lunedì 13 settembre 2010

l’Unità 13.9.10
La scuola precaria
di Mila Spicola

Metto subito le mani avanti: non sarò obiettiva. Ci sono gli ultimi miei tre anni nella manifestazione di ieri. 12 settembre 2010, appuntamento alla stazione centrale di Palermo, alla volta di Messina, per “occupare lo Stretto” a difesa della scuola, a difesa della Sicilia, a difesa del lavoro. («Emma, ma come cavolo lo occupi lo Stretto? Che faremo? Ci buttiamo a mare?») A difesa di tutto quello di bello e giusto ci venga in testa quando intorno di bello e giusto ne vediamo sempre meno a Palermo, in Sicilia. In Italia. Un ponte, un simbolo: il ponte che non s’ha da fare, quello di cemento e quello che s’ha da ricostruire: la solidarietà. Ci ritroviamo lì alle 7.30 una domenica mattina, alla spicciolata, e la retorica sparisce all’istante. Ecco Luigi Del Prete, laurea in filosofia, precario napoletano, “emigrato” per amore a Palermo, Dario Librizzi, calato giù dalle montagne madonite, storico dell’arte, precario anche lui, ecco Barbara Evola, la “donna megafono”, e poi a Messina ci aspettano “gli altri”, ci conosciamo quasi tutti: Emma Giannì, di Sciacca, una delle organizzatrici di questa giornata, Claudia Urzì, la pasionaria di Catania, Antonella Vaccaro, che è arrivata con gli altri da Napoli.. E poi..Sul pullman monta la solita discussione: «Voi del Pd» e «Voi del Cps» e «Voi altri di Sel»... per poi finire a litigare ferocemente di valutazione dei ragazzi, di meritocrazia, di formazione permanente dei docenti. La valutazione dei docenti: questo vuole l’opinione pubblica, no? Ma come valutare il merito di un ragazzo e di conseguenza del suo professore? Non sarebbe meglio un rigore estremo nella formazione degli insegnanti, un aggiornamento continuo ma adeguato? Mi replica Luigi. Non gli aggiornamenti astrusi e astratti, ma sulla gestione dei conflitti, sui nuovi linguaggi, sul mondo globale. Siamo gente di scuola noi, precari o non precari, noi sì che possiamo accapigliarci su queste cose, altri, no, vi prego no. Intorno la scuola si sfalda, mentre studiano il pelo della valutazione.
Gli ultimi due anni di proteste solitarie ci scorrono come un sottotesto: «Quanti saremo secondo te?». A differenza delle tante altre volte, ci confortano i pullman prenotati. Cinque da Palermo, tre da Trapani, ogni provincia è coperta. Mi piace l’idea di veder gente nuova, mi piace meno l’idea della “protesta dei precari”. È la scuola che è precaria, lo dico e lo ripeto, ce lo ripetiamo da mattina a sera. Dobbiamo convincere la casalinga di Mestre, mica noi stessi.
Antonella mi racconta che a Sciacca si è formata una classe di prima liceo scientifico di 38 ragazzi con disabile annesso. Ho gli occhiali da sole e non mi vergogno a dire che mi spuntano le lacrime. Anch’io nel 1980 iniziai il ginnasio in una classe di 33, ci siamo maturati in 16 dopo cinque anni. È questo quello che vogliamo? Una bidella, ops, “personale ata”, mi racconta di una scuola con le porte divelte. Nulla di nuovo sul fronte occidentale: ho trascorso un anno intero in una delle mie classi senza porta. Ma a chi frega? La colpa sarà comunque di un insegnante fannullone. Siamo a Messina. Sul molo, di fronte agli imbarcadero. Tanti, tantissimi. A grappoli come in un film di Gianni Amelio. La scuola s’è desta? Resta da svegliare gli italiani.

l’Unità 13.9.10
«Prepariamo il risveglio italiano». E sfida il governo su scuola, lavoro, ricerca, fisco, immigrazione
Bersani mobilita il partito: «Il governicchio non durerà»
di Simone Collini

Comizio affollato e applaudito
per concludere la Festa del Pd a Torino. Bersani attacca il «governicchio», lo sfida sulle elezioni e sui temi concreti: precariato, scuola, lavoro, fisco. «Il voto? Sono loro ad aver paura».

Attacca il premier, sfotte la Lega, invita gli alleati a smetterla di prendersela col Pd per far vedere quanto sono antiberlusconiani e ricorda agli stessi compagni di partito che in un “collettivo” ognuno deve caricarsi delle proprie responsabilità: “Non accetterò che ci si tiri la palla in casa, se la palla è di là nel loro campo”. Ma soprattutto, Pier Luigi Bersani chiude la Festa democratica di Torino parlando delle proposte del Pd per determinare quel “risveglio italiano” di cui c’è bisogno dopo questi anni di cura berlusconiana: “Perché sia chiaro, siamo un partito di governo momentaneamente all’opposizione”.
Piazza Castello è gremita di gente, “rimbocchiamoci le maniche” è lo slogan che campeggia sul palco. Bersani si arrotola le sue prima di avvicinarsi al microfono, poi comincia a parlare e scatta forte l’applauso quando promette una “opposizione durissima contro questo governicchio”, si levano risate quando dice che la Lega, “quella della spada che non conosce fodero, ormai fa da sottovaso al Cavaliere”, partono fischi all’indirizzo di Berlusconi quando, dopo aver dedicato la conclusione della Festa ad Angelo Vassallo, Bersani critica duramente il comportamento del premier di fronte all’uccisione del sindaco di Pollica per mano di “bestie criminali”: “Il Parlamento europeo gli ha dedicato un minuto di silenzio, il nostro presidente del Consiglio non ha trovato una parola per lui”. E poi è un boato quando il segretario del Pd sfida Berlusconi e Bossi: “Ma se abbiamo cosi paura noi, perché ve le siete rimesse in tasca voi le elezioni? Quando ci sarà il voto anticipato, perché tutti lo vedono che tre anni sono troppo lunghi, noi comunque saremo pronti”.
L’immagine, dopo oltre un’ora di intervento e applausi, è che c’è un leader di partito e c’è un popolo che vuole darsi da fare. Bersani si appella al senso di responsabilità del gruppo dirigente, quella quarantina di personalità sedute sul palco dietro di lui e tutti gli altri che a Torino non sono venuti. Perché presto o tardi che si vada alle urne, il Pd ci dovrà arrivare senza bastoni tra le ruote e avendo saputo trasformare questa voglia di partecipazione in forza organizzata. “Non possiamo più guardarci la punta delle scarpe, abbiamo scelto di non essere un partito personale perché non crediamo in una democrazia personale”, dice annunciando per l’autunno “una grande mobilitazione” e invitando chi ha responsabilità di partito a “muoversi assieme, combattere assieme, rimboccarsi le maniche tutti assieme”. Di fronte alla “crisi conclamata del centrodestra” e in un momento come questo in cui “l’immagine dell’Italia all’estero è devastata”, ora che “Berlusconi e la Lega hanno lasciato il Paese senza un’idea di futuro, gli hanno rubato l’orizzonte”, con “il berlusconismo che ha accompagnato lo scivolamento dell’Italia, ha favorito la disarticolazione del Paese e ne impedisce la riscossa”, è il messaggio che vuole lanciare, sta all’opposizione dimostrarsi un’alternativa credibile. Ribadisce che la soluzione migliore sarebbe un breve governo di transizione che porti a una nuova legge elettorale per poi andare alle urne. Ma anche che il Pd è pronto, lavorando per dar vita a un “nuovo Ulivo”: “Meccanismi di alleanza non affidabili come l’Unione non li vogliamo più”.
Per questo presenta una sorta di manifesto del Pd, fatto di proposte sul fisco (meno tasse su lavoro e impresa e maggior carico su rendite e patrimoni), immigrazione (cittadinanza italiana per i figli di immigrati), innovazione, ricerca, lavoro. Un tema a cui tiene molto. A Tremonti, nel giorno dopo la drammatica morte dei tre operai di Capua, dice che le normative sulla sicurezza non sono affatto “un lusso”. E al governo, che lavora per dividere i sindacati, dice: “C’è molta tensione in giro. Se un governo accende i fuochi, chi li spegnerà?”.

