l´indignazione che mi ha suscitato. Penso, in proposito, che noi occidentali non diamo sufficiente importanza ad una delle maggiori conquiste civili, ovvero la nostra legislazione sul lavoro, un meccanismo che va avanti da secoli in un´unica direzione: quella di dare più diritti a chi lavora».
E invece in quel magazzino lei ha trovato schiavi cinesi?
«Gente che lavora in condizioni inaccettabili. In quel momento ho pensato che a sinistra bisognava dire forte che sono i nostri principi fondanti che vengono calpestati, roba nostra insomma. E quindi sono d´accordo con il sindaco Cenni quando dice che i cinesi devono uscire dall´illegalità».
Però?
«Però a questo bisogna agganciare un altro meccanismo egualmente universale. L´integrazione. Mettiamo pure da parte la necessità storica, politica, morale e etica di questo processo. Un politico che ha a cuore la propria città deve tentare in ogni modo di trasformare la presenza di una comunità straniera così importante in un´occasione di sviluppo economico. Proviamo a ragionare solo da un punto di vista di opportunità: l´integrazione bisogna farla anche solo per questo. E spesso l´atto simbolico, come sarebbe stata la partecipazione degli immigrati al corteo, è quello che consente di cominciare una politica. In questo caso una politica di integrazione».
Ma non è che i gesti simbolici arrivano in ritardo? Non è che l´integrazione sarebbe dovuta iniziare dieci anni fa?
«Che si sia perso tempo è evidente. Ma insisto: per quanto riguarda la comunità cinese, credo che l´integrazione economica sia la chiave di volta. Devono emergere dal lavoro nero, mettersi in regola. E noi dobbiamo stimolarli a comprare i tessuti dalle aziende pratesi. All´interno della comunità cinese ci sono diverse sensibilità, posizioni, tipi di aziende, persone. E credo che si debba cominciare dalle aziende più strutturate aiutandole a mettersi in regola. Con la Regione stiamo lavorando ad un piano che va in questa direzione. Non è un obiettivo impossibile perché anche gli imprenditori cinesi si stanno rendendo conto che non possono andare avanti così. Il loro modello di business non splende più. Sentono la crisi, anche perché se vendi i prodotti agli ambulanti dei mercati, come fanno loro, il margine di guadagno è ridotto. Penso che l´integrazione possa avvenire, anzi avverrà sicuramente, su livelli di qualità produttiva alta, coi pratesi che forniranno i tessuti. È una collaborazione che è già iniziata. Così come ci sono italiani che lavorano in aziende cinesi. Ma queste sono storie che non si raccontano mai».
La sensazione è però che le due comunità non dialoghino e ciascuna viva la propria vita separata in spazi cittadini diversi.
«È l´impressione che ha chi viene a Prato una volta ogni tanto. Vai al Macrolotto e pensi di essere sbarcato in Cina. Ma c´è una generazione di cinesi che vanno a scuola coi nostri figli, parlano pratese, vestono gli stessi abiti, viaggiano sugli stessi vespini, ragazzi la cui presunta differenza svanisce come è giusto che sia. E come si fa a pensare che non è pratese un ragazzo che nasce nell´ospedale di Prato, studia nelle scuole di questa città, gioca e comincia a lavorare qui. È retorica vuota evocare il "pratese". Ma chi è questo "pratese"? Si dimentica che quasi il 50% degli italiani di Prato non è nato qui ma è immigrato nel dopoguerra».
E la Provincia che cosa fa per agevolare l´integrazione culturale?
«Abbiamo pubblicato e fatto pubblicare un libro sull´immigrazione cinese. Sandro Veronesi e io abbiamo lanciato un concorso letterario per pratesi i cui genitori non siano di madre lingua. Teniamo aperti i contatti con esponenti di comunità cinesi anche in prospettiva di scambi con il Paese d´origine: la globalizzazione ci ha già fregato una volta, ora è tempo di cercare di trarne vantaggio creando i canali perché i cinesi a Prato ci vengano da turisti. Ma vorrei chiedere un aiuto al Pd nazionale e regionale. Vengano a parlare con noi della Provincia, ci ascoltino, ci diano consigli, perché Prato diventi il laboratorio dell´immigrazione. Il gesto di Gestri ha avuto il grande merito di sollevare questo problema e di portarlo all´attenzione dell´Italia. Così non può durate. È interesse e dovere integrare. Ma abbiamo bisogno di aiuto. Non possiamo rimanere soli in trincea».
l’Unità 10.9.10
Chi parla male pensa male
Il futuro della politica? È scritto nei cartoni animati...
