domenica 12 settembre 2010

Agi 11.9.10
In libreria Giovedì 16 "Left 2007" per L'Asino d'oro

Roma, 11 set. - In un anno, il fatturato e' passato dai 160 mila euro del 2009 con tre pubblicazioni, ai previsti 500 mila del 2010 con 14 pubblicazioni: e giovedi' prossimo sbarca nelle librerie 'Left 2007', la raccolta dei 49 articoli scritti dallo psichiatra dell'Analisi Collettiva, Massimo Fagioli, per la rubrica 'Trasformazione' del settimanale 'Left'. Lo si legge in una nota della giovane e dinamica casa editrice 'L'Asino d'oro'. "La fantasia invisibile della mente, fonte universale di uguaglianza e di liberta', mai esplorata e conosciuta nella storia dell'uomo - si legge nella nota - deformata dal '68 e sempre sottovalutata dalla sinistra, sin dall'Illuminismo, nemico giurato dell'irrazionale, potrebbe invece rappresentare la novita' teorica di un moderno socialismo delle idee". Ed il socialismo e' uno dei temi dominanti del libro: infatti, "non perde mai di vista la concretezza del dibattito politico e l'attualita' in cui versa la realta' umana e sociale del nostro Paese". Una 'ricerca', l'Analisi Collettiva, riuscita in pieno e dopo piu' di trent'anni in continua evoluzione, segno di una teoria forte e valida. "La ragione rende depressi e stupidi", dice Fagioli, fotografando le cause della crisi della politica e delle idee. L'alternativa? "Le idealita' del socialismo delle origini potrebbero dare a uguaglianza e liberta' un senso piu' profondo, se si legano le due parole a una nuova concezione della nascita umana, quando tutti siamo uguali a tutti, e del rapporto tra l'uomo e la donna". Il volume segue, passo dopo passo, l'evoluzione del rapporto che dal 2004 al 2007, ha visto vicini nella ricerca di nuove strade per la sinistra Fagioli e Fausto Bertinotti allora segretario di Rifondazione Comunista, fino all'epilogo, alla separazione definitiva tra i due. E in 'Left 2007' Fagioli non lesina le critiche a quella parte politica, alla quale riconosce l'esclusiva storica dell'utopia del cambiamento, ma a cui contesta, allo stesso tempo, di non essere riuscita ad andare oltre l'idea di "trasformazione del mondo". Marx, il comunismo; ma e' soprattutto ad Heidegger e a Spinoza, prima di lui, che lo psichiatra dedica molte righe di scrittura, "individuandone una grave responsabilita' culturale, quasi da "cattivi maestri", nel diffondere idee religiose che negano l'identita', la liberta' e la sessualita' degli esseri umani". Pat

l’Unità 12.9.10
L’allergia alle regole è alla base di queste tragedie. Specie nelle ditte di dimensioni ridotte...
Tremonti disse: «La sicurezza sul lavoro è un lusso»
di Bianca Di Giovanni

Il ministro rilancia la sua tesi della deregulation, tanto cara al centrodestra e alla Confindustria. Intanto in manovra ha ridotto i fondi per le ispezioni ed ha svincolato l’attività d’impresa da regole e procedure.