Repubblica 13.9.10
Il pdl sotto il 30% a sinistra giochi aperti
di Ilvo Diamanti

Le difficoltà del Cavaliere riflettono la crescente sfiducia nel governo: undici punti in meno in tre mesi
L´Udc tiene ma non cresce e non pare in grado d´imporre l´alternativa di Centro Pd, Bersani regge

L´orientamento degli italiani, in questa fase, appare piuttosto disorientato. Riflesso del disordine che attraversa il sistema politico. Il sondaggio dell´Atlante politico di Demos condotto nei giorni scorsi fornisce, al proposito, molte tracce interessanti.
E una chiave di lettura: l´origine del disordine è, soprattutto, Silvio Berlusconi. Da 16 anni punto di riferimento – attrazione e divisione - del sistema partitico e degli atteggiamenti sociali. Oggi appare in difficoltà, insieme al PdL. Non solo in Parlamento, dove i numeri non garantiscono più la maggioranza (certa) alla maggioranza. Anche fra gli elettori. Il PdL, infatti, aveva conquistato il 37% alle elezioni del 2008. Ora, nelle stime di voto, è sceso appena sotto al 30%. Così il Pd, attestato un poco oltre il 26%, in questa corsa all´indietro fra i partiti maggiori, ha ridotto il distacco. Lega e IdV, gli alleati-concorrenti, non si sono rafforzati. La Lega si mantiene intorno all´11%. Ma, rispetto alla precedente rilevazione di giugno, appare in lieve calo. Mentre i consensi all´IdV, negli ultimi mesi, si sono ridotti in modo vistoso (circa 3 punti rispetto a giugno). Il fatto è che sul mercato elettorale si sono affacciati altri leader e partiti, che, secondo l´Atlante, ottengono consensi crescenti. Fini, Vendola e Grillo. FLI, SEL, il Movimento 5 stelle. Così il gioco politico è divenuto più competitivo. E, come abbiamo detto, più instabile. Prima causa, il declino elettorale del PdL e il parallelo appannarsi dell´immagine di Berlusconi. La cui condotta, in questa fase, è giudicata almeno "sufficiente" (con un voto pari o superiore a 6) dal 37,6% degli italiani. Si tratta della valutazione peggiore nella storia di questo governo: 5 punti meno di tre mesi fa, 10 rispetto alla rilevazione dello scorso febbraio.
I dati dell´Atlante di Demos suggeriscono, al proposito, alcune spiegazioni.
1. Le difficoltà del PdL e di Berlusconi, in questo momento, riflettono, anzitutto, la crescente sfiducia nel governo. Oggi ha l´approvazione del 30% degli elettori: 11 punti meno di tre mesi fa. Il minimo da quando è cominciata la sua esperienza. Certo, neppure l´opposizione gode di buona salute. Ma questa non è una novità. Semmai un´aggravante, per la maggioranza. Peraltro, anche il giudizio nei confronti delle politiche del governo è negativo. Soprattutto riguardo alle tasse, al federalismo ma in particolare alla disoccupazione. Vero fattore di depressione sociale. Migliore appare il giudizio sull´azione di contrasto alla corruzione (forse per "merito" delle dimissioni di alcuni ministri) e alla crisi economica. Ciò giustifica il consenso verso Tremonti. Il quale ha perduto oltre 6 punti di gradimento negli ultimi mesi, ma resta, comunque, il più apprezzato, tra i leader politici. Molto più del premier.
2. Il sostegno a Berlusconi e al PdL è complicato anche dal conflitto con Fini e con FLI. Certo, Fini ha perduto molta della fiducia di cui disponeva in passato. Ma è, comunque, ancora molto popolare (41,7% di giudizi positivi). E la sua formazione politica, il FLI, nelle stime elettorali, ha superato il 6%. Attingendo voti da centro-sinistra, ma anche da destra. Dove intercetta il consenso di molti "vecchi" elettori di AN che non hanno mai accettato l´ingresso nel PdL. Il partito del premier, dunque, paga la delusione dei settori più tiepidi della propria base e il disamore dei nostalgici di AN. Non a caso, il PdL pare tornato al livello di consensi elettorali ottenuti nel 2001 da Forza Italia. Da sola.
3. Sulla sfiducia verso il premier e il principale partito di governo pesa anche la sensazione di instabilità politica, in un momento particolarmente grave per l´economia. Infatti, la maggioranza (per quanto ridotta) degli elettori pensa – realisticamente –che la legislatura finirà prima della scadenza. Per colpa di Berlusconi.
4. Parallelamente, si percepisce un certo fastidio per il divario abissale tra i problemi della società (soprattutto il lavoro) e i temi del dibattito politico - imposti dal governo e dal premier. La polemica con Fini, il conflitto infinito con la magistratura. Verso cui, non a caso, cresce sensibilmente la fiducia dei cittadini. Mentre il consenso nei confronti del Presidente Napolitano (80%) testimonia quanto sia ampia, nella società, la domanda di stabilità e di moderazione. In questa fase precaria ed esagerata.
5. La Lega, per la prima volta dopo tanto tempo, perde qualcosa nelle stime elettorali. La tecnica di presentarsi come partito di opposizione e di governo, praticata dalla Lega con grande abilità, forse, comincia a logorarsi. E a logorare. D´altronde, è difficile partecipare a un governo impopolare senza venirne, in qualche misura, contagiati. Chiamarsi dentro e fuori, a seconda del momento. Reclamare il voto un giorno sì e l´altro anche. Senza far seguire alle minacce comportamenti coerenti. Rischia di far perdere credibilità. Anche il federalismo, evocato e invocato, dalla Lega. Non si sa quando e se arriverà. Ed è visto come un pericolo da metà del paese. Il Sud. Dove la Lega non prende voti. Ma il PdL sì.
6. Questo clima di instabilità coinvolge anche il resto dello schieramento politico. L´Udc tiene. Ma non cresce. Non pare in grado di imporre l´alternativa di Centro. Perché il Centro, da solo, non è ancora alternativo. Costruire il Partito della Nazione, insieme a FLI, API e altri soggetti, come ha annunciato Casini, potrebbe allargare la concorrenza, invece dei consensi.
Anche a Centrosinistra il gioco è aperto. Soprattutto a Sinistra. Dove il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo e il Sel di Nichi Vendola fanno concorrenza soprattutto a Di Pietro. Il quale, per la prima volta, dopo molti anni, perde consensi, nelle stime elettorali.
7. Nel centrosinistra, la competizione si è aperta anche per quel che riguarda la leadership. Bersani, tutto sommato, tiene. Ma in testa alle preferenze degli elettori di Centrosinistra oggi troviamo Vendola e Chiamparino. Praticamente alla pari. A ridosso di Tremonti (anch´egli candidato alla leadership. Del Centrodestra). Un buon segnale in vista delle primarie annunciate, in caso di elezioni. Se saranno primarie vere…
In generale, come diceva qualcuno prima di noi, c´è grande disordine sotto il nostro cielo. Annuncia grandi cambiamenti. Non è detto che le cose, in seguito, andranno meglio. Ma peggio di così ci pare francamente difficile.

