mercoledì 8 settembre 2010

Terra 29.5.09
Nelle librerie l’ultimo lavoro di Mario Vegetti, «Un paradigma in cielo». Una rassegna della fortuna del pensatore politico da Aristotele a Kant e Hegel, fino ai giorni nostri. Con un’attenzione particolare al Novecento
Né in cielo né in terra. Lo Stato perfetto di Platone
Precursore di tutti i totalitarismi. La sua «ingegneria sociale utopica» è indifferente alla violenza richiesta per fondare una società nuova
di Noemi Ghetti

L’iperuranio delle idee platoniche era la reazione all’antimetafisica dei sofisti, che con Protagora avevano posto «l’uomo a misura di tutte le cose»: una risposta a quello che oggi si chiamerebbe “relativismo”, paventato elemento disgregatore della “pólis”, a cui il metodo maieutico di Socrate non aveva saputo porre rimedio. Il «sapere di non sapere», cardine dell’intellettualismo etico socratico, si era rivelato infatti un principio inadeguato alla ricerca del «Sommo Bene», cioè della verità assoluta. Platone rispose con la proposizione teorica di un fondamento divino, eterno ed immutabile della conoscenza, che poteva essere solo “reminiscenza” di quanto l’anima razionale, e di necessità immortale, conosceva “ab aeterno”, per averlo mutuato nell’iperuranio da cui proveniva. Sembrerebbe una questione filosofica, e invece era una questione eminentemente politica: «la teoria delle idee - secondo Popper - è lo strumento teorico che consente di delineare, e di fondare, il “modello dello stato perfetto”, per definizione immutabile e invariante».
«Un paradigma in cielo» (Carocci), il nuovo libro di Mario Vegetti, ci conduce attraverso un’interessante rassegna della fortuna del Platone politico da Aristotele ai giorni nostri, con un’attenzione particolare al Novecento. Il titolo del libro è una citazione di un passo della Repubblica platonica in cui a Glaucone, che obietta che la città della cui fondazione si parla non esiste da nessuna parte della terra, Socrate risponde che essa è posta in cielo come modello (“paradeigma”) per chi voglia, tenendolo a mente, rifondare se stesso. Di una rifondazione del sapere si sentiva in verità bisogno, se si consideravano gli esiti della scandalosa condotta politica di cui aveva dato prova la nuova leva di filosofi cresciuti, alla fine del V secolo, in ambito sofistico-socratico. Nel 415 a.C., mentre infuriava la guerra del Peloponneso, Alcibiade, il dissoluto e ambizioso pupillo amato da Socrate nel Simposio, aveva promosso la disastrosa spedizione militare ateniese di 30.000 uomini in Sicilia, che segnò l’inizio del declino di Atene. Nel 404 a.C. il sanguinario Crizia, un altro allievo di Socrate, era stato il capo dei Trenta tiranni, il governo fantoccio imposto dagli spartani agli ateniesi sconfitti, che si era macchiato - oltre che dell’assassinio dello stesso Alcibiade - di confische, esili e uccisioni di stranieri senza cittadinanza, allora il nerbo produttivo della città.
Per Platone dunque l’interesse politico è tutt’uno con quello filosofico, e le sue opere più direttamente politiche, la Repubblica, il Politico e le Leggi, costituiscono la parallela elaborazione filosofica del progetto politico di instaurare il suo stato ideale nella Siracusa del tiranno Dionisio I e poi di Dionisio II. Il progetto, vagheggiato sulla base di un rapporto di intima amicizia con l’ammiratore e seguace siciliano Dione, cognato di Dionisio I, fu perseguito da Platone nell’arco di un trentennio, con tre a dir poco problematiche spedizioni in Sicilia.
La malattia della “pólis” della fine del V secolo e la cura ideata da Platone, una “politéia” governata da una casta illuminata di filosofi-legislatori, in cui l’ordine sia assicurato da una classe di guardiani, che garantiscano l’obbedienza del vasto gregge dei lavoratori, nel Medio Evo attirò l’interesse dei teologi cristiani, e sembrò quasi incarnarsi nel modello teocratico cristiano. Ma fu a partire da Kant e Hegel che, per tutto l’Ottocento e il Novecento, si avvicendarono le interpretazioni più disparate del pensiero di Platone, divenuto ineludibile banco di prova di ogni filosofia della politica. Tra slittamenti semantici significativi, valorizzazioni di aspetti parziali a discapito di altri, arbitrarie appropriazioni e deformazioni, la rassegna di Vegetti procede agile e nello stesso tempo approfondita, fornendoci una storia della cultura degli ultimi due secoli filtrata alla luce della teoria platonica dello stato. Incontriamo così un Platone liberale e uno socialista, un Platone nazista e uno comunista, uno fascista e uno cattolico. E non mancano quello utopico, quello ironico e addirittura quello impolitico.
Nel Novecento i tedeschi individuarono in Platone la guida spirituale della rinascita dalla sconfitta della prima guerra mondiale e dal trauma della rivoluzione repubblicana. Al nazionalsocialismo piacquero la superiorità ariana della casta dei filosofi, la militarizzazione dello stato e l’eugenetica al servizio dell’idea di razza. I bolscevichi dei primi anni della rivoluzione accolsero l’utopia platonica come premessa ad una radicale trasformazione educativa e morale della società, affascinati dall’opera di collettivizzazione, dall’abolizione della proprietà privata e della famiglia teorizzati dalla Repubblica. Ma nel 1923 le opere di Platone furono escluse dalla libera consultazione nelle biblioteche sovietiche, insieme con quelle di Kant e Nietzsche.
Per Platone, scriveva Popper nel 1944, mentre la seconda guerra mondiale infuriava, «l’individuo è il Sommo Male in senso assoluto»: questo è il punto nodale, che lo rende precursore di tutti i totalitarismi. Presa dal sacro fuoco di fondare la società nuova, «l’ingegneria sociale utopica» di Platone è indifferente alla violenza che si richiede per costituirla. Insomma, per l’arbitrarietà dei fini e l’impossibilità di controllare la sequenza dei mezzi, il filosofo della «società aperta» riteneva molto probabile che essa portasse sulla terra, invece che il cielo, l’inferno. Il potenziale antidemocratico della «scrittura velenosa», perché affascinante, della Repubblica è ancora ben lungi, Popper concludeva, dall’essere esaurito.
«Che cosa resta oggi di Platone? » si chiede Vegetti alla fine del suo saggio.
La ricerca sulle cause profonde della plurimillenaria fascinazione, subita sia dai conservatori che dai rivoluzionari, di un modello politico totalitario fondato sulla negazione della sessualità e dell’identità delle donne, relegate al ruolo riproduttivo di fattrici per la patria, e sull’elevazione del rapporto pederastico a modello ideale di eros, rimane tuttora aperta.


Sommarietto:

Abbiamo un Platone liberale e uno socialista, uno fascista e uno cattolico,
uno nazista e uno bolscevico

l’Unità 8.9.10
Intervista a Maurizio Landini
Tute blu: è solo l’inizio, se la deroga si fa regola il contratto non esiste più
Il leader Fiom: «Il problema non riguarda solo i metalmeccanici, ma tutti i lavoratori italiani»
di Luigina Venturelli

Quello di Federmeccanica è «un atto politico preciso, grave ed irresponsabile, perchè produce la rottura delle relazioni industriali democratiche in questo Paese». Dunque la risposta della Fiom non potrà che essere politica: «Nel comitato centrale discuteremo tutte le iniziative necessarie, valuteremo gli strumenti legali, organizzeremo una campagna di discussione tra tutti i lavoratori, ci batteremo anche nelle fabbriche, e la manifestazione del 16 ottobre per la difesa dei diritti assumerà ulteriore importanza» assicura il segretario generale Maurizio Landini. La disdetta di Federmeccanica è una dichiarazione di guerra alla Fiom? «Piuttosto è una dichiarazione di guerra a tutti i lavoratori metalmeccanici, perchè si vuol far saltare il loro contratto nazionale lasciandoli privi di qualsiasi strumento di contrattazione, secondo il presupposto inaccettabile che le industrie possano funzionare ed essere competitive solo cancellando i loro diritti fondamentali».
Questa è la teoria del Lingotto.
«Infatti non bisogna dimenticare che questa accelerazione di Federmeccanica nasce da un ultimatum della Fiat dopo la vicenda di Pomigliano. Ma se c’è un sindacato che firma gli accordi per la produttività e la competitività, e senza bisogno di deroghe al contratto, quello è la Fiom. Sfido le aziende metalmeccaniche a dimostrare il contrario».
Da un punto di vista pratico, che cosa succederà adesso? «Per quanto ci riguarda, resta in vigore il contratto del 2008, firmato da tutte le organizzazioni sindacali ed approvato dai lavoratori metalmeccanici con un referendum. Il comitato centrale della Fiom discuterà anche di come, quando, e con quali contenuti presentare la piattaforma per il suo rinnovo. Invece vorrei chiedere a Fim e Uilm chi ha dato loro il mandato per cancellare il contratto nazionale». Domanda retorica.
«La questione non riguarda solo i lavoratori metalmeccanici. Se la derogabilità diventa la regola, allora è chiaro che i contratti nazionali non esistono più. Un vero disastro per i lavoratori, ma anche per le imprese, che perderebbero un pungolo industriale verso la ricerca, la qualità e l’innovazione, e cadrebbero nella competizione al ribasso sul costo del lavoro».

l’Unità 8.9.10
Bersani: grave errore voler dividere il mondo del lavoro
di Giuseppe Vespo

Dal 2012 la Panda sarà prodotta su 18 turni e straordinario decisi dall’azienda
Sacconi: auspichiamo l’ulteriore evoluzione delle relazioni industriali...

Il leader del Pd boccia la scelta di Federmeccanica: «Un errore». Dal piano Fabbrica Italia a Pomigliano, le tappe della disdetta che tiene il Lingotto in Confindustria e gli garantisce «le misure correttive» chieste da Marchionne.