Le regole gli hanno sempre dato un po’ fastidio, che si trattasse di fisco, di ambiente, di impresa, di Europa. Per lui tutto va «semplificato»: è questo il segno della modernità, la chiave dello sviluppo. È un credo a cui Giulio Tremonti si è sempre dichiarato fedele, a dispetto dei mille cambiamenti di fronte, degli innumerevoli guizzi logici a cui ci ha abituati. Un credo condiviso, certo, con le schiere di finti liberisti senza mercato che affollano le platee confindustriali. Ma l’ultima esternazione non dev’essergli riuscita bene. Quel «la sicurezza sul lavoro è un lusso che non possiamo permetterci», dichiarato al Berghem Fest, quell’incitazione a «rinunciare ad una quantità di regole inutili: siamo in un mondo dove tutto è vietato tranne quello che è concesso dallo Stato» ha innescato tali e tante polemiche, da costringere il ministro a una scomposta (e non riuscita) retromarcia. Prima è intervenuta la sua portavoce («Tremonti si riferiva alla giurisdizione europea, la sicurezza del lavoro resta essenziale»), poi lo stesso ministro con un intervento sul Corriere della Sera.
PICCOLI
E qui la «pezza» è stata peggiore del buco. Secondo il ministro, infatti, occorre una distinzione tra grandi imprese (dove le regole europee servono) e le piccole, dove si creano invece «costi artificiali e sanzioni erratiche». Ancora una volta l’invocazione per il piccolo, l’artigiano, l’impresa familiare, che tanto suda, tanto si sacrifica, e poco ottiene dallo Stato «occhiuto» e ingiusto. Una visione diventata ormai un santino nei salotti del centrodestra.
Peccato che non sia esattamente così. Peccato che (come ieri ha ricordato il senatore Pd ex Cgil Paolo Nerozzi) proprio tra i «piccoli» si segnala il maggior numero di incidenti. Nelle imprese edili subappaltattrici, nelle piccole aziende agricole in cui gli stranieri perdono la vita (guarda caso) sempre nel primo giorno di lavoro. Cioè vengono regolarizzati solo quando muoiono. È questo il «magico» mondo che Tremonti vorrebbe lasciare senza vincoli e senza controlli. La vecchia deregulation che finora non ha portato né ricchezza, né sviluppo.
MANOVRA
Quanto a quel recupero in corsa, quell’assicurazione sulla sicurezza del lavoro che «resta essenziale», quelle parole oggi appaiono assolutamente poco credibili. Con l’ultima manovra varata prima dell’estate si è ridotta del 50% la spesa per gli ispettori. Vero, si escludono esplicitamente gli ispettori del lavoro. Ma il comma successivo applica il taglio alle automobili di servizio di tutti. ispettori senza auto, senza possibilità di visitare cantieri e zone agricole. Tutto in nome dell’austerità dei conti. Altro che bene irrinunciabile. Si è rinunciato anche per una manciata di milioni. Così come, sempre nella manovra, si è aperta la strada all’anarchia d’impresa, eliminando quei pochi «paletti» che ancora regolamentano lo sviluppo delle attività.
Da destra poi, proprio sulla 626, sono partiti subito i siluri, sull’onda delle richieste confindustriali. La legge varata dal governo Prodi grazie a cui le pesanti cifre delle vittime stavano lentamente ridimensionandosi è stata subito «rivisitata». Si sarebbe voluto fare di più, depenalizzare, svincolare, destrutturare, ma si dovette fare i conti allora con il richiamo del Presidente Giorgio Napolitano. Dal Quirinale arrivò un pesante monito scritto, in cui si faceva rilevare che con quelle correzioni «il nostro ordinamento giuridico risulta seriamente incrinato da norme oscuramente formulate, contraddittorie, di dubbia interpretazione o non rispondenti ai criteri di stabilità e certezza della legislazione». Altro che semplificazione: si è fatto di tutto per rendere le norme incomprensibili. E quindi inattuabili.

il Fatto 12.9.10
Il lavoro spogliato dei diritti
Liberare le imprese dagli impegni presi e dai contratti nazionali firmati con i sindacati non significa innovare Non si può uscire da una crisi globale rompendo il patto con i lavoratori
di Furio Colombo