Repubblica 13.9.10
Lo schema di alleanze di Bersani: no a Rifondazione. Pd, Idv, Sel e Udc per l´alternativa a Berlusconi
E il segretario traccia il Nuovo Ulivo "Vendola e Di Pietro, poi Casini"
di Goffredo De Marchis

"Nichi e Tonino devono rinunciare ai veti, alle esclusioni. Questa è la nostra offerta"
"Le primarie? In grado di farle anche in pochi giorni, anche se si votasse tra 3 mesi"

TORINO - La camicia bianca da strizzare dopo due ore sotto il sole, Bersani spiega lo schema di alleanze che ha in mente. «Nel Nuovo Ulivo per me ci sono Vendola e Di Pietro». E la bacchettata assestata all´ex pm? Il segretario, davanti alla sua gente, ha ammonito l´Idv: «Finiamola coi giochetti del tipo che per far vedere quanto si è contro Berlusconi uno se la prende col Pd». Un monito, dice Bersani nel salottino dietro al palco riservato ai dirigenti. Ma Di Pietro, nel Nuovo Ulivo, c´è. Ossia, in un patto di governo vero e proprio che vada oltre le alleanze democratiche tutti dentro e l´idea di un governo di transizione rilanciata alla Festa di Torino ma oggi non più dietro l´angolo.
A Tonino e al governatore della Puglia Bersani propone però un patto più stringente. «Vanno unite le opposizioni, come si fa in tutti i Paesi del mondo. Non si vede perché in Italia dovrebbe essere diverso. Per questo sia Nichi sia Di Pietro si devono convincere a venire con noi per proporre un´alleanza programmatica a Casini. A loro bisogna dire di rinunciare ai veti, alle esclusioni. Questa è la nostra offerta». La variabile Casini, il suo interesse alla costruzione del terzo polo, Bersani non la sottovaluta affatto. «Ma anche lui prima o poi dovrà dare una risposta a un progetto serio e compiuto».
In questo schema il ritorno all´Unione è visto come il fumo negli occhi. «Una formula inaffidabile», taglia corto Bersani. «Rifondazione, con il Nuovo Ulivo, non c´entra. Non interessa né a noi né a loro. Si può fare un discorso sulla legge elettorale e sui paletti legati alla Costituzione, questo è il massimo. Ma tra Ferrero e l´ipotesi di governo esiste un muro invalicabile».
L´alternativa è un ballo a quattro: Pd, Idv, Sel e Udc. Quadro difficile da comporre, ma secondo Bersani non impossibile. Le primarie sono uno spartiacque, la condizione che Vendola ha messo in cima alla lista. E Bersani spalanca il portone: «Le primarie si faranno. Siamo in grado di organizzarle anche in pochi giorni, anche se si votasse tra tre mesi», garantisce. Prima però viene il programma. E le alleanze. Dopo, il voto nei gazebo. Dice il bersaniano Filippo Penati: «Il Pd non può essere solo il partito delle primarie. Bene ha fatto Pier Luigi a mettere al centro il lavoro e la legalità».
Il discorso di ieri fa parte del lungo cammino di Bersani verso la candidatura a premier. «E´ pronto a correre per Palazzo Chigi, mi sembra il succo», dice Andrea Orlando. Ma la partita è davvero agli inizi. I concorrenti continuano a essere una folla: Vendola, un esterno ai partiti come chiede Di Pietro, Veltroni e la sua voglia di riprovarci, Sergio Chiamparino che sul palco abbraccia il segretario, ma non rinuncia alle sue ambizioni. «Mi è piaciuto il discorso - dice il sindaco torinese - . La discussione continua». Bersani, spiega il primo cittadino, ha parlato ai suoi militanti e lo ha fatto bene. «Poi bisogna parlare a quelli che in piazza non c´erano». Sulle primarie la sua rinuncia è lontana. Un punto gli ha sollecitato l´abbraccio più di altri. «Il no all´Unione mi sembra chiaro, netto. Questo è molto importante».
Adesso il Pd è chiamato a lavorare su due fronti. La costruzione di un´alleanza complicata. E la speranza di una crisi di governo per andare all´esecutivo di transizione. «Su Bossi - annuncia il segretario - non mollo. Voglio far capire a lui e alla sua gente che non possono stare in quel pateracchio». Sia per l´uno che per l´altro obiettivo bisogna continuare a non entrare nei dettagli della legge elettorale. «Preferenze e nascita di un bipolarismo europeo e più civile», indica Bersani dal palco. Non cita modelli, non offre soluzioni chiuse. Anche perché il Pd adesso si prepara a un´altra stagione di opposizione dura.

