D’Alema: "Modello tedesco con Bossi e Udc"
"Prima la riforma elettorale poi il voto questa legge fa comodo solo a Berlusconi"
di Massimo Giannini
D’Alema: con il sistema tedesco si crea lo schema migliore per il Paese
La lettera di Veltroni agli italiani ha avuto come unico effetto quello di dare una mano a Berlusconi
Se si votasse ora, contro Berlusconi ci sarebbe una maggioranza larga, difficile però tradurla in proposta di governo
Col "Mattarellum" siamo andati alle urne con 14 partiti. È semplificazione? Nel ´94, con i "Progressisti", non ci andò bene
Con il sistema tedesco si convoglia un campo di forze, dall´Udc alla Lega. Con un centro alleato con la sinistra
Questo bipolarismo solo a Berlusconi fa comodo: col 38% può farsi eleggere al Quirinale, e chiudere i giochi
Addio al "porcellum". Si torna al "mattarellum". Oppure: basta col proporzionale imbastardito dalla casta, riscopriamo le virtù del maggioritario. Ad ogni tornante più tortuoso della storia italiana, il bestiario della politica si ripopola degli astrusi modelli elettorali concepiti dalla Seconda Repubblica.
Il dibattito è ozioso, ma cruciale. Nel mattatoio istituzionale e politico di questi anni, tra sistemi elettorali e forme di governo, l´Italia ha concepito un mostruoso Frankenstein. Un modello di legge elettorale, la porcata di Calderoli, tendenzialmente proporzionale, senza preferenze, dove i parlamentari sono "nominati" dalle segreterie di partito e non più eletti dai cittadini. Al tempo stesso, la democrazia parlamentare, violentata dall´autocrazia berlusconiana, vira verso una forma spuria di presidenzialismo di fatto, a-nomico e a-costituzionale, dove l´indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale sembra delegittimare la presenza e il ruolo degli altri organi di garanzia. Ora che il Cavaliere si avvita in una crisi irreversibile, e che si parla esplicitamente di elezioni anticipate, una domanda è d´obbligo: ha senso tornare alle urne con questo sistema elettorale? E in subordine: c´è nell´attuale Parlamento una maggioranza trasversale in grado di sostenere una riforma condivisa?
Nel centrosinistra si confrontano due anime, uscite allo scoperto in questi giorni. C´è l´anima veltroniana, dogmatica, che vagheggia il ritorno al puro spirito bipolare, o bipartitico, che giustificò il suo tentativo di forgiare un Pd autosufficiente e "a vocazione maggioritaria". C´è l´anima bersaniana, pragmatica, che non si impicca a una formula pregiudiziale, ma che in nome dell´Alleanza democratica chiama a raccolta tutte le forze che oggi si oppongono al berlusconismo, per superarlo e poi individuare un sistema elettorale comune da proporre al Paese. «È inutile illudersi, o cercare altre scorciatoie: per uscire dal berlusconismo occorre ripensare le forme del nostro bipolarismo malato». Massimo D´Alema è appena tornato dalla sua vacanza in barca. Chi gli ha parlato lo descrive soddisfatto della navigazione, ma preoccupato per le rotte sempre più confuse della politica italiana.
L´ex premier ed ex presidente dei Ds non ha condiviso la "lettera agli italiani" di Veltroni, che alla fine «ha avuto come unico effetto quello di dare una mano a Berlusconi». Mentre ha molto apprezzato la proposta programmatica lanciata su "Repubblica" da Bersani, che ha avuto il merito «di riappropriarsi dell´agenda politica, affermando cose molto ragionevoli». Anche D´Alema, come il segretario del suo partito, vede un Berlusconi in enorme difficoltà, forse destinato a non concludere la legislatura. Ma se si arrivasse a una crisi, e in ipotesi estrema ad elezioni anticipate, si riproporrebbe la solita questione: «Ci sarebbe sicuramente una maggioranza larga contro di lui, nel Paese, e il voto assumerebbe la chiara fisionomia di un referendum su Berlusconi, ma con le regole attuali si ripeterebbe la difficoltà di tradurre questa maggioranza elettorale in proposta di governo e in una leadership forte». Per questo D´Alema, nei colloqui di questi giorni e prima della ripresa di settembre, non si stanca di ripetere un "refrain" che gli sta a cuore: «Quello della legge elettorale è davvero il nodo di fondo. Non possiamo rischiare di tornare al voto con questo sistema. L´idea malsana e malintesa di bipolarismo che abbiamo cullato e costruito in questi anni ci ha portato a un sistema che fa comodo solo a Berlusconi, che col 38% dei consensi può farsi eleggere al Quirinale, e chiudere i giochi per sempre. Ci rendiamo conto che l´indicazione del premier sulla scheda non esiste in nessun paese del mondo? Ci rendiamo conto che in Italia con questo falso mito maggioritario ormai gli organi di garanzia contano sempre meno? In Gran Bretagna c´è Westminster, ma c´è anche la Regina. In Italia c´è un sistema elettorale che crea un bipolarismo di facciata che ormai mette a rischio la stessa democrazia. Berlusconi fa scrivere il suo nome sulla scheda, e in nome di questo sacro principio, "io sono stato eletto dal popolo", pensa di poter fare quello che vuole. Noi non possiamo indulgere a questa deriva, che contiene in sè il germe del populismo autoritario».
D´Alema non ha dubbi. Ai suoi collaboratori, con i quali sta preparando l´agenda della settimana di rientro, ripete uno slogan di cui è fermamente convinto: «La fine di Berlusconi sarà anche la fine della Seconda Repubblica». Il tema è: come arrivarci? Sotto il profilo della legge elettorale, l´ex ministro degli Esteri del governo Prodi vede solo due strade: «Il primo mezzo è il doppio turno alla francese, che seleziona in anticipo le forze in campo, e potrebbe interessare all´Udc. Il secondo mezzo è il sistema tedesco, proporzionale con lo sbarramento, che rompe la rigidità dello schema "blocco contro blocco". Inutile dire che D´Alema, oggi come negli anni passati, continua a teorizzare il secondo mezzo. «Con il sistema tedesco noi potremmo convogliare un campo vasto di forze, dall´Udc alla Lega, e creare un assetto tendenzialmente bipolare, anche se non bipartitico, dove si andrebbe alle urne con cinque, massimo sei partiti, con un centro forte che si allea con la sinistra, con la sfiducia costruttiva, con una buona stabilità dei governi, che volendo potremmo persino rafforzare con l´introduzione di una clausola anti-ribaltone. Non riesco a immaginare uno schema migliore, per un Paese come il nostro».