“Se non c'è la fabbrica non ci sono i diritti” è la frase più ripetuta del momento. Vuol dire: “Lasciate fare all'impresa, che sa cosa è bene e che cosa è male”. Ecco dunque la frase che molti, anche nel Pd (un partito che dovrebbe essere “del lavoro” più di tutti gli altri rappresentanti in Parlamento) considerano “innovazione”. È “innovazione” perché libera l'impresa dalla “rigidità” (altra parola in voga per dire il nemico dell'innovazione) e dal dovere di mantenere impegni presi, con contratti debitamente firmati da tutti, verso i lavoratori. A proposito, avete mai notato che l'opinione pubblica e politica non viene mai coinvolta in un dibattito sulle imprese (come vanno, dove vanno), ma sempre, solo sul lavoro e gli operai come unica ragione di conflitto, crisi, delocalizza-
zione, chiusura?
Le regole buttate al macero
LA STORIA del mondo industriale democratico non ci dà nessuna notizia di aziende affondate a causa del costo del lavoro. Ma la proposta adesso è “innovazione” perché non solo vuole tagliare liberamente i costi. Intende cancellare ogni patto precedentemente stipulato tra impresa e lavoro. Ora, dopo una violentissima crisi economica che ha scosso, con la furia di un ciclone, un'Europa senza economisti e senza idee e un'Italia senza governo, la proposta è di uscire da una crisi grande come il ‘29 (parola di esperti) facendo esattamente l'opposto dell'America del New Deal. Che cosa vuol dire New Deal? Vuol dire nuovo patto. Vuol dire futuro, fiducia (non fiducia astratta, ma fiducia gli uni negli altri) e comunità (siamo insieme, o tutti o nessuno, il Paese sono le sue fabbriche e ogni fabbrica è il Paese, Costituzione, leggi, regole concordate). Che cosa accade adesso in Italia? Non solo non ci sarà un New Deal, ma non ci sarà niente. Anzi, facciamo una cosa. Per evitare equivoci, cancelliamo ogni patto che c’era prima. Via i contratti nazionali. Via le regole discusse e negoziate da una parte e dall'altra, a volte per anni e con confronti anche duri, ma – ovviamente – con l'intento umano e civile di proteggere la parte più debole, che non può ogni volta presentarsi in fabbrica con una batteria di avvocati.
Così inizia il monologo delle aziende
IL NUOVO SLOGAN è “basta con la lotta di classe”. Nel caso della fabbrica, “fine della lotta di classe” (che per fortuna non c'era; c'erano, come dicono i codici, parti e controparti, con molti interessi diversi e uno grande in comune: il lavoro) vuol dire che una parte tace e l'altra è libera di iniziare il grande monologo. Vanno bene 10 minuti per la pausa mensa? Va bene andare in bagno due volte invece di tre? Va bene fare straordinari la notte e il sabato senza retribuzione? Va bene fare o non fare, o interrompere le ferie, sempre a titolo di donazione del prestatore d'opera alla fabbrica? Non devi rispondere. Se lo fai, disturbi la produzione e potresti essere accusato di sabotaggio. La pena è il licenziamento. E se il giudice – restato indietro con le leggi ancora non abrogate della Repubblica – ti reintegra nel posto di lavoro, questo fastidioso dettaglio alla controparte che conduce il monologo non interessa. La controparte è avanti, è nel futuro, è con l'innovazione, confortata dal fatto che anche la ex sinistra chiama innovazione la cancellazione dei diritti. Dunque, giudice o non giudice, vi possiamo buttare la busta paga sulla porta, ma dovete restare fuori.
La nuova versione di “O la borsa o la vita”
PER BUONA MISURA interviene, nell'umiliante caso di Melfi (tutta la Fiat contro tre operai) il settimanale Panorama (9 settembre 2010) con la più spregevole copertina mai apparsa nel giornalismo italiano. La forza di un periodico da milioni di copie viene gettata contro tre operai da 1.000 euro al mese (quando non sono – e lo sono spessissimo – in cassa integrazione), messi alla gogna in copertina con la loro fotografia e il titolo Gli eroi bugiardi; l'accusa (sempre in copertina) di sabotaggio, dunque di un reato, che dà dello stupido (e anche del comunista) al giudice che li ha reintegrati nel loro posto di lavoro. È una nobile iniziativa che assicura a quegli operai che non saranno mai più accettati in alcun posto di lavoro in Italia. Ma tutto trova la sua giustificazione nel nuovo motto da issare sui cancelli: “Se non c'è la fabbrica, non ci sono i diritti”. La prima reazione, che avrebbe dovuto dare una scossa a tanti silenzi ed evitare qualche lode fuori posto, è che la frase corrisponde in modo quasi letterale al celebre grido dei vecchi racconti polizieschi: “O la borsa o la vita”. Il messaggio è chiaro: o cedi o finisci sulla copertina di Panorama. Ma c'è l'altro aspetto inquietante. La frase resta intatta se formulata a ovescio: “La fabbrica c'è se non ci sono i diritti”. D’ora in poi la fabbrica è extraterritoriale. Si fa secondo le regole che vigono nel territorio in cui vuoi essere accettato perché un po' ti pagano. Se non ti va bene, ti accompagnano subito alla frontiera. Ora ditemi se tutto un mondo di persone, che un tempo chiamavamo lavoratori, deve rassegnarsi a vivere senza un sindacato (l'immagine della Fiom è peggiore di quella di Vallanzasca), senza un partito (vedi la cauta distanza del Pd dalla questione), con la sola opzione di obbedire. E il rischio di un linciaggio pubblico nello sciagurato caso di una protesta.