Gli ottimisti: c’è chi pensa che l’unica speranza siano i giovani. I pessimisti: no, rischiano la catatonia derivata da sovraesposizione mediatica. E allora? Il fatto è che gli anticorpi al «lato oscuro della forza» sono sempre meno...
di Mauro Barberis, filosofo del diritto
La politica dell’urlo, che ha dominato quest’estate sciamannata, viene da lontano, ma passa sicuramente per un (non) luogo familiare: la televisione. L’urlo non corrisponde solo al bisogno di farsi sentire nel rumore mediatico, che così finisce per diventare assordante, ma a un paesaggio antropologico colonizzato dai luoghi (comuni) e dai tempi (frenetici) della televisione. La verità è che siamo un generazione venuta su a merendine e Iva Zanicchi, yogurt lassativi e Gerry Scotti: una generazione perduta, insomma. Il vero problema, a questo punto, diventa: anche tutto ciò, come i diamanti o come il letame, sarà per sempre? L’interrogativo davvero inquietante è: riuscirà la televisione a rimbecillire anche i nostri figli?
Su questa domanda, in effetti, si confrontano due scuole di pensiero. Gli ottimisti pensano che di fronte alla mostruosità dell’attuale gerontocrazia, non basti neppure invocare il ricambio generazionale – gli attuali quarantenni sono forse meglio dei sessantenni? – e occorra puntare direttamente sui ventenni. I pessimisti, invece, vedono i ventenni afflitti, al quadrato o al cubo, dagli stessi difetti di padri e nonni; all’influsso della televisione si aggiunge quello ancor più mefitico dei nuovi media, dal cellulare alla playstation sino ai videogiochi del computer. Tutto ciò contribuirebbe a tenere «i giovani» in uno stato di catatonia culturale, morale politica: dal quale riemergerebbero solo per mettere su You Tube le torture imposte a qualche disabile.
Quest’agosto ho fatto un esperimento: ho provato su me stesso, a dosi massicce, gli stessi media cui sono quotidianamente esposti i miei figli. Playstation e videogiochi erano troppo anche per me: anche se Guerre stellari, ormai, ci vanno vicino.
Dalla mia bella razione di cartoni animati e sitcom, comunque, ho tirato impressioni molto nette: benché oscillanti fra ottimismo e pessimismo. Dal lato dell’ottimismo, non solo cartoon come i Simpson, Futurama e i Griffin, o serie come Camera cafè, tutte su Italia Uno, sono infinitamente più intelligenti della programmazione media, ma comunicano messaggi diametralmente opposti all’ideologia del proprietario della rete; gli autori sono evidentemente gente come voi e me, disgustati dalle stesse cose che disgustano noi.
Dal lato del pessimismo, anche nella programmazione migliore non s’incontrano mai messaggi positivi, né facili da decodificare, per chi non abbia avuto le nostre stesse esperienze. Homer Simpson, operaio-massa in una centrale nucleare, è troppo stupido per le prediche politicamente corrette di Lisa; i Griffin non sono solo brutti e cattivi ma acidamente stupidi, sempre disposti a scegliere voluttuosamente il peggio; il sindacalista traffichino Luca Nervi, poi, è persino peggio di quel bruto di Paolo Bitta, per non parlare del suo bastardo direttore e dei suoi impresentabili colleghi. Il panorama è talmente tetro da risultare alla fine, consolatorio: la nostra vita quotidiana, dopotutto, è migliore.