Dal 2012 la Panda, e non solo quella, potrà essere prodotta come vuole Marchionne: su 18 turni, con 120 ore all’anno di straordinario decise dall’azienda senza accordo sindacale (oggi sono 40 ore), con tre pause da dieci minuti per ogni turno contro le due da venti minuti di adesso con qualche voce retributiva in meno per i nuovi assunti e la mensa aperta solo a fine turno; senza la possibilità di scioperare contro le suddette regole e senza la Fiom che chiami in causa i Tribunali.
«UN ERRORE»
Il piano voluto dal Lingotto per portare l’utilitaria in Campania dà già l’idea di come sarà la nuova Fiat, e forse non solo quella. Ma è da lì, dal Gian Battista Vico, che si deve partire per ripercorrere le tappe che hanno portato alla decisione presa ieri da Federmeccanica: la disdetta preventiva del contratto dei metalmeccanici 2008. Una scelta sbagliata, per il segretario del Pd Pierluigi Bersani: «È un errore commenta a caldo impostare le relazioni industriali mettendo in premessa la divisione delle organizzazione dei lavoratori». Spiega il leader dei Democratici: «C’è uno sforzo comune da fare e io dico che servono due tipi di intervento: innanzitutto delle regole, di cui si occupa anche il legislatore, su salario minimo, sicurezza sul lavoro, malattia... E poi bisogna trovare qualche meccanismo che garantisca la partecipazione dei lavoratori. Non
mi piace aggiunge che tutto questo tema venga affidato a deliri tra il mistico e l’ideologico». Ma tant’è: da oggi la strada è segnata, e per il ministro del Welfare Sacconi ora «si tratta di auspicare l’ulteriore evoluzione delle relazioni industriali», superando «il vecchio impianto ideologico che voleva il necessario conflitto tra capitale e lavoro».
Allo strappo di ieri si è arrivati nel giro di qualche mese, a cavallo di quest’estate fatta di crisi, licenziamenti e «diktat». Era il 22 aprile quando Marchionne annunciava il piano «Fabbrica Italia» e «le misure correttive» da applicare agli stabilimenti della casa torinese per investire quasi 20 miliardi di euro. Neanche un mese dopo i sindacati, senza la Fiom e con il placet del governo, firmavano l’accordo voluto dal Lingotto per produrre la Panda a Pomigliano d’Arco. Un’intesa benedetta solo dal 62% dei dipendenti dello stabilimento chiamati al referendum: pochi per lo stesso Marchionne, che di fronte al «prendere o lasciare» aspettava un plebiscito. Da qui l’idea di newco per il Gian Battista Vico, nata il 19 luglio già fuori da Federmeccanica, e la «minaccia» con tanto di disdetta già pronta di lasciare l’associazione confindustriale per avere mani libere dal contratto delle tute blu. Un brutto affare anche per Viale dell’Astronomia, che con la presidente Marcegaglia ha poi ottenuto qualche mese di calma per trovare una soluzione, salvare la permanenza di Fiat in Confindustria e le esigenze produttive del Lingotto. Ed eccola la soluzione. Era attesa ed è arrivata col direttivo degli industriali metalmeccanici. Ma non sarebbe stata possibile senza l’accordo separato sul nuovo modello contrattuale di gennaio, non firmato dalla Cgil, e il contratto delle tute blu del 2009, non sottoscritto dalla Fiom.
Ora vedremo le contromosse dei meccanici Cgil. Che, lascia intendere il responsabile del settore auto Enzo Masini, potrebbero sfruttare la loro presenza nelle aziende e organizzare il malcontento dei lavoratori contro ulteriori deroghe al contratto. La partita è aperta. La Fiom la giocherà sulla rappresentanza. «Così si apre lo scontro sociale», dice il segretario nazionale Giorgio Cremaschi: «Solo pochi illusi potevano pensare che con Pomigliano si affrontasse una situazione particolare». Mentre per Fim-Cisl e Uil-Uilm non cambia nulla: «Il nostro contratto è quello del 2009», affermano i segretari Giuseppe Farina e Rocco Palombella. Ma fuori dal mondo sindacale sono diversi i «no» alla disdetta. Una scelta che «complica inutilmente lo scenario», la bolla Stefano Fassina, responsabile economico del Pd. Negativo anche il giudizio di Sergio Cofferati, mentre il sindaco di Torino Chiamparino boccia gli «atti unilaterali».

Repubblica 8.9.10
Il pugno di ferro degli industriali
di Luciano Gallino

Il contratto nazionale di lavoro dovrebbe svolgere due funzioni fondamentali: perseguire una distribuzione del Pil passabilmente equa tra il lavoro e le imprese, e stabilire quali sono i diritti e i doveri specifici dei lavoratori e dei datori.
Diritti e doveri al di là di quelli sanciti in generale dalla legislazione in vigore. La disdetta del contratto nazionale dei metalmeccanici da parte di Federmeccanica compromette ambedue le funzioni, a scapito soprattutto dei lavoratori. Caso mai ve ne fosse bisogno. I redditi da lavoro hanno infatti perso negli ultimi venticinque anni almeno 7-8 punti sul Pil a favore dei redditi da capitale (dati Ocse). Perdere 1 punto di Pil, va notato, significa che ogni anno 16 miliardi vanno ai secondi invece che ai primi. Questa redistribuzione del reddito dal basso verso l´alto ha impoverito i lavoratori, contribuito alla stagnazione della domanda interna, ed è uno dei maggiori fattori alla base della crisi economica in corso.
Quanto ai diritti, sono sotto attacco sin dai primi anni ´90 e la loro erosione ha preso forma della proliferazione dei contratti atipici che sono per definizione al di fuori del contratto nazionale. Per cui lasciano ai datori di lavoro la possibilità di imporre a loro discrezione, a milioni di persone, quali debbano essere le retribuzioni, gli orari, l´intensità e le modalità della prestazione, e soprattutto la durata del contratto.
Si potrebbe obbiettare che il contratto dei metalmeccanici riguarda solo un milione di persone, su diciassette milioni di lavoratori dipendenti. Ma non si può avere dubbi sul fatto che altri settori dell´industria e dei servizi seguiranno presto l´esempio di Federmeccanica. Dietro la quale è sin troppo agevole scorgere non l´ombra, bensì il pugno di ferro che la Fiat sembra aver scelto a modello per le relazioni industriali.
Le conseguenze? Ci si può seriamente chiedere come possa mai immaginarsi un imprenditore o un manager, e come possa sostenere in pubblico senza arrossire, di riuscire a competere con i costi del lavoro di India e Cina, Messico e Vietnam, Filippine e Indonesia, cercando di tenere fermi i salari dei lavoratori italiani mentre li si fa lavorare più in fretta, con meno pause e con un rispetto ossessivo dei metodi prescritti. Magari a mezzo di altoparlanti e Tv in reparto, come già avviene in aziende del gruppo Fiat. Allo scopo di competere con tali paesi bisognerebbe produrre beni e servizi che essi non sono capaci di produrre, o perché sono altamente innovativi, oppure perché sono destinati al nostro mercato interno. Ma per farlo occorrerebbe aumentare di due o tre volte gli investimenti in ricerca e sviluppo, che ora vedono l´Italia agli ultimi posti nella Ue. Affrontare una buona volta il problema dello sviluppo di distretti industriali funzionanti come fabbriche distribuite organicamente sul territorio, tipo i poli di competitività francesi o le reti di competenze tedesche. Accrescere gli stanziamenti per la formazione professionale, le medie superiori e l´università, invece di tagliarli con l´accetta come si sta facendo.
A fronte di ciò che sarebbe realmente necessario per competere efficacemente con i paesi emergenti, la guerra scatenata da Fiat e Federmeccanica al contratto nazionale di lavoro è un povero ripiego. Che farà salire la temperatura del conflitto sociale. Per di più impoverirà ulteriormente i lavoratori, che così acquisteranno meno merci e servizi, abbasseranno gli anni di istruzione dei figli e dovranno andare in pensione prima perché non possono reggere a un lavoro sempre più usurante. Fa un certo effetto vedere degli industriali che nel 2010, a capo di fabbriche super tecnologiche, si danno la zappa sui piedi.

l’Unità 8.9.10
Bersani: «Non c’è ancora la Costituzione di Arcore»
Risposta a Vendola
di Simone Collini

Il leader Pd dà l’altolà al premier e a Bossi. «Il voto? Non ci spaventa, non siamo impreparati»
Al lavoro per la legge elettorale. «Anche con Fini: lui resta a destra ma è un interlocutore»
Risposta a Vendola: «Prepararci al voto? Il Pd è pronto, ma la crisi è tutta di Berlusconi»

Il segretario democratico dà l’altolà a Berlusconi e Bossi: «Quando avremo la Costituzione di Arcore potranno chiedere le dimissioni del presidente della Camera». Al lavoro per la riforma elettorale.

Bersani si aspetta ancora «pericolosi colpi di coda» da parte di un Berlusconi in difficoltà ma ancora tutt’altro che sconfitto. E la pretesa delle dimissioni di Fini e l’annuncio di una richiesta di incontro al Quirinale per perorare la causa confermano i timori del leader del Pd. «Berlusconi e Bossi non hanno a disposizione le istituzioni, e questo devono metterselo in testa», è l’altolà che lancia. «Quando avremo la Costituzione di Arcore allora potranno chiedere le dimissioni del presidente della Camera», ironizza. Ma le ultime ventiquattro ore per Bersani dicono che c’è poco da scherzare e che la crisi politica aperta nel centrodestra difficilmente potrà trascinarsi per molto. Così, se fino a qualche settimana fa insisteva sulla necessità di dar vita a un governo tecnico, ora il segretario del Pd ci tiene a sottolineare che i Democratici sono «pronti», se si andrà alle urne in primavera.
PD PRONTO AL VOTO
L’unica cosa che si esclude, al Nazareno, è uno show down immediato che porti ad elezioni in autunno. Per il resto, Bersani dice che se anche si dovesse andare al voto tra sei mesi, il Pd non è affatto «impreparato». Una risposta a Vendola, che chiede di tenere al più presto le primarie del centrosinistra, ma non solo. «Davanti a eventuali elezioni anticipate siamo pronti. Se si arrivasse al voto deve essere però chiaro che questo avrebbe un padre e una madre, e cioè Berlusconi e la sua crisi. Dopodiché, noi non siamo né preoccupati né spaventati».
IL NODO DELLA LEGGE ELETTORALE
Non è però il ritorno anticipato alle urne lo scenario auspicato dal leader Pd. Con questa legge elettorale rischia infatti di ricrearsi una situazione di paralisi, visto che l’intenzione del leader Udc di andare da solo potrebbe consentire a Pdl e Lega di conquistare il premio di maggioranza alla Camera (basta un voto in più per avere il 55% dei seggi) e invece potrebbe impedire un’analoga maggioranza al Senato (dove il premio viene assegnato su base regionale).
Per questo Bersani continua a lavorare per verificare se sia possibile dar vita in Parlamento a una maggioranza in grado di cambiare la legge elettorale. Il leader del Pd vuole coinvolgere anche Fini perché, dice, «la modifica non possiamo farla da soli ma con chi è disponibile» e perché il presidente della Camera viene
giudicato «un interlocutore per le regole del gioco». Fini, dice Bersani anche dopo averlo ascoltato al Tg di Mentana, «è un esponente del centrodestra e fa parte di questo litigio che sta avvenendo nel centrodestra». Però dice anche «non mi è dispiaciuto», quando gli viene richiesto un commento sul passaggio di Fini a Mirabello sulla necessità di cambiare la legge elettorale. «Abbiamo bisogno di dare ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, e dobbiamo privilegiare questo aspetto, senza scoraggiare il bipolarismo», dice Bersani. Che alla domanda se abbia sentito Fini dopo Mirabello risponde con un secco «no». E a quella successiva se lo incontrerà nei prossimi giorni, risponde con un sorriso: «Vedremo».
Il problema è che sul tipo di modello con cui sostituire il “porcellum” la discussione è in alto mare. L’Udc punta al proporzionale alla tedesca o al “provincellum” (sistema utilizzato per le Province, ma senza premio di maggioranza). Due ipotesi bocciate dal costituzionalista veltroniano Ceccanti, solo per rimanere in casa Pd («il tedesco è peggiorativo rispetto all’attuale legge e il provincellum è il sistema abrogato col referendum del ‘93»). Quanto poi al finiano Urso, il viceministro dalla Festa del Pd di Torino ha definito l’uninominale «la soluzione migliore».