Ma in queste ore, sulla scia degli appelli e delle raccolte di firme che si sovrappongono, un´altra via intermedia che prende corpo é quella di un ritorno al "Mattarellum", cioè il sistema partorito dopo la stagione referendaria dei primi anni Novanta. Potrebbe essere un buon compromesso, per uscire intanto dall´esecrato "Porcellum". D´Alema non ne è affatto persuaso: «Ma ci rendiamo conto che col "Mattarellum" siamo andati alle urne con quattordici partiti? È semplificazione questa? È bipolarismo questo? Se guardo al passato, vorrei sommessamente ricordare che l´esperimento lo abbiamo già fatto nel 1994, con i "Progressisti", e non ci andò bene. Se guardo al presente, mi chiedo perchè mai Bossi e Casini dovrebbero suicidarsi, tornando a un modello che li penalizzerebbe fortemente».
Per queste ragioni, il Lider Maximo ritiene che il Pd debba assumere un´iniziativa forte, per rilanciare sul modello tedesco e costruire su questo il profilo delle future alleanze politiche. Un ragionamento che riflette forse il limite classico del dalemismo: una certa idea della politica costruita a tavolino o in laboratorio, tra ingegnerie di coalizione e alchimie di partito. Ma una cosa è vera: la crisi del berlusconismo è un´occasione da non perdere, anche per provare a rimodellare la nostra architettura istituzionale ed elettorale. Con l´ennesimo rammarico, che lo stesso D´Alema non può non aggiungere ai tanti altri collezionati nel passato: «Se queste riforme le avessimo fatte alla fine della scorsa legislatura, a partire dal sistema tedesco, oggi l´Italia sarebbe diversa. L´illusione maggioritaria, allora, ha finito col restituire il Paese a Berlusconi». Ammesso che la ricostruzione storica sia vera, l´invito di D´Alema al centrosinistra è a «non ripetere quel grave errore politico». Vedremo se l´invito sarà raccolto.
Nel frattempo, l´ex leader sta defilato, giovedì parlerà di tutto questo, alla festa del Pd a Torino. Mentre oggi presiederà un seminario della Fondazione Italianieuropei con John Podesta, democratico Usa, che ha appena scritto il saggio "L`America del progresso". «Dovrò spiegare gli attuali problemi della nostra situazione politica. È previsto che si parli in inglese. Per come siamo messi, è quasi più difficile farlo in italiano».
Repubblica 30.8.10
Bossi: il Pd ha offerto voti a Berlusconi
Bersani non solo è andato da Berlusconi a piagnucolare contro le elezioni anticipate, ma gli ha pure detto che era pronto a salvare il governo
"Sono terrorizzati dalle urne, come Fini. Io e Silvio gli unici a non avere paura"
di r.s.
DOMEGGE - Umberto Bossi insiste, ridendosela delle smentite del segretario del Pd. «Confermo – racconta il leader della Lega – Bersani non solo è andato da Berlusconi a piagnucolare perché fossero evitate le elezioni anticipate, ma ha pure detto a Silvio che, in caso di rottura parlamentare, i voti per garantire al governo di andare avanti li avrebbe messi lui». È l´ultima cannonata del Senatùr, che ha trascorso il fine settimana in Cadore accolto dal presidente del Veneto Luca Zaia e dai maggiorenti locali della Lega.
Bagno di folla alla festa del Carroccio a Domegge (con Tremonti sul palco), un altro comizio per spiegare la frenata sul voto anticipato e il muro del Carroccio contro qualsiasi ipotesi di cambiamento del "Porcellum" ideato da Calderoli. Ma, oltre al solito Casini, stavolta il bersaglio preferito è proprio Pierluigi Bersani, capo di un partito che «non vince le elezioni non per la legge elettorale, ma perché la gente non lo vota». C´è anche una replica alle accuse del leader del Pd («La Lega è amica del premier per ottenerne l´eredità»), e arriva con una battuta che la butta sullo scherzo: «Con tutti i figli che ha – taglia corto Bossi – Berlusconi non verrà certo a dare a noi l´eredità». Però, eredità negata a parte, l´intesa tra i due è salda, ed è il caso di rimandare un messaggio ai finiani riottosi. Quelli che proprio l´iniziativa leghista, dopo il vertice sul lago Maggiore tra il Cavaliere e il Senatùr, dovrebbe convincere ad approvare integralmente i famosi cinque punti e a rinunciare a qualsiasi imboscata in Parlamento: «Io e Silvio siamo gli unici a non avere paura del voto, mentre sia Fini che il Pd ne sono terrorizzati».
E da Cortina, dove nel pomeriggio ha partecipato a un dibattito pubblico, Zaia ha precisato il concetto. Con toni che suonano molto scettici sullo stato di salute della maggioranza: «Stiamo perdendo consensi per colpa dei litigi interni, e questa è una cosa molto sbagliata, un dato su cui riflettere a fondo». Ed è un grido d´allarme, quello lanciato dal governatore del Veneto, che sembra travalicare lo strappo aperto tra i finiani e il resto del centrodestra. Anzi, al presidente della Camera (con il quale la Lega si è assunta il compito di trattare) Zaia concede una piccola apertura di credito. Meglio Fini o Casini?, gli chiedono. Lui se la cava così. «Molti ci hanno votato proprio perché l´Udc non è più un nostro alleato, hanno scelto Pdl e Lega», anche se «è impossibile un´eventuale prospettiva di fusione» tra i due partiti. Certo che gli alleati dovrebbero stare un pochino più attenti, dal momento che i guai per la coalizione non sono venuti dalla Lega: «Non abbiamo alcun interesse ad avere un Pdl debole, una coalizione è forte se sono forti tutte le sue componenti», spiega Zaia. Poi le banche, argomento che sta molto a cuore a Bossi. «Non sono vicine agli imprenditori – accusa il presidente del Veneto – e quando si rinnoveranno gli organi delle fondazioni bancarie, noi nomineremo gli uomini più vicini al popolo e alle sue esigenze; se non mettiamo i nostri amici, ci vanno gli amici degli altri, e questo è pericoloso».