Repubblica 12.9.10
Applausi ad Atreju per il governatore pugliese
Perplessità anche dagli ex ppi. Annullato il convegno dei quarantenni che demoliva il "partito hollywoodiano" di Veltroni. E Vendola incassa applausi dai giovani Pdl
Pd, tensioni tra veltroniani e Bersani "Rito del passato il comizio alla festa"
"No alle alleanze di Palazzo" Vendola scalda i giovani Pdl
di Giovanna Casadio

"L´assenza del premier alla Fiera del Levante è il coraggio della paura di chi ha abbandonato il Mezzogiorno"
Il governatore della Puglia: "Non sono pratico di alleanze, mi preme un´idea nuova per l´Italia"
Oggi a Torino chiusura con il discorso che i precedenti leader avevano cancellato

ROMA A buon intenditor poche parole. Nichi Vendola ripete ancora a Bersani e al Pd che è inutile lacerarsi sulle alleanze. «Io non so partire dal gioco dei quattro cantoni, dall´alleazionismo fatto nel Palazzo. Mi viene l´ansia, faccio fatica a confrontarmi con questo problema dice è come creare la pozione magica, come se l´alleanza fosse un gioco astratto, un gioco di società». Prima si fa un disegno nuovo per l´Italia, «chi lo condivide ha fatto la coalizione». Vendola va alla festa di Atreju, degli ex "cuori neri", i giovani di destra che hanno in Giorgia Meloni il loro leader. Arriva trafelato il governatore della Puglia, candidato della sinistra che ha già sparigliato le primarie del centrosinistra prima ancora che siano fissate. Fa aspettare la ministra Stefania Prestigiacomo, con la quale duella in un dibattito sull´ambiente. Ha la meglio lui.
Un applauso di benvenuto quando ammette: «Sono entrato in questo spazio con un po´ di batticuore come sempre quando si superano barriere...». Applausi quando parla dell´acqua, bene pubblico che «integra il diritto alla vita». Ancora applausi sull´energia: «La Regione Puglia produce molta energia e consuma il 13% dell´energia che produce, noi regaliamo a Bossi l´87% dell´energia che produciamo. Se potessimo monetizzare saremmo ricchi». E sul nucleare altri consensi: «A causa della militarizzazione del territorio, le centrali nucleari sono spontaneamente contro la democrazia». Anche se Prestigiacomo interviene: «Mai centrali senza il consenso del territorio».
Parla poi di Sud, Vendola. Di Berlusconi che ha dato forfait per la seconda volta all´inaugurazione della Fiera del Levante: «È quello che Totò chiamava il coraggio della paura». Il Sud è abbandonato. Chiede soldi? «Sì quelli scippati dal governo...», ribadisce. Un governo e un centrodestra spiega ai cronisti nel dopo-dibattito «in crisi, oggi vediamo solo moine, ma io penso sia irreversibile» perché si è divaricato quel mix di populismo e di liberismo di cui era impastato. Il mago Otelma gli pronostica la sconfitta, se si va alle urne nel 2010. Ma dal 2011 l´astropolitica cambia musica e per lui prevede vittoria (nella leadership del centrosinistra) e vittoria (nella premiership). Basta attendere. Nichi ci sta. Dalla Torre (è il gioco tolkeniano di Atreju), se proprio deve, butterebbe Rutelli. E salverebbe D´Alema. Ma perché? gli chiedono, dopo i bastoni tra le ruote che gli ha messo per la presidenza della Regione. Risposta: «In fondo mi ha sempre portato bene». Tra marjuana e Negroamaro salverebbe il vino; tra nucleare e petrolio, elimina il nucleare.

Repubblica 12.9.10
Critiche al comizio anche dagli ex-ppi
Bersani chiude la festa Pd i veltroniani: liturgia vecchia
di Goffredo De Marchis