Repubblica 13.9.10
Il Pdl scende sotto il 30% Finiani in forte crescita Sfida Tremonti-Vendola
Tra i leader Chiamparino stacca Fini
di Roberto Biorcio Fabio Bordignon

Rilevazione di Demos&Pi Futuro e Libertà mostra appeal soprattutto tra i 30-50enni e al Sud: attrae elettori di centrosinistra
Il Movimento 5 Stelle di Grillo tocca su scala nazionale il 3,6 e pesca a piene mani nel serbatoio dell´Italia dei Valori

Le turbolenze che attraversano la maggioranza e le parallele difficoltà dell´opposizione favoriscono, in questa fase, la domanda di cambiamento, che tocca sia i leader sia i partiti. In testa alla graduatoria delle figure politiche più apprezzate troviamo Tremonti (46%), secondo molti vero Presidente del Consiglio - d´altronde, Berlusconi si ferma otto punti più in basso. A pochissima distanza, il governatore pugliese Vendola (46%) e il sindaco di Torino Chiamparino (45%): figure che, in modo diverso, esprimono le istanze di rinnovamento emerse nell´area di centro-sinistra. A seguire, Fini che, nonostante il calo degli ultimi mesi, mantiene una posizione di rilievo (42%). E, nelle intenzioni di voto, le novità più interessanti sono fornite proprio dalle formazioni di Fini e Vendola, assieme al movimento di Grillo.
La neonata compagine di Futuro e Libertà per l´Italia, non ancora vero partito, supera già il 6%, con flussi in entrata provenienti soprattutto dal PdL (in calo dal 33.2 al 29.8%) e dalla zona grigia dell´incertezza e dell´astensione. Il suo elettorato somma componenti piuttosto eterogenee. Un nucleo di centro-destra (soprattutto di destra) che raccoglie i sentimenti di insofferenza verso il berlusconismo provenienti da quest´area. Ma anche una rilevante frazione di elettori di centro-sinistra, affascinati dal nuovo progetto e attenti al ruolo assunto da Fini. Tale trasversalità oggi premia l´ex leader di AN, ma in futuro potrebbe trasformarsi in un limite, nel momento in cui si delineerà con maggiore chiarezza la collocazione di FLI nell´offerta politica. Per ora, la formazione "futurista" è guardata con particolare interesse da persone con elevato livello d´istruzione e di età centrale (35-54 anni). La sua distribuzione territoriale appare piuttosto bilanciata, sebbene (coerentemente con il profilo dell´attuale gruppo parlamentare) la sua anima di destra sia radicata prevalentemente nel Mezzogiorno.
Nell´area di centro-sinistra, i fenomeni più interessanti sono costituiti dai risultati di SEL e del Movimento 5 Stelle. Il partito di Vendola, favorito dalla crescente visibilità (e popolarità) del governatore pugliese, guadagna oltre un punto rispetto a giugno, arrivando a sfiorare il 5%. Sottrae significativi consensi al PD (sostanzialmente stabile al 26.5%), ma anche all´IdV, catalizzando il voto di persone residenti nel Sud, con titolo di studio elevato e bassa pratica religiosa. Il movimento di Grillo, autentica sorpresa alle recenti regionali, sembra potersi ripetere a livello nazionale: i risultati del sondaggio lo collocano al 3.6%. Coerentemente con la sua natura di movimento nato sul web, presenta un elettorato giovane, istruito, residente nel Centro-Nord. Gestisce la protesta antipolitica, con modalità e contenuti che attirano ex-elettori del Pd e, in particolare, di Di Pietro. E´ proprio il partito dell´ex-magistrato (in pochi mesi dall´8.1 a 5.5%) a soffrire più di ogni altro l´emergere delle nuove opposizioni.

Corriere della Sera 13.9.10
La tentazione dei veltroniani: gruppi parlamentari autonomi
L’ex leader ha riunito i fedelissimi l’8 settembre e citato l’esempio di Fini
di Maria Teresa Meli

ROMA — Lui, Walter Veltroni, non c’era. E mancavano anche molti parlamentari che fanno riferimento all’ex leader del Pd. Non erano assenze casuali quelle alla festa di Torino, nel giorno del discorso di Pier Luigi Bersani.
I veltroniani si sentono sempre più lontani da questo Partito democratico in cui fanno fatica a riconoscersi. Se lo sono detti, una volta tanto senza infingimenti, né furbizie politiche, l’otto settembre, in una riunione dei parlamentari convocata dall’ex segretario nella sede della sua fondazione, Democratica. E per la prima volta in quella sede si è parlato dell’ipotesi di dare vita a dei gruppi parlamentari a ut o nomi. Un’operazione simile a quella fatta da Gianfranco Fini. E infatti Veltroni ha citato proprio l’esempio del presidente della Camera e di «Futuro e libertà».
Del resto, con il riavvicinamento del capogruppo a Montecitorio Dario Franceschini e di Piero Fassino alla maggioranza, la battaglia interna rischia di diventare un’aspirazione vana. Sono pochi quelli che hanno un seggio o un incarico da difendere che accettano di stare in minoranza e non si acconciano a dei compromessi con i bersaniani. Sia chiaro, ancora non c’è niente di definito. Si aspetta la Direzione convocata per la seconda metà di settembre e si cerca di capire se il Pd cambierà rotta o se, invece, proseguirà lungo il solco tracciato da Bersani e D’Alema. Ma che non si tratti solo di chiacchiere lo dimostra il fatto che sono stati già presi in esame i possibili nomi dei nuovi gruppi parlamentari. All’ex segretario non dispiace «Innovazione e Riformismo». Nel corso di quell’incontro, però, più d’uno ha sollevato qualche obiezione su questo nome. La parola «riformismo», è stato osservato, non ha molto appeal in Italia ed è un concetto non prontamente comprensibile in un Paese come il nostro. Meglio «Democratici per la libertà» che esprime un messaggio molto chiaro: siamo noi il vero Pd.
I numeri per fare un gruppo alla Camera e un’analoga pattuglia parlamentare al Senato ci sono. Quindi non è questo il problema. Lo è invece la durata della legislatura perché una precipitazione degli eventi renderebbe difficile l’intera operazione. Ma in quella riunione si è parlato anche d’altro. Delle primarie per la scelta del candidato premier del centrosinistra, per esempio. Il voto per Bersani è escluso, mentre è stato preso in considerazione un eventuale ticket Chiamparino-Vendola, come possibile tandem per affrontare il centrodestra nelle prossime elezioni.
Certo, è chiaro a tutti, e per primo allo stesso ex segretario, che la decisione di creare dei gruppi autonomi avrebbe dei contraccolpi inevitabili nel partito. Il nome di Veltroni è legato indissolubilmente al Pd. Lui ne è stato il primo segretario, lui ne parlava anni e anni fa, quando quel progetto veniva visto come un azzardo irrealizzabile dai suoi colleghi dei Ds. La mossa di Fini è niente in confronto, piuttosto sarebbe come se dal Pdl prendesse le distanze Silvio Berlusconi.
Dei contenuti di quella riunione è trapelato poco o niente. All’esterno del partito, almeno, perché dentro il Pd qualche eco di quell’incontro ha raggiunto anche gli esponenti della maggioranza dalemian-bersaniana. E ora diventano più comprensibili le parole che diceva l’altro giorno a un ignaro senatore il vice capogruppo a palazzo Madama, Nicola Latorre: «Vedrai che adesso Veltroni cercherà di fare come Fini, la sua strada è sempre più lontana dalla nostra».