Repubblica 30.8.10
Pd, Bersani attacca la Lega "Sul territorio la battiamo 10 a 0"
di Giovanna Casadio
Polemica su Renzi. Amato: attenti ai cartelli elettorali
Parisi: "Non basta il richiamo a un nome di speranza, il leader scelga tra l´Ulivo e D´Alema"
ROMA - Bersani rilancia l´orgoglio del Pd e attacca Bossi. In Lombardia roccaforte leghista, a Cremona, il segretario democratico rivendica la forza e il radicamento del partito. «Noi battiamo in questo la Lega 10 a zero - dice - Mi sono un po´ stancato di queste leggende metropolitane sul consenso che la Lega ha al Nord. Noi stiamo facendo in Italia 2000 feste Pd, abbiamo decine di migliaia di volontari. Non abbiamo niente da farci dettare ma casomai da dare lezioni in fatto di territorio e di radicamento». Dispiaciuto Bersani invece per quelle critiche, diffidenze e dubbi che - dopo gli apprezzamenti, soprattutto quello di Prodi - piovono ora sulla sua proposta di Nuovo Ulivo, ovvero di come riorganizzare il campo del centrosinistra e quindi la riscossa anti-Berlusconi. «Il Nuovo Ulivo può interessare Di Pietro, Sel e Rutelli», ribadisce.
È il momento delle polemiche nelle file democratiche. Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi demolisce la "costruzione" politica bersaniana picconandone l´architrave con una battutaccia: «Il Nuovo Ulivo fa sbadigliare, è ora di rottamare i nostri dirigenti». E indica tre nomi per la leadership democratica, cioè Zingaretti, Chiamparino e Vendola. Bersani in questo quadro fa parte del vecchio di cui «liberarsi», insieme con D´Alema e Veltroni. Gli risponde duramente il segretario democratico di Torino, Gioacchino Cuntrò: «Il popolo di centrosinistra spera in Bersani, prova ne è l´accoglienza alla Festa di Torino. Evidentemente Renzi chiuso nei bellissimi palazzi fiorentini non può accorgersene, ed è un peccato che dal sindaco di una grande città come Firenze arrivi come unico contributo una critica fine a se stessa». E Michele Ventura rincara: «È il momento di fare squadra, non servono uomini soli».
Avverte dei rischi e si mostra scettico sul Nuovo Ulivo anche Giuliano Amato, che alla Festa di Torino ieri parla di unità d´Italia e di federalismo: «Se l´Ulivo è un cartello elettorale allora è destinato a fallire. Non si possono mettere dei pezzi nello stesso cassetto se non gli si dà un senso politico». Attenti quindi - è il ragionamento dell´ex premier - perché «l´esperienza 2006-2008 ha avuto momenti di frustrazione che potrebbero ripresentarsi se il principio è di occuparsi di ciò che ci divide e non di ciò che ci unisce. Se la vocazione rimane quella, l´operazione ha poche possibilità di successo». Così come polemico è Arturo Parisi, uno dei "padri" dell´Ulivo del 1996: «Fosse per i nomi, visto che nella proposta di Bersani ci sono tutti (Pd, Alleanza democratica, primarie, Ulivo) dovrei esultare. Quello che conta è quello che ci sta dietro - spiega - Se si dice di tornare allo spirito dell´Ulivo farebbe piacere capire perché ce ne siamo allontanati . Non vorrei, ahimè, che molte delle condizioni che furono alla sua origine non esistono più mentre ci sono quelle che ne causarono la fine».
Il ricorso all´Ulivo sarebbe, secondo Parisi, «un nome di speranza in un momento di disperazione», mentre «la linea di riferimento del gruppo dirigente del Pd resta quella di D´Alema sostenitore dichiarato delle ragioni della restaurazione». A Bersani insomma tocca la scelta tra Ulivo e D´Alema. A favore Piero Fassino, leader della minoranza, che vede il bicchiere mezzo pieno: «Da Bersani giusta proposta per il Nuovo Ulivo. Il fatto che l´Udc abbia confermato di non votare il processo breve, significa che con i centristi è possibile realizzare una convergenza per offrire agli italiani un´alternativa a Berlusconi». Ci sta a mettersi insieme in «un´alleanza riformista» il leader del Psi, Riccardo Nencini. In un´intervista a Repubblica afferma: «Vedo che Ferrero conferma di non volere partecipare all´Ulivo perché non interessato a partecipare al governo. E il nuovo Ulivo si configurerebbe perciò come alleanza di tutti i riformisti».
Corriere della Sera 30.8.10
Il sistema elettorale
Una discussione necessaria
di Angelo Panebianco
Il sistema elettorale attuale piace a pochissimi, persino fra coloro che se ne sono avvantaggiati. Tutti sappiamo che arriverà prima o poi il giorno in cui verrà sostituito o cambiato. Diff i ci l mente l a legge elettorale che porta la firma di Roberto Calderoli e che è in vigore dal 2005 potrà resistere ancora per molti anni. Al momento, tuttavia, è più facile pensare di cambiarla che riuscirci. Per due ragioni. Perché il nucleo centrale dell’attuale maggioranza di governo (berlusconiani e leghisti) non ha interesse a cambiarla. E perché gli avversari della legge vigente sono divisi, sono in radicale disaccordo fra loro, hanno idee diversissime su cosa mettere al suo posto. Non c’è niente di male in ciò e sarebbe anzi sorprendente il contrario. Le diverse leggi elettorali non sono neutre rispetto alle chance di affermazione delle varie fazioni in campo e dei loro progetti politici.