Ma cosa può capire, di tutto questo, chi non abbia letto, non dico Marx, ma neppure Cent’anni di solitudine? A occhio e croce, i nostri figli non si aspetteranno mai che un bel giorno arrivino i buoni: ma questo non è necessariamente un male. Se non crederanno alle favole che hanno raccontato a noi – dalla rivoluzione permanente all’arricchimento individuale – neppure passeranno senza accorgersene il confine che un tempo ci separava dal Lato Oscuro della Forza. L’unica cosa certa è che, con questi ventenni, gli attuali politici faranno una fatica del boia già per convincerli ad andare a votare.
il Fatto 10.9.10
Fidel, messia contro l’atomica: “Il modello cubano non funziona”
Da lìder maximo a profeta solitario, il ritorno in scena di Castro
di Massimo Cavallini
Fidel è tornato. Anzi: è morto ed è quindi risorto, come lo stesso Castro s’è premurato di raccontare nel corso d’una recente intervista che proprio così – Llegué a estar muerto, pero resucité – è stata titolata dal quotidiano messicano La Jornada. E a noi non resta, a questo punto, che chiederci la vera ragione di tanto miracolo. Perché, dunque, Fidel è, non “guarito”, ma “resuscitato”? Facile la risposta: per l’unica ragione che può spingere un personaggio come il gran leader della rivoluzione cubana – notoriamente mai avaro di messianici accenti, specie quando parla di sè – a tornare tra i vivi che lo avevano (politicamente) dato per morto. Ovvero, semplicemente: per redimere il mondo.
L’ultima metamorfosi
NELLE ULTIME settimane, allorché, in accelerato crescendo, Fidel ha cominciato a riapparire ed a parlare in pubblico, molti si sono chiesti in che misura il “líder maximo” fosse in procinto di tornare ad occupare il potere. Ma, in questo modo, i meno avveduti tra i “castrologi” hanno una volta di più dimostrato di sottovalutare la statura politica e le smisurate ambizioni dell’uomo che, nell’ultimo mezzo secolo più d’ogni altro ha cambiato il corso della storia dell’America Latina. No, non è per tornare ad occupare uno o più posti di comando (o per mettere le briglie a Raúl) che Fidel ha attraversato in senso contrario le limacciose acque dello Stige. E lui stesso ha molto chiaramente provveduto a comunicare, “per immagini”, questo suo disdegno per il passato. Dalla sua storica divisa verde olivo – di nuovo indossata in pubblico – sono ostentatamente scomparsi, infatti, tutti i fregi e tutti i gradi. E lo scorso 7 di agosto, quando è tornato a parlare di fronte al Poder Popular, Fidel ha altrettanto ostentatamente evitato di sedersi sulla poltrona che fu sua. No. Il nuovo Fidel post-resurrezione non è più – né ha intenzione di tornare ad essere – un “comandante en jefe”, o un capo di Stato. È, piuttosto – in uno straordinario e per molti aspetti sconcertante processo di reinvenzione di se stesso – un grande saggio, un profeta che vuol salvare l’umanità da se stessa o, molto più concretamente, da un ormai imminente olocausto nucleare. Meglio ancora: è un profeta la cui missione nasce dalla piena coscienza d’esser l’unico che, per autorità morale e per visione politica, può oggi salvare il pianeta Terra dall’autodistruzione.
Una teoria della cospirazione
SU QUESTO PUNTO Fidel è stato chiarissimo nel discorso che, sullo sfondo della storica scalinata dell’Università dell’Avana, ha marcato, nella prima mattinata del 3 settembre, il suo ritorno ai comizi di massa. “Al mondo è stata deliberatamente nascosta questa verità (l’imminenza d’un olocausto nucleare, ndr) ed è toccato a Cuba (cioè a lui, ndr) il duro compito di avvertire l’umanità del pericolo che incombe”. Insomma: giovane o vecchio, tiranno o patriarca benevolo, risorto o semplicemente guarito, con voce stentorea o affievolita dall’età e dalla malattia, Fidel continua ad essere quel che è sempre stato: un leader che, non importa quanto piccolo sia il suo regno, pensa la politica in termini universali. Fin qui, tutto chiaro. Molto meno chiari, tuttavia – anzi decisamente nebbiosi – diventano i panorami quando il salvifico messaggio del “Fidel risorto” viene confrontato con la realtà. Nel corso delle sue recenti apparizioni Castro ha detto, di passaggio, alcune cose che hanno attirato l’attenzione dei media. Ha accennato, ad esempio, ad una autocritica per il trattamento inflitto agli omosessuali negli anni ’60 e ’70. E parlando con il giornalista Jeffrey Goldberg ha duramente criticato l’antisionismo negazionista di Mahmud Ahmadinejad, nonché decretato la non esportabilità di un sistema economico – quello adottato da Cuba – che “non funziona più nemmeno per i cubani”. Ma il vero cuore delle sue argomentazioni è stata la salvaguardia di un’umanità inconsapevolmente minacciata dal confronto, in Medioriente, tra Occidente ed Iran. In questo confronto vi sono, secondo Fidel, tutte le premesse non solo d’un conflitto, ma di una guerra nucleare globale. Unica speranza di salvezza: convincere Obama a non premere il bottone fatale. C’è nelle posizioni di questo Fidel “nuovo e risorto”, che a tratti parla come fosse appena uscito
da un coma profondo iniziato nel pieno della Guerra Fredda, un ovvio paradosso. E Jeffrey Goldberg non ha mancato di farlo notare. “Lei – ha detto a Fidel – mette il mondo in guardia contro i pericoli di un conflitto nucleare. Ma nel 1963 fu proprio lei a scrivere a Kruscev una lettera nella quale raccomandava di usare la bomba atomica contro gli Stati Uniti”. Piuttosto surreale la risposta: “Se avessi saputo allora quello che so oggi – ha, secondo Goldberg, risposto Fidel – quella lettera non l’avrei mandata”. Dunque così stanno le cose: Fidel – lo stesso Fidel che oggi vuole, solitario profeta, predicare ad un mondo ignaro i pericoli della guerra nucleare – non conosceva i pericoli della bomba nel 1963, quando questi pericoli erano noti anche i bambini. Difficile raccapezzarsi. E a complicare le cose vi è un altro e, se possibile, ancor più stravagante dettaglio: la travolgente passione del Fidel-risorto per le più bizzarre teorie cospirative del momento. In particolare, per quelle illustrate da Daniel Istulin, un lituano transfuga della vecchia Unione Sovietica, anticomunista doc i cui libri sono molto popolari soprattutto nell’ala “libertaria” della più estrema destra americana. Alle teorie di Istulin – convinto che tutti crimini commessi nel mondo nell’ultimo mezzo secolo siano opera del “Gruppo di Bilderberg” una sorta di governo mondiale retto da una quindicina di superpotenti personaggi – Castro ha dedicato tre delle sue ultime “riflessioni” che, ogni volta, hanno occupato ben tre delle sei pagine quotidiane Granma. Ed il tutto per spiegare al mondo, tra le altre cose, come la musica rock sia stata inventata negli anni ’60 dal summenzionato “Gruppo di Bilderberg”, con la complicità della Scuola di Francoforte, per distrarre una gioventù fattasi ribelle negli anni del Vietnam.
E all’Avana comparve John Lennon
CHE COSA ha spinto Fidel a sposare queste fanfaronate? Impossibile rispondere. Ma, nel leggere il chilometrico omaggio di Fidel ad Istulin (che è stato anche, di recente, suo ospite a Cuba), il pensiero di molti è corso alla statua di John Lennon, eretta non molti anni or sono, con qualche solennità, in un piccolo giardino dell’Avana. Voleva, quella statua, essere una sorta di silenziosa e tardiva riparazione, l’omaggio ad un artista la cui musica era stata, negli anni ‘60 e ’70, proibita dal regime. Chissà. Potrebbe essere proprio lui – quel piccolo Lennon in bronzo tra le palme del Vedado – la prima vittima dell’ “olocausto” che Fidel va con tanta forza pronosticando.
Repubblica 10.9.10
Fuentes: "Sono sconcertato, forse è un messaggio a Obama"
«SONO DAVVERO SCONCERTATO - dice lo scrittore cubano Norberto Fuentes - Fidel ha messo la parola fine sulla rivoluzione del 1959 visto che tutti insieme la facemmo per costruire il socialismo. Forse lo ha detto per aiutare Raul, o magari perché spera ancora di vincere il Premio Nobel per la Pace, ma mi chiedo cosa penseranno adesso tutti i militanti del partito comunista che, per Fidel e per il socialismo, hanno sofferto anni di sacrifici e prove durissime».
Prima o poi doveva succedere, in fondo anche lei - come tanti - se ne andò in esilio convinto che "il modello non funzionava"...
«Vero, ma allora perché ha fatto fucilare il generale Ochoa e Tony de la Guardia nel 1989? Perché ha messo agli arresti domiciliari Carlos Lage e Robertico Robaina? Perché ha distrutto la vita di Carlos Aldana? Era gente che voleva le riforme, che aveva capito con molto anticipo che "il modello non funzionava". Non erano controrivoluzionari, e alcuni sono morti ammazzati».