Repubblica 13.9.10
Se il potere si apre alla società civile
La buona politica e la società civile
di Gustavo Zagrebelsky

Troppo scarsa l´attenzione alle forme di associazione spontanea e volontaria che si occupano della collettività. Cambiare la legge elettorale costituisce un´autentica emergenza
Nella lezione tenuta alla Festa del Pd i rischi che sono di fronte alle democrazie di oggi. I pericoli maggiori vengono dalle derive populistiche e dalle chiusure di casta

Pubblichiamo ampi stralci della "Lezione sulla democrazia" che Gustavo Zagrebelsky ha tenuto sabato alla Festa del Partito Democratico a Torino

"Politica" è una parola bastarda. Ha molti padri e madri. Non è sempre la stessa cosa. Dipende da chi la genera e per che cosa.
Per chiarire, mi avvalgo d´una citazione di George Orwell. Nel 1948, scriveva (in Writers and Leviathan): «Questa è un´epoca politica. La guerra, il fascismo, i campi di concentramento, i manganelli, le bombe atomiche sono quello a cui pensare». Se non si parlava di campi di sterminio e di genocidio, era per la diffusa ignoranza di ciò che era effettivamente accaduto nel cuore dell´Europa. Auschwitz sarebbe in seguito assurto a simbolo di una certa concezione della politica. Il che è certo molto imbarazzante per la politica stessa.
Questa visione della politica è terrificante. Ha come madre la potenza sopraffattrice, nelle relazioni tra i popoli e tra parte e parte, tra i dominatori e gli oppressi, all´interno dei popoli. L´uso di categorie primordiali come, ad esempio, quelle di amore e odio, per dividere il campo dell´agone politico, sono il riflesso di questa concezione della politica basata sulla malevolenza tra gli esseri umani.
La concezione opposta della politica è espressa in una frase di Aristotele. Se là la politica è violenza e prepotenza, qui «compito della politica pare essere soprattutto il creare amicizia» tra cittadini, cioè legame sociale (Etica Eudemia, 1234 b).
Con le parole di Hannah Arendt (Was ist Politik? - inediti del 1950, pubblicati nel 1993, trad. it. Che cosa è la politica? Torino, Comunità 2001, pp. 5 ss.), ciò che è proprio di questa concezione della politica è l´essere collocata infra, in mezzo, tra le persone. La virtù politica è propria di coloro che amano stare "con" le altre persone, non "sopra", nemmeno "accanto" o, peggio, "altrove"; di coloro che conducono la loro vita insieme a quella degli uomini e delle donne comuni, stando dentro le relazioni personali e di gruppo, quelle relazioni che, nel loro insieme, fanno, di una semplice somma d´individui, una società. Chi disdegna stare con le persone comuni, credendosi diverso, e il suo cuore batte piuttosto per i salotti, le accademie, le fondazioni culturali, le tavole rotonde, gli studi televisivi, potrà certo essere un´ottima persona. Ma non è adatto alla politica in questo senso. Ciò è così vero che, proprio gli uomini politici più distanti dalla vita della gente comune, che disprezzano, fanno a gara nel dar prova di atteggiamenti populistici e volgari, per far mostra d´essere uguali agli altri, "uno di loro"; in realtà offendendoli e insultandoli, nel momento in cui le trattano non come cittadini ma come plebe.
Forse non abbiamo mai pensato che tra tutti i regimi politici, la democrazia è l´unico che presuppone amicizia tra governanti e governati. I regimi autocratici o oligarchici, comportano separazione che, nel caso migliore, si traduce in indifferenza, in quello peggiore, in inimicizia e avversione. Solo la democrazia vive e si alimenta di un circuito di reciproca fiducia che può esistere solo a condizione che i governanti non si costituiscano in classe separata, solo a condizione che i cittadini comuni non li vedano come cosa diversa da sé.
Che significa classe separata? Innanzitutto che, una volta entrati in uno dei luoghi della politica, si sia acquisito il diritto di non uscirne mai più, fino a quando provveda la natura. I ceti o le caste delle società premoderne erano stratificazioni sociali alle quali si apparteneva dalla nascita alla morte. Oggi, al ceto politico di regola non si appartiene per diritto di nascita, anche se non manca, anzi si moltiplicano i casi di nepotismo, di familismo e di trasmissione ereditaria delle cariche politiche. In politica oggi, di norma, "si entra", o, come si dice autorevolmente, "si scende" (una volta si sarebbe detto "si sale" o si "ascende"), ma, una volta entrati non se ne vuole più uscire. Se proprio occorre lasciare un posto, ce n´è sempre un altro cui aspirare e che ci attende. Oggi quello che importa è entrare in un giro di potere. A che "giro" appartiene? ci chiediamo, vedendo qualcuno che "gira", per l´appunto, da un posto all´altro. Quando entri in un giro, non ne esci più, a meno che tu abbia tradito le aspettative di chi ti ci ha messo.
Questa è la separazione: tra chi, in un giro del potere, c´è e chi non c´è. E volete che chi non c´è non si senta mille miglia lontano da chi vi è dentro? Che non si consideri appartenere a un altro mondo? E, all´opposto, possiamo credere che chi è dentro non consideri chi è fuori un potenziale pericolo, un´insidia per la propria posizione acquisita, e non faccia di tutto per restarci aggrappato, impedendo accessi non graditi al proprio giro chiuso o, almeno, per gestirli secondo propri criteri, in modo che gli equilibri acquisiti non siano scossi? Ma questa è la sclerosi della politica. Quando si sente dire che occorre promuovere il rinnovamento della classe dirigente e, per questo, bisogna "allevare" nuove leve politiche, il linguaggio – l´allevamento - tradisce perfettamente l´orizzonte culturale in cui si pensa debba avvenire il cosiddetto "ricambio", quel ricambio che tutti a parole dicono necessario ma che, secondo l´idea dell´allevamento, è perpetuazione dello status quo che produce cloni.