A rischio di semplificare eccessivamente, possiamo dire che il confronto principale è fra coloro che vogliono sbarazzarsi del bipolarismo (la contrapposizione fra due soli schieramenti inaugurata nel 1994) e coloro che vorrebbero rafforzarlo. I primi pensano a un cambiamento della legge elettorale vigente che faccia saltare il premio di maggioranza (lo chiamerebbero «sistema tedesco» ma la sostanza sarebbe questa). Eliminato il premio, che obbliga a formare coalizioni prima del voto, il bipolarismo verrebbe travolto. Si tornerebbe all’assetto della Prima Repubblica, con le coalizioni di governo che si formano in Parlamento dopo le elezioni. C’è chi pensa che tale assetto favorirebbe la ricostituzione di un grande rassemblement parlamentare «centrista» dotato di una formidabile rendita di posizione: la possibilità di contrattare la formazione dei governi sia con la sinistra che con la destra. Al momento, è anche l’idea di quella parte del Partito democratico che si immagina perdente in un nuovo scontro elettorale con Berlusconi e per questo affida le proprie fortune politiche future a improbabili scenari di «governi tecnici » e riforma elettorale (il solito «sistema tedesco») che — così essi sperano — colpisca l’attuale premier.
C’è poi la posizione di chi difende il bipolarismo, ma pensa anche che la legge elettorale attuale (con le sue liste bloccate) lo assicuri malamente, sacrificando troppo della rappresentatività sull’altare della governabilità. Una governabilità, per giunta, neppure garantita, date le altissime probabilità, dovute ai cattivi marchingegni di questa legge, di maggioranze diverse fra Camera e Senato. Sta qui, mi sembra, il senso che i promotori hanno voluto dare all’appello a favore dell’uninominale maggioritario pubblicato dal Corriere due giorni fa e al quale anche chi scrive ha aderito. Non è una operazione nostalgia, come indicano la quantità e qualità di consensi e di adesioni che l’iniziativa sta suscitando nel Paese. Non è solo il tentativo di resuscitare un movimento che, grazie alle intuizioni di Marco Pannella (che fondò la Lega per l’Uninominale nel 1986) e di Mario Segni (Movimento per la riforma elettorale, del 1987), portò poi al referendum del 1993 e alla chiusura di una lunga fase storica. È soprattutto il tentativo di tenere viva un’idea di democrazia (maggioritaria, bipolare, tendenzialmente bipartitica) che ai promotori dell’appello pare tuttora più allettante dei disegni concorrenti. E anche per ricordare a tutti che quando, fra qualche mese o qualche anno, verrà messa mano alla legge elettorale, con quella prospettiva si dovrà comunque fare i conti.
Corriere della Sera 30.8.10
Non solo Vendola: viaggio a sinistra del Pd
Una galassia di sigle frutto di infinite frammentazioni. Sansonetti: non hanno senso
di Alessandro Trocino
ROMA — Dopo aver rimpianto «lo sciagurato scioglimento del Pci», condannato la sinistra «dispersa in mille rivoli inessenziali e disponibile a farsi nuovo fucile della borghesia». Dopo aver liquidato Nichi Vendola come «il nuovo caudillo populista di uno schieramento di sinistra liberista e bipolarista», Fosco Giannini, leader dell’Ernesto (corrente Prc), conclude la severa analisi con una giusta questione: «Compagni, come si può porre, oggi, la questione dell’esigenza sociale e storica del partito comunista?».
Già, come si può porre? E, soprattutto, dove sono finiti i compagni? Eliminata dal Parlamento, estromessa dal dibattito pubblico, emarginata dall’insostenibile leggerezza della modernità, la sinistra a sinistra del Pd resta pervicacemente affetta da frazionismo, malattia infantile (ma anche senile) del comunismo. La sua coperta di Linus è la falce e martello, la sua parola feticcio il comunismo. Gli unici a sdoganare l’XXI secolo sono stati quelli di Sinistra ecologia e libertà, capitanata dal «caudillo» Vendola. Non è un caso che ora si proponga come possibile leader di un nuovo centrosinistra, magari proprio del Nuovo Ulivo lanciato da Bersani. Poi c’è la Federazione della sinistra dei ben noti Ferrero (Rifondazione) e Diliberto (Comunisti italiani). Oltre, infuria la battaglia per conquistare un lembo della cortissima coperta.
Francesco Ricci, per esempio, è indignato. A nome del microscopico Pdac, Partito di alternativa comunista (Progetto comunista) — nato per scissione dal Prc di una parte della corrente trotskista Associazione marxista rivoluzionaria-Progetto comunista — se la prende con i centristi. L’Udc, però, non c’entra. Ce l’ha con Plc e Sc, «due organizzazioni centriste, che oscillano tra pratica riformista e dichiarazioni rivoluzionarie». Dove il Plc — «un partito lasso, menscevico» — è il partito comunista dei lavoratori-Crqi di Marco Ferrando, che non si fa mancare l’Organizzazione comunista alternativa proletaria come componente interna. E Sc è Sinistra critica, che si definisce «ecologista, comunista e femminista» e ha tra i portavoce una vecchia conoscenza della sinistra riformista, Franco Turigliatto, coltivatore di rose ma soprattutto noto come un «cecchino» del secondo governo Prodi.
Curiosare su siti e forum dà una leggera vertigine. Trovi il Pdac che rievoca i 70 anni dell’assassinio di Trotsky, attacchi «ai revisionisti della Federazione della sinistra», cenni ad Andropov, alle «elezioni borghesi», alle «manovre padronali». Il Pdac ha il solito «Comitato centrale», ma anche una «Commissione di morale rivoluzionaria». Il sito dell’Ernesto inneggia ai comunisti giapponesi, 400 mila iscritti: «Si avvalgono di un tenace lavoro militante, che si accompagna a ricerca teorica, perseguimento dell’unità ideologica e senso della disciplina».