ROMA «Un ritorno alle liturgie del passato». Il nuovo clima di tensione nel Partito democratico coinvolge anche la Festa di Torino. Che oggi si chiude con il tradizionale comizio finale del segretario Pier Luigi Bersani. Troppo tradizionale, appunto. Roba da vecchio Pci. Sia Veltroni sia Franceschini, i leader precedenti avevano scelto altre strade proprio per marcare la discontinuità. Il primo, nel 2008 a Firenze, aveva fatto un´intervista come gli altri nei giorni centrali della kermesse. Il secondo, a Genova, aveva indossato nella giornata di chiusura il grembiule del volontario servendo ai tavoli. «Ci preoccupa questo salto all´indietro nel simbolismo del secolo scorso dicono alcuni veltroniani -. Il Pd doveva rompere con gli schemi antichi. Anche in maniera plastica». Dice l´ex ppi Beppe Fioroni: «Il segretario di un partito ha il diritto di parlare al suo popolo. Ma il comizio di chiusura è un simbolo superato, un modo per adagiarsi sul tempo che fu. Spero che non sia un altro segno di rinuncia all´innovazione».
La tregua dei mesi scorsi è ormai rotta e su alleanze, feste, struttura stessa del partito, l´offensiva di Walter Veltroni e dei suoi viene vista come un pericolo da Bersani e dalla sua maggioranza. Come anticipato da Repubblica, alcuni membri della segreteria vicini al leader hanno predisposto un documento molto critico con la Seconda repubblica e in particolare con il Pd gestito da Veltroni. Parole forti contro il bipolarismo e contro la deriva «hollywoodiana» del centrosinistra. I fedelissimi dell´ex sindaco di Roma hanno reagito con forza. «È un testo reazionario spiega Giorgio Tonini -. Con molta nostalgia per la Prima repubblica e gli equilibri Dc-Pci». S´infuriano le componenti della segreteria Stella Bianchi e Annamaria Parente, vicine a Veltroni: «Avevamo fatto un buon lavoro insieme ma questo documento indebolisce tutto. Mina le fondamenta del Pd, per noi è inaccettabile». I "giovani turchi" (Fassina, Stumpo, Gualtieri, Orlando, Orfini), come si sono autodefiniti i firmatari richiamandosi al movimento di Ataturk, confermano la loro linea, ma per evitare una nuova grana al segretario annullano il convegno in cui si dovevano discutere le loro tesi. Non si vedranno più a Orvieto il 25 settembre. Lo annuncia Davide Zoggia: «Non siamo contro qualcuno, volevamo solo dare un contributo. Ma rinviamo e raccoglieremo altri contributi».

il Fatto 12
Amos Oz: La vita più forte del fanatismo
“Israele assurdo come un film di Fellini, ma alla fine sarà pace”
di Francesco Comina