l’Unità 8.9.10
Bindi: ora il nuovo Ulivo Vendola: è già vecchio
Il presidente Pd: noi voteremo Bersani
di Maria Zegarelli

Il ticket con Chiamparino. Il leader Sel lo smonta.
Il governatore della Puglia Accoglienza da star alla Festa per un dibattito con Rosy Bindi
Primarie «Servono subito». Il presidente Pd: «Dopo la crisi di governo. Nichi sa come vincerle»

Il governatore della Regione Puglia Nichi Vendola ieri ospite alla Festa Pd ha ribadito la necessità di andare alle primarie il prima possibile. Bindi ha risposto: «Dopo la crisi di governo».

Sono arrivati un’ora prima per essere sicuri di trovare il posto. È l'appuntamento del giorno, il più atteso. Tutti in piazza Castello per ascoltare Nichi Vendola, che già scalda i muscoli in vista delle elezioni e che, ha già fatto sapere dal mattino, proprio da questo palco lancerà la sfida a Rosy Bindi e al Pd: «Primarie subito, ora».
La sala scoppia, impossibile entrare già alle otto e mezzo di sera. C'è un cartello che campeggia. «Nichi e Rosy oggi sposi». Quando arrivano sul palco lo vedono e sorridono. Sposi proprio no, per ora ci si corteggia. Nichi la star, superacclamato, applaudito, un po’ poeta, un po’ visionario, come si definisce lui stesso, Rosy, concreta, gentile, ma ferma, che alla gara dell' applausometro forse arriva seconda, ma è una bella sfida. «Le primarie per fare il premier si fanno, non ci sono dubbi risponde infatti quando Vendola rilancia -, abbiamo parlato di primarie di coalizione, lo scelgono i cittadini, gli iscritti. Ho qualche dubbio sulla tua proposta di farle subito: portasse un po’ male, aspettiamo che cada il governo. Noi sappiamo come farle, Nichi sa come vincere ma ogni volta è diverso».
Si rilanciano battute, accendono la platea, «è davvero una bella serata», ma potete starne certi non si risparmiano le critiche. Nichi resta sulle sue posizioni, quelle che qui a Torino va ripetendo dalla mattina, «Ieri era troppo presto per convocare le primarie, domani troppo tardi, allora le si convochi ora». Anzi, oggi è il tempo di metterci attorno al tavolo per definire il regolamento delle primarie e non sfuggire a quello che è percepito dal popolo del centrosinistra come un appuntamento fondamentale». Perché «la bella favola di Berlusconi, per metà Peron, per metà Vanna Marchi, è finita».
E il «grande animale politico», sta-
volta «ha paura del responso elettorale». Adesso davanti a migliaia di persone dice che non basta un atto di buona volontà per smontare il berlusconismo che è stato un mix di liberismo e populismo, che ci ha trasformato tutti da cittadini «a clienti, telespettatori», che ha cambiato antropologicamente il Paese.
Non basta perché «il centrosinistra si costruisce attorno ai precari, ad un nuovo modello di scuola, di società». E se al mattino smonta, con gentilezza, il ticket con il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, di cui ha una «grande stima» e di cui apprezza la sua voglia di mettere a disposizione l'esperienza torinese per trasferirla sul piano nazionale, di sera torna sul centrosinistra, popolato da «anime morte», temporeggia sul nuovo Ulivo, quando Bindi glielo chiede esplicitamente, lui risponde «In Puglia ci sono 60 milioni di ulivi».
Ma non ripete quando detto durante una video chat a La Stampa, il nuovo Ulivo «sarebbe un suicidio», inutile unire «i vecchi cocci» di quello vecchio "non avrebbe nessun appeal. Sarà perché Rosy Bindi dice che quel nuovo Ulivo è un cantiere a cui si deve lavorare tutti insieme, «non si fa senza di lui» sarà perché questo popolo di centrosinistra arrivato ad ascoltarlo chiede unità e non divisione, ma i toni sembrano più soft. «Per costruire l'alleanza, risponde, adesso, dobbiamo mettere insieme il lavoro e i diritti sociali». Ma per vincere non basta fare «un raduno, una sommatoria, bisogna ricostruire culturalmente l'orizzonte del cambiamento, occorre il coraggio del cambiamento».
E sulla riforma elettorale Bindi propone una riforma quale scopo unico del governo di transizione. Vendola è scettico: ho il calice pronto per brindare ma non credo che si trovi la maggioranza».
Ai Ferrero, i Diliberto, i Nencini e i Bonelli che non hanno apprezzato ilo giudizio sul progetto lanciato da Bersani, risponde che a lui non interessa «lo spazio per sventolare la mia bandierina», a lui interessa «che il centrosinistra diventi un nuovo racconto».
Bindi rilancia: scriviamolo il nuovo racconto, insieme, ritroviamo quello spiriuto che l'Ulivo diede al paese e ai cittadini, anche se sarà difficile oggi convincere le persone che pagare le tasse è giusto, che saranno necessari sacrifici.
Poi la chiusura. Se Vendola ribadisce che si candiderà alle primarie Bindi gli risponde: «Io ribadisco che voterò Bersani». Se ne vanno tra l’ovbazione del pubblico.

il Fatto 8.9.10
Tra i militanti del Pd
Il “partito delle anime morte” si infiamma per Vendola
di Stefano Caselli

“C ome accoglieremo Vendola? Con stima e affetto. E te lo dice uno che con Nichi ha diviso l’appartamento per tre anni ai tempi della Fgci...”. Parola di un dirigente del Pd. Le storie hanno sorgenti comuni ma poi, come un torrente, si divaricano. Ieri, alla Festa democratica di Torino, è stato il giorno di Vendola; l’ufo, l’outsider, il guastafeste. E come tale è stato atteso per tutta la giornata, con “stima e affetto”. Ma il popolo del Pd lo ha accolto con un entusiasmo senza precedenti alla festa: 8 applausi solo nei primi 5 minuti. Nichi non perde tempo. La sua è una giornata torinese intensa, ma non prevede un incontro con Sergio Chiamparino; forse perché il sindaco era altrove, o forse perché il presidente della Puglia manifesta stima per il primo cittadino di Torino, tuttavia declina l’invito al tandem di cui tanto si è parlato: “È un eccellente sindaco – dichiara – e sono contento se si candiderà alle primarie, ma dal mio punto di vista è sbagliato indicare un ticket”. Chiamparino accanto a Vendola sembrerebbe la formula perfetta per la digeribilità. Il diavolo e l’acqua santa, il visionario e il pragmatico, la tequila bum-bum e la tisana di passiflora; ma le primarie non sembrano affatto un desiderio impellente tra gli stand della Festa democratica. Meno che mai se a reclamarle è qualcuno, ormai, percepito come estraneo. Come a dire: la leadership è roba nostra, Vendola non tenti la scalata a un partito che non è il suo.
A casa sua il presidente della Puglia ci passa brevemente: una rapida passeggiata intorno alle 19 alla Festa di Sinistra e Libertà all’Anatra Zoppa (storico locale della sinistra torinese) poco prima del dibattito con Rosy Bindi in piazza Castello. Nel primo pomeriggio, invece, lunga tappa alla festa della Fiom ad Orbassano, in un’antica cascina aggrappata a una delle più brutte periferie torinesi, a poche centinaia di metri dai lembi estremi della Grande Mirafiori. Ad aspettarlo ci sono decine e decine di giovani. Certo, alle quattro del pomeriggio di un giorno feriale, in un posto del genere, è più facile incontrare uno studente universitario che un impiegato, ma la differenza tra l’età media delle platee della Festa Democratica e quella che, nonostante mosche ed umidità, ascolta Vendola per oltre un’ora, salta all’occhio. Sono ragazzi che non si scandalizzano a sentir parlare di operai e padroni, citano Garcia Marquez e Antonio Gramsci, ascoltano volentieri parole come “principio di speranza” e “politica come grande narrazione”. Chiedono a Vendola di “dare un segno” e loro saranno pronti a seguirlo, “senza deleghe in bianco”, precisano. In pochi hanno votato Pd, ma sarebbero pronti a farlo se il leader fosse lui. Alle primarie, però, non ci credono: “Non gliele faranno fare – è l’opinione di uno studente – e se le fanno le taroccano”. Ma Vendola insiste: “Primarie subito”. E replica a Rosy Bindi ancor prima di incontrarla in piazza Castello: “Rosy Bindi dice che fare le primarie ieri era troppo presto, farle domani è troppo tardi. Io allora dico: le si convochi oggi”. Il pezzo forte del suo discorso è quando paragona il Pd a un partito di “anime morte” come il romanzo di Gogol. Giura di ripeterlo anche a casa del Pd.