Doti non molto diffuse nella sinistra nostrana, come spiega Piero Sansonetti, che questi lidi li ha frequentati a lungo: «Già a 17 anni mi lodavano i giapponesi del Zengakuren, giovani compagni che erano oltre Mao. Io già allora ridevo, perché oltre Mao non riuscivo ad andare». Per Sansonetti questa sinistra non ha più senso: «È solo folklore. È demenziale pensare di rifondare il comunismo nel 2010. Questa è gente che invece di fare la fatica di rimettersi a pensare, come ha fatto Vendola, continua ad affidarsi a falce e martello».
Non è d’accordo, ovviamente, Marco Rizzo che, espulso dal Pdci per aver adombrato amicizie piduiste per Oliviero Diliberto, ha fondato nel 2009 i Comunisti Sinistra popolare, che si propone come «lobby morale». E non è d’accordo il trotzkista Ferrando, 210 mila voti nel 2008: «È vero, di clan e partitini comunisti ce ne sono molti, ne potrei citare altri 50. Ma pochi hanno consistenza elettorale. L’anticapitalismo è ancora più attuale oggi che ai tempi di Marx, altro che reducismo. E se la sinistra radicale è in difficoltà è perché paga la politica governista del Prc, per anni appendice dei partiti dominanti».
Corriere della Sera 30.8.10
«Sì all’uninominale». Arrivano nuove adesioni Stop dalla maggioranza
Gelmini: c’è un’ottima legge. Bossi: non si cambia
di Lorenzo Fuccaro
ROMA — All’appello per l’uninominale pubblicato dal Corriere si aggiungono le adesioni dell’ex ministro del governo Ciampi, Luigi Spaventa, e di Gilberto Corbellini, docente di Storia alla Sapienza di Roma. Partita come un’iniziativa di personalità politiche bipartisan e di studiosi per modificare l’attuale legge elettorale, ora si estende a livello locale nel tentativo di coinvolgere in maniera diretta la cosiddetta società civile. Uno dei promotori, Franco Corbelli del Movimento diritti civili, fa sapere che già oggi «in Calabria appronteremo dei banchetti per la raccolta di firme per cambiare il Porcellum». L’appello, insomma, suscita interesse ma anche perplessità. Appartiene al primo caso il sondaggio fatto tra i telespettatori di Skytg24, in base al quale l’86% è favorevole a rivedere quel meccanismo.
Il Mattarellum Il sistema fu applicato per la prima volta nel ’94 e l’ultima nel 2001 (foto): senza liste bloccate, l’elettore poteva scegliere un candidato il cui nome corrispondeva al simbolo di ciascuna coalizione
Perplesso per gli sviluppi del dibattito è il costituzionalista Giovanni Guzzetta che pure ha firmato il testo. Denuncia «l’idea perversa che l’unica alternativa alla legge attuale sia il ritorno al proporzionale. Se questi sono gli obiettivi dei sedicenti difensori della democrazia allora "Porcellum forever". Se si vuole, invece, fare sul serio l’unica strada seria è l’uninominale».
Gaetano Quagliariello (Pdl) obietta che «parlare in astratto di legge elettorale è un vecchio vizio italiano, perché è del tutto evidente che i meccanismi di scelta degli eletti seguono le riforme istituzionali. L’appello a favore dell’uninominale, a mio giudizio, è un grimaldello per favorire la restaurazione. Temo il vero scopo sia quello di togliere agli elettori il potere di indicare la coalizione che dovrà governare il Paese e quindi il premier che la deve guidare, il rischio è che si torni al passato con i cittadini che non contano più visto che gli accordi si fanno dopo il voto».
Il no del ministro Mariastella Gelmini è ancora più netto. Definisce quella attuale «un’ottima legge che garantisce la stabilità politica». Non è vero, argomenta, che un ritorno al sistema invocato dai firmatari «garantirebbe la governabilità perché proprio quel meccanismo contribuì negli anni Novanta a realizzare due ribaltoni». Non solo. Secondo la Gelmini «non è neppure vero che restituirebbe la scelta ai cittadini: non prendiamoci in giro con l’uninominale vengono creati collegi di serie A, B e C e le segreterie di partito piazzano i propri candidati di punta in collegi blindati».
Concetti che riprende Fabrizio Cicchitto (Pdl) attaccando «le mistificazioni dell’opposizione: a proposito delle preferenze riesumeremo le mille polemiche fatte a loro riguardo negli anni Novanta, a partire dai privilegi di chi aveva i soldi, al voto di scambio, all’azione della criminalità organizzata». Sintetizza Umberto Bossi: «Ci mancherebbe altro che cambiassimo la legge elettorale. Il Pd non vince le elezioni non per la legge elettorale, ma perché la gente non lo vuole».
Repubblica 30.8.10
"Ebrei geneticamente diversi" Germania, furore per Sarrazin
Ondata di sdegno contro l’ideologo neopopulista
La condanna della Merkel e del governo Imbarazzo nella Spd
di Andrea Tarquini
BERLINO - Si riparla, a Berlino, di patrimonio genetico degli ebrei come fattore diversificante, ed establishment, media e società insorgono. Il discorso è lanciato dal personaggio più controverso del momento: Thilo Sarrazin, alto dirigente della Bundesbank e membro della Spd (partito socialdemocratico, sinistra, all´opposizione). Per difendere le sue tesi sull´effetto disastroso dell´immigrazione musulmana in Germania e in Europa, che già hanno spaccato il Paese, egli ha dichiarato tra l´altro in un´intervista a Welt am Sonntag: «Tutti gli ebrei hanno un determinato gene, i baschi anche hanno un gene che li distingue da tutti gli altri».
Durissime, scandalizzate le reazioni del governo e della comunità ebraica: Sarrazin ha passato il segno. Ma lui non si arrende, e conta su simpatie crescenti. Secondo il settimanale conservatore Focus, un tedesco su 5 spera nella nascita di un partito nazionalconservatore, non di destra radicale ma a destra della Cdu, capace di riparlare di normalità tedesca e orgoglio nazionale. E insieme ad altri intellettuali neocon, Sarrazin è indicato come uno dei possibili ispiratori.