Di quest´atteggiamento di separatezza e, in definitiva, di inimicizia, testimonianza eloquente è l´atteggiamento del mondo politico nei confronti della cosiddetta "società civile", un´espressione e un concetto che non ha mai goduto di buona fama, soprattutto a sinistra. Questa è una lunga storia che sarebbe da ricostruire interamente, a partire da quando, dopo la Liberazione, effettivamente la pretesa dei partiti di rappresentare tutto ciò che di "politico" vi era da rappresentare, era giustificata. Ma oggi? Oggi, una società civile è difficile negare che esista. Dobbiamo capirci. Assai spesso – per squalificarne il concetto stesso – la si intende come "i salotti" dove s´incontrano persone disparate che presumono d´essere élite del Paese e si auto-investono di chissà quale compito salvifico, o come lobby più o meno segrete o gruppi d´interesse settoriale che curano i propri affari, legalmente e talora anche illegalmente tramite corruzione o collusione. Da tutto ciò, che ha niente a che fare con la democrazia, la politica dovrebbe guardarsi. Da questa "società civile", piuttosto "incivile", chi si occupa di politica dovrebbe cercare di stare lontano, il più possibile.
Ora, chi vuole difendere il circolo chiuso della politica e i suoi sistemi di cooptazione demonizza la società civile identificandola con questi ambienti. Ma è un´operazione che sa di diversivo, cioè di tentativo di spostare l´attenzione su un falso obiettivo, effettivamente indifendibile.
La società civile esiste, ma è un´altra cosa: è l´insieme delle persone, delle associazioni, dei gruppi di coloro che dedicano o sarebbero disposti, se solo ne intravedessero l´utilità e la possibilità, se i canali di partecipazione politica non fossero secchi o inospitali, a dedicare spontaneamente e gratuitamente passione, competenze e risorse a ciò che chiamiamo il bene comune. Quante sono le persone, singole e insieme ad altre, che a partire dalle tante e diverse esperienze, in tutti gli ambiti della vita sociale, a iniziare dai più umili e a diretto contatto con i suoi drammi e le sue tragedie, sarebbero disposte a dare qualcosa di sé, non per un proprio utile immediato, ma per opere di più ampio impegno che riguardano la qualità, per l´appunto civile, della società in cui noi, i nostri figli e nipoti si trovano e troveranno a vivere? Da quel che mi par di vedere, tantissime. Quando si parla di politica e di sua crisi, perché l´attenzione non si rivolge a questo potenziale serbatoio di energie? Non per colonizzarle, ma per trarne, rispettandone la libertà, gli impulsi vitali. In fin dei conti, sono questi "servitori civili", quelli che più di altri conoscono i problemi e le difficoltà reali della vita nella nostra società. C´è più sapienza pratica lì che in tanti studi accademici, libri, dossier che spesso si pagano fior di quattrini per rimanere a giacere impilati. Perché c´è così poca attenzione e apertura, anzi spesso disprezzo, verso questo mondo?
La risposta alla domanda formulata sopra è semplice: la scarsa attenzione, se non l´ostilità, dipende dalla difesa di rendite di posizione politica che sarebbero insidiate dall´apertura. Non c´è da fare tanti giri di parole: è la sempiterna tendenza oligarchica del potere costituito. Viene in mente la frase dell´abate Siéyès con la quale inizia il celebre libello "Che cos´è il terzo stato", un testo che contribuì a creare autocoscienza in chi allora – la Francia pre-rivoluzionaria – chiedeva riforme: "Che cos´è il terzo stato? Tutto. Che cos´è stato finora nell´ordinamento politico? Niente. Che cosa domanda? Diventare qualcosa". Noi potremmo tradurre: "Che cos´è la società civile? Molto. Che cosa è nell´ordine politico? Quasi nulla. Che cosa occorre che diventi? Qualcosa".
Sotto questo punto di vista, c´è oggi in Italia una specifica situazione d´emergenza politica e democratica, rappresentata dalla legge elettorale vigente, con la quale rischiamo di essere chiamati alle urne, nel momento in cui – col favore dei sondaggi- piacerà a chi di dovere. Questa legge sembra, anzi è, fatta apposta per garantire l´impermeabilità del ceto politico, la sua auto-referenzialità, per munire la sua separatezza. È una legge, nella sua essenza, dello stesso tipo di quelle vigenti nelle dittature di partito. Il fatto che non vi sia "il" partito, ma vi siano "i" partiti, non cambia il giudizio. La sua ratio, come direbbero i giuristi, può esprimersi così: dall´alto discende il potere e dal basso sale, o si fa salire, il consenso. Ma questa non è democrazia. E´, se si vuole," democratura", secondo la felice e, al tempo stesso orrenda, espressione dell´esule bosniaco Predrag Matvejevic. Col sistema elettorale attuale, i vertici dei partiti – tutti quanti – dispongono dell´intero potere di definire chi formerà la rispettiva corte in Parlamento. Non è poca cosa per loro e questo spiega il fatto che, a suo tempo, quando fu approvato, non ci sia stata una reazione adeguata. Il potere si è capovolto e cominciamo ad accorgercene. E ci accorgiamo di quanto ciò finisca per alimentare sentimenti, risentimenti e atteggiamenti anti-politici, da cui tutti, meno i demagoghi, hanno molto da perdere.
