sabato 28 agosto 2010

Corriere della Sera 28.8.10
Bersani e il rilancio dell’Ulivo
«Ritroveremo il nostro popolo»

Il leader pd a sorpresa al meeting di Cl: «Sono sempre venuto qui»

«Più sì del previsto alla mia proposta, già avviati i contatti con le altre forze»

RIMINI — «Occorre costruire un’altra Italia lasciandoci alle spalle Berlusconi e per costruire il nuovo Ulivo non ci vuole un Prodi del terzo millennio ma un popolo, e lo troviamo, state tranquilli». Un pezzo di questo popolo sta qui, tra la gente che frequenta a fiumi gli stand, le mostre e i dibattiti del Meeting di Comunione e liberazione. Sarà anche per questo che il leader del Pd Pier Luigi Bersani a sorpresa è arrivato a Rimini — «in visita personale», ha subito precisato — ma tanto basta per scombussolare la meticolosa agenda degli organizzatori, che non lo avevano invitato per simmetria con la mancanza di Berlusconi. Varca la porta della Fiera alle 16.30 atteso dal presidente del Meeting, Emilia Guarnieri, avvisata poche ore prima, e viene subito portato nei salottini degli ospiti vip. Un breve colloquio con il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso e due chiacchiere con il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, avversario politico ma anche vecchio amico col quale condivide l’appartenenza all’intergruppo parlamentare sulla sussidiarietà.
E poi via a una visita della fiera ciellina che alla fine durerà circa due ore. Bersani per una decina d’anni è stato ospite fisso del Meeting, testimone del bisogno della «contaminazione» teorizzata dal fondatore Don Giussani. Nel 2008 è arrivato a presentare a Rimini l’ultimo libro dello scomparso leader di Cl, «Uomini senza patria». Si sente, in qualche modo, uno di loro, e appena giunto scherza con i cronisti per allontanare ogni dietrologia: «Io son sempre venuto qua, che volete cacciarmi via ora?». Ci pensa il sottosegretario Paolo Bonaiuti a lanciargli a distanza una stilettata politica: «Bersani scende direttamente dalla luna per proporre un’ammucchiata di vecchia politica senza Berlusconi».
Stretto da un corteo di curiosi, organizzatori e giornalisti, Bersani si avvia verso un lungo giro negli immensi padiglioni, dispensando battute e considerazioni politiche. «Fini? Non mi aspetto particolari risposte da lui ma ha un’idea più europea della destra e con lui si può discutere di assetti costituzionali e di legge elettorale perché queste sono le regole del gioco». Chiude subito a chi gli prospetta inciuci . «L’ex fascista sta di là e l’ex comunista sta di qua, ma tutti e due abitiamo nello stesso Paese». Commenta anche le reazioni alla sua lettera scritta due giorni fa a la Repubblica per lanciare il progetto del nuovo Ulivo aperto a tutti i progressisti anche per partecipare a un governo di transizione: «Non ho sentito dei no». (...)

Repubblica 28.8.10
Dal sito dei Democratici a Facebook migliaia i commenti alle proposte del capo dei democratici
"Finalmente Pierluigi", "Facce vecchie" la lettera del segretario "buca" il web
di Mauro Favale