La polemica è esplosa con le anticipazioni dell´uscita, stamane, del provocatorio libro-manifesto di Sarrazin La Germania si distrugge da sola. Le sue tesi: gli immigrati musulmani, sempre più numerosi in Germania e nel resto d´Europa, hanno ben meno capacità e volontà d´integrarsi di altri gruppi, sono meno istruiti e meno operosi, costano al welfare alle cui spese spesso vivono, portano una mentalità retrograda. Tra qualche decennio, visto che si moltiplicano veloci, saranno più numerosi dei tedeschi e degli altri europei doc, e sarà la fine. Intanto con questo processo la Germania sta già diventando più povera e più stupida.
Già queste affermazioni avevano suscitato condanne al più alto livello. Per la cancelliera Angela Merkel Sarrazin è «un diffamatore». Ma adesso l´implacabile bundesbanker arso da furori populisti ha rincarato la dose, per spiegarsi. È un´escalation che cambia la qualità del dibattito. Parlare degli ebrei indicando il patrimonio genetico, nel Paese che oggi è la più salda democrazia della Ue ma tra il 1933 e il 1945 fu governato da Hitler, Goebbels, Himmler e Goering, fa suonare i campanelli d´allarme.
«Non c´è posto per affermazioni che favoriscono il razzismo o addirittura l´antisemitismo», dice il vicecancelliere Guido Westerwelle. Secondo il segretario del Consiglio delle comunità ebraiche tedesche, Stephan Kramer, «chi tenta di definire gli ebrei attraverso il patrimonio genetico, anche se lo fa con le migliori intenzioni, è vittima del mito della razza, che gli ebrei non condividono; gli ebrei in grado di riflettere non cadranno nella trappola di Sarrazin». Per il ministro della Difesa barone Karl Theodor zu Guttenberg, il politico più popolare del Paese, «Sarrazin ha passato il segno».
Umori intolleranti verso i musulmani, ma anche verso i tedeschi deboli (i poveri e disoccupati percettori di aiuti pubblici, che in passato Sarrazin ha descritto come pigri, consigliando loro di dimagrire), voglia di fierezza, auspici di linea dura. È la musica di tutti i populismi europei. Finora la Germania ne sembrava immune, o ben meno infettata di altri Paesi. Sarrazin può segnare l´inizio del cambiamento. Difficile punirlo, per l´establishment. La Bundesbank, in base al suo statuto, potrebbe espellerlo solo per gravi irregolarità sul lavoro. E la stessa Spd si mostra indecisa sul futuro rapporto col più scomodo dei suoi iscritti.
Repubblica 30.8.10
Il processo di Norimberga in mp3 "scaricabili"
La Corte dell'Aja vuole digitalizzare 2mila vinili
di f. z.
LUGANO - Dal vinile all´mp3. La Corte Internazionale dell´Aja vuole convertire i 2mila dischi in vinile (20 minuti per facciata) su cui è registrato il processo di Norimberga, ormai a rischio di distruzione ad ogni ascolto, in documenti in formato mp3. Secondo il prof. Ottar Johnsen, responsabile del dipartimento telecomunicazioni della Scuola di ingegneria di Friburgo, la fonoteca nazionale svizzera potrà informatizzarli nell´arco di un anno consentendo a chi è interessato di scaricarli da Internet. Il costo dell´operazione sarebbe di 130mila franchi.
Repubblica 30.8.10
Il rabbino Yosef auspica la morte dei palestinesi. E Hamas minaccia Abu Mazen
Medioriente, l´ombra dei falchi sul negoziato di Washington
di Giampaolo Cadalanu
Protesta in Israele di un gruppo di attori teatrali: "Non ci esibiamo nei Territori occupati"
I colloqui di pace a Washington non sono ancora cominciati e già l´orizzonte si fa nuvoloso per israeliani e palestinesi. La disponibilità concessa dal premier Benjamin Netanyahu al presidente americano Obama è subito inciampata sull´atteggiamento integralista di una parte della maggioranza che regge il suo governo: ieri il rabbino Ovadia Yosef, capo spirituale del partito ultraortodosso Shas, ha augurato «l´estinzione da questo mondo» al presidente dell´Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e a tutti i palestinesi. Il sermone in sinagoga è diventato una preghiera perché «Dio mandi la peste» e «faccia morire i nemici di Israele».
Lo Shas, la cui base elettorale è composta principalmente da ebrei provenienti dai paesi arabi, fornisce quattro ministri al governo Netanyahu, fra cui anche il vicepremier e responsabile degli interni Eli Yishai, leader dello Shas. Ma Yosef non è nuovo ai toni forti: nel 2001 esortò gli israeliani ad «annientare gli arabi». Nel suo mirino sono finiti in passato anche gli ebrei laici, i progressisti, le donne e i gay. L´Anp ha reagito pacatamente: «Lo conosciamo bene, le sue parole non ci fanno nessun effetto», ha detto un dirigente al sito web del Yedioth Ahronoth.
Più preoccupante per l´Autorità nazionale palestinese è il dissenso di Hamas. Il dirigente politico del movimento, Halil al-Haya, ha espresso con estrema durezza il suo giudizio sui negoziati voluti da Barack Obama: le teste dei dirigenti dell´Anp «saranno schiacciate» dai miliziani di Hamas se alle prossime trattative faranno compromessi «sul diritto del ritorno dei profughi, su Gerusalemme e sulla Palestina».
I rapporti fra Hamas e l´Anp sono tesissimi, dopo che gli uomini di Abu Mazen hanno impedito a esponenti del movimento islamico di entrare in una moschea in Cisgiordania. Sulla stampa è circolata l´ipotesi che l´Anp voglia impedire ad Hamas di mobilitare le moschee della Cisgiordania in proteste contro Abu Mazen.
Ad aggiungere nuova tensione, c´è la scadenza della moratoria sulla costruzione di nuovi insediamenti nei Territori occupati: il governo israeliano ha annunciato che «nessuna decisione sarà presa prima dell´inizio dei colloqui». Non prendere impegni su nuove costruzioni è ovviamente un modo per fare pressione sui delegati palestinesi.
Intanto però a far pressione sul governo israeliano è un nutrito gruppi di artisti del palcoscenico: almeno sessanta attori di teatro hanno deciso di boicottare ogni spettacolo programmato nei Territori occupati. In particolare, al centro della polemica c´è il centro teatrale di Ariel, un insediamento di ventimila persone sorto in piena Cisgiordania.