Corriere della Sera 8.9.10
Vendola star alla festa pd «Nuovo Ulivo? Non serve»
di Elsa Muschella

Veltroni: in caso di crisi governo anche con Fini

TORINO — L’investitura arriva direttamente dalla folla stipata in piazza Castello: c’è Nichi Vendola, ed è un’ovazione. Accolto come un divo da una sala «piena almeno il triplo di quando è venuto D’Alema» (o almeno così giura chi non s’è perso nemmeno un incontro della Festa democratica), il governatore pugliese si ritrova accanto a una sorridente Rosy Bindi — che commenta l’inclemenza del tempo con un «Piove, governo ladro!» — e saluta Torino: «Il popolo del centrosinistra batte un colpo, costruiamo il cantiere della vittoria».
Assolutamente d’accordo con la presidente del Pd sulla «grande soddisfazione nel vedere Berlusconi che adesso conta i voti sapendo la fatica che facevamo noi...», Vendola sembra concedere un’apertura di credito anche sul tema che oggi interessa di più ai riformisti: la legge elettorale e l’ipotesi di un governo di garanzia capace di traghettare il Paese alle urne con un nuovo sistema di voto, eventualità benedetta anche da Walter Veltroni alla Festa dell’Unità di Bologna («Se si apre la crisi, subito un governo di emergenza, anche con Fini»). «Se si trova una maggioranza in Parlamento ho pronto il calice per brindare — dice ora "il ragazzo di Puglia" —. E soprattutto ho un’intera collezione di spumanti se si riesce a fare una legge sul conflitto d’interessi. Ma dubito che si avrà successo — sostiene sulla coda di un applauso fragoroso —. Il centrosinistra non ha saputo fare una legge sul conflitto d’interessi quando governava, come può pensare di riuscire ora?».
Il muro di sarcasmo retroattivo investe anche l’esperienza del vecchio Ulivo: «Ma come fa Bersani a pensare a un nuovo cantiere? Avrà pure lusingato Diliberto, Ferrero, Bonelli e Nencini, pronti alla cooptazione nel Nuovo Ulivo, a una rendita di posizione e a spergiurare, oggi, "stavolta faremo i bravi, faremo un fioretto". Il mio problema non è avere lo spazio per sventolare la mia bandierina, non è avere il mio ceto politico e la mia forza di interdizione. Il mio problema, compagni e compagne, vabbé, amici e amiche — sorride Vendola scatenando il tripudio — è cambiare la storia d’Italia e ricostruire finalmente una grande speranza per questo Paese». Ecco perché allora l’unica strada percorribile è quella di «ridare la parola al popolo», ecco perché è questo il tempo per la sinistra di uscire dalla propria «nicchia ideologica», di rinunciare alla resurrezione dell’Ulivo e di puntare sull’unico strumento in grado di assicurare potere al popolo: «Le primarie. Consideratele pure uno strumento rudimentale e rozzo, ma l’esperienza pugliese ha dimostrato quanto siano astruse tutte le geometrie politiche dei grandi strateghi».
Su questo orizzonte l’apertura della Bindi è totale: «Le primarie per scegliere il candidato premier si faranno eccome, caro Nichi: è stato proprio il cammino congressuale di Bersani a stabilirlo. Vedete, Nichi ha ragione: non si può dire che ieri era presto e oggi è troppo tardi, le primarie bisogna farle». E sulle difficoltà dei tempi organizzativi, l’ex ministro non si lascia intimorire: «E quanto ci vorrà a mobilitare il nostro popolo? Guardate qua, stasera, cosa sono riusciti a fare due come noi con tutta questa meravigliosa gente... Certo, Nichi sa vincerle le primarie, ma noi sappiamo come farle!». La Bindi però non molla la presa, e incalza il governatore sulle future alleanze: «Nichi, io sulle primarie ti ho dato ragione, ora però tu mi devi una risposta sull’Ulivo e me la devi stasera perché senza di te questa cosa non si fa». Lui non concede nulla e anzi fa appello allo spirito: «Io in Puglia ho già 60 milioni di piante di ulivo». Gli risponde da Roma il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che dopo aver attaccato Bossi e Berlusconi («Le istituzioni non sono a loro disposizione») replica all’outsider necessario ma ingombrante: «Vendola stia tranquillo, noi non temiamo le elezioni e non siamo affatto impreparati al voto».

l’Unità 8.9.10
La distruzione della scuola
Istruzione. La linea suicida di Gelmini
di Vittorio Emiliani

Da anni l’Italia spende poco e male per l’istruzione. Ma con questo governo spende sempre meno e sprofonda al penultimo gradino fra i 33 Paesi dell’Ocse, lontanissima da Scandinavia, Usa, Regno Unito, o Francia, lontana da Austria e Portogallo. Dal 5 % circa di PIL del governo Prodi al 4,7 % indicato dall’Ocse prima dell’ultima sciagurata manovra. Il ministro Gelmini prende lo spunto per gloriarsi dei suoi tagli sulla pelle dei precari sostenendo che il rapporto “spinge ad andare avanti con le riforme”. Quali, se per ora l’intero comparto – dalle materne all’Università – viene sottoposto ad una dieta delle più debilitanti? Avremmo capito se avesse mantenuto inalterata la spesa e destinato una quota maggiore ad investimenti in strutture, edifici, laboratori, servizi di supporto, e ad incentivi al merito. No, siamo di fronte ad un governo che sa solo calare la scure su istruzione, cultura e ricerca, cioè sul futuro del Paese. Una linea suicida.
Tanto più che l’Italia detiene già la “maglia nera” dei laureati. Stiamo infatti andando (ma con le discusse lauree brevi) verso il 14 % di giovani e adulti, roba da arrossire rispetto agli altri Paesi europei che stanno al doppio e oltre, Spagna inclusa. Di donne laureate la Finlandia ne vanta più del triplo di noi e il Regno Unito poco di meno. Siamo tuttora il Paese in cui il 25 % degli abitanti in età ha a malapena la V Elementare o neanche quella (in pratica semi-analfabeti) e un altro terzo circa si è fermato alla III Media. Col Nord che non brilla per niente e coi giovani di famiglie “a basso livello di formazione” che, al 90 %, non arriveranno ad una laurea. Paese ingiusto, e ottuso: per l’Ocse infatti, un individuo con un livello alto di istruzione, “genererà nel corso della vita lavorativa una somma supplementare di 119.000 dollari tra imposte sul reddito e contributi sociali” rispetto ad un individuo con una istruzione più bassa. Senza contare l’apporto che potrà dare a tutti in creatività.
Ecco perché indignano i Tg di questi giorni in cui si vedono insegnanti e genitori che si ingegnano a rendere accettabili aule fatiscenti, a trovare altri banchi, a portare pennarelli, quaderni, persino la carta igienica. Sono gli stessi italiani a reddito fisso ai quali questo fisco sommamente ingiusto non fa sconti di sorta, i soli, coi pensionati e coi titolari di partite Iva, a pagare al centesimo tasse e imposte. Senza le quali anche quel misero 4,7 % del Pil non potrebbe essere assegnato all’istruzione pubblica. “Non è mai troppo tardi” fu una bandiera della tanto rimpianta Rai del servizio pubblico quando faceva cultura con l’Approdo e insegnava a leggere e scrivere con l’indimenticabile maestro Manzi. Non è mai troppo tardi. Per cambiare anzitutto.

l’Unità 8.9.10
L’Ocse: in Italia si spende poco per la scuola. Prof in piazza
di G. V.

Il dossier è spietato: il nostro Paese agli ultimi posti, così gli stipendi
Gelmini: ci dà ragione. Replica Pd: senza investimenti l’istruzione è morta
L’Ocse ci consegna un quadro deprimente dell’Istruzione italiana e Gelmini si sente rinfrancata. Il nostro Paese è agli ultimi posti per investimenti nella scuola, i nostri insegnanti i peggio pagati.

L'Italia spende il 4,5% del pil nelle istituzioni scolastiche, contro una media Ocse del 5,7%. Solo la Repubblica Slovacca spende meno tra i paesi industrializzati, secondo quanto emerge dallo studio Ocse sull'istruzione. Nel suo insieme, la spesa pubblica nella scuola (inclusi sussidi alle famiglie e prestiti agli studenti) è pari al 9% di quella pubblica totale, il livello più basso tra i paesi industrializzati (13,3% la media Ocse) e l'80% della spesa corrente è assorbito dalle retribuzioni del personale, docente e non, contro il 70% medio nell'Ocse. La spesa media annua complessiva per studente è di 7.950 dollari, non molto lontana dalla media (8.200), ma focalizzata sulla scuola primaria e secondaria e a scapito dell'università, dove la spesa media per studente, inclusa l'attività di ricerca, è 8.600 dollari, contro i quasi 13mila Ocse.
La spesa cumulativa per uno studente dalla prima elementare alla maturità è di 101mila dollari (contro 94.500 media Ocse), cui vanno aggiunti i 39mila dollari dell'università contro i 53mila della media Ocse. Nella scuola primaria il costo salariale per studente è 2.876 dollari, 568 in più della media Ocse, ma il salario medio dei docenti è inferiore di 497 dollari alla media che è di 34.496 dollari. Gli insegnanti sono pagati meno della media, soprattutto ai livelli più alti di anzianità di servizio. Un maestro di scuola elementare inizia con 26mila dollari e al top della carriera arriva a 38mila (media Ocse 48mila). Un professore di scuola media parte da 28mila per arrivare a un massimo di 42mila (51mila Ocse), mentre un professore di liceo a fine carriere arriva a 44mila (55mila). Al tempo stesso, però, l'Italia è quint’ultima per le ore di insegnamento diretto. Sono 601 l'anno nella scuola secondaria, contro una media Ocse di 703.
Per quanto riguarda i laureati, sono pochi e pagati bene, a patto di essere uomini e preferibilmente oltre i 45 anni, mentre per le donne la strada dopo l'università è decisamente più in salita, soprattutto nei guadagni.
Gelmini in uno scarno comunicato ha semplicemente detto che l’Ocse le dà ragione. L’evidenza dice il contrario. «Deve essere una gran bella soddisfazione, per Tremonti e Gelmini, sapere che l`Italia è fanalino di coda nella spesa per l`istruzione e che persino Brasile ed Estonia sono più generosi. Peggio di noi c`è solo la Slovacchia ma diamo tempo a questo governo e certamente non ci negherà anche questa soddisfazioneUna scuola nella quale non si investe è una scuola morta», avverte Francesca Puglisi responsabile Pd Scuola. Oggi a Roma i precari delle reppresentanze di base manifesteranno davanti Montecitorio. Nella giornata di lotta europea del 29 settembre, che oltre quella di Bruxelles vedrà una manifestazione anche a Roma, sui temi dello sviluppo, della crescita, delle politiche industriali, dell'occupazione e del welfare, «tema fondamentale sarà anche la lotta alla precarietà con la mobilitazione nazionale di tutti i precari dei settori della conoscenza». Lo annuncia una nota della segreteria nazionale della Cgil nel denunciare come «la dissennata politica dei tagli sulle fondamentali funzioni pubbliche, che ha come obiettivo finale quello della privatizzazione dei beni pubblici, si è abbattuta pesantemente sul sistema dell'istruzione e della ricerca e sull'insieme dell'
intervento pubblico».

il Fatto 8.9.10
L’Italia abbandona la scuola
Peggio di noi solo la Slovacchia
Il Rapporto Ocse sull’Istruzione rivela le bugie della Gelmini
di Mario Reggio e Caterina Perniconi