Cosa accadrà ora?
«Non lo so. Purtroppo da diversi anni sono giunto alla conclusione che l´unica bussola di Castro è la conservazione del potere, il suo e quello della sua famiglia. Oggi ha consegnato la rivoluzione ai "gusanos" di Miami. Hanno vinto loro. Magari spera di ottenere un accordo con Obama che consenta a suo fratello di restare al potere e a lui di morire nel suo letto. Una dittatura con libero mercato ed economia capitalista».
(o.c.)
Corriere della Sera 10.9.10
La ragazza che rinuncia all’aborto. Le tolgono la figlia: «È povera»
Guadagna 500 euro al mese. Il Tribunale: non garantisce stabilità
di Francesco Alberti
Non ci sono droghe, né condanne, né casi di dissolutezza nel passato di Anna. C’è solo una vita complicata. E una personalità, come dice il suo legale, «fragile, immatura, ma con tante risorse».
TRENTO — Si è vista portare via la bambina poche ore dopo averla messa alla luce, nemmeno il tempo di attaccarla al seno. I servizi sociali avevano segnalato il caso. Il Tribunale dei minori aveva dettato la linea. Quella mamma poco più che ventenne, alla quale era stato addirittura consigliato di abortire, non avrebbe potuto essere una brava mamma: troppo precaria la sua vita, troppo fragile la sua personalità, troppo vuoto il suo portafoglio (sì, anche questo, «troppo povera», lei che guadagna 500 euro al mese, non ha più una casa, vive in una struttura e si è appena separata dal marito).
Sono passati 9 mesi da quel giorno di gennaio. Anna (la chiameremo così) non ha più avuto notizie di quella bimba intravista al momento del parto. Ma non si è rassegnata. Si è affidata a un legale. In agosto si era anche illusa, quando una perizia disposta dal Tribunale dei minori aveva ventilato la possibilità di offrire una sorta di «periodo di prova» alla giovane madre e alla piccola, consentendo loro un primo, graduale, approccio. Ma due giorni fa il castello di Anna è crollato: il Tribunale dei minori di Trento, con sentenza che sta scatenando polemiche, ha affossato ogni possibilità di riavvicinamento, dichiarando «lo stato di adottabilità della bimba e il suo affidamento in strutture». Che, fuor di burocratese, significa che la piccola avrà un’altra famiglia e un’altra madre. E che ad Anna non resta ora che una strada: quella del ricorso in Appello («Lo faremo sicuramente» ha già annunciato il suo avvocato, Maristella Paiar).
Uscita di casa giovanissima, la ragazza si è sposata con un tunisino dal quale ha avuto un primo figlio. Le difficoltà sono cominciate subito e Anna, mentre il rapporto con il marito si faceva sempre più rarefatto, ha deciso di dare il piccolo in affido condiviso, pur continuando a vederlo periodicamente. Poi ecco arrivare la seconda gravidanza. Nelle condizioni peggiori: il marito era tornato in Tunisia e Anna, persa la casa, era ospite di una struttura. Unico lato positivo, il coinvolgimento in un progetto d'avviamento al lavoro che le garantisce una prospettiva (e 500 euro al mese).
La sentenza ha spiazzato anche l’avvocato di Anna, Maristella Paiar: «Siamo delusi. La consulenza aveva evidenziato che la madre non ha estremi di irrecuperabilità e che, grazie al sostegno dei servizi, vi era la possibilità di una sua maturazione. E comunque gli orientamenti della Cassazione e della Corte Europea suggeriscono di vagliare ogni strada prima di intaccare il diritto del minore a crescere con i genitori naturali». Lo stesso perito del tribunale, il professor Ezio Bincoletto, si dice sorpreso: «La perizia individuava nella donna futuri spazi di crescita...». Possibilità esclusa invece dai giudici («Previsioni non realistiche»), che hanno riaffermato il diritto della figlia ad uscire «dal limbo della non appartenenza a un nucleo stabilito». «Sentenza che sconcerta» è il commento del presidente degli avvocati matrimonialisti, Gian Ettore Gassani. E su Facebook, al grido «Rapimento di Stato», si leva il coro dei tifosi di Anna, mamma a 500 euro al mese.