domenica 29 agosto 2010

Corriere della Sera 29.8.10
La mossa di Bersani: c’è posto per tutti, a partire da Veltroni
Il segretario apre la festa del partito a Torino: siamo una ditta sola. L’ex leader apprezza: conferma le sue qualità
di Alessandro Trocino

TORINO — Alla birreria «Nessun dorma», il giovane democratico alla consolle sfuma «Cambierà» di Neffa, mentre Pier Luigi Bersani in camicia bianchissima monta su una pedana di legno, un avvolgi cavi ribaltato, e arringa la piccola folla: «È tempo di suonare le nostre campane, rimbocchiamoci le maniche». È in un trionfo di richiami simbolici per l’auspicata, ma non ancora avvenuta, caduta del berlusconismo che il segretario del Pd inaugura la Festa democratica nazionale. I giardini reali di Torino ospitano il consueto rituale di salsicce fumiganti, frittelle unte e speranze di riscossa. Bersani comincia combattivo, ricordando le 2.000 feste democratiche in tutta Italia e il progetto appena lanciato, il Nuovo Ulivo e l’Alleanza per la democrazia. A qualcuno nonèrisultato chiarissimo: «L’ho fatto un po’ in politichese, lo so anch’io, ma ci vuole anche questo». Poi prova a tradurlo: «Vogliamo trovare un’alternativa credibile di governo. Ma ci rivolgiamo anche a forze di diversa collocazione, preoccupate per il Paese. Il momento non è lontano e riguarderà anche il colore della nostra democrazia». E democrazia per Bersani fa rima con Costituzione: «Non esiste il ghe pensi mi nella nostra Costituzione, la più bella al mondo».
Il progetto di Bersani non collima con il partito a vocazione maggioritaria rilanciato da Veltroni. Ma il segretario è conciliante: «Siamo una ditta sola. Nel Pd c’è posto per tutti, in particolare per Veltroni, che è stato ed è un grande dirigente». Segnale colto dall’ex leader: «È la conferma della qualità umana e politica di Bersani. Avendo fatto il segretario so che si fa così, si cerca di tenere tutti insieme». Intanto arriva il voto sul processo breve: «Mi stupirei se i finiani lo votassero», dice Bersani. Siamo alla «seconda fase del berlusconismo», anche se c’è il rischio di «colpi di coda». E serve «una legge elettorale decente, che preservi il bipolarismo».

Corriere della Sera 29.8.10
Uninominale, centinaia di adesioni bipartisan
Nuova legge elettorale, sì dal finiano Urso. Contrario Gasparri: non si farà
di Andrea Garibaldi

ROMA — Sono state ieri circa duecento le adesioni all’appello per i collegi elettorali uninominali, nei quali si confronti un candidato per ciascuno schieramento. L’appello, pubblicato dal Corriere della Sera e firmato da 42 politici e studiosi, propone di ridare agli elettori il potere di scegliere i parlamentari, mentre la legge attuale assegna questo compito ai dirigenti dei partiti, incaricati di compilare le liste.
Quel che più conta, per i promotori, è che le adesioni che stanno arrivando sul sito ( www.uninominale.it) provengono sia dal centrosinistra sia dal centrodestra. L’iniziativa nasce infatti sotto questo segno bipartisan, proprio perché vuole cogliere l’obiettivo di una modifica del sistema elettorale. Fra chi ha messo in moto l’operazione ci sono il giuslavorista Pietro Ichino, professore all’università di Milano e senatore del Pd, primo firmatario, e l’economista Antonio Martino, deputato del Pdl. A fare da ponte fra i poli, Marco Pannella, che ha chiesto una presa di posizione a Berlusconi, Fini e Bersani. E poi hanno firmato Biondi, Croppi, Gramazio, i finiani Bonfiglio, Della Vedova, Germontani, Baldassarri per il centrodestra, e Ceccanti, Giachetti, Morando, Tonini, Ignazio Marino per il centrosinistra.
Ieri è arrivata l’approvazione di un altro finiano, il viceministro allo Sviluppo economico Adolfo Urso («l’uninominale è lo strumento per restituire il potere di scelta ai cittadini»). E anche di Gabriele Albertini, del Pdl, già sindaco di Milano, di Tiziana Maiolo, sempre del Pdl e di Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte costituzionale, oltre che di Mario Barbi, Franca Chiaromonte e Pier Fausto Recchia, deputati pd. Nel Partito democratico l’ipotesi è condivisa soprattutto dai politici vicini a Walter Veltroni, che ieri ne ha parlato: «L’appello sui collegi uninominali va nella giusta direzione. La partecipazione diffusa alla scelta di coloro che dovranno rappresentare i cittadini in Parlamento». A favore, ma con molti distinguo e senza aderire all’appello, sono intervenuti anche Roberto Gualtieri e Nicola Latorre, che sono nello schieramento del segretario Bersani. Ha spiegato Latorre: «Il partito a vocazione maggioritaria ora non c’è più. Si va verso un sistema in cui il bipolarismo italiano si evolve in un assetto pluripartito. Nel nostro congresso ha prevalso un’idea di assetto del sistema bipolare che si fonda su alleanze. Per me occorre ricostruire un rapporto tra elettore ed eletto e penso per questo che sia preferibile il modello uninominale». Anche Orlando e De Magistris, di Italia dei valori, sono contro il «Porcellum» e i parlamentari nominati dai vertici dei partiti.
Spiega Michele De Lucia, tesoriere dei Radicali: «Mentre tanti manifestano l’orrore per il "Porcellum", l’attuale legge elettorale, e propongono i modelli più confusi e disparati, noi stiamo facendo qualcosa per arrivare davvero a modificare quella legge». Stefano Passigli, già parlamentare del Pd, esperto di sistemi elettorali, dice: «L’appello è condivisibile come spinta per cambiare la legge. Ma dopo aver detto collegi uninominali occorre spiegare se saranno a turno unico o doppio turno e se saranno dentro un sistema maggioritario o proporzionale come quello tedesco. Il risultato, con le diverse opzioni, sarebbe molto diverso». Passigli sta preparando un referendum per l’abrogazione del premio di maggioranza previsto dalla legge attuale. Precisa: «Comunque qualsiasi sistema è migliore della "legge porcata", che abolisce i rapporti fra elettori e loro rappresentanti. Mentre con l’uninominale gli elettori e l’eletto possono interloquire per tutta la durata della legislatura. Importante, però, è che siano previste per legge anche le primarie di collegio, altrimenti chi sceglierà il candidato di ciascuno schieramento? Sempre i partiti».
Dai rappresentanti ufficiali del Pdl, i capigruppo alla Camera e al Senato, arriva una chiusura a qualsiasi modifica della legge elettorale. Ha detto Maurizio Gasparri: «In questa legislatura non ci sarà in nessun momento una qualsivoglia modifica della legge elettorale. Parliamo di cose reali e non di temi fuori dall’agenda».