Amos Oz ne è convinto: “Prima o poi ci sarà la pace fra israeliani e palestinesi. I pazienti, ossia i due popoli, sono pronti a sottoporsi a una dolorosa operazione ma i chirurghi che devono in-
programma tv della Cbs “Face the Nation”, ha buttato lì: “Decideremo dove celebrare il processo... Quando ci sono di mezzo problemi di sicurezza, una questione come questa si politicizza”. Lui avrebbe preferito che fosse la corte di Manhattan ad emettere il verdetto contro il kuwaitiano Ksm e altri 4 fedelissimi di Bin Laden: lo yemenita Ramzi Binalshib, amico dell’egiziano Atta, conosciuto nella moschea di Amburgo, dirottatore mancato perché gli era stato rifiutato il visto Usa; Walid Bin Attash, altro yemenita, anch’egli mancato dirottatore, sempre per un visto non concesso; Mustafa Ahmed Al-Hasawi, saudita, finanziatore dell’11 settembre; Ali Abd al-aziz Ali, pachistano, nipote di Ksm.
ORMAI È CERTO Come sede del “processo del secolo” New York non potrà mai essere scelta per tante ragioni: costi, sicurezza, possibilità di attentati. Il presidente Obama insisterebbe poi perché i cinque islamici vengano giudicati da tribunali criminali civili, e non militari. Ma i repubblicani puntano su Guantanamo, corte militare. Altrimenti stringono i cordoni della borsa: niente soldi per spostare, come vorrebbe Holder, da Guantanamo in altra prigione, forse Chicago, gli ultimi 180 là detenuti, anche loro in attesa di giudizio: dopo almeno otto-nove anni.
tervenire col bisturi, ossia i governi, si tirano indietro perché sono codardi”. Non c'è nessun sentimentalismo nel pacifismo di Oz. La sua è una pace tragica, che ascolta il lamento di una terra lacerata. Una pace obbligata, necessaria, inevitabile. La creazione di due stati è l'unica salvezza possibile, l'unica luce in fondo al tunnel.
Dopo la retrospettiva al festival della letteratura di Mantova il più incisivo degli scrittori israeliani ha parlato a Trento nell'ambito della rassegna ‘‘Dialoghi internazionali: se vuoi la pace prepara la pace’ presentando il suo ultimo libro “Scene dalla vita di un villaggio”. Cosa pensa dei nuovi colloqui di pace fra Israele Palestina?
Israele è un Paese molto particolare. Per rappresentarlo nel modo migliore ci vorrebbe l'immaginario di Fellini. Siamo 8 milioni di abitanti, o per meglio dire, 8 milioni di primi ministri, 8 milioni di profeti e 8 milioni di messia. Tutti hanno una visione particolare di redenzione. Nessuno ascolta l'altro. Io sono fra i pochi che lo fanno perché l'ascolto è la fonte primaria della mia professione. Ascoltando gli altri posso raccontare umori e aspirazioni della gente. Non so se i colloqui avviati in questi giorni porteranno al giusto compromesso. Se non sarà questa volta, sarà la prossima. So che non ci sono alternative. La maggioranza degli israeliani e dei palestinesi è pronta al dolore della pace. Come immagina questa pace necessaria?
Ci saranno due Stati. Sarà come dividere la casa in due appartamenti. Si tornerà ai confini che c'erano prima del '67. Israele si ritirerà dalla Cisgiordania. Bisognerà pensare a come garantire la sicurezza smilitarizzando i territori. Gerusalemme capitale divisa avrà due ambasciate, una di fronte all'altra. Ci saranno questioni spinose come quella dei rifugiati. Israele ha accolto più di un milione di persone dai Paesi arabi. Il futuro stato palestinese ne dovrà accogliere 600mila. Ripeto: sarà una pace dura, piena di spine ma inevitabile. Quando l'avremo raggiunta Israele dovrà liberarsi dell'atomica perché non avrà più significato strategico. Come ha reagito davanti alle minacce del pastore evangelico americano Terry Jones di voler bruciare copie del Corano nei giorni del ricordo dell'11 settembre?
Il fanatismo è il vero problema della nostra storia. Non sono mai stato d'accordo con le tesi del politologo americano Samuel Huntington che vede il mondo schiacciato da uno “scontro di civiltà”. Il punto drammatico del conflitto odierno sta nello scontro fra il fanatismo e il resto del mondo. I fanatici sono ovunque e sono un pericolo. Tutti dovrebbero esser più consapevoli della crescita del fanatismo. Il fanatico è talmente altruista che nega gli altri. Qui si nasconde il cuore macabro della violenza.
Il rapporto fra Israele e Turchia s’è incrinato dopo l'attacco alla nave “Freedom Flottilla” in rotta verso Gaza. Lei fu uno dei pochi scrittori israeliani a condannare l'assalto israeliano che ha provocato morti e feriti.
Sì, è vero. La maggioranza degli israeliani approvò l'intervento dell'esercito. Ho parlato di atto stupido, fra l'altro avvenuto in acque internazionali. Israele aveva tutto il diritto di controllare se ci fossero state a bordo armi. Ma non in quel modo. La Flottilla però ha raggiunto un risultato importante: è stato sospeso l'embargo a Gaza. Come giudica la corsa al nucleare dell'Iran?
L’Iran minaccia di distruggere e annichilire uno stato membro dell’Onu. È uno scandalo e un oltraggio. Non è mai accaduto una cosa del genere. È molto pericoloso che un regime del genere possegga il nucleare. Non è un problema israeliano, è un problema mondiale.
Non ha mai pensato di lasciare Israele e venire in Europa? Nei giorni scorsi si è parlato di una “tentazione” di Grossman.
David Grossman è stato frainteso. Non ha nessuna intenzione di lasciare Israele. La stessa cosa vale per me. Amo troppo questa terra per lasciarla. Anche quando mi arrabbio lo faccio con un sentimento di amore. Sulla mia scrivania tengo due penne, una blu e una nera. Con quella blu scrivo i miei romanzi, con quella nera mando a quel paese il mio governo. Ma in entrambi i casi scrivo con la passione di chi ha a cuore la vita. Per me la vita viene prima di tutto.

Avvenire 12.9.10
Il grande teologo tedesco al Festival ella Filosofia
«La ricerca scientifica pare approdare alla visione di un mondo chiuso nella sua causalità, ma il determinismo genetico e neurologico non è in grado di abolire la nostra libertà»
Moltmann: i geni non spiegano il genio
di Jürgen Moltmann