Spendiamo il 4,5% del Pil contro una media dei Paesi Ocse del 5,7%

La scuola non è una priorità del governo italiano. Per l’istruzione spediamo poco. Po-
chissimo. Siamo penultimi in graduatoria tra i Paesi Ocse, e peggio di noi fa solo la Slovacchia. Gli studenti italiani tra i 7 i 14 anni passano a scuola circa 8.200 ore contro una media dei paesi Ocse di 6.700. I nostri insegnanti hanno uno stipendio inferiore alla media dei colleghi europei, e il divario si accentua con il passare degli anni di servizio. Una situazione preoccupante, illustrata dall’ultimo rapporto sull’educazione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, reso noto ieri. Malgrado questo quadro sconsolante il ministro della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini, conferma le valutazioni del governo sul “sistema scolastico e la necessità di proseguire sulla strada delle riforme, per questo, stiamo cercando di liberare risorse da destinare a innovazione, merito e qualità”.
La mannaia dei tagli
IL MINISTRO della Pubblica istruzione dimentica di ricordare che il bilancio della scuola pubblica italiana è stato, e verrà decurtato, in tre anni di oltre 9 miliardi. È tradizione tutta italiana annunciare riforme della scuola, tutte a costo zero. Perché la prima mossa tocca da sempre al ministro dell’Economia. Il bilancio dello Stato è in bilico: il primo pensiero corre subito alla scuola, all’università, alla ricerca. Riforma sì ma senza tirare fuori un euro. Salvo poi stracciarsi le vesti a favore dell’importanza della cultura, dell’innovazione, della tutela degli studenti. È successo anche con i governi precedenti. Ma mai era successo che una riforma della scuola venisse annunciata tagliando il bilancio di tanti miliardi. Non se l’era permesso neanche il ministro Letizia Moratti. Anche lei, assieme all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, era il 5 febbraio del 2002, annunciò la prima riforma della scuola dopo quella di Gentile. Cosa è rimasto di quella tanto strombazzata riforma? Nulla o quasi. Anche il risibile portfolio delle conoscenze non lo ricorda più nessuno. Anzi, una cosa è rimasta: l’assunzione in ruolo dei 12 mila insegnanti della religione cattolica, senza concorso, inamovibili, con il diritto di cambiare cattedra nel caso perdessero la fede. Svanita la Moratti è arrivato Fioroni, convinto assertore della teoria del “cacciavite”. Nessuna riforma epocale, ma solo interventi mirati senza sconvolgere la scuola. Poi tocca a Mariastella Gelmini. E riecco un’altra riforma stellare e tanto per non smentire il presidente del Consiglio “la prima da quella di Giovanni Gentile”.
Ma il bilancio dello Stato non è in grado di sostenere il peso della scuola pubblica: 45 miliardi di euro l’anno, più di 700 mila insegnanti di ruolo, 200 mila precari. Bisogna risparmiare: Tremonti decide di tagliare 9 miliardi, approfittando anche del pensionamento di decine di migliaia di insegnanti e non docenti che sono arrivati alla fine della loro carriera. Tagliare, tagliare è la parola d’ordine. In nome del merito, della modernizzazione, della qualità. E poi gli studenti italiani passano troppe ore a scuola, occorre snellire le materie ed asciugare le cattedre. Quindi, per la Gelmini, i dati dell’Ocse sono i benvenuti.
Ma a proposito delle ore passate in classe, il confronto con la Finlandia, da alcuni anni ai vertici per la qualità ed i risultati di apprendimento degli studenti, è fuori luogo. È vero che nel paese nordico gli studenti trascorrono in classe pocopiùdi6milae500ore nell’arco dell’anno scolastico, ma se si sommano a quelle destinate alle attività sperimentali esterne o nei laboratori il totale delle ore di apprendimento raggiungono la media annua della scuola italiana.
Dati strumentalizzati
DURA LA replica dell’opposizione e degli studenti che “bocciano” la Gelmini e il suo operato, mentre secondo Manuela Ghizzoni, capogruppo del Partito democratico in commissione Cultura della Camera “L’Italia è il fanalino di coda in Europa in termini di spesa pubblica per istruzione e anche tra i paesi Ocse è sotto la media. Spendiamo 7.948 dollari per studente mentre la Francia 8.932 dollari, la Germania 8.270, la Finlandia 8.440, la Spagna 8.618, la Svezia 10.262, la Svizzera 13.031, gli Stati Uniti 14.269. Insomma, non si capisce che film abbia visto il ministro e stupisce che, dati alla mano, si continui a far finta di niente cercando di truccare i dati dell’Ocse”. Che l’Italia sia storicamente avara negli investimenti per la scuola è cosa nota. Spende infatti il 4,5% del Pil, la Slovacchia il 4%, contro una media dei Paesi Ocse del 5,7%, dove ai primi posti si piazzano Islanda, Stati Uniti e Danimarca.
Altra nota dolente gli stipendi: in Italia una maestra guadagna poco più di 26 mila dollari l’anno all’inizio della carriera contro una media di 29 mila. Alle soglie della pensione il divario raggiunge i 10 mila dollari. Stessa musica per i professori anche se quelli delle superiori toccano i 44 mila dollari a fine carriera. Ma sempre 10 mila in meno della media Ocse.

l’Unità 8.9.10
Napolitano al fianco di Sakineh
Teheran: «Il caso è in riesame»
di Marina Mastroluca

Stop alle ingerenze Le autorità iraniane: «Francia e Italia hanno notizie false, è un’assassina»
La mobilitazione La foto della donna che rischia la lapidazione esposta in molte città italiane
Il presidente Napolitano al fianco di Sakineh, la donna iraniana condannata alla lapidazione. Il ministro Frattini: «No alla rottura delle relazioni diplomatiche». Teheran: «Il caso è ancora all’esame, basta ingerenze».

Tutta l’Italia è con Sakineh. Il presidente Napolitano rilancia l’appello per salvare la donna iraniana condannata alla lapidazione, «per evitare che si compia un atto altamente lesivo dei principi di libertà e di difesa della vita». «La posizione del governo italiano è stata molto netta e non solo di principio ha ricordato il capo dello Stato -. C’è stata un’iniziativa nei confronti del governo iraniano e lo stesso ministro Frattini mi ha riferito che nessuna decisione è stata presa a riguardo. La sollecitazione forte del governo, di tutte le istituzioni e dell’opinione pubblica italiana continua ad essere intensa».
L’Italia era stata chiamata in causa dal figlio della stessa Sakineh, che aveva chiesto di esercitare pressioni concrete su Teheran. Il ministro degli esteri Frattini, che lunedì sera ha detto di aver avuto assicurazioni da Teheran sul fatto che non è stato ancora stabilito nulla sull’esecuzione della donna, ieri ha comunque escluso la possibilità di rompere i rapporti diplomatici con l’Iran, come suggerito anche da europarlamentari Pdl. «Non possiamo immaginare di fare politica estera in questa maniera ha detto il ministro parlando a Radio 24 -. Le relazioni diplomatiche sono necessarie anche per ottenere le decisioni che vogliamo, ad esempio quella di graziare Sakineh e risparmiarle la vita. Sono decisioni che non si prendono sull’onda dell’emozione». Frattini ha ricordato di aver «fatto passi diplomatici anche negli ultimi giorni»: l’ambasciatore italiano a Teheran ha incontrato le autorità iraniane e altrettanto hanno fatto i rappresentanti della Ue. Pressioni che a suo avviso hanno già prodotto qualche risultato. «So che all’interno del sistema iraniano si è aperto un dibattito sulla praticabilità di questa esecuzione», ha aggiunto il ministro.
La fine del Ramadan, accompagnata tradizionalmente dalla ripresa delle esecuzioni, aumenta il senso di urgenza della campagna per salvare Sakineh. Ieri Teheran ha confermato che la sentenza è stata sospesa. «La situazione della signora Mohammadi Ashtiani è ancora sotto esame ha detto il portavoce del ministero degli esteri Ramin Mehmanparast -. Il verdetto (di lapidazione, ndr) è stato sospeso e viene attualmente riesaminato. Un nuovo procedimento per omicidio e complicità in omicidio è all’esame». La revisione del caso davanti alla Corte Suprema potrebbe lasciare uno spiraglio per Sakineh, a sollecitarla sono stati infatti gli avvocati della donna. Ma quello di Teheran non è stato un messaggio distensivo. Il ministero degli esteri iraniano ha criticato esplicitamente «Francia e Italia» per il loro intervento nella vicenda di Sakineh «purtroppo sulla base di informazioni false». «Il caso di un sospetto omicidio non dovrebbe essere trasformato in un caso politico e di diritti umani» ha aggiunto il portavoce iraniano.
GIGANTOGRAFIE
Parigi ha immediatamente ribattuto che continuerà il suo impegno per salvare Sakineh. «Continueremo con la nostra azione e con le nostre condanne e vogliamo parlare di questa vicenda anche con i nostri partner europei», ha affermato un portavoce del ministero degli esteri francese. Bernard Kouchner ha scritto la settimana scorsa all’Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, Catherine Ashton, per chiedere di valutare l’opportunità di nuove sanzioni contro Teheran.
In Italia a rispondere sono state soprattutto le istituzioni locali che hanno moltiplicato le iniziative a favore di Sakineh. Il volto velato della donna da ieri è esposto anche sulla facciata della sede della regione Emilia Romagna e delle province di Palermo, di Bologna e Perugia, sul comune di Ravenna e Spoleto. La provincia di Venezia, oltre ad esporre uno striscione con la foto di Sakineh, si è fatta avanti per dare asilo alla donna. Sergio Chiamparino presidente dell’Anci e sindaco di Torino ha invitato tutti i comuni ad esporre la foto di Sakineh. Da domani una gigantografia di Sakineh apparirà anche sul palazzo della regione Lazio.
FIACCOLATA A STRASBURGO
Ieri intanto a Strasburgo le europarlamentari del Pd hanno organizzato una fiaccolata, chiedendo a Catherine Ashton e alla commissaria Ue per i diritti umani Viviane Reding di fare «senza ulteriori indugi tutti i passi necessari presso il governo iraniano», per salvare la donna e perchè «sia abbandonata la pratica barbara della lapidazione». E per dare «nuovo impulso alla battaglia per la moratoria sulla pena di morte».

il Fatto 8.9.10
La Ue contro i razzisti d’Europa a Francia e Italia fischiano le orecchie
di Giampiero Gramaglia