Repubblica 29.8.10
Le regole di Marchionne e l’etica di Berlinguer
di Eugenio Scalfari

Il Marchionne intervenuto a Rimini al meeting di Comunione e liberazione non ha detto grandi novità rispetto al Marchionne di Pomigliano. Del resto da allora non è accaduto nulla di rilevante che non fosse già stato previsto: il mercato automobilistico mondiale continua a perder colpi in Occidente (e a guadagnarne nei grandi mercati dei paesi emergenti); la Fiat è una delle imprese più penalizzate sia sul mercato italiano sia su quello europeo; la stessa Fiat tuttavia vende in Italia circa il 40 per cento del suo prodotto e quindi in Italia ci deve restare, che lo voglia oppure no, ed anche le più massicce de-localizzazioni non possono cancellare con un tratto di penna tutti gli stabilimenti italiani e la manodopera che ci lavora.
Questa situazione è nota da un pezzo, fin da quando due anni fa Marchionne lanciò l´operazione Chrysler con l´accordo dei suoi azionisti, del presidente americano Barack Obama e dei sindacati di Detroit. Non tutti i commentatori capirono che non era la Fiat a conquistare la Chrysler ma viceversa: la Fiat si aggrappava alla Chrysler, anch´essa in stato pre-agonico, per fare di due debolezze una forza. Questo era il programma di Marchionne che d´altra parte fu onesto nell´ammettere questa verità.
Previde anche - e lo disse - che la Fiat avrebbe scorporato la produzione automobilistica dal resto del gruppo costituendo una nuova società, cosa che è avvenuta secondo le previsioni.
Da allora non ci sono state svolte nuove: Marchionne aveva già dichiarato che lui operava in una nuova era di economia globalizzata; usò anche l´immagine «dopo Cristo» orami diventata famosa.
Di nuovo c´è stata la traduzione nei fatti di questo programma, a Pomigliano, a Termini Imerese, a Melfi e in parte a Mirafiori. Il referendum a Pomigliano, la nuova società diventata proprietaria di quello stabilimento, la resistenza della Fiom-Cgil, lo sciopero di Melfi, i tre licenziati, il ricorso al Tar e il loro reintegro, la decisione della Fiat di non riammetterli al lavoro in attesa del secondo grado di giudizio, l´intervento del presidente Napolitano e il suo auspicio di superare l´incidente con spirito di equità in attesa della sentenza definitiva. Infine il Marchionne di Rimini.
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A Rimini l´amministratore delegato della Fiat ha esposto con la massima chiarezza alcuni suoi «mantra».
1. L´economia globalizzata impone che l´aumento di produttività nei paesi opulenti sia molto più elevato di quanto negli ultimi trent´anni non sia avvenuto, per tenere il passo con quanto avviene nei paesi emergenti e non perdere altro terreno nei loro confronti.
2. La lotta di classe è finita perché non ci sono più classi.
3. La domanda di automobili in Occidente è molto diminuita ed è tuttora in calo, perciò bisogna concentrare la produzione in un numero limitato di imprese, riducendo il numero delle unità prodotte e aumentando la competitività.
4. I lavoratori debbono accettare nuove regole sulla flessibilità negli orari, sul ricorso allo sciopero, sulla struttura del salario e dei contratti.
5. La giurisdizione del lavoro dovrà, di conseguenza, essere aggiornata.
6. Forme di partecipazione dei lavoratori ai profitti derivanti dall´aumento della produttività sono auspicabili e vanno incentivate.
7. Le parti sociali debbono premere sui governi per ottenere nuovi tipi di «welfare» appropriati alle nuove regole.
Alcuni di questi principi sono ragionevoli e meritano di essere discussi. Altri hanno un´ispirazione profondamente reazionaria. Inoltre in questo ragionamento colpiscono alcune omissioni, la più vistosa delle quali riguarda le diseguaglianze retributive che hanno raggiunto livelli inaccettabili. Marchionne può dire che questi problemi non riguardano il suo «campo di gioco» ma negherebbe con ciò l´evidenza: ogni persona e quindi ogni lavoratore vive in un contesto sociale che non può essere parcellizzato, è un contesto globale ed implica in prima fila il tema dei diritti e dei doveri.
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Bisogna riconoscere – e per quanto mi riguarda l´ho scritto più volte – che l´economia globale comporta un trasferimento di benessere dall´area opulenta all´area emergente e povera. Si potrà gradualizzare entro certi limiti questo processo, ma è del tutto inutile cercare di arrestarlo.
Il trasferimento può avvenire in vari modi. Uno di essi è l´immigrazione dall´area povera all´area opulenta, un altro è la de-localizzazione della produzione e del capitale in senso contrario, un altro ancora consiste nella ricerca di analoghi trasferimenti di benessere sociale all´interno dell´area opulenta tra ceti ricchi e ceti poveri, accompagnati da ritmi di produttività più intensi nelle aree povere affinché la loro dinamica sociale accorci le distanze con le aree ricche.
Siamo cioè – e non certo per libera scelta – di fronte ad un gigantesco riassetto sociale di dimensioni planetarie, nel corso del quale bisognerà tenere ben ferma la barra sui due diritti fondamentali: la libertà e l´eguaglianza.
Il riassetto sociale è infatti di tali proporzioni da mettere a rischio quei due diritti. Può cioè dar luogo a forme di governo autoritarie nell´illusione che solo in quel modo sia possibile governare i processi sociali; e può anche dar luogo a discriminazioni inaccettabili sul piano dell´eguaglianza.
Purtroppo in Italia si rischia di caricare gli oneri del riassetto sociale sulle categorie più deboli e di ferire in tal modo sia l´eguaglianza sia la libertà.
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Nel corso del meeting di Rimini, il giorno prima di Marchionne aveva parlato Giulio Tremonti. Un discorso ampio, di economia, di finanza e di politica.
L´intervento di Tremonti è stato ampiamente riferito dai giornali e non ci tornerò sopra, ma c´è un punto che qui m´interessa cogliere: quando il ministro dell´Economia ha parlato di austerità ricordando che in anni ormai lontani quel concetto fu patrocinato da Enrico Berlinguer che propose di farne il cardine d´una nuova politica economica.
È vero, Berlinguer vide con trent´anni di anticipo il grande riassetto sociale che stava arrivando, ne colse alcune implicazioni che riguardavano la politica e le istituzioni, decise di orientare in modo nuovo la politica del suo partito affinché si ponesse alla guida di quel riassetto.
Non fu soltanto Berlinguer a imboccare quella strada. Nel Pci a favore d´una politica di austerità si schierò Giorgio Amendola, nel sindacato Luciano Lama, negli altri partiti Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Gino Giugni e Giorgio Ruffolo, Bruno Visentini. Nella Dc, Ezio Vanoni e Pasquale Saraceno. Insomma la sinistra di governo e la sinistra di opposizione.
Il richiamo di Tremonti è stato dunque molto opportuno: la sinistra, quella sinistra, aveva capito in anticipo i tempi e le crisi che si addensavano e ne vide le conseguenze sulla società italiana.
Tremonti però non ha reso esplicito il significato di quella posizione. Berlinguer voleva che fosse la sinistra a guidare il riassetto sociale incombente, per garantire che non fossero solo i ceti più deboli a pagarne il costo.
Questo aspetto del problema è stato oscurato dal nostro ministro dell´Economia ed è invece l´aspetto fondamentale.
Se si deve attuare una vasta modernizzazione istituzionale e un trasferimento di benessere sociale dalle economie opulente verso quelle emergenti; se un così gigantesco riassetto non può essere disgiunto da un riassetto analogo all´interno delle aree opulente; è evidente che i più deboli debbono partecipare in primissima fila a questa operazione. I ceti medi e medio-bassi non possono essere oggetto del riassetto sociale senza esserne al tempo stesso il principale soggetto.
Questo è il punto che manca all´analisi di Tremonti e che Marchionne ha vistosamente omesso come l´ha omesso la Marcegaglia. L´intero meeting di Rimini su questo punto ha taciuto: omissione tanto più vistosa in quanto avvenuta in una occasione promossa da una delle principali Comunità cattoliche, con tanto di benedizione papale e presenze cardinalizie.
Né è accettabile che una così plateale omissione sia giustificata con l´argomento che l´aspetto politico non riguarda gli operatori economici e gli imprenditori.
Grave errore: l´economia politica ha come tema centrale proprio quello dell´etica, cioè dei diritti e dei doveri, della felicità e dell´infelicità, della giustizia e del privilegio.
Una Comunità cattolica dovrebbe mettere al centro delle sue riflessioni questo tema e porlo ai suoi ospiti. Se non lo fa, diventa una lobby come in effetti Cl è da tempo diventata.