Determinismo o libero arbitrio? Questo antico dibattito torna oggi d’attualità nella ricerca genetica e in quella sui neuroni. Veniamo generati nei nostri geni? I geni esistono nella loro peculiarità prima che sorga la nostra coscienza? Pilotano il nostro io nei suoi comportamenti? Determinano quindi il corso delle nostre vite e spiegano perché diventiamo come siamo? Il noto giornalista americano David Brooks ha scritto nel 2007 ( Herald Tribune ): «Dal contenuto dei nostri geni, dalla natura dei nostri neuroni e dalla lezione della biologia evoluzionista è diventato chiaro che la natura è costituita da competizione e conflitti di interessi. L’umanità non è venuta prima delle lotte per la propria affermazione, le lotte per l’affermazione sono profondamente radicate nelle relazioni umane». Ne traeva come conseguenza la naturale disposizione alla competitività del capitalismo e una 'visione del mondo tragica': «Siccome la natura umana è predisposta così aggressivamente alla lotta per il potere abbiamo bisogno di uno Stato forte, di un’educazione dura e di una visione del mondo tragica». Si tratta del risultato di una ricerca o dell’interesse di un’ideologia? Io credo si tratti di pura ideologia naturalistica, perché si fonda sulla riduzione dell’imprevedibile sistema 'uomo' ai suoi geni e neuroni prevedibili.
Così sorge la fatale impressione di vivere in un mondo chiuso nella sua causalità, come se la nostra libertà, che pure percepiamo nel «tormento della scelta», fosse un’illusione. Se così fosse qualsiasi criminale davanti a un tribunale dovrebbe appellarsi all’incapacità di intendere e di volere, per poi essere assolto in quanto non imputabile.
Craig Venter è stato il primo a decifrare il genoma umano. Ha decodificato anche il proprio genoma, che è stato pubblicato su tutti i maggiori quotidiani.
Se lo potessimo leggere sapremmo poi chi è Craig Venter? Se egli stesso può leggerlo viene poi a conoscere se stesso?
Quando l’ho incontrato di persona a Taiwan due anni fa mi ha raccontato quanto la guerra in Vietnam, combattuta da giovane, lo avesse cambiato. Il suo genoma non esprime nulla di tutto ciò, naturalmente, ma allora perché la tesi deterministica secondo la quale saremmo pilotati dai nostri geni e non avremmo alcuna libertà di reagire alle esperienze di guerra in questo o quell’altro modo?
Facciamo ancora un esempio: nella rivista scientifica Nature Genetics è uscito di recente un articolo nel quale veniva dimostrato da ricerche svolte in tutto il mondo che sono i geni a determinare se i giovani diventino o meno fumatori. Lo studio documentava per la prima volta i fattori genetici a causa dei quali nei recettori cerebrali della nicotina si determina in quale modo si sviluppi la dipendenza e il comportamento rispetto al fumo. Io ho fumato molto dal 1956 al 1976, poi ho smesso da un giorno all’altro. Come ho potuto farlo? La ricerca genetica, per quanto ho potuto seguirla, ha da tempo oltrepassato, nei suoi seri esponenti, questo riduzionismo ideologico.
L’immagine della competitività del gene egoista, delineata da Richard Dawkins nel 1978, è influenzata dal darwinismo sociale. I geni sono di fatto più flessibili dei corpi solidi, si «attivano e disattivano» e reagiscono essi stessi agli influssi ambientali. Le nostre esperienze e le nostre relazioni con altre persone, in cui facciamo esperienza di accoglienza o di rifiuto, influenzano anche il funzionamento dei nostri geni. Il medico tedesco Joachim Bauer, che si occupa di psicosomatica, afferma quindi: «I geni non pilotano soltanto, sono anche pilotati» ( Principio Umanità, 2006). Anche nelle ricerche sull’intelligenza vengono considerate oggi più le condizioni di vita che le predisposizioni genetiche.
Giungo al risultato secondo cui il determinismo genetico e neurologico non è in grado di abolire la nostra libertà, la nostra responsabilità né la nostra imputabilità. Lo si può approvare o rincrescersi, ma le ideologie non spiegano solo i risultati di alcune ricerche, rappresentano anche sempre gli interessi di una parte. Chi ha oggi interesse ad abolire la nostra libertà e a rendere manipolabili gli uomini?
(traduzione dal tedesco di Daria Dibitonto)

Repubblica Firenze 12.9.10
Alla Nazionale partita la corsa ai depositi digitali. Con pochi fondi
Se la Biblioteca entra nel web
L´istituzione fiorentina è impegnata in una complessa trattativa con gli editori per tutelare i diritti sui testi da consultare on line