Borroso lancia l’allarme immigrazione

Nel giorno in cui, per la prima volta, un presidente della Commissione europea pronuncia il discorso
‘sullo stato dell’Unione’ di fronte al Parlamento europeo, l’Italia, un tempo campione d’europeismo e di solidarietà, finisce implicitamente sotto accusa per la politica sull’emigrazione e sui rom. José Luis Durão Barroso non la cita per nome, come non chiama direttamente in causa la Francia, ma afferma che “in Europa non c’è posto per il razzismo” e invita tutti “ad agire con sensibilità” su “questioni così delicate” come i diritti degli emigrati, specie quando sono cittadini comunitari, senza risvegliare “fantasmi del passato”. Barroso è già chiaro del suo, ma i capigruppo lo sono ancora di più: puntano il dito sulla Francia, che camuffa da partenze volontarie il rimpatrio dei rom verso i Paesi d’origine, ma pensano anche all’Italia della Lega o all’Olanda dove un partito xenofobo è divenuto seconda forza politica.
Ogni forma di discriminazione “è puramente inaccettabile”, avverte Barroso: tutti i cittadini hanno “diritti e doveri” e ci vuole “equilibrio” tra il rispetto del principio della libera circolazione e quello della sicurezza, evitando “strumentalizzazioni populiste”. Parole che fischiano nelle orecchie del presidente Sarkozy e dei leader leghisti.
IL CAPOGRUPPO socialista Martin Schulz, quello cui Berlusconiungiornodiededelkapò, include “il governo francese di Sarkozy e Fillon” fra xenofobi e razzisti d’Europa. E il capogruppo dei liberal-democratici, il belga Guy Verhofstadt, definisce “inaccettabile” quello che sta accadendo in Francia e aggiunge: “Purtroppo non è un caso isolato”, perché “diversi altri governi piombano nelle tentazioni del populismo, della xenofobia e del razzismo, e strumentalizzano paure e inquietudini”.
Nella scia del dibattito, la Commissioneannuncialacreazione di una task force per valutare l’uso fatto nei vari Paesi dei fondi Ue per l’integrazione dei rom. Il discorso di Barroso non ha (ancora?) il fascino e l’autorità del discorso sullo stato dell’Unione che il presidente Usa fa ogni fine gennaio. Ma l’emiciclo di Strasburgo è gremito per il ‘primo giorno di scuola’ delle istituzioni comunitarie dopo la pausa estiva. E non c’è bisogno di minacciare multe agli eurodeputati renitenti: il progetto, contestatissimo, viene abbandonato, ma pochi seggi restano vuoti. Il presidente delinea priorità, ma inanella slogan (“Agire compatti per il successo”, “O nuotiamo insieme o affondiamo insieme”, “Più scienza e meno burocrazia”, bisogna “lavorare di più”).
PUNTI CONCRETI ve ne sono. Barroso rilancia l’idea di eurobond per finanziare le infrastrutture europee; vuole tassare letransazionifinanziariee“bandire le vendite allo scoperto”. Si delineano conflitti con i governi dei 27. Nonostante divisioni su tasse e banche, l’Ecofin vara il semestre europeo per coordinare le finanziarie nazionali e porta avanti la riforma della Vigilanza finanziaria.

l’Unità 8.9.10
Nietzsche? Tutto ma non fascista
di Bruno Gravagnuolo

Nietzsche non fu il precursore ma il costruttore del cuore del fascismo». È lapidario Armando Torno, sul Corsera di ieri l’altro, nella chiusa finale della sua recensione alla nuova traduzione di Così parlò Zarathustra a cura di Sossio Giametta (Bompiani, pp. 1228, Euro 30). Lapidario e brutale, come se a riguardo non fossero state versate tonnellate filologiche di inchiostro. In revisione di un lungo e trito luogo comune: il fascismo, anzi il nazismo vocazionale di Nietzsche. E quel luogo comune, lo ricordiamo, era condiviso sia dai «nazificatori» di Nietzsche, da Rosenberg allo stesso Hitler, sia dai marxisti alla Lukàcs, che del «superuomo» fecero il vessillifero dell’imperialismo razzista. Persino Mussolini pensava di essere «nietzscheano», discettando da giovane di masse e capi. Mentre di recente Ernst Nolte, «giustificatore» di certe ossessioni naziste, ha creduto, da destra, di ravvisare in Nietzsche il segnale delle reazione borghese europea contro la minaccia dell’«annientamento proletario», incombente tra otto e novecento. Infine, il marxista Domenico Losurdo. Che ha rispolverato la reazionarietà razzista e imperialista del pensatore dell’Eterno Ritorno. Intendiamoci, Nietzsche non era di sinistra e nemmeno progressista. E la curvatura apocalittica e a tratti risentita dei suoi pensieri, va anche in senso conservatore: filippiche contro l’umanitarismo, il progresso, la morale dei deboli etc. Ma la direzione del suo pensiero è un’altra. È una critica dirompente delle false giustificazioni del potere e della morale. Una destructio integrale del rapporto servo/ padrone, volta alla liberazione delle energie vitali della soggettività soggiogata. Nietzsche, campione di psicologia politica, parla all’anima di ciascuno, invitando ciascuno alla ribellione. Contro tutti i totem della massificazione e del conformismo. Ben per questo Freud scorse in lui il vero scopritore dell’inconscio oppresso. E ben per questo, come attesta Nolte, con Marx ed Engels, era la lettura preferita degli operai tedeschi nella Germania guglielmina. Solo un caso?

Corriere della Sera 8.9.10
Un appello perché, prima di votare, si cambi questa brutta legge elettorale
di Rino Formica e Emanuele Macaluso

Illustri Presidenti, i nostri padri costituenti prima di dare inizio alla elaborazione del testo costituzionale affrontarono due temi dirimenti e pregiudiziali: 1. La forma di Stato; 2. La struttura formale della Carta.
Sul primo punto si votò l’o.d.g. Petrassi (no al Governo presidenziale e no al Governo direttoriale sì ad un sistema parlamentare). Sul 2˚punto si aprì una discussione intorno a 3 o.d.g. (Bozzi, Calamandrei e Dossetti). L’Assemblea approvò l’o.d.g. Bozzi integrato dai suggerimenti di Togliatti e di Piccioni («il testo della Costituzione dovrà contenere nei suoi articoli disposizioni concrete di carattere normativo e istituzionale, anche nel campo economico e sociale»).
I Costituenti, per tenere insieme la costruzione di un ordinamento istituzionale democratico ed equilibrato, previdero poteri bilanciati da sostenere con un sistema di garanzie regolato sul principio della rappresentanza proporzionale della volontà popolare. (La Costituente votò un o.d.g. di Antonio Giolitti in tal senso).
Noi che scriviamo questa lettera siamo in condizioni di poter parlare con scienza e coscienza di esperienza vissuta e partecipata, perché abbiamo attraversato tutte le fasi pacifiche e drammatiche della vita repubblicana dalla Costituente ad oggi. Non vogliamo affrontare i temi caldi che attualmente incidono sull’equilibrio costituzionale: la crisi dello Stato nazionale; la crisi del partito politico e della democrazia organizzata; il lento svanire della democrazia parlamentare.
Vogliamo cogliere l’occasione che ci offre la discussione in corso sulla possibile fine anticipata della legislatura per porre alle più alte cariche istituzionali un problema ineludibile: o si cambia la legge elettorale in senso proporzionalistico o si cambiano i quorum di garanzie degli artt.64 (regolamenti della Camera), art.83 (elezione Presidente della Repubblica), art.135 (elezione giudici della Corte Costituzionale), art.138 (procedura di revisione costituzionale).
La questione non è nuova, ma oggi il conflitto tra quorum di garanzia costituzionale e legge elettorale maggioritaria, è più grave del passato a causa della debolezza delle forze politiche e per la crisi del bipolarismo bipartitico. La stessa sconcezza della nomina diretta dei parlamentari da parte dei capi partito appare come una infelice irrisione di ogni principio di libera determinazione della volontà popolare.
Dalla Costituente (1946) alla XI legislatura (1992) la rappresentanza parlamentare è stata eletta con leggi proporzionali. Il tema dei quorum di garanzia è nato con il Referendum abrogativo del 18 aprile 1993 su la legge elettorale del Senato.
Il Gruppo Socialista, pochi giorni dopo quel voto, presentò il 14 maggio 1993 la proposta di legge costituzionale (atto Camera n.2665) per l’abrogazione del terzo comma dell'art.138. Il 3 novembre 1993 il testo approdò in Aula. Tutti i Gruppi si dichiararono d’accordo con l’eccezione di Rifondazione comunista e i Radicali. Il testo fu approvato con 341 voti a favore e 7 voti contrari. Lo scioglimento delle Camere affossò la modifica dell’art. 138.
Il 28 febbraio 1995 il centro-sinistra presentò una organica proposta di legge costituzionale (atto Camera n.2115) per la modifica degli artt. 64, 83, 135 e 138. Tutti gli altri Gruppi presentarono proposte di modifiche del 138. La discussione si svolse su tutte le proposte, il 2 e 3 agosto 1995 ed ebbe il parere favorevole del Governo. Ma anche in questo caso l’anticipato scioglimento delle Camere (1996) affossò le modifiche costituzionali.
Sul tema cadde il silenzio interrotto da una proposta alla Camera nella fine della XV legislatura e nella riproposizione del testo al Senato all’inizio dell’attuale legislatura (4 giugno 2008) a firma Oscar Luigi Scalfaro (atto Senato n.741). L’argomento è ancora una modifica del quorum dell’art. 138, e ancora una volta si osserva che la nuova legge per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica con premio di maggioranza, consente a maggioranze relative di elettori di diventare maggioranze assolute dei deputati e dei senatori; pertanto la quota di voti parlamentari necessaria per l’approvazione in seconda deliberazione di riforme costituzionali (metà più uno degli eletti) è, per così dire, «a portata di mano» per cambiare le regole e i principi della Costituzione secondo le opinioni o, peggio, le convenienze dei vincitori nell’ultima competizione elettorale.
A questo punto c’è da chiedersi: perché le forze politiche che da 17 anni hanno sempre votato alla quasi unanimità in prima lettura le proposte di modifica dei quorum di garanzia costituzionale come necessario bilanciamento alla introduzione delle leggi elettorali maggioritarie, hanno accantonato la questione?
A questa domanda si può dare una sola risposta: nel potere costituito è prevalsa la convinzione che l’attenuarsi delle garanzie costituzionali può essere giocata come arma politica aggiuntiva da una parte politica contro l'altra.
Noi ci rivolgiamo a Voi come supremi garanti della democrazia italiana, perché sia posto al Parlamento, prima dello scioglimento delle Camere, il tema per deliberare o una modifica in senso proporzionalista della legge elettorale o una modifica dei quorum di garanzia costituzionale.
Il tempo stringe e non consente oziose e inconcludenti discussioni. La nostra generazione si ribellò alla notte buia della dittatura, ed ha avuto l’onore di partecipare alla costruzione di una grande democrazia moderna. Noi temiamo che disattenzione o, peggio, fatalistica rassegnazione, possa distruggere un'opera preziosa per tutti.