Repubblica 30.8.10
Il vocabolario del futuro dice addio alla carta "Uscirà solo sul web"
La svolta dell´Oxford Dictionary. "E gli altri ci seguiranno"
Dopo una lunga revisione pronta la terza edizione dell´opera. Ma non sarà mai stampata
di Enrico Franceschini
LONDRA - Anche il dizionario cambia pelle, abbandonando la pagina di carta per quella di internet. L´Oxford English Dictionary, "padre" nobile delle lingua inglese e modello di tutti i dizionari, punto di riferimento per i milioni o miliardi di terrestri che parlano e scrivono (o almeno si sforzano di farlo) nell´idioma di Shakespeare, non pubblicherà la sua attesa terza edizione cartacea, laborioso progetto a cui una squadra di lessicografi lavora da ben ventun anni: la nuova opera uscirà invece soltanto in versione digitale, sul web. «I dizionari stampati stanno scomparendo», si giustifica Nigel Portwood, presidente della Oxford University Press, casa editrice dell´omonima università e del dizionario che ne porta il nome. «Non si vendono più, non vengono più consultati, chi ne ha bisogno sfoglia il dizionario on-line». Dove gli aggiornamenti, gli inserimenti di nuovi termini, la cancellazione di quelli diventati obsoleti, avvengono in tempo reale, giorno dopo giorno: come con l´ultima arrivata, "vuvuzuela", la parolina aggiunta dopo che tutti l´abbiamo sentita strombazzare ai mondiali di calcio in Sud Africa.
La decisione ha una motivazione innanzi tutto economica: l´edizione completa dell´Oxford English Dictionary, consistente in venti volumi rilegati, non ha mai realizzato un profitto, dal giorno in cui ne fu stampata la prima copia, quasi un secolo e mezzo fa. La versione digitale, viceversa, è già e sarà sempre di più un successo anche commerciale: sul web, il dizionario di Oxford viene aperto da 2 milioni di persone al mese. L´abbonamento annuale costa 250 sterline e in più riceve il pagamento dei diritti d´autore da Google, che utilizza l´Oxford Dictionary per il suo motore di ricerca (a proposito: il termine "google" è entrato a far parte del dizionario di Oxford in rete nel 2006).
Come gli atlanti e altri manuali di consultazione, insomma, il dizionario di carta sembra destinato a rimanere a impolverarsi sugli scaffali delle biblioteche, mentre il mondo vivo, il mondo nuovo, lo legge e lo consulta su internet. È il segnale di una svolta che riguarderà il libro in quanto tale, prevede il presidente della Oxford University Press: «Fra 30 anni, l´industria della carta stampata si sarà trasferita quasi completamente sulla rete», dice Portwood. «Già oggi, in America, in certi titoli gli e-books, i libri elettronici da leggere su l´iPad o un altro tipo di lettore, superano i titoli di carta nelle vendite». E la stessa cosa succederà presto o tardi anche altrove.
L´idea di collezionare in ordine alfabetico le parole della lingua inglese, fornendo per ciascuna la definizione, iniziò a diffondersi nel 16esimo secolo. Il primo vero dizionario fu compilato e pubblicato da Samuel Johnson nel 1755, rimanendo lo standard della materia per i successivi centocinquant´anni. Poi, nel 1879, la Oxford University Press lanciò il suo dizionario. La prima raccolta completa vide la luce nel 1928. Ci vollero sessantun anni per aggiornarlo: la seconda edizione, in tutto venti volumi, uscì nel 1989 ed è ancora in vendita, a 750 sterline, insieme all´assai più economico Oxford Dictionary of English, un solo volume, quello che finisce nelle case della maggioranza della gente.
L´idea che ora questo arbitro della lingua inglese scompaia, sostituito da un gemello digitale, viene accolta come un inevitabile segno di progresso dal Sunday Times. «Certo, era bello guardare quei venti volumi blu sugli scaffali, pensare di poterli sfogliare dalla prima parola, "a", con una definizione lunga sei pagine, all´ultima, "zyxt", un obsoleto termine del Kent per dire "vedere" – commenta un editoriale - Ma sarà più semplice e agevole leggerlo sul web».
Repubblica 30.8.10
Se Amleto parla come un Klingon
di Angela Aquaro
Essere o non essere? Meglio: "taH pagh taHbe?". Tranquilli: non è un errore di stampa. È solo l´ultima traduzione disponibile del verso teatrale più famoso del mondo: in klingonese. Klingo-che? L´opera di William Shakespeare è già stata tradotta in quarantacinque lingue di tutto il mondo. Solo che stavolta parliamo, appunto, di un altro mondo, visto che il klingonese è la lingua della razza guerriera che i fan di "Star Trek" conoscono benissimo. Fantascienza? Molto di più. Perché il klingonese è stato approntato da un linguista serio come Marc Okrand. E perché adesso l"Amleto" in versione stellare approda finalmente sulla terra: nella fattispecie a Rosslyn, Virginia, messo in scena dalla prestigiosissima Washington Shakespeare Company. Pensate: sul povero Shex´pir – pardon: Shakespeare – negli ultimi quattro secoli ne hanno dette di tutti i colori: che non è mai esistito, che dietro il suo nome d´arte si nascondeva in realtà la regina Elisabetta. "Paghmo´ tln mlS" – aridaje: "Tanto rumore per nulla".... Era così evidente che quel genio straordinario poteva arrivare soltanto da un altro pianeta.
Repubblica 30.8.10
Felicità
È contagiosa, i vicini la trasmettono Ecco i sette segreti per conquistarla
La ricetta frutto di calcoli e statistiche "svelata" dal "Financial Times", che riporta anche il "tariffario esistenziale" I soldi comprano solo piccole gioie, vincere alla lotteria invece è uno choc. E il divorzio, a volte, mette allegria
di Vera Schiavazzi
Abitare accanto a chi sorride molto fa bene e un amico è meglio della Ferrari
Perdere il lavoro è un dramma ma l´autostima vacilla meno se è un problema diffuso
Cercare, e trovare, la felicità utilizzando criteri razionali, statistiche e calcolo delle probabilità deve essere davvero possibile se il più autorevole quotidiano economico-finanziario inglese dedica alla ricetta un´ampia inchiesta. Cominciando a sfatare i principali luoghi comuni: non solo il denaro non rende felici, cosa che in molti già sospettavano, ma anche eventi drammatici, come il divorzio, possono diventare un ingrediente cruciale per migliorare la propria vita.