La ragione per non andare più a votare con questa legge elettorale non si riduce alla pur rilevantissima stortura ch´essa comporta: il fatto cioè che deputati e senatori siano nominati dall´alto, senza alcuna possibilità d´influenza degli elettori, altro che nel distribuire il numero di "posti" che spettano all´uno e all´altro partito, assegnati poi a questo o quello per beneplacito altrui. La posta è assai più grande: per i partiti è il dilemma tra l´apertura alla società o la chiusura; per i cittadini tra la politica e l´antipolitica, tra la partecipazione e l´esclusione politica, tra la fiducia nella democrazia e il risentimento contro la democrazia.
Quando parliamo di democrazia, però, non pensiamo solo a partiti, elezioni, parlamenti, governi, e cose di questo genere. In una parola, non pensiamo solo a forme e istituzioni politiche, cioè a tecniche di governo. Pensiamo anche a una sostanza della società.
Ora, la domanda da porre è se ci può essere democrazia come forma in una società non democratica. La risposta è sì. Ci può essere. Ma che genere di democrazia? La democrazia come tecnica di governo, innestata su una realtà sociale non democratica, non fa che amplificarne e moltiplicarne i caratteri non democratici o antidemocratici, rappresentandoli, generalizzandoli e, per così dire, rendendoli obbligatori per tutti. Per esempio, noi non diremmo certo che una società a maggioranza razzista e xenofoba è democratica. Questa società può senz´altro governarsi in forme democratiche, cioè la maggioranza può imporre per legge la sua visione del mondo razzista e xenofoba. Questo ci dice che la democrazia, intesa solo come forma di reggimento politico, non è affatto più tranquillizzante di altre. Sotto certi aspetti, anzi, fa più paura, perché ha dalla sua la forza del numero. Questo spiega il fatto che la democrazia può essere, o diventare, odiosa al pari e forse più di altre forme politiche. Ciò accade quando alla forma (democratica) del potere corrisponde una sostanza non democratica della società.
Ma che cosa è una società non democratica? In breve: una società in cui esistono discriminazioni e disuguaglianze, tali che una parte, per così dire, viva bene sopra un´altra che vive male e questa differenza alimenta odio e violenza. Usciamo dal generico: è una società dove qualcuno possa dire: "questa è casa mia" e tu sei un intruso ch´io posso escludere e respingere a mio piacimento; dove, se non ti "integri", cioè non ti rendi irriconoscibile nella tua identità, non hai diritto di cittadinanza; dove la povertà e il disagio sociale sono abbandonati a se stessi, nella solitudine; dove il lavoro non è considerato un diritto, ma solo un fattore dell´impresa subordinato alla sua logica e dove i disoccupati e i precari sono solo un accidente fastidioso di un "sistema" e non un problema per tutti; dove l´istruzione e la cultura sono riservati ai figli di coloro che possono; dove la salute è il privilegio di chi può permettersi d´affrontare le spese che la sua cura comporta. Noi avvertiamo queste discriminazioni in modo sempre più acuto. La povertà, l´insicurezza e la solitudine aumentano, anche se spesso hanno vergogna di mostrarsi, come bene sanno coloro che operano nei servizi sociali, pubblici e privati. Il divario tra chi può curare la propria formazione culturale e chi non può aumenta, e spesso si manifesta in questa forma odiosa e umiliante per il nostro Paese: chi può manda i suoi figli fuori dell´Italia. La disuguaglianza giunge a segnare i corpi, divide quelli bene curati e quelli degradati: addirittura lo stato dei denti è diventato, anzi ri-diventato qual era un tempo, segno di condizione sociale.
E noi vorremmo che tutto ciò non ingeneri inimicizia sociale? Sarebbe ingenuo sperarlo. E vorremmo che chi sta dall´altra parte della società, quella che dal basso guarda a quella che sta in alto, non nutra diffidenza, per non dire di più, verso una democrazia che accetta questa loro condizione? Una condizione che non giustifica certo, ma spiega il carattere violento dei rapporti anche quotidiani tra le persone, di chi si sente più forte sul più debole e del debole come reazione al forte, nelle infinte situazioni in cui quel divario può essere fatto valere, nelle famiglie, nella strada, nelle scuole, nelle fabbriche, nei rapporti tra uomo e donna, tra "normale" e "diverso", eccetera. È all´opera l´incultura della sopraffazione che è l´esatto opposto dell´ethos necessario alla democrazia.
Qui, nella denuncia della mentalità dilagante, nella difesa e promozione di una cultura della convivenza e nell´azione per contrastare l´incultura della violenza, c´è un compito che ci riguarda tutti, in quanto questa società non ci piaccia affatto. Ci riguarda come cittadini cui la democrazia sta a cuore come un bene cui non vogliamo rinunciare. Ma riguarda anche i cittadini che militano in partiti politici che hanno la parola democrazia nelle proprie ragioni fondative o addirittura nel proprio simbolo. Ecco un´altra buona ragione per abbandonare l´idea che la politica si faccia principalmente nelle stanze dei palazzi del potere o negli uffici delle burocrazie di partito, che il buon politico sia quello esperto di "scenari", alchimie, tattiche e strategie. Tutto questo è importante, ma non basta. Siccome non basta, abbiamo il dovere di chiederci: dove siamo quando nel nostro Paese si avvelenano i rapporti tra le persone, nelle tragedie dell´immigrazione come in quelle delle famiglie di senza-lavoro e nei drammi del lavoro senza sicurezza; nelle proteste per una scuola che affonda come nella tragedia di chi è colpito dalla forza scatenata della natura: nei nostri uffici o tra chi ha bisogno di solidarietà? Ecco perché è necessario stringere i rapporti tra partiti e società, abbandonare l´idea e le pratiche che fanno pensare che gli uni possano fare a meno dell´altra, e viceversa.