Repubblica 8.9.10
Le regole calpestate
di Stefano Rodotà

In una ben ordinata repubblica la bagarre istituzionale montata intorno al Presidente della Camera dei deputati sarebbe impensabile. Ma dalle nostre parti si inventa ogni giorno una qualche "costituzione materiale", sì che siamo obbligati non solo a richiamare i dati costituzionali corretti, ma soprattutto a segnalare le forzature e i rischi grandi delle pretese di questi giorni, che tendono, una volta di più, ad eliminare persone e istituzioni che sono percepite come intralci sulla strada sempre più accidentata della ormai sconquassata (ex?) maggioranza di governo.
La prima considerazione, allora, richiama una tecnica ben conosciuta in politica, quella di inventarsi un nemico interno o esterno per distogliere l´attenzione dalle difficoltà reali. Prigioniera di scandali gravi, falcidiata dalle inevitabili dimissioni di due ministri, sconfitta in Parlamento su questioni come quella della legge bavaglio, incrinata nel collante finora rappresentato dal potere assoluto di Berlusconi, la maggioranza uscita vittoriosa dalle elezioni del 2008 sfugge alla resa dei conti politici e dirige il fuoco mediatico su Gianfranco Fini, concentrato di tutti i mali, sì che, una volta caduta la sua testa, si tornerebbe nel migliore dei mondi.
Ma questa non è soltanto una impostazione palesemente pretestuosa. Com´è altre volte avvenuto in questa sciagurata stagione politica, l´interesse di breve periodo di una persona o di un gruppo non esita di fronte alle spallata istituzionale, proseguendo in una strategia che sta riducendo il nostro sistema ad un cumulo di macerie. Elementari regole di diritto parlamentare dovrebbero insegnare che il presidente del Senato o della Camera non possono essere sfiduciati o essere costretti alle dimissioni. La ragione di questa regola è evidente. Solo così l´alta funzione di dirigere una assemblea parlamentare, nell´interesse dell´assemblea stessa e non di una sua parte, può essere sottratta a pressioni, non dirò a ricatti, tendenti proprio a distorcere la funzione di garanzia, che esige distacco in primo luogo dai gruppi che lo hanno eletto. Il potere di questi gruppi si esaurisce nel momento dell´elezione. Lo sanno benissimo quelli che, all´interno della stessa maggioranza, mantengono senso dello Stato e rispetto delle istituzioni, come Giuseppe Pisanu, che non a caso ha liquidato ieri con poche parole la tesi delle dimissioni necessarie del presidente della Camera. E, invece, in questi giorni è stata sostenuta la tesi, francamente eversiva, secondo la quale il presidente della Camera sarebbe "il garante dell´attuazione del programma di governo", tramutando così una carica istituzionale di garanzia in un semplice terminale della volontà governativa. Non v´è bisogno d´invocare la separazione dei poteri per accorgersi dell´improponibilità di questa tesi, che conferma la voracità proprietaria di un Berlusconi che vuole ingoiare tutte le istituzioni. Peraltro, anche i precedenti evocati con molta approssimazione, come le dimissioni di Sandro Pertini dopo la fine dell´unità socialista, provano se mai il contrario, visto che, respingendo quelle dimissioni, la Camera ribadì proprio l´irrilevanza delle vicende successive al momento dell´elezione del presidente.
A questa forzatura se ne è aggiunta una seconda, gravissima, con l´annuncio di Berlusconi e Bossi di recarsi dal presidente della Repubblica per chiedere appunto le dimissioni di Fini. Solo una sgrammaticatura istituzionale, l´ennesima? Molto peggio. I due nominati, per quanto abbiano dato infinite prove di totale insensibilità istituzionale, sanno benissimo che mai un presidente rigoroso come Giorgio Napolitano potrebbe dare il pur minimo ascolto ad una richiesta del genere. E allora? Quell´annuncio era rivolto all´opinione pubblica, per dar ad intendere che, se lo volesse, il presidente della Repubblica potrebbe porre fine a questa vicenda. Una volta divenuto chiaro che non è possibile alcun intervento di Napolitano, rimarrebbe comunque un fondo torbido, una sorta di sciagurato ammiccamento che allude ad un filo che lega presidente della Repubblica e presidente della Camera.
Non sarebbe una novità. In modo sfrontato, e di nuovo ignorante d´ogni regola istituzionale, Berlusconi accusò pubblicamente Napolitano di non essere intervenuto sulla Corte costituzionale per impedire che fosse dichiarato illegittimo il Lodo Alfano. Anche il presidente della Repubblica è percepito come un intralcio, al quale possono essere rivolte richieste "irrituali" o vere e proprie minacce, come ha fatto Bossi evocando un milione di persone che arriverebbe a Roma per imporgli lo scioglimento delle Camere.
La vicenda Fini dimostra una volta di più quanto sia profondo il malessere istituzionale. Per questo nessuna compiacenza è possibile. Non si tratta di difendere una persona, ma di recuperare quel po´ di senso delle istituzioni senza il quale la democrazia muore. Siamo ancora in tempo.

Repubblica 8.9.10
"Resto in Israele, la patria degli ebrei ma la pace coi palestinesi è essenziale"
David Grossman: "Il futuro del Paese più importante dei confini territoriali"
di Fabio Scuto

I miei detrattori dovranno continuare a sopportare le mie idee: l´esistenza di due Stati non ha alternative
Non è vero che voglio andar via: nell´intervista alla tv inglese è stata estrapolata una frase fuori contesto

«In quell´intervista alla tv inglese ho parlato di me e della mia famiglia, di come vedo in Israele la mia patria, del mio futuro e dei miei figli; da lì è stata estrapolata fuori contesto una frase, anzi una parte, e i giornali ci hanno fatto i titoli. Ai miei detrattori, a quelli che non aspettano altro per attaccarmi, voglio dire: resto qui e dovranno continuare a sopportarmi con le mie opinioni». Non ha perso il filo della sua ironia, ma certamente David Grossman è molto arrabbiato: «Le mie parole sono state riportate in maniera imprecisa, fuori dal loro contesto». Da tempo - in Israele e nel mondo - il cinquantaseienne scrittore israeliano non è più un privato cittadino, ma un´icona, un punto di riferimento obbligato, per la chiarezza del suo pensiero e del sentimento che lo anima. Dopo la drammatica morte del figlio Uri, ucciso in combattimento con gli Hezbollah negli ultimi giorni della guerra del 2006, Grossman si è trovato «in una situazione estrema», in cui ha esaminato cose diverse, l´idea di lasciare Israele «è stata pure evocata, ma al solo scopo di scartarla».
Ci parli di quei giorni...
«Dopo quella tragedia mi sono tormentato la mente, in quei momenti è il dolore a guidare i tuoi pensieri. Niente ti sembra più scontato, guardi alla tua vita e ti fai delle domande, per esempio: se non fossimo stati qui non sarebbe accaduto. Ma la risposta dentro di me allora come oggi è stata chiara: sono nato qui, appartengo a questa terra, vedo il mio futuro qui e da 30 anni questo posto è il centro di tutto ciò che dico e scrivo. Per noi israeliani la patria è qui, qui dobbiamo affrontare la realtà e affrontare il nostro futuro. E in tutta quell´intervista ho parlato di questo e di quanto sia forte il mio desiderio che Israele sia davvero la "casa" che dovrebbe essere per noi ebrei».
Non è la prima volta che lei diventa un bersaglio per le sue opinioni…
«È mio pieno diritto avere opinioni di sinistra. Essere a favore della spartizione di questa terra in due Stati, di fare rinunce per arrivare alla pace. Ma detto questo è necessario sapere che queste convinzioni vengono proprio da una preoccupazione profonda, da un impegno, da un amore per questa terra. Ci sono persone che la pensano come me e altre che aspettano ogni scusa per attaccarmi. Mi spiace per la loro reazione ma io sono e resto qui. In genere sono felicemente contento di essere un loro bersaglio ma questa volta non posso collaborare, diventare un bersaglio per una cosa che non ho fatto e non ho detto, proprio no. Ripeto sono e resto qui e dovranno continuare a sopportarmi con le mie opinioni»
È preoccupato per il futuro di Israele?
«Sono sempre preoccupato per il futuro del mio Paese. Israele viene sempre più isolato e io credo che invece il futuro sia di essere integrato e di essere il paese che deve essere, cioè uno Stato che esplora, che espande le sue capacità e che realizza il suo grande potenziale. Ma tutto questo dipende dalla capacità di vivere in pace con i Paesi vicini, ma certo non sappiamo se la pace sia garanzia che ciò accada veramente. Viviamo in una regione molto imprevedibile e tanti elementi estremi stanno provando a fare di tutto per assassinare questa pace. Quello che posso garantire è che se non c´è nessuna pace la nostra situazione sarà sempre più pericolosa».
E timori per la democrazia interna?
«Sì certamente ne ho. Perché se continuiamo a vivere in situazioni così estreme la gente sarà presa dall´ansia e dalla disperazione, ci saranno sempre più estremisti che sfrutteranno questa situazione. I nazionalisti, i fondamentalisti e molti altri con le loro promesse di rapide e facili soluzioni. L´unico modo per rimanere veramente noi stessi e per affrontare ciò è guardare la realtà dritta negli occhi, in tutta la sua complessità e possibilità. E di ricordare che noi abbiamo ricevuto una meravigliosa opportunità dalla Storia quando è nato Israele nel 1948 e dobbiamo essere rispettosi di questo privilegio. Dobbiamo capire che il futuro di Israele, la sua identità di Stato e quella dei suoi cittadini sono cose molto, molto, più importanti dei problemi sui confini territoriali».
Grossman che sensazione ha ricavato dalla ripresa del negoziato di pace a Washington dopo quasi due anni di gelo diplomatico?
«Molto dipende dai due leader, sono loro che devono prendere delle decisioni. Io spero che superino le paure e le diffidenze reciproche e che capiscano che la pace è la sola alternativa per noi, per avere una vita qui, per avere una vera vita. Ma penso anche che dopo anni di violenza talvolta noi non agiamo sempre nel vero interesse e spesso abbiamo fatto la scelta sbagliata. Domani sera per noi ebrei è Rosh Hashanah, è Capodanno, il mio auspicio per il nuovo anno è che finalmente saremo tanto coraggiosi da fare l´inevitabile: trovare una soluzione-compromesso per questa terra e non importa quanti problemi avremo poi per questa fragile pace, ma loro la mantengano. O almeno per una volta ci provino davvero».