ROMA - Su Facebook "piace" a più di 200 persone. Un click facile facile che nel lessico del social network rappresenta il livello base dell´apprezzamento. Poi si passa ai commenti: anche lì, oltre 200, sotto quel link che campeggia da due giorni («Ho scritto una lettera a Repubblica») nelle due pagine ufficiali aperte dal segretario del Pd Pierluigi Bersani. Sentimenti contrastanti: entusiasmo, scetticismo e critica feroce. Un ventaglio di posizioni che si ripete anche negli oltre 500 messaggi lasciati sul sito di Repubblica. Più a senso unico, invece, quelli sul sito web di Bersani. Lì, l´attaccamento e la condivisione delle idee è più netto.
Altrove, come appunto su Facebook, si va da chi, come Walter Gardelli dice «Condivido ma bisogna farlo con convinzione» a chi come Michele Maccari afferma «Nuovo Ulivo? E con chi? Tutti gli ulivisti sono stati mandati a casa...». C´è anche chi si lancia in un´analisi: «Finalmente Bersani - scrive Calogero Burgio - prende l´iniziativa. L´Ulivo allargato, specialmente ora che Rutelli è con Casini e Fini a ricostituire il terzo polo di centro, toglierà voti a Berlusconi». La sensazione è che molti in quest´agosto tutto politico stessero aspettando una mossa del segretario Pd. «Finalmente il Pierluigi - scrive sul sito di Repubblica l´utente 3biswave - si è scosso dal letargo e ha scritto questo manifesto elettorale condivisibile al 100% da tutti coloro che si riconoscono nel centrosinistra. Forse è la volta buona».
Le categorie di commentatori variano: c´è il nostalgico («Se volevate rimanere coesi dovevate rimanere nel PCI di Berlinguer, l´unica cosa di sinistra coesa che io ricordi», firmato mlando25), il propositivo («Va bene un´alleanza democratica ma bisogna: risolvere il conflitto di interessi, cambiare la legge elettorale, trovare facce nuove», spiritolibero3), il confuso («Caro Pierluigi, ho dovuto rileggere la lettera due volte: ma perché non la traduci in un linguaggio più semplice per i tuoi militanti?», firmato personanormale) e il deluso («Già due volte mi avete fregato con il vostro Ulivo. Per due volte ho votato Prodi e me lo avete rimandato a casa alla prima occasione. Chiedo scusa, ma alle vostre solite vecchie facce di bronzo non riesco proprio più a credere», dice plutastro).
Sul sito del segretario, invece, approvano in tanti la proposta di Bersani. Dario Cabai scrive: «È venuto il momento di fare finalmente le scelte giuste e coraggiose, impostando un programma chiaro dicendo agli italiani cosa si vuole fare o non fare su tutti gli argomenti salienti e spinosi». E sono in molti a scrivere: «Ci siamo, è giunta l´ora».

il Fatto 28.8.10
Primarie e veleni
Bersani è il leader per statuto, ma Chiamparino e Veltroni
si fanno avanti, così come Vendola e De Magistris
di Luca Telese

il Riformista 28.8.10 p6
Se ho capito, bravo Bersani
Hai trovato la Terza Via
di Franco Monaco

il Riformista 28.8.10 p6
Non è con le Primarie che si riforma il Porcellum

Corriere della Sera 28.8.10
Ignazio Marino: «Coalizione Fini-Vendola poco credibile E la priorità adesso è la legge elettorale»

ROMA — «Le priorità sono legge elettorale e conflitto d’interesse». Ignazio Marino ha una sua posizione sulla strategia del Pd. È d’accordo con Bersani? «Credo che dovrebbe prendere subito l’iniziativa in Parlamento per chiamare i partiti che sono favorevoli a restituire democrazia al Paese attraverso una legge elettorale che restituisca ai cittadini il diritto di scegliersi i rappresentanti». Il nuovo Ulivo la convince? «Riproporre ora l’Ulivo, un quinto di secolo dopo, e riverniciarlo di fresco, non è un progetto di vera innovazione. Serve una classe dirigente nuova. E non è credibile una coalizione contro Berlusconi che mette insieme Vendola, Binetti, Casini, Bersani, Fini, Granata». E quindi? «Si cominci a lavorare subito su una nuova legge elettorale. Molti partiti sono d’accordo per cambiarla». Ma ognuno a modo proprio. «È vero, ci sono idee diverse: io sono per il collegio uninominale e il sistema maggioritario. Ma si può trovare un denominatore comune. La legge dovrebbe contenere anche una norma che limiti lo strapotere mediatico di Berlusconi». Quindi una legge sul conflitto d’interesse? «Esatto, quella che la sinistra purtroppo non ha fatto. Una norma che faccia in modo che il premier non decida le scalette dei tg e quando ci devono essere dibattiti in tv». E in vista delle urne? La vocazione maggioritaria veltroniana? «Il Pd deve ritrovare l’ambizione per essere guida del Paese. Con una legge diversa, potrebbe essere il catalizzatore di una coalizione di sinistra con una nuova narrazione su scuola, lavoro e sanità». Si presenterebbe alle primarie di coalizione? «In tanti durante questi mesi mi hanno sollecitato. Ma è necessario fare un passo alla volta».