l’Unità 13.9.10
«Il totalitarismo può sempre tornare. Anche in Occidente»
La pensatrice che ha visto il nazismo e lo stalinismo da Mantova ricorda che il pericolo resta. Oggi teme anche l’islamismo estremo (non l’Islam)
Intervista ad Agnes Heller
di Maria Serena Palieri

È una testimone speciale del ‘900, quella che il Festivaletteratura di Mantova permette di incontrare, nelle sue giornate conclusive. Ebrea-ungherese, nata nel 1929, Agnes Heller è scampata alla Shoah e ha sperimentato sulla sua pelle lo stalinismo. Alla luce della sua esperienza concreta, signora Heller, ma anche della sua riflessione filosofica, quali sono analogie e differenze tra i due totalitarismi?
«Tutti i totalitarismi hanno una caratteristica specifica, una specie di bussola ideologica per distinguere ciò che è permesso e ciò che è fuorilegge. In comune nazismo e stalinismo avevano un partito totalitario e un leader che stabiliva cos'era lecito e cos'era vietato. La differenza era nel contenuto: per il nazismo erano gli ebrei il nemico da sterminare, per Stalin, che pure coltivava elementi antisemiti, il nemico pubblico numero 1 invece era quello di classe e, accanto, i trotzkisti. Il nazismo concedeva la proprietà privata ma impediva rapporti sessuali tra razze diverse, nell'Unione Sovietica al contrario potevi fare sesso con chiunque ma la proprietà privata era fuori legge. L'ideologia ti dice che esistono legalità e ciò che è fuori legge, poi a decidere cos’è il partito. Per stare all'oggi, in Iran l'opera lirica è vietata perché le donne che cantano sono considerate un pericolo, mentre con Stalin l'opera era permessa». Oggi è il fondamentalismo islamico la culla del nuovo totalitarismo? «Sì, però parlerei piuttosto di islamismo che ha ben poco a che vedere con l'Islam, così come Stalin con Marx e Hitler con Nietzsche. I dittatori si appoggiano ai testi per trarne ideologia».
Ma l'Occidente può considerarsi vaccinato da questa malattia mortale? «Per ora, sì. Ma il rischio potrebbe tornare in un futuro prossimo. È molto pericoloso pensare che abbia vinto la democrazia liberale e che siamo alla fine della storia. Perché il totalitarismo è moderno quanto la democrazia liberale».
Crede che nel berlusconismo ce ne sia un germe? «In realtà in Italia neppure con il fascismo di Mussolini avete fatto esperienza di un totalitarismo 'totale'. C'era un re, c'era la Chiesa. Non c'era un solo potere assoluto. Franco, in Spagna, era più totalitario, non concepiva contropoteri neppure piccoli, neppure deboli. Mussolini diventò così alla fine della sua parabola con la Repubblica Sociale. Ora, se un presidente è eletto, com'è da voi Berlusconi, non si può parlare di potere totalitario. A meno che una volta eletto non annulli le istituzioni stesse che l'hanno portato al potere....»
È ciò che il nostro presidente del Consiglio purtroppo ripete di desiderare... «Hitler fu eletto democraticamente, ma poi dichiarò fuori legge gli altri partiti e così si trasformò in un dittatore. In Russia c'era un'Assemblea costituente e quando Lenin la sciolse l'Urss si trasformò in stato totalitario».
A 21 anni dal crollo del Muro molti cittadini dell'ex-Est lamentano la perdita di una condizione coatta ma protetta: casa, scuola, salute, lavoro assicurati. Lei, cui l'Ungheria di Kadar aveva reso la vita e la ricerca intellettuale impossibile, se n'era andata una dozzina di anni prima, nel 1977, prima in Australia, poi a New York. Può dirci come visse l'espianto e il trapianto in Occidente a livello intimo, personale? «L'esperienza più profonda fu quella della libertà. Ero libera di andare alla posta e imbucare un manoscritto, libera di prendere un aereo. Mi sentivo più vicina a Vienna, la nostra porta sull'Occidente, dall'Australia che da Budapest. Perché a Budapest per andarci avrei dovuto aspettare un visto che non mi avrebbero mai concesso. L'Australia ha costituito la mia prima esperienza di democrazia liberale. Nel nostro dipartimento, all'università, potevamo discutere e organizzarci, darci le nostre regole e creare la nostra comunità. Ma il fatto è che in Australia c'era allora anche una società molto egualitaria, con una tassazione assai alta e sindacati forti. Il salario di un professore ordinario, pagate le tasse, non era perciò tanto più elevato di quello di un semplice associato. C'era molto egualitarismo, dunque non c'era spazio per il rampantismo. Che senso aveva sgomitare per guadagnare 120 dollari in più al mese? L'Australia di allora assomigliava molto alla Svezia di oggi. Ora so che le cose sono cambiate, ma non vivo più lì».
A due decenni dalla fine del socialismo reale, nel pieno della crisi creata dal “turbocapitalismo”, si riparla di Marx. È il caso di riprendere in mano la sua cassetta degli attrezzi?
«Il problema non mi sembra sia nel capitalismo in sé. Che non è il diavolo che si dipinge. Il problema è la redistribuzione. Se alla distribuzione del mercato non si affianca la redistribuzione dello Stato, il capitalismo diventa selvaggio. Se l'intervento pubblico è eccessivo, però, c'è il rischio di stagnazione. È un pendolo. Ma mi chiedo, so che il capitalismo non è un bene, ma vedo di meglio? Non mi sembra ci sia alternativa. Quanto a Marx, ne ha descritto bene le tendenze: l'accentramento, a capitalizzazione dell'agricoltura, la globalizzazione. La sua previsione di un crollo del capitalismo però era sbagliata. E oggi in più c'è la nostra coscienza ecologica a spalancare un baratro teorico tra noi e lui: noi sappiamo che non può darsi un valore di utilizzo gratuito della natura, come lo concepiva lui».
Signora Heller, lei ha regalato al “dizionario europeo” in via di compilazione qui a Mantova la parola ungherese “panaszkodàs”, che significa lamentazione. È una garbata presa in giro del suo Paese?
«La cultura nazionale ungherese è basata sul lamento. Basta andare dal parrucchiere per accorgersene: lì c'è una prima signora che lamenta 'mio marito è terribile' e quella accanto 'no, il più tremendo è il mio'. Tutti sono malati, senza soldi, sul punto di morire di fame. Se incontri qualcuno per strada e gli chiedi 'come va?' ti risponderà 'sopravvivo'... È un gioco pericoloso: l'Ungheria registra nell'Unione europea il numero più alto di suicidi. A forza di lamentarsi, si finisce per crederci».

Chi è
Agnes Heller, studiosa e filosofa della modernità
Agnes Heller è tra i più grandi studiosi della complessità storica e filosofica della modernità. Sopravvissuta all'Olocausto, ha 18 anni quando nel 1947 assiste alle lezioni dell'ormai sessantenne G. Lukács. Nel 1956 gli allievi diventano una «corrente» di sostenitori del «vero» marxismo. Nel 1959 viene espulsa da università e partito per aver sostenuto «idee false e revisioniste». Nel 1963 entra come ricercatrice nell'Istituto di Sociologia dell'Accademia delle Scienze e sempre nello stesso anno a seguito di un viaggio in Italia scrive «L'uomo del rinascimento». «Fu un libro d'amore: una dichiarazione d'amore per l'Italia» spiegherà in «Morale e rivoluzione». Nel 1968 protesta contro l'intervento sovietico in Cecoslovacchia. Viene licenziata dall'Accademia nel 1973. Nel 1977 lascia l'Ungheria insieme al marito, il filosofo Ferenc Fehér e gli amici Gyorgy e Maria Marcus, anch'essi esponenti della «scuola di Budapest». A Melbourne insegnerà sociologia presso La Trobe University, poi alla New School for Social Research di New York. Dopo l'89 è tornata a Budapest. Sancito il suo distacco dal marxismo, resta ancorata alla sua teoria dei «bisogni radicali». In Italia l'ultimo titolo pubblicato è «La bellezza della persona buona» (Diabasis).