Repubblica 8.9.10
Uno studio di due psicologi illustra come sono cambiate nel corso della storia le virtù richieste a chi comanda: nell´antichità contava la forza, ora vale molto di più l´intelligenza emotiva
Dai muscoli all´empatia ecco l´evoluzione del capo
di Enrico Franceschini

«Gordon Brown ha grande intelligenza analitica, ma zero intelligenza emozionale». Tony Blair spiega così, discutendo il libro di memorie in cui ha vuotato il sacco sulla loro conflittuale relazione, il fallimento del suo successore come primo ministro, l´incapacità di Brown di connettere con la gente e apparire un vero leader. Di intelligenza emozionale, invece, lui ne aveva da vendere: anche i suoi detrattori concordano che raramente è apparso in politica un comunicatore come Blair. Ma cosa serve per fare il leader? Capi si nasce o si diventa? E perché certi di noi sembrano fatti fin da piccoli per dirigere e altri per seguire? Libri e studi dibattono attorno a questo tema, con una tesi che sarebbe piaciuta a Darwin: la leadership è una caratteristica innata dell´uomo, perlomeno di certi uomini (e anche - almeno oggi, finalmente - di certe donne). Ha accompagnato l´evoluzione della nostra specie, aiutandoci nella lotta per la sopravvivenza. E fornendoci pure dei campanelli d´allarme per contrastare ed eventualmente rovesciare un leader, quando è la sua presenza, il suo modo di fare, che sembrano una minaccia alla nostra vita.
È un cammino lungo milioni di anni, quello del leader, scrivono Mark van Vugt e Anjana Ahuja, docenti di psicologia dell´università di Amsterdam, in Selected: why some people lead, why others follow and why it matters ("Selezionati: perché certe persone dirigono, perché altri seguono e perché è importante"). Si va dal primo cavernicolo, che impugnò la clava e guidò la propria tribù o la propria famiglia nella caccia o nella lotta contro i suoi simili, al mito omerico di Achille, da Giulio Cesare a re Artù, da Napoleone a Garibaldi, da Churchill a Barack Obama. I leader sono coloro che si distinguono e prevalgono, in guerra, in politica, negli affari, così come nella fede o nello spettacolo. Ma perché tutti gli altri, quelli che non comandano ma obbediscono o comunque seguono, scelgono proprio quella persona lì come capo e punto di riferimento?
Il primo fattore, nella preistoria, rispondono i due psicologi, era ovviamente la prestanza fisica, la statura, i muscoli, visto che i problemi, di ogni tipo, venivano risolti con la forza. Questa caratteristica però non è scomparsa del tutto quando l´Homo è diventato Sapiens e poi si è ulteriormente civilizzato (e un po´ rammollito): tanto è vero, nota uno studio americano, che i candidati più alti e prestanti solitamente vincono le elezioni presidenziali Usa. Obama, in effetti, sovrastava nettamente McCain. Un secondo elemento di leadership, dagli uomini primitivi in poi, è il tribalismo, l´appartenenza al proprio clan, partito, religione: meglio uno dei nostri, anche se incapace, piuttosto che uno degli altri, è il ragionamento che l´uomo ha portato avanti per millenni, osservano vari studiosi.
Con il passaggio dalla caccia all´agricoltura affiora un altro motivo di leadership, destinato a risultare sempre più importante: la ricchezza. Gli agricoltori che accumulavano più granaglie, e più tardi più bestie, più merci, con le quali potevano procurarsi altri beni, si accorgevano di quanto fosse facile comandare all´interno della propria comunità (e anche, notano gli psicologi nel libro, di potere avere le donne più belle, quelle prima attirate solo dalla forza maschile).
Ma fin dall´antichità non c´era solo Achille: c´era anche Ulisse, la cui scaltrezza dipendeva non poco dalla sua capacità di comunicare, di relazionare, di emozionare. È l´intelligenza emozionale che Blair aveva e Brown no: il "caldo" vince sul "freddo". Commentando il libro dei due scienziati di Amsterdam, il Daily Telegraph si chiede se il favorito per la guida del Labour, David Miliband, abbia appunto questo calore.
«I leader sono come una colla che unisce i loro seguaci», spiega il professor van Vugt. La colla, tuttavia, talvolta diventa troppo appiccicosa: nell´animo umano, avverte il loro libro, c´è un ancestrale meccanismo di rigetto dei leader che si approfittano troppo del proprio potere. E che allora vengono dileggiati, contestati, abbandonati.

Repubblica 8.9.10
Le passioni secondo Shakespeare
Il nuovo saggio di Nadia Fusini svela i meccanismi con cui il grande scrittore mette in scena l’animo umano grazie alla finzione del teatro
di Giuseppe Montesano

Chi è Shakespeare, il misterioso e immenso continente dove la poesia si è fatta più reale della realtà? Di lui non sappiamo nemmeno che faccia avesse. Quando nell´800 fu esposto il suo ritratto più attendibile, il rifiuto fu unanime: aveva le labbra troppo "lubriche", la faccia era troppo "licenziosa", la carnagione troppo scura, i tratti somatici troppo da "italiano" o da "ebreo" e troppo poco britannici.
E l´orecchino! In quel ritratto Shakespeare porta un orecchino d´oro che gli dà un´aria davvero troppo da avventuriero. E anche nella sua opera tutto sembra troppo: la vita, la morte, l´amore, i sogni, il dolore, tutto nell´ambigua stregoneria evocatoria di Shakespeare sembra cantare per far smarrire lettori e esegeti. Ma è proprio dentro questo traboccare che toglie il fiato che si immerge l´ultimo libro di Nadia Fusini, Di vita si muore. Lo spettacolo delle passioni nel teatro di Shakespeare (Mondadori, pagg. 496, euro 22) riemergendone con uno Shakespeare per noi, qui e oggi.
La Fusini apre Di vita si muore dichiarando di averlo scritto nel "modo dell´amore", vale a dire nell´ebbrezza scaturita dalla lettura quotidiana di Shakespeare, e confessando che il saggista ha qui preso le vesti di un interprete rabbinico: «Qui si esercita un modo di lettura che del midrash ha l´andamento; ovvero il movimento di chi cerca il significato di quel che è scritto risolvendo qualsiasi domanda o questione, che dallo scritto possa sorgere, dentro il testo stesso».
Da questo voltare le spalle a una critica accademica nasce l´oggettività innamorata che divampa in Di vita si muore, una oggettività che può concedersi l´accensione passionale e l´illuminazione imprevista perché sa che bisogna fondarle sull´acribia filologica e sull´acume critico. Al centro del libro c´è l´intreccio tra le passioni e la ragione sondato in spirali continue, spire che si avvolgono intorno al loro oggetto per spremere da esso verità, e che affondano l´opera di Shakespeare nelle contraddizioni della sua epoca non per appiattirne l´unicità ma per farla brillare in tutta la sua energia. Così se è il rapporto tra corpo e linguaggio che si accampa nel cuore del racconto conoscitivo della Fusini, in esso emergono in dettaglio anche gli influssi culturali dei quali si nutriva Shakespeare, da Aristotele al Principe, da Galeno al Leviatano, dall´Edipo a Colono ai Passion Plays del medioevo cristiano, da Marlowe alle Anatomie medico-morali degli elisabettiani.
In Di vita si muore scopriamo così uno Shakespeare che cita da The Anatomie of the Minde di Thomas Rogers, e che in Amleto richiama il trattato On Melancholy di Timothy Bright; ci appare un poeta che conosce bene, e indaga, le controversie tra Lutero e i cattolici; capiamo meglio quanto Shakespeare sia prossimo al pensiero della nuova scienza di Hobbes e Spinoza; e vediamo come questa materia divenga memorabile teatro.
Il miracolo di questa metamorfosi che trasforma le idee e le ideologie in persone e vite non lontane dalla equanime ferocia di Dostoevskij sta nella natura doppia del teatro, il teatro che, come il romanzo, mette in scena la finzione per smascherarla, crea una dialettica tra bene e male sottratta alle ovvietà morali e giunge a quel culmine conoscitivo in cui l´emozione getta un fascio di luce sul male non per fingere di annullarlo, ma per scoprirne le ambiguità. E lo strumento sovrano di tale operazione è per la Fusini il linguaggio, il luogo della metamorfosi e della conoscenza in Shakespeare: «E´ l´invenzione di una lingua che non è dialettica né discorsiva, ma è tesa nell´irriducibile contrasto dell´ossimoro, figura connaturata a questo linguaggio teatrale che nega la sintesi e con essa ogni idea di armonia degli opposti, operando piuttosto per congiunzioni di pensiero illegittime… Sì, questa lingua "sforza" le parole, le violenta… E´ così che un linguaggio, che dispera dell´ordine, inventa altri gradini per conquistare la torre di Babele. La sua disperazione è la sua forza, la sua povertà la sua grandezza».
Ecco indicata, e stupendamente, la verità di Shakespeare, il luogo dove lo scontro tra passione e ragione si duplica nello scontro tra tragico e comico e tra giusto e ingiusto, il luogo in cui è possibile porsi domande sul mondo che è out of joints, "fuori dai cardini", in una lingua che per raccontare la nascente Modernità le offre la recita della sua lacerazione nella lingua stessa della lacerazione.
Allora i drammi e le tragedie che la Fusini legge e interpreta in Di vita si muore si illuminano di una luce nuova, e le intuizioni abbondano: in Macbeth sono la droga della paura e il desiderio di ignoranza di Macbeth come salvezza dalla lucidità del pensiero; in Amleto è l´indagine sottile sul Tempo a partire dal "frattempo", la pausa in cui la vicenda è un fantasma immaginato dalla mente di Amleto; in Otello è una lettura che andrebbe citata riga per riga: dall´intuizione di Iago come uomo nuovo della Modernità che si fonda sull´Economico e "stupra l´anima" di Otello, a quella di Iago che "fa teatro con le parole" come Shakespeare; dall´intuizione magnifica che è Otello e non Iago il vero traditore dell´amore, a quella che nell´Otello le parole tradiscono se stesse; da quella che vede Otello naufragare perché considera l´amore secondo il "principio di proprietà", a quella dell´amore di Desdemona come forza al di là del bene e del male borghesi.
Alla fine non c´è dubbio: Di vita si muore non è solo un libro bello, è anche un libro importante. Le grandi opere letterarie vanno interpretate attraverso se stesse, e non siamo noi a svelarle ma semmai sono loro che ci svelano a noi stessi: mettendoci senza riguardi di fronte a ciò che non avevamo la forza o la passione per vedere. Quanto costa andare verso le verità che Shakespeare o Kafka o Baudelaire ci mostrano nel terrore e nella pietà? Niente di meno che l´anima, ecco cosa chiede la letteratura. Ma in cambio offre qualcosa di impagabile: una brace accesa nella notte dell´anima, un sovrabbondare di vita nella nostra miseria quotidiana.