E che si è ritrovata giocoforza a presidiare la nuova frontiera della «memoria digitale». Con tanta voglia di buttarsi a capofitto nella nuova avventura, «ma come sempre senza averne i mezzi» protesta la direttrice Antonia Ida Fontana, che da qui a novembre, quando andrà in pensione, giocherà, promette, «il tutto e per tutto». La sfida, appunto, è alta: come attrezzarsi pur dovendo continuare, finché ci sono, a raccogliere i testi cartacei per acquisire, catalogare e conservare anche quelli digitali, in presenza, nota la direttrice della Biblioteca, «di tecnologie ‘volatili´, in evoluzione continua, che rendono obsoleti hardware e software nel giro di pochi mesi». E in mancanza, come al solito, di fondi sufficienti, sia ad acquisire le nuove tecnologie che a formare il personale, «superando la fase dell´autodidattica».
I 580 mila euro triennali «finora gli unici» sottolinea Fontana «messi a disposizione dal ministero» consentiranno intanto, entro il 2012, di mettere a regime tre nuovi «depositi digitali», con dentro tutto quello che è già disponibile on line, due dei quali aperti alla consultazione (quelli di Firenze e Roma), e uno (alla Marciana di Venezia) tenuto come dark archive chiuso, con dentro gli stessi file e tutti dotati dei massimi requisiti di sicurezza fisica e informatica. Tre diversi provider, a cui sono già stati affidati con una gara, gestiranno altrettanti, enormi server, in modo da avere sempre un «deposito» o due di dati di riserva qualunque cosa accada.
Il che, in ogni caso, non significherà affatto, per adesso e di sicuro per un bel po´, abbattere i costi rispetto alla conservazione di testi cartacei in magazzini «fisici». Agli investimenti necessari alla gestione avanzata e sicura dei nuovi «depositi digitali» vanno infatti aggiunti quelli sul cosiddetto harvesting, cioè la raccolta sulla rete di tutto ciò che già è, e sempre più sarà, on line, tramite accordi con gli editori per ottenere le «chiavi» di accesso ai testi. Nonché quelli sul trattamento dei file, ai fini sia della loro conservazione nei tre «depositi digitali», che della loro utilizzabilità (tramite ‘meta-dati´, cioè informazioni di base sulle caratteristiche di ognuno di essi) da parte delle tecnologie del domani. Per il futuro, insomma, bisognerà evitare quel che è successo con i floppy disk, diventati praticamente inutilizzabili una volta spariti i vecchi pc.
Da anni agganciata a progetti europei sulla digitalizzazione della memoria, da due la Nazionale è impegnata in una concreta sperimentazione, che ha già consentito di caricare via via sui server della Biblioteca, e trasferire poi su file, le tesi di dottorato, mentre nel giro di tre anni dovrebbe essere in grado di offrire un catalogo digitale di tutto ciò che si pubblica in Italia, libri e periodici. Ma a questo stadio della rivoluzione digitale, uno degli ostacoli principali è ancora l´accordo con gli editori. Mettendo a disposizione di tutti i nuovi meta-testi, infatti, la Biblioteca non dovrà danneggiare chi continua pur sempre ad accollarsi gli investimenti necessari alla produzione di ciò che si legge, su carta o on line: «Vorrei tranquillizzarli» avverte Fontana, «nessuno ha intenzione di entrare in concorrenza con loro». Allo studio, infatti, «oltre a possibili modelli di convenzioni e licenze d´uso dei testi, ci sono precise forme di restrizione dell´accesso ai file (che in nessun caso, comunque, saranno scaricabili o stampabili»): come la consultazione obbligata da una postazione interna alla biblioteca, da parte di un solo utente alla volta, registrato con una password e ben riconoscibile. O anche, ovviamente in accordo con gli editori, l´offerta di meta-testi scaricabili solo a pagamento.
La rivoluzione tecnologica incalza, insomma. Ma intanto, e almeno finché non si smetterà di stampare anche su carta, i magazzini digitali non risolveranno il cronico problema della mancanza di spazio. Mentre bisogna ancora litigare perché una delle massime istituzioni culturali italiane possa ottenere il minimo indispensabile per vivere. Dalla direttrice della Nazionale parte infatti, ancora una volta, un drammatico appello: se non verrà al più presto ristrutturata la vicina ex caserma Curtatone e Montanara, già assegnata dal Demanio e dove deve trovar posto l´intera emeroteca oggi ospitata nella sede centrale e al Forte Belvedere, «entro 4-5 anni esploderemo». Senza contare che, come al solito, manca il personale anche per i servizi essenziali, cioè il prelievo e la consultazione dei testi: 7 persone in out-sourcing, per pagare le quali (10 mila euro al mese) ci sono fondi solo fino al 30 novembre. Dopo di ché, dice Fontana, «si dovrà chiudere per mezza giornata». E non basta: causa i tagli della finanziaria per il 2011, «dall´inizio del nuovo anno, se il ministero non interviene, potremo non avere i soldi neanche per pagare le bollette della luce e del riscaldamento, che è come dire dover chiudere del tutto».