Corriere della Sera 28.8.10
Legge elettorale
Uninominale. Un appello trasversale

Da Marco Pannella a Emma Bonino, a Pietro Ichino, Angelo Panebianco, Michele Salvati, Gianfranco Pasquino, Giorgio Tonini: sono tra i firmatari di un «Appello per l’uninominale» che ha raccolto l’adesione di opinionisti, docenti universitari ed esponenti politici di aree diverse. Per ottenere finalmente anche nel nostro Paese quella stabilità e certezza delle leggi elettorali che gli standard democratici internazionali raccomandano e in qualche misura esigono, per approdare a una riforma elettorale effettiva, durevole e orientata nel senso del collegio uninominale indicato in modo nettissimo dagli italiani a grande maggioranza nel referendum del 1993, poi in larga parte disatteso dal legislatore, per adottare finalmente anche in Italia un sistema elettorale ispirato ai modelli sperimentati ormai da secoli in regimi civili — quali quelli anglosassoni — che si sono rivelati tra i più fecondi sul piano della democrazia, della sicurezza e del benessere dei propri cittadini, per dare agli elettori la piena libertà, l’effettivo pieno potere e la piena responsabilità di scegliere il governo e gli eletti, assicurando un rapporto personale efficace dell’eletto con chi lo elegge, per promuovere in questo modo, al tempo stesso, l’autonomia della società civile e la laicità dello Stato, intesa come metodo indispensabile di cooperazione per il bene comune tra persone di fedi o ideologie diverse, per ridurre il costo delle campagne elettorali e tagliare il costo — divenuto insostenibile — delle rendite che gli apparati dei partiti si assegnano quando si consente loro di assumere la funzione di tramite tra i cittadini e i parlamentari, ti invitiamo ad aderire al Comitato per l’Uninominale (www.uninominale.it)
Pietro Ichino, giuslavorista nell’Università di Milano, senatore Pd; Mario Baldassarri, economista, senatore Fli; Alfredo Biondi, avvocato, già vicepresidente della Camera; Antonio Bonfiglio, sottosegretario di Stato alle Politiche agricole e forestali, Pdl; Emma Bonino, vicepresidente del Senato; Marco Cappato, segretario dell’Associazione Luca Coscioni; Stefano Ceccanti, costituzionalista nell’Università «La Sapienza» di Roma, senatore Pd; Umberto Croppi, assessore alla Cultura del Comune di Roma; Sergio D’Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino; Franco Debenedetti, economista, opinionista; Benedetto Della Vedova, deputato Fli; Stefano De Luca, segretario del Partito Liberale Italiano; Michele De Lucia, tesoriere di Radicali italiani; Giuseppe Di Federico, processualista nell’Università di Bologna; Salvo Fleres, senatore Pdl; Jas Gawronski, giornalista, parlamentare europeo Ppe; Roberto Giachetti, deputato Pd; Maria Ida Germontani, senatrice Fli; Domenico Gramazio, senatore Pdl; Giovanni Guzzetta, professore di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di Tor Vergata, Roma; Ignazio Marino, chirurgo, senatore Pd; Antonio Martino, economista, deputato Pdl; Enrico Morando, senatore Pd; Magda Negri, senatrice Pd; Francesco Nucara, segretario del Partito Repubblicano Italiano, deputato Gruppo Misto; Federico Orlando, politico e giornalista, condirettore di Europa; Tullio Padovani, penalista, Scuola Superiore di Studi Universitari «Sant’Anna» di Pisa; Angelo Panebianco, politologo nell’Università di Bologna, saggista e opinionista; Marco Pannella, Partito radicale transnazionale; Gianfranco Pasquino, politologo nell’Università di Bologna; Mario Patrono, professore di diritto pubblico e comunitario nell’Università «La Sapienza» di Roma; Mario Pepe, deputato Pdl; Stefano Rolando, economista nell’Università Iulm di Milano; Nicola Rossi, economista nell’Università di Tor Vergata - Roma, senatore Pd; Michele Salvati, economista nell’Università di Milano, opinionista; Carlo Scognamiglio, economista, già presidente del Senato; Mario Staderini, segretario di Radicali italiani; Sergio Stanzani, già senatore, presidente del Partito radicale transnazionale; Marco Taradash, consigliere regionale della Toscana, Pdl; Giorgio Tonini, senatore Pd; Silvio Viale, medico, direzione Associazione Luca Coscioni; Valerio Zanone, già segretario del Partito liberale italiano

l'Unità 28.8.10
Sciopero della fame Dalla Sicilia a Roma per un sit-in a Montecitorio e al ministero dell’Istruzione
Ritirare la riforma Pd e sindacati contro la Gelmini: «Questo il Paese reale che il governo ignora»
Scuola, per i precari in piazza
la maggioranza ha solo insulti
di Felice Diotallevi