Tra i "sette segreti per essere felici", rivelati da Nick Powdthavee (già autore di una fortunata "happiness equation") insieme al giornalista Carl Wilkinson, alcuni sono sorprendenti. Si comincia dal denaro, che può comprare soltanto "piccole felicità", si prosegue con gli amici e la vita di relazione che valgono più di una Ferrari Scaglietti, poi comincia a prendere a picconate i luoghi comuni.
La vincita alla lotteria, ad esempio, non rende felici, o quanto meno non lo fa subito: ci vogliono almeno due anni per godersela, mentre un aumento di stipendio entra subito nel circolo del buon umore. Perdere il lavoro non è un gran problema se il tasso di disoccupazione del proprio paese è alto, e se raggiunge il 20 per cento smette del tutto di esserlo, quanto meno in termini di autostima.
E ancora: meglio avere amici grassi, che ci faranno sentire meno disgraziati se anche noi aumentiamo di peso; meglio divorziare che vivere con chi ci affligge, e meglio ancora se siamo noi a chiedere e a condurre la separazione. Infine, il mistero del "contagio": persone felici che vivono nell´appartamento accanto al nostro o nel raggio di pochi chilometri possono contribuire a fare di noi persone più felici in futuro. Senza troppa intimità, però, perché se vivono nella stessa casa o nello stesso ufficio le probabilità di contagio si abbassano rapidamente.
L´inchiesta del Financial Times è accompagnata da testimonianze dirette di uomini e donne che raccontano il proprio concetto di felicità: il matematico che riesce a risolvere un problema, la ristoratrice che trova il tempo di cucinare per gli amici, il milionario diventato filantropo.
E da un´abbondanza di ricerche comparate, da quelle di David Gilbert ad Harvard (lo psicologo che per primo ha dimostrato come gli stereotipi rischino di influenzare negativamente le nostre scelte, spingendoci ad esempio a prove professionali troppo dure per guadagnare di più, o a trasferimenti in luoghi climaticamente migliori che poi si rivelano troppo lontani e ostili) fino agli studi di Andrew Oswald, che già nel 1990 aveva lanciato il primo "tariffario esistenziale": una buona salute può valere oltre un milione di sterline, 200.000 equivalgono a un buon matrimonio, mentre la morte di un amico equivale a perderne 8.000 e quella di un figlio 126.000.
E in Italia? Lo studio comparativo più approfondito (trascurato dal quotidiano inglese, che ha preferito giocare sul "prezzo" dei principali eventi esistenziali) resta quello condotto ad Harvard dall´italo-inglese Roberto Foa con altri tre economisti e pubblicato su Perspectives on Psychological Science: la quota di chi si definisce "molto felice" è passata nel nostro paese dal 10 per cento del 1981 al 18 per cento del 1990 per ricadere al 16 per cento nel 2007. L´Italia si piazza così al 17° posto in Europa, dietro l´Ungheria e la Moldavia. Spiegazioni? Secondo Foa, «la felicità è aumentata molto in Europa negli ultimi 25 anni soprattutto in relazione ai maggiori livelli di libertà personale e collettiva raggiunti in molti Paesi, non invece in relazione alla crescita economica».
Controprova? Gli uomini sono più felici delle donne, che pure - in relazione al punto di partenza - hanno guadagnato nell´ultimo quarto di secolo più spazi economici e sociali. A fare danni al tono dell´umore femminile è qualcosa di molto simile al "teorema degli amici grassi" lanciato dagli inglesi: il paragone tra le proprie difficoltà e quelle dei maschi.
Perché, come dice Marta Dassù, studiosa di politica internazionale, «in Italia all´impegno con cui molte donne affrontano la vita professionale non corrispondono risultati analoghi a quelli di molti uomini, e si rischia di fare molta fatica con scarso costrutto».
Repubblica 30.8.10
Turgenev
La magica arte di raccontare a bassa voce
di Pietro Citati
In "Fumo", opera fatta di chiacchiere e vapore, c´è una grande storia d´amore, che si può accostare a quella di Anna Karenina
Per lui cacciare significava diventare un frammento della natura. Cominciò a pubblicare diverse storie sul tema che poi raccolse in un unico volume
Creò eroi romantici o nichilisti che fecero discutere i suoi contemporanei. E che seppero anticipare le passioni del Paese prima della Rivoluzione
Era posseduto da una costante e profonda malinconia: ma aveva anche quella vivacità, quella capacità di godere "degli uomini di genio"
Da "Memorie di un cacciatore" a "Padri e figli" i suoi libri, alla fine dell´Ottocento, erano i più popolari in Russia. Il suo talento stava nella sobrietà e nella delicatezza
Nel 1875, a Parigi, Henry James conobbe Ivan Turgenev, che frequentò molto nei suoi ultimi anni di vita, insieme a Flaubert. Ne era affascinato, e gli dedicò due bellissimi saggi, che esercitano un´eguale fascinazione sul lettore moderno.
Henry James guardava Turgenev, lo osservava, lo ascoltava per ore, accettava i suoi perenni rinvii, lo seguiva al caffè e al ristorante, o a casa Flaubert. Quell´immenso e biondo gigante russo gli piaceva moltissimo. Turgenev aveva una testa di grande bellezza, sebbene i suoi lineamenti fossero irregolari. Quasi ogni cosa, in lui, era vasta. La sua espressione aveva una singolare dolcezza, con un tocco di languore slavo e di indecisione, e i suoi occhi - «i più gentili tra gli occhi» - erano profondi e melanconici. I capelli abbondanti e lisci erano bianchi come l´argento, e la barba aveva lo stesso colore. Qualche