Repubblica 29.8.10
La Fiom avverte la Fiat "No ai diktat sul contratto"
di Diego Longhin

Sacconi: ma vedo un clima costruttivo

TORINO - Ripresa a singhiozzo per gli stabilimenti del Lingotto, alle prese con cassa integrazione programmata e con il rischio concreto che i fermi possano aumentare dopo gli ultimi dati negativi del mercato. Ma a tenere banco è la possibilità che Federmeccanica nella riunione del 7 settembre possa decidere di disdettare il contratto 2008 siglato dalla Fiom per mettere nell´angolo i metalmeccanici della Cgil. «Da parte di Fiat c´è un diktat non solo nei confronti dei lavoratori, ma anche di Federmeccanica - sottolinea Maurizio Landini, numero uno della Fiom - per noi il contratto rimane in vigore fino al 2012. E un contratto può essere sostituito solo da un nuovo contratto firmato da tutti. In quello attuale ci sono tutti gli spazi per un´intesa sull´utilizzo degli impianti, ed anche Fiat potrebbe aumentare la flessibilità, non per fare deroghe». Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, getta acqua sul fuoco: «Vedo un clima costruttivo, non l´ipotesi che Fiat e altre aziende escano dal sistema confindustriale».
Domani i cancelli di Mirafiori si riapriranno solo per gli impiegati. Gli operai torneranno al lavoro il 6 settembre. Cassa integrazione a fine mese a Melfi, dove l´attività è già ripresa: le tute blu che producono saranno in cassa dal 22 settembre. Si ripresenteranno in fabbrica il 4 ottobre. Attività normale a Cassino, dove si era già sospesa la produzione prima delle ferie, e alla Sevel di Pratola Serra. Domani riapre i battenti anche Termini Imerese. Nel 2011 Fiat chiuderà e per il sito palermitano non si vedono prospettive di riutilizzo. A Pomigliano, invece, non si lavora: prosegue la cassa dopo che a luglio sono partiti i lavori per produrre della Nuova Panda. E le prime assunzioni nella Newco partiranno da settembre 2011. «La situazione è molto difficile - dice Giorgio Airaudo, responsabile Fiom del settore auto - la cassa integrazione non potrà che aumentare. I prossimi tre-sei mesi saranno pessimi».

Repubblica 29.8.10
Parigi, migliaia in piazza "Salviamo Sakineh"
Sakineh, l'Europa si mobilita migliaia in piazza a Parigi per dire "no" alla lapidazione
di Anais Ginori

Kouchner: "Pronti a nuove sanzioni contro Teheran"
Appello contro la condanna della donna: 65mila firme sul solo sito di "Repubblica"

PARIGI - «Simone de Beauvoir aveva già previsto tutto». L´ideologa femminista e compagna di Jean-Paul Sartre può sembrare un riferimento azzardato per difendere Sakineh Mohammadi-Ashtiani, condannata a morte per lapidazione. Eppure sono loro, le associazioni femministe francesi, ad aver organizzato la prima mobilitazione in favore della giovane iraniana. «Questa donna è il simbolo di un certo relativismo che sta uccidendo la cultura dei diritti umani», spiega Annie Sugier, presidente di quella Ligue International des Femmes fondata a suo tempo dall´autrice de "Il secondo sesso". «Sakineh non è lontana geograficamente come sembra, la sua situazione ci tocca direttamente - continua la militante femminista, caschetto di capelli rossi - basti pensare che proprio qualche mese fa l´Iran è stato ammesso nella commissione per i diritti delle donne dell´Onu».
Spianata del Trocadero, un colpo d´occhio perfetto verso la Tour Eiffel. Sotto al sole di mezzogiorno, un migliaio di persone si sono radunate per chiedere di fermare il conto alla rovescia nella prigione di Tabriz, nel nord dell´Iran. Il volto di Sakineh, incorniciato dal velo nero, spunta sopra ai cartelli, è dentro ogni slogan. Lo scrittore Daniel Salvatore Schiffer legge ad alta voce l´appello firmato da molti intellettuali francesi (e da più di sessantacinquemila persone solo sul sito di Repubblica): «I crimini di Sakineh, agli occhi delle autorità politico-religiose dell´Iran - dice Schiffer - sono l´adulterio, che non è un crimine né un delitto, ma soprattutto la presunta complicità in un omicidio che è stata costretta a confessare».
Tra la folla anche alcuni dei promotori dell´appello, lo scrittore Marek Halter, la storica Elisabeth Roudinesco. Il filosofo Edgar Morin, 89 anni, ha mandato un messaggio: «Sono con voi con tutto il mio cuore». Due assessori del Comune di Parigi ascoltano tra la gente i discorsi su un piccolo podio improvvisato. Alcune iraniane in esilio si commuovono. «Sono venuta in Francia da piccola, per fuggire dalla rivoluzione islamica», racconta Maryam, 47 anni. «Mia madre, che vive ancora a Teheran, ha paura di parlarmi al telefono. Le donne iraniane non hanno neanche il diritto di respirare».
Il piccolo corteo s´incammina verso l´ambasciata iraniana, distante meno di un chilometro, ma viene fermato dai poliziotti. Nelle stesse ore, arriva da Teheran l´annuncio che «nulla è stato ancora deciso» sulla condanna a morte di Sakineh. «Non ci basta avere una sospensione temporale», ribatte subito Daniel Salvatore Schiffer. «Chiediamo che questo procedimento giudiziario sia cancellato». Gli interventi ufficiali in favore della donna iraniana si moltiplicano. Il ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, ha chiesto all´Alto rappresentante dell´Unione Europea, Catherine Ashton, che ci sia un impegno comune dell´Europa, minacciando nuove sanzioni contro l´Iran. «Dobbiamo ricordare alle autorità iraniane - ha spiegato Kouchner - che, come sul dossier nucleare, la loro attitudine di isolamento e di chiusura ha un costo».
La mobilitazione di ieri a Parigi è solo l´inizio. Un altro corteo è previsto a Bruxelles, sede dell´Ue. E la battaglia per Sakineh arriverà anche in Italia, il 2 settembre, quando la Federazione dei Verdi organizzerà una protesta davanti alla sede dell´ambasciata iraniana. «Questa barbarie va evitata», ha detto Angelo Bonelli, presidente dei Verdi. Anche la Farnesina sta seguendo da vicino la vicenda. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha chiesto di mantenere uno stretto raccordo bilaterale con le autorità iraniane, «affinché esse possano considerare un atto di clemenza in questo specifico caso». Dal fondo della cella di Tabriz, Sakineh può almeno ritrovare la speranza.

Repubblica 29.8.10
L'attrice Isabelle Adjani: "Vittima di un'ignoranza criminale"
"Incarni libertà e amore sei il simbolo delle donne"

Sakineh, il tuo nome batte nel mio cuore, e il mio cuore batte mentre ti scrivo. Il tuo nome è su tutte le labbra e sarà mormorato fino a spaccare i timpani di quei giudici che rimangono sordi ai gemiti delle donne di cui tu sei l´irriducibile figura di libertà. Tu sei la vera donna, crudelmente ricca di una possibilità inedita: quella di rivestire di carne un senso della giustizia che dà al mondo intero un brivido di rivolta; quella che le strapperebbe la pelle, se noi non fossimo capaci di vincere l´oscurantismo deliberato di uomini resi furiosi dalla potenza della tua esistenza.
Chi ti scrive non è che un´attrice francese la cui vocazione artistica è quella di tentare di impersonare, il più umanamente possibile, i travagli e i tormenti di eroine spesso tragiche. Null´altro che l´infimo prolungamento del «frammento del nostro destino di donne» che tu rappresenti, e del tuo rifiuto di quel «saper morire» imposto da chi ossessivamente, in nome di un´ignoranza criminale, vuole liquidare la magnificenza della tua dignità. La loro rabbia sconfina nella follia alla sola idea dell´amore – sì, dell´amore che c´è nella tua libertà. Mi congedo da te, cara Sakineh, da te che non ci lasci mai.

Repubblica 29.8.10
La metafora della follia
di Michele Serra

Una rissa tra ginecologi in una sala parto, con scambi di pugni e vetri infranti, non è neanche classificabile nella già notevole casistica della "malasanità".
È piuttosto uno di quei sintomi di ammattimento sociale che turbano per la loro irriducibilità a qualunque regola, non parendo vero che proprio in quel luogo, e nell´urgenza di un cesareo, siano due medici a usare violenza, prima che a loro stessi, alla fragilità di una madre e di un bambino affidati alle loro cure.
Entrambi, madre e figlio, hanno avuto conseguenze gravi (danni cerebrali per il neonato) al termine di un parto difficile. La direzione sanitaria dell´ospedale di Messina fa sapere che la rissa non è avvenuta in presenza della madre, e che il cesareo avrebbe comunque presentato gravi difficoltà. Vero o non vero (la versione del padre non coincide affatto), rimane lo sgomento per un episodio che sarebbe solamente surreale – con venature di umor nero alla Mash – se non fosse annichilente. Il parto è uno di quegli avvenimenti che sospendono – non solo tra gli umani – ogni altra esigenza o attività o retropensiero. Mette in secondo piano, per il tempo necessario a compiersi, la vita attorno: compresa, ovviamente, la "rivalità professionale" alla quale le cronache attribuiscono lo scontro fisico tra i due dottori.
Se davvero a quella "rivalità professionale" puerpera e nascituro devono la loro infelice esperienza, e i danni subiti, l´episodio è di una gravità quasi incommentabile. Ma in ogni caso, anche se le sorti infauste del parto fossero indipendenti dall´inconsulto consulto che lo ha preceduto, ci si domanda quali siano, e se esistano ancora, le situazioni e i luoghi nei quali le "rivalità professionali", e in generale i propri affaracci privati, i propri tiramenti, i propri isterismi, contano zero rispetto ai doveri sociali, alle esigenze della comunità, a priorità evidenti come un parto difficile in un ospedale pubblico. Il timore di una società in preda a incontenibili pulsioni narcisistiche, e sbocchi nevrastenici alla "lei non sa chi sono io", e ossessionanti mire di carriera e di autoaffermazione (che formano legioni di frustrati e, di pari passo, legioni di violenti), in storie come questa di Messina trova le sue pessime conferme.
È come se argini sempre più fragili si opponessero alle pulsioni individuali, così che una scazzottata tra ginecologi "rivali" in sala parto magari può anche apparire, ai due protagonisti, come uno spiacevole ma comprensibile episodio "professionale", cose che hanno a che fare con la carriera, con il ruolo nelle gerarchie interne, con la volontà di farsi valere. Fuori da quella logica – farsi valere, avere ragione, imporre il proprio carisma indipendentemente dal talento e dal calibro umano – che cosa rimane ancora in piedi? Non la vetrata infranta della sala parto, metafora di tutte le paratie, i limiti, le zone di rispetto che i rissanti travolgono senza curarsi dei danni e della paura altrui. I cocci li raccolgono sempre gli altri. In genere le donne.

Corriere della Sera 29.8.10
Il prof, il giovane e la gelosia per il 3D
Il borsista avrebbe preteso di operare la «cliente» scontrandosi con il medico di turno
Le rivalità per i pazienti privati. E la contesa per i megamacchinari negli studi personali

MESSINA — C’è alla base una caccia ai pazienti considerati clienti, merce privata, roba propria, dietro i pugni in sala parto con le mani di un ginecologo sul collo di un collega, una vetrina in frantumi, la rissa fra camici bianchi, l’arrivo dei carabinieri, il rischio vita per la partoriente e il futuro incerto per il bimbo che nasce in ritardo, asfissiato, in coma.
Brutta, orrenda pagina con cui si supera una nuova soglia della malasanità. Ancora una volta nella scandalosa Messina dove un neolaureato bucò il polmone a una ragazzina durante l’anestesia. Stavolta un assegnista di ricerca, vincitore di una borsa di studio, Antonio De Vivo, pretendeva di escludere dal parto cesareo il medico strutturato, un ricercatore, Vincenzo Benedetto, titolare del turno di guardia. Per la semplice ragione che la «cliente» l’aveva seguita lui, nel suo studio, il megalaboratorio superpubblicizza-to di via Ugo Bassi, ormai famoso nella città del ponte che non c’è per una megamacchina in 3d d’ultima generazione, «meglio di Avatar», come sussurravano sbeffeggiando alcuni suoi colleghi, indispettiti dalla intraprendenza del giovane collega.
A non sopportarlo era anche il dottor, pardon, il professore Benedetto, come si legge sui biglietti da visita, pure lui con studio privato, in via Garibaldi, ma non «mega» e privo di quel richiamo «tridimensionale» che fra le gestanti di Messina trasformava il giovane De Vivo in uno dei professionisti più gettonati della città. Perché lì, assicura un certo tam tam di interviste, convegni e conviviali in circoli che contano, si eseguono le cosiddette «morfologiche», si studia l’anatomia fetale, si usa la metodica X-ray, si accerta lo sviluppo morfologico dell’embrione e così via echeggiando. Roba normale. Roba probabilmente comune a tanti laboratori, ma in quello studio a 3d il rampante De Vivo aveva trovato la chiave per comunicare e catturare pazienti.
A insinuare che sotto ci fosse un «bluff» ecco le chiacchiere percorrere i corridoi di questa ginecologia trasformata in arena, buco nero del Policlinico, diretta da un primario anche lui con studio privato dalle parti di viale Italia, Mimmo Granese, non ordinario perché qui il titolo non è riuscito a guadagnarselo nessuno, ma professore associato, pronto a dividersi fra reparto, studenti e laboratorio personale. Adesso giura che l’esito devastante dell’intervento concluso con l’asportazione dell’utero e il bimbo in rianimazione sarebbe stato lo stesso anche se non si fosse persa un’ora e mezza nella rissa: «Nessuna relazione, le complicazioni ci sarebbero state comunque come possono confermare i due aiuti intervenuti...». Ma proprio su questo punto evitano di pronunciarsi i due colleghi che ha chiamato in soccorso, Alfredo Mancuso e Vittorio Palmara, anche loro titolari di studi privati.
No, meglio non parlare delle tensioni accumulate nei mesi precedenti. Meglio escluderle come fa il professore Mancuso: «Non ricordo agitazioni e nervosismi in un reparto dal clima assolutamente normale. Ma essendo intervenuto solo dopo la lite, posso solo dire che resta una cosa difficile da spiegare. Stop».
Ma è pronto a essere più chiaro con la commissione istituita dal direttore generale del Policlinico, Giuseppe Pecoraro, stanco di una tendenza elevata a sistema: «Purtroppo anche i ginecologi che frequentano i nostri reparti hanno pazienti personali seguiti fuori dalle mura ospedaliere, gestanti che spesso partoriscono nelle cliniche private, se possono, ovvero che arrivano qui sperando di trovare in sala parto il "loro" medico».
È così che l’altra mattina a De Vivo è sembrato scontato accogliere la «sua» paziente, pronto con il gel per l’ecografia, avviando poi la stimolazione per una accelerazione del parto e decidendo infine per il cesareo con una convocazione immediata dell’anestesista per la sala operatoria. Cosa che al piano di sopra ha fatto impazzire «Benedetto il professore» arrivato come una furia davanti al giovane famoso per la storiella del tridimensionale: «Ma chi seiii tuuu?». E giù botte da orbi alla prima reazione. Mani al collo, parolacce, dita insanguinate e inseguimenti conclusi con grida e telefonate accorate per chiamare da una parte e dall’altra i carabinieri. Come ha fatto pure il marito della povera gestante impietrita in quel ring. Con l’effetto di vedere arrivare fra pazienti e infermieri terrorizzati tre diverse pattuglie di militari. Ce n’è voluto per capire cosa stava accadendo, come ha ricostruito Angela Fattori, 34 anni di servizio nel reparto adesso sotto i riflettori, in pensione dal primo agosto, ovvero come dice lei «rottamata dal ministro Brunetta»: «Mi sono ritrovata lì per caso il giorno dopo, angosciata come tutti perché così diamo un’immagine devastante di una clinica dove adesso sembra diventare reato il rapporto personale con i pazienti. E non è così. Certe frizioni fra di noi non sono però tollerabili. E quando si personalizza troppo il rapporto con la paziente si sbaglia. Perché ci sono delle regole da rispettare».
A queste regole si richiama Francesco Tomasello, il rettore tornato in sella dopo una inchiesta giudiziaria e una sospensione, adesso deciso a tuonare invocando «una relazione immediata» a Pecoraro per potere prendere «decisioni immediate». E già aleggia il verdetto della punizione sui due contendenti che avranno qualche difficoltà a difendersi. A cominciare da De Vivo, a meno che decida di cavalcare la tesi (non infondata) del così fan tutti.


Repubblica 29.8.10
"Io, figlia del Duce ma la mia casa è la Russia"
di Nello Ajello

Che la primogenita di Mussolini fosse nata dalla relazione con l´attivista Angelica Balabanov è sempre stato più di un sospetto storico Ma ora, nel centenario della nascita, in un rapporto dell´Intelligence americana spunta la confessione che la "Contessa" fece a un ufficiale La prova maestra, l´ennesima intemperanza di uno spirito ribelle o il gesto disperato di una donna che, dopo la morte di Galeazzo Ciano, voleva soltanto salvarsi
Disse di lei Curzio Malaparte: "Tutto il sangue nero di famiglia scorre nelle sue vene"

Drammatici, attesi provocatori. Così sono i documenti riprodotti in queste pagine. Li domina l´immagine di una donna che porta in sé molto dell´avventura fascista. Edda Ciano mostra qui quel suo stile narcisistico, spregiudicato che l´ha resa celebre. Lo testimonia, per cominciare, il fatto d´invocare l´aiuto dell´ex-nemico americano. Lei, la Ninfa Egeria d´un ventennio brutalmente archiviato, è, fra il 1945 e il 1947, solo un essere sconfitto. Ma vuol farsi valere aggrappandosi ai diari del marito. Quei fascicoli sono per lei un tesoro. Uno stratagemma. Un salvacondotto. Spicca, al centro di queste carte che girano intorno ai diari, una lettera di cui non possono sfuggire il sapore prezioso e il peso "storico". Data: 12 febbraio 1945. Mittente, l´agente dell´Oss (Office of Strategic Services) Tracy Barnes, numero in codice 679. Destinatario Allen Dulles, numero 110, suo superiore oltre che futuro capo della Cia e mito vivente dell´Intelligence mondiale. Contenuto: lo stato delle trattative con Edda Ciano per la cessione dei diari di suo marito all´editore Paul Ghali, deciso all´acquisto. La sera dell´11 febbraio, in un ristorante di Martigny l´agente e l´editore, insieme, hanno incontrato a cena Edda, nascosta sotto le generalità di madame Ecdar. Ha potuto raggiungerli grazie a uno speciale permesso d´uscita dalla clinica di cui, lì in Svizzera, è ospite e paziente. La sortita la elettrizza. Confida ai commensali incrollabili sentimenti fascisti. «A certi paesi», afferma, «occorre avere un dittatore, se vogliono concludere qualcosa». L´accenno all´Italia è palese. «Lei non è ottimista, è vero?», cerca di indagare, a un certo punto, lo 007. «No, non lo sono», è la risposta. «Ciò deriva, sospetto, dal mio "lato russo"». Poi, ricordando il mese e mezzo che ha appunto trascorso in Russia, la contessa conferma: «Entrandovi, ho pensato: eccomi a casa». Varie volte, durante la serata, scrive l´agente 679 ad Allen Dulles, la figlia del Duce ha ripetuto con nettezza di «essere per metà russa».
Basta scorrere una qualsiasi biografia di Mussolini per apprendere della sua storia d´amore con l´agitatrice politica Angelica Balabanov di famiglia russa, nata nel 1875, esponente del socialismo italiano e redattrice dell´Avanti! fino al 1915. Ripetute volte, specie durante gli anni d´oro di Edda, quella che sembrava una diceria sulla sua nascita veniva ripetuta con ovvia circospezione. E anche dopo, quella voce non s´attenuerà nel regno del gossip di vario colore. Una rivendicazione di simile nettezza e così orgogliosa - sono russa per metà - da parte dell´interessata appare tuttavia una perla da superspionaggio. Sa di giallo dal vero.
Il diario di Ciano fa con Edda coppia fissa da prima dell´11 gennaio 1944, ad autore ancora vivo. E l´appello rivolto dalla signora a Dulles non è il primo passo che lei compia brandendo quei sette quaderni. I suoi tentativi di renderli pubblici erano cominciati presto, appena li ebbe in mano. Per primo si trovò associato all´impresa il ministro dell´Interno del regime nazista, Heinrich Himmler, truce mestatore all´interno del potere nazista. Egli attribuiva a quei documenti il giusto valore. Voleva disporne. Senonché, una sorta d´accordo da lui intessuto con Edda che doveva procurarglieli - contropartita assai ipotetica: la liberazione di Ciano, un´attenuazione della sua pena? - venne scoperta in anticipo da Hitler.
Dopo quel fallimento la caccia al diario continuò. Nell´immediato "dopo-Ciano" la sua giovane vedova veniva braccata dalle Ss con raddoppiato impegno. Obiettivo: sempre i diari. Ora Edda li nasconde. Secondo Antonio Spinosa, suo biografo, una frase da lei rivolta ai familiari quando il regime di Salò traballava, suonava così: «Vedrete che cosa sarò capace di fare». Era un modo di alludere al suo tesoro. In Svizzera, che aveva raggiunto travestita da contadina, ma ne era rimasta prigioniera, Edda covava l´odio per suo padre. Tramite un amico prete, un´alternativa drastica: «Fuggire o uccidersi». Il "journal" di Galeazzo le sembrava quanto di più anti-Duce esistesse.
Esso comprova inoltre, a suo parere, la slealtà dei tedeschi, ma anche la doppiezza di troppi cortigiani del Capo. È una chiamata di correo rivolta ai "camerati". Dimostra che la sconfitta non è caduta dal cielo. È qualcosa cui essi hanno lavorato. Postumamente, Galeazzo brucerà ogni loro speranza di discolparsi. Era, quella della Contessa, un´auto-assoluzione fin troppo veemente e volenterosa. Pochi potevano dimenticare i suoi inviti, sugli inizi del ´40, a scendere subito in guerra. Non era sfuggita la fervida ammirazione da lei professata al Führer, anche in dissenso col marito. E non si trattava di umori "mondani" come qualcuno supponeva. Gli ingredienti mediatici che avevano fatto di lei una madrina del potere littorio ne allargavano l´influenza in spazi ampi. La mitologia di Edda s´era incorporata nel fascismo "di base", e viceversa.
Munita a dodici anni, nel 1922, della medaglia del Pnf, Edda veniva considerata, in famiglia e fuori, «un maschio mancato». Echeggiando favole nostrane, una rivista mediorientale, Images, la stimò capace di guidare suo padre «con il pugno di ferro». Time le dedicò una copertina. Racconta Spinosa che, di fronte a simili elogi, a lei stessa «sembrava di essere contemporaneamente Caterina II di Russia e la regina Vittoria, Mata Hari e Richelieu». «Tutto il sangue nero dei Mussolini non è nelle vene del padre», andava diagnosticando Curzio Malaparte, «è nelle vene di Edda».
Mentre si conclude l´"operazione diario", Edda si aggira appena sui trentacinque anni. Ma non le mancheranno, di lì a poco, gli ingredienti per apparire una rediviva. Ha vissuto male la permanenza in Svizzera. Le pesano i dieci mesi di confino che ha dovuto scontare a Lipari. Sanno di antico le sue gesta del suo tardo dopoguerra, distribuite come un tempo fra Capri, l´ampio appartamento romano dei Parioli, e Ponte a Moriano, dov´è la casa avita dei Ciano. Non le giova a tornare sul palco l´aver dato vita a un settimanale, Insieme, cui affida le proprie memorie. Né valgono, infine, le fiabe sui suoi amanti, che non devono aver superato di tanto il numero di due - il marchese fiorentino Emilio Pucci e l´orefice napoletano Pietro Capuano, detto Chanteclair - benché la stampa rosa ne esalti ad arte il quantitativo.
Il suo temperamento non s´è del tutto inaridito se a un certo punto Edda, già oltre la mezza età, si sfoga con la suocera Carolina Ciano mai troppo amata: «Devi persuaderti», le scrive che la Pompadour e la Maintenon erano, al mio confronto, delle ingenue ragazzine. C´è chi giura che sono fidanzata. Non passerà molto tempo e si dirà che sono incinta. Poi affermeranno che sei incinta anche tu, cara mamma». Il tutto s´immagina recitato con nella voce un filo di malinconia.

Repubblica 29.8.10
Murnau. Nosferatu, il padre di tutti i vampiri
Doppio incubo per Freud e Breton
di Daria Galateria

André Breton e gli amici si infilavano a caso nell´«oscurità benedetta» dei cinema di Parigi, senza controllare gli orari o i titoli dei film. Il surrealismo, la massima scuola poetica tra le due guerre, non era ancora nato, ma già la pattuglia d´avanguardia di Breton, Picasso, Aragon, Apollinaire (solo dopo arriverà Buñuel) ammirava con fervore Fantomas, il film a episodi di Louis Feuillade, e tutto il cinema popolare fatto di mistero, violenza e erotismo. Dieci anni dopo, nel 1928, torna sugli schermi a Parigi Nosferatu. Breton è diventato il papa del surrealismo, da tempo conosce Freud, e pratica una poesia che allaccia psicanalisi, rivolta e amour fou. Scrive allora un saggio dedicato al sogno, I vasi comunicanti.
Breton vi racconta un suo sogno. Si trova in un negozio, gli mostrano delle cravatte. Mentre sceglie, il commesso ne trova un´altra in un cassetto: è verde scuro, molto simile a una che ha già. Frugando nello stock, un commesso di mezz´età gli parla di una cravatta «Nosferatu» molto richiesta due anni prima, ma teme che non gliene siano più rimaste. Breton stesso ne scopre una nel mucchio: è rosso granata, e alle estremità si staglia due volte in bianco il viso di Nosferatu che raffigura anche la cartina muta della Francia: la frontiera orientale, disegnata dal blu dei fiumi, «riproduce il trucco del vampiro». Segue l´autoanalisi del sogno. Breton aveva, quella notte, mal di gola; così, sogna un accessorio «idiota» come una cravatta. La cravatta però, cita Breton dal L´interpretazione dei sogni di Freud, raffigura il pene, «non solo perché pende giù lunga ed è tipica dell´uomo, ma anche perché la si può scegliere a piacimento, libertà che la natura nega al corrispettivo reale».
La cravatta verde scuro, che Breton in effetti possiede e ha portato parecchio, «ora è consumata». Breton di recente ha comperato un quaderno che riproduce una giraffa, «ruminante a corna villose, che non cadono mai»: nel sogno Breton confonde la giraffa e l´orecchio villoso di Nosferatu; il collo della giraffa reitera il senso della cravatta, e un fallo «che non cade». Breton è al momento del sogno in vacanza nelle Basse Alpi, e un pipistrello appostato sotto i portici dell´albergo ha contribuito all´apparizione del vampiro; i paesaggi gli ricordano gli sfondi del film, e la sua frase più amata: «Quando fu dall´altra parte del ponte, i fantasmi gli vennero incontro» - il ponte è, commenta Breton, un simbolo sessuale tra i più chiari. La scoperta di una residua cravatta «Nosferatu» compensa il timore diffuso che le copie del film siano state tutte distrutte. In quel 1931 Breton ha dato l´addio all´amore «unico». «Era finita per il cuore», diceva. Il sogno è un invito a «passare il ponte» verso la Germania, cioè con una giovane cliente dell´albergo, sempre vestita da contadina tedesca. L´interpretazione di un sogno non è mai finita, conclude Breton; ma i suoi «crocicchi» lo spingono a cicatrizzare un passato affettivo paralizzante.
Nel dicembre di quel 1932, Freud lesse il testo di Breton e scambiò con lui una corrispondenza piena di rispetto e dettagli bibliografici. Nosferatu era entrato nel mito dell´avanguardia letteraria e scientifica europea.

Corriere della Sera 29.8.10
I «diari» di Mussolini a Como
«Apologia del fascismo» Anpi e sinistra in piazza per contestare Dell’Utri
di Antonio Carioti

Quando arriverà domani sera a Como, in piazza Cavour, per presentare i presunti «diari di Mussolini» in apertura della rassegna letteraria ParoLario, il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri sarà accolto, alle ore 18, da due striscioni di protesta. Uno riguarda il suo atteggiamento verso la figura del Duce: «I diari di Mussolini: guerra, deportazione e miseria, la storia non si cambia». Il secondo invece concerne le sue disavventure giudiziarie: «Vergogna: via da Como i mafiosi». L’iniziativa si deve ai militanti locali della Federazione della Sinistra (l’aggregazione che unisce Rifondazione comunista e Comunisti italiani), che già da alcuni giorni hanno avviato una campagna contro la presenza di Dell’Utri alla manifestazione culturale comasca. Alla contestazione aderisce anche l’Associazione dei partigiani (Anpi), che in un comunicato accusa il senatore di apologia del fascismo e ricorda la figura di Enrico Caronti, martire della Resistenza vanamente torturato dai nazifascisti per farlo parlare, paragonandolo a Vittorio Mangano, condannato per mafia e definito in più occasioni un «eroe» da Dell’Utri. Anche il Comitato per la difesa della Costituzione di Como ha espresso il suo «forte dissenso» con una lettera inviata al presidente di ParoLario, Glauco Peverelli. Quest’ultimo, interpellato dal «Corriere», definisce «strumentale» la protesta: «Presentare dei documenti, per quanto discussi, non è certo una forma di apologia del fascismo. Noi abbiamo invitato Dell’Utri perché abbiamo saputo che Bompiani in autunno pubblicherà i diari e ci è sembrato interessante chiamare a presentarli colui che ne è in possesso. Poi — aggiunge Peverelli — saranno gli storici a giudicare il valore di quelle pagine. Chi ritiene impropria l’iniziativa è libero di non venire a seguirla. Quanto al processo contro il senatore del Pdl, non è una faccenda che ci riguardi: giudicarlo spetta alla magistratura». Dal canto suo Dell’Utri non sembra dare peso alle contestazioni: «Troppo olio per un cavolo. Certe polemiche non meritano neppure una risposta. A Como ci sarò e leggerò brani dei diari, che considero un documento molto interessante». Ci saranno però, sin dalle 17.30, anche i contestatori, tra i quali il presidente provinciale e consigliere comunale di Rifondazione Donato Supino: «A parte le due condanne per mafia subite da Dell’Utri, qui si cerca di rappresentare Mussolini in modo distorto, cancellando le sue pesantissime responsabilità per la soppressione della libertà, le leggi razziali, la guerra. Siamo indignati: oggi in Italia si ignorano le proteste degli operai colpiti dalla crisi e invece si dà spazio all’operazione mistificatrice di Dell’Utri». Ma avete intenzione di disturbare l’intervento del senatore? «No, la nostra sarà una protesta civile e non intendiamo prestarci a provocazioni, anche se non possiamo garantire per tutti coloro che saranno in piazza».