Repubblica 28.8.10
La nostra vergogna
di Adriano Prosperi

La morte di un bambino di tre anni bruciato vivo in una baracca a due passi dal centro di Roma è una notizia sconvolgente.
È da tempo che accadono cose orrende. Ci furono i quattro bambini morti nell´agosto 2008 a Livorno, sotto un cavalcavia: Eva, 12 anni, Danchiu, 8 anni, Leonuca, 6 anni, e Mengi, di 4 anni. Eva morendo cercò di proteggere col suo corpo un fratellino. Questo fu il racconto dei loro corpi, simili ai calchi in gesso di Pompei. E il quattordicenne carbonizzato nel campo nomadi di Rivarolo nel marzo 2002. E l´altro quattordicenne, Marian Danilà, morto carbonizzato nell´area ex Falck di Milano nel settembre 2008. Allora don Massimo Capelli della Casa della Carità, disse: «Ci sono stati già quattro morti alla Falck, ma il Comune sa fare solo sgomberi».
Oggi i comuni continuano a fare e a minacciare sgomberi in Italia. Ma c´è un momento in cui dallo stillicidio delle cronache dell´orrore locale si passa alla corrente impetuosa di un grande problema collettivo che investe tutta la comunità internazionale, scuote le coscienze dei singoli, assume le dimensioni di un´urgenza assoluta davanti alla quale non ci si può più fingere disattenti né rimandare alle competenti autorità. Oggi forse quel momento è arrivato anche per la questione degli zingari: almeno lo speriamo. E´ un fatto che negli ultimi giorni la questione dei rom e dei sinti ha conosciuto un salto di qualità. Per merito non italiano ma francese. L´iniziativa di Sarkozy ha scosso e diviso l´opinione pubblica e ha portato a una ferma presa di posizione della Chiesa cattolica. L´appello del Papa ha richiamato la Francia al dovere di «saper accogliere le legittime diversità umane». E monsignor Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per i migranti, dice: «Quando ci sono espulsioni, ci sono sofferenze... Si tratta di persone deboli e povere che sono perseguitate, che sono vittime anch´esse di un ‘olocausto´ e vivono sempre fuggendo da chi dà loro la caccia». Nella dichiarazione di Marchetto la parola olocausto è tra virgolette. Ma è la parola giusta: ci sono testimoni che hanno vissuto la tragedia di allora e si ritrovano oggi davanti alla stessa macchina di odio. Valga l´esempio di Goffredo Bezzecchi, sopravvissuto alla deportazione di allora per trovarsi il 6 giugno 2008 nel campo rom di Rogoredo svegliato all´alba, messo in fila e schedato per l´operazione del censimento dei rom attuato dai superprefetti nominati dal governo.
Per questo salutiamo l´appello del Papa come il segno che le cose possono cambiare, che forse non è troppo tardi perché ci sia un ritorno alla ragione. Ma quel segno non basterà, dovrà essere ripetuto, dovrà risuonare non solo in francese. Dovrà riguardare lo scenario italiano e rispondere a quel ministro che agli italiani ha promesso che sarà più duro di Sarkozy. Dovrà dire con chiarezza ai politici italiani che su questo punto si giocheranno l´appoggio della Chiesa. Lo dovrà far capire a quel presidente del Comitato Sicurezza del Comune di Roma che, dopo la morte del piccolo rom, ha rilasciato questa incredibile dichiarazione: «È necessario continuare sul fronte delle espulsioni e dei rimpatri assistiti sull´esempio di quanto avviene in Francia».
Lo leggiamo con sensi di vergogna. Ci sentiamo corresponsabili di una offesa che «spezza il corpo e l´anima dei sommersi» e «risale come infamia sugli oppressori», come scrisse Primo Levi. Se un giorno il nostro paese sarà capace di ritrovare la via giusta, allora ci dovrà un luogo e un rito della memoria: e nel monumento della nostra vergogna, che immaginiamo come la discesa nel buio del monumento ai caduti americani del Vietnam, si dovranno leggere i nomi di tanti zingari, tanti bambini. Ma intanto, bisognerà cominciare a ripulire il linguaggio di quei sindaci che promettono di «bonificare» le città allontanando i nomadi: esseri umani come rifiuti da trasportare altrove perché non offendano la vista. Circola da tempo l´immagine del «troppo pieno»; per dire che nel paese non c´è posto per tutti. Metafora insensata in un paese che ha obbedito agli stimoli dissennati del premier e all´allentamento dei vincoli da parte di comuni coi bilanci in rosso e ha costruito un´infinità di case; case vuote, che nessuno compra. Ma quando prende piede la metafora dell´intolleranza spaziale siamo già entrati nell´antica rotaia maledetta del rapporto tra un popolo e il suo territorio. Il motto leghista «padroni a casa nostra» è il figlio smemorato dell´idea nazista dello «spazio vitale».

Repubblica 28.8.10
"Gli zingari vittime di un olocausto"
Il Vaticano attacca la Francia. L´Onu: "Basta espulsioni indiscriminate"
di Orazio La Rocca

CITTÀ DEL VATICANO - "Olocausto". Parola tragica che - al di là del significato letterario - evoca, in particolare, i 6 milioni di ebrei sterminati dai nazisti. Termine che, però - filtra dal Vaticano - , ricorda anche le persecuzioni contro le popolazioni rom di ieri e di oggi, come sta succedendo con le espulsioni di massa avviate in Francia dal governo Sarkozy per le quali ieri è intervenuto l´Onu con un fermo richiamo a Parigi a porre fine «ai rimpatri collettivi» degli zingari. Richiamo a cui ha seccamente risposto il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, sostenendo che «la Francia osserva scrupolosamente la legislazione europea» e «i suoi impegni internazionali per quanto riguarda i rom».
Un botta e risposta ai massimi livelli sul problema dei nomadi, in difesa dei quali ieri - sull´onda dell´emozione provocata dalla morte di un bambino in un campo rom di Roma - è sceso in campo anche l´arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio dei migranti, tra i più stretti collaboratori in materia di immigrazione di Benedetto XVI, che nell´Angelus di domenica scorsa aveva già ricordato alla Francia e all´Italia «l´obbligo per ogni cristiano» di «accogliere ed aiutare chi vive nel bisogno senza nessuna distinzione». Marchetto - alla agenzia francofona I.Media - ha rilanciato il monito ratzingeriano ricordando, tra l´altro, che le espulsioni dei rom colpiscono «persone deboli, povere e perseguitate, che sono state anch´esse vittime di un "Olocausto"» e che vivono sempre fuggendo da chi dà loro la caccia. E nessuno può rallegrarsi delle sofferenze di queste persone». «La Chiesa - per l´arcivescovo - quando difende i diritti umani e la dignità delle persone, in particolare di donne e bambini, non fa politica, ma pastorale umana, per cui non e´ né di destra, né di sinistra, e neanche di centro. La Chiesa presenta rispettosamente il suo punto di vista sulla sua dottrina sociale e la legge morale». Sul caso francese, Marchetto avverte che le espulsioni non possono essere ‘‘collettive´´ e che «non si può colpevolizzare un´intera popolazione per violazioni di legge commesse da alcuni».
Analoga richiesta arriva dal Comitato Onu per l´eliminazione della discriminazione razziale, che in una nota diffusa dalla sede di Ginevra chiede alla Francia di «evitare i rimpatri collettivi» di rom e di «adoperarsi per soluzioni durature». L´Onu esprime anche «preoccupazione» per l´aumento «di manifestazioni e di violenze a carattere razzista nei confronti dei Rom».
Martedì prossimo sulla questione rom ci sarà a Bruxelles un vertice tra la Ue e il governo francese, seguito mercoledì e giovedì da un seminario per una «analisi legale e politica delle misure presa da Parigi sui rom». Lo hanno deciso il primo ministro francese, Francois Fillon, e il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso. Fillon avrebbe assicurato a Barroso che le decisioni attuate dalle autorità francesi sui rom «sono conformi al diritto comunitario».

Repubblica 28.8.10
Romania, il mesto rientro dei gitani "Troppo facile prendersela con noi"
"Se Sarkozy avesse cacciato gli arabi avrebbero dato fuoco al Paese"
"Prima le minacce, poi ci hanno distrutto il campo Non potevamo fare altro che partire"
Ad accoglierli ci sono solo agenti di polizia: a Bucarest la gente è del tutto indifferente
di Renato Caprile

BARBULESTI (ROMANIA) - Non ci sono né telecamere né giornalisti al vecchio aeroporto Banesa di Bucarest. L´arrivo degli ultimi 283 rom rimpatriati dalla Francia è evidentemente una non notizia per i media locali. Tanto ripartiranno, si dice. E comunque meglio fuori che qui. Ecco perché nel vecchio scalo ci sono solo poliziotti, quasi a rimarcare l´indifferenza dei romeni per una storia che sta invece indignando l´Europa.
I due charter della Blue Air, partiti da Lione e Parigi, atterrano alle 16 in punto. Una cinquantina di minuti dopo una folla, composta in prevalenza da donne e bambini, riprende mestamente la via di casa, che è una parola grossa per chi una casa non ce l´ha mai avuta. Più giusto dire la via del ritorno al misero borgo dal quale si sono mossi o fuggiti. Come Barbulesti, che è soltanto uno dei tanti villaggi a stragrande maggioranza gitana sulla strada che porta a Costanza e al mare del litorale romeno. A cinquantasette chilometri dalla capitale, a distanza di sicurezza cioè, alla periferia di una media città che si chiama Urziceni.
Mentre i rimpatriati caricano le loro borse su auto e pulmini di fortuna, parte qualche sfottò: «Non fate quelle facce, in fondo Sarkozy vi ha soltanto pagato le vacanze». E giù risate. Loro incassano, per stanchezza o abitudine, forse. Qualcuno come Marian vorrebbe invece reagire, ma l´imponente presenza di forze dell´ordine per fortuna lo fa desistere. «Sono stufo - sbotta - è sempre la stessa storia, Qui, in Italia o in Francia siamo di troppo, zavorra di cui liberarsi». Eppure Marian, 28 anni, 4 figli, a Montpellier un lavoro l´aveva. Raccoglieva ferraglia e altro materiale di scarto che poi rivendeva. Niente di che, ma sette- ottocento euro per mantenere la sua famiglia riusciva a metterli insieme ogni mese.
Adesso non sa come farà a sopravvivere con i settanta euro scarsi dell´assistenza sociale. «Che delusione la Francia - dice - e che delusione il presidente francese. Da uno come lui, che ha origini ungheresi, non me lo sarei mai aspettato. Se l´è presa con noi perché sapeva che non avremmo alzato barricate. Una mossa elettorale a costo zero. Se avesse tentato di buttare fuori gli arabi, tempo tre settimane gli avrebbero incendiato il paese. Con noi rom invece è bastata una mancia. Ma se pensa di aver risolto il problema si sbaglia. Molti ritorneranno, perché non hanno scelta, anche se i politici di qui se ne fregano di noi». Dice il vero, Marian. Non ci sono state levate scudi contro la Francia nei palazzi del potere di Bucarest. Anche Traian Basescu, il presidente che ha fama di uno che non le manda a dire, si è guardato bene dall´attaccare Sarkozy, gli ha soltanto ricordato che i romeni sono cittadini europei e come tali vanno rispettati. Il minimo sindacale, dunque. Il resto è il solito ritornello polticamente corretto, stancamente riproposto da intellettuali e ong varie: i rom sono un problema europeo che la Comunità nel suo insieme deve affrontare e risolvere.
La verità è che bisognerebbe farsi un giro in villaggi come Barbulesti, sette-ottomila abitanti, tutti rom ad eccezione di una decina di famiglie, per capire perché chi ci vive è portato a venirne via con ogni mezzo. Consultorio, ufficio di polizia e municipio sono all´ingresso del paese sull´unica strada asfaltata. Il resto è sterrato su cui si affacciano case di mattoni grezzi che nessuno ha pensato di intonacare. Senza fogne né acqua né luce. L´unico edificio degno di questo nome è la villona rossa del più ricco del paese, un usuraio, che in quel contesto degradato ha come l´aria di essere il palazzo reale. Lontano e inavvicinabile.
Crisantema Baicu, 34 anni, 4 figli, marito in galera, stava a Grenoble - «Sì mendicavo, cos´altro potevo fare?» - prima che fosse costretta ad accettare la proposta francese. «Ma non parlatemi di rimpatrio volontario, perché non sarò tanto brava con le parole, ma non sono scema. Prima, qualche mese fa hanno cominciato con le minacce: vi distruggeremo il campo se non ve ne andare. Che potevano fare? Ci siamo spostati: una, due, tre volte. Poi il campo ce l´hanno distrutto davvero, e quindi siamo stati costretti ad accettare i loro soldi e a partire. Ma ritorno, in qualche modo devo pur sfamarli», dice indicando i tre figli, il più piccolo dei quali ha appena due anni.
Per Nicolae, 47 anni, 12 figli, anche lui arrivato da Grenoble, il ritorno a Barbulesti ha il sapore della deportazione. Lui non ha preso nemmeno i soldi, è stato espulso senza tanti complimenti per un qualche reato di cui non gli va di parlare. Non sa leggere, non ha un lei (la moneta locale), ma dice che vuole rivolgersi a un tribunale per avere giustizia. Dragan Costica a sentire la parola giustizia sbotta in una fragorosa risata. «Ma quale giustizia? Per gli altri forse, ma per noi è una parola senza significato. Prendete me, sono un bravo artigiano del ferro, potrei fare anche il fabbro, a 54 anni ho perso ogni speranza di trovare un lavoro normale. Per cui non posso che vivere di espedienti».

Avvenire 27.8.10
«Io, ex terrorista lotto per la verità»
Maurice Bignami era il capo militare di Prima Linea «Ho capito che fare il bene senza giustizia è solo follia»
di Angelo Picariello



«Oggi ho capito che la vera rivo­luzione è Cristo». Fra i visita­tori del Meeting, ieri, per la pri­ma volta, c’è n’era uno che tanto ha soffer­to e tanto ha fatto soffrire in nome di un be­ne tanto perfetto da diventare ideologia e violenza. Maurice Bignami è stato il capo militare di Prima Linea, «e come tale - rac­conta - mi sono assunto la responsabilità di tutti gli omicidi commessi, e sono davvero tanti, purtroppo». I suoi anni giovanili li vis­suti fra la Francia e Bologna, travolto come in un’onda di piena da quella follia ideolo­gica, che si è portata via prima i suoi geni­tori, poi anche la sua prima compagna, scomparsa in un conflitto a fuoco. Poi, ini­zia la sua seconda vita, già in carcere. Nac­que un movimento per la dissociazione che vide in prima fila suor Teresilla (l’angelo del­le carceri, scomparsa poi in un incidente stradale), e uomini politici come Carlo Ca­sini, primo firmatario alla Camera della leg­ge Gozzini, che autorizzò misure alternati­ve alla pena detentiva.
Nell’arrivo di Maurice al Meeting c’entra un po’ anche il nostro giornale perché è una sua intervista di tre anni fa ad Avvenire che ha messo in moto i cuori, stando al titolo del­l’edizione di quest’anno: «Avevo parlato del­l’insopportabilità della presenza cattolica in università nel ’77, che in realtà metteva a nu­do l’inconsistenza della nostra proposta. Pa­ri pari come accade oggi, che la Chiesa è sop­portata solo se parla di altro, se non propo­ne Cristo e non fa ingerenza. Mimmino, un impiegato di Roviano, vicino Roma, mi ha scritto, ne è nata un’amicizia straordinaria ed eccomi qua».

Arriva Carlo Casini. Con Bignami non si era­no mai conosciuti prima, ma fra i due scat­ta un abbraccio lungo un quarto di secolo, tanto tempo è passato da quella prima pos­sibilità offerta a chi gettava le armi e lascia­va la lotta armata. Maurice fatica a infilare le parole, la commozione è palpabile. 
Meeting, in fondo vuol dire incontro, no? 
Eh, già. Sono commosso perché è grazie a persone come Carlo Casini che ho potuto a­vere una nuova vita, e oggi ho una moglie, tre figli e una speranza su cui costruire. Fu un in­contro con una classe politica seria, che a­veva desiderio di capire, di chiudere un’e­sperienza infausta. Ci misero davvero il cuo­re. Vorrei ricordare anche Flaminio Piccoli, col quale andò a parlare mia moglie a nome di centinaia di ex-terroristi in carcere, e an­che Francesco Cossiga. Fu così che tutta Pri­ma linea, tre quarti delle Br e tutto l’arcipe­lago della contestazione violenta avviarono a metà anni ’80 la fine dalla lotta armata. 
Ma perché è qui, oggi? 
Non certo perché sono più buono, Dico an­zi per paradosso che, almeno nelle inten­zioni, ero più buono prima, come lo sono tutti i giovani. Anche se poi io ho finito per uccidere. Sono qui, invece, perché ho capi­to che l’idea di fare il bene prescindendo dal­la realtà, ossia dalla verità e in definitiva da Cristo, è una follia. Ma non c’è merito da par­te mia, se non quello di aver tenuto il cuore aperto agli scappellotti che mi hanno dato preti e suore, tanto non ne avevo conosciu­to uno prima, tanti ne ho incontrato da un certo punto in poi. Scappellotti prima per farmi cambiare strada, poi, ancor più forti, per farmi uscire da un passato che mi per­seguitava, ricordandomi che Cristo mi ama. 
Ma Dio ama anche quelli che hanno perso la vita, e i parenti delle vittime. 
Certamente. Ma per paradosso forse è stato più facile per noi, che eravamo disperati e a­vevamo fallito del tutto, aprire il cuore. Per loro, lo capisco, è più dura: c’è il rischio dram­matico di rimanere prigionieri del dolore, che è anche l’ultimo legame che resta con i loro cari. Ma la via d’uscita per tutti, anche per loro, è la speranza che diventa fede. 
Che cosa può fare per loro? 
Pregare. Perché la Grazia che ha toccato me liberi anche loro. Trovo che sia il gesto più realistico di amore, molto più di dibattiti e incontri. Si potrebbe giustamente dire 'da che pulpito viene la predica'. Ma io so di non essere nessuno, penso solo che i tanti nessuno che siamo solo in Cristo possono trovare pace. 
Sarà consapevole che non è fatta, ancora, che c’è da lottare. 
Altro che, più di prima. Sarebbe drammati­co se avessi vissuto la follia col fuoco dentro e ora, di fronte alla Grazia, mi abbando­nassi all’ignavia, in­crociando le braccia. Sarebbe terribile, sa­rebbe come una be­stemmia per uno come me che ha a­vuto tutto gratis. Sa­rebbe uno scivolo verso l’inferno. 
Don Giussani nell’ul­timo discorso al Mee­ting disse: 'Auguro a me e a voi di non sta­re mai tranquilli, mai più tranquilli'. 
Non lo sapevo, ma è proprio così. 
Com’è stato il suo impatto col Mee­ting? 
Ho visto tanti giova­ni impegnati. Im­pressionante. E pen­sare che la genera­zione impegnata e­ravamo noi…

Corriere della Sera 28.8.10
L’invenzione dell’altalena che salvò le ragazze di Atene
di Eva Cantarella

Pochi giochi ci hanno reso felici, nell’infanzia, come l’altalena: la sensazione di volare, di toccare il cielo, il vento tra i capelli… Un gioco semplice, universale. Vien fatto di pensare che sia sempre esistito. Ma i greci non la pensavano così. L’altalena, per loro, aveva un luogo e un momento di nascita ben precisi, e anche, quantomeno ad Atene, una importantissima funzione sociale. A raccontarci quale fosse questa funzione è, come sempre, un mito. Nella specie, un mito poco noto, ma legato a uno celeberrimo: quello degli Atridi raccontato da Eschilo nell’Orestea. La perfida Clitennestra, che d’accordo con il suo amante Egisto ha ucciso il marito Agamennone, viene uccisa dal figlio Oreste, che vuole — e nella mentalità dell’epoca deve — vendicare il padre. Ma, anche in quel mondo, il terribile mondo della vendetta, il matricidio è una colpa inespiabile. Perseguitato dal rimorso Oreste fugge, inseguito, oltre che dalle Erinni che vogliono fargli pagare il terribile gesto, anche dalla sorellastra Erigone, la figlia che Clitennestra ha avuto da Egisto. Ma quando giunge ad Atene Oreste viene assolto: «Il vero genitore — decreta la dea Atena, esprimendo quel che pensavano se non tutti, quantomeno molti greci — non è la madre, bensì il padre». A questo punto Erigone, disperata, si impicca. Senonché, quando la notizia si sparge, le vergini ateniesi, come se fossero state contagiate, prendono a impiccarsi in massa. La città rischia di estinguersi. Preoccupatissimi, gli ateniesi si precipitano a interpellare l’oracolo di Apollo, che suggerisce un rimedio: basta costruire delle altalene, così che le ragazze possano dondolarsi nell’aria, come quelle che si impiccano, ma senza perdere la vita. La città è salva, gli ateniesi sono felici, le ragazze ateniesi ancor più di loro, e l’altalena diventa il gioco preferito delle ragazze di tutti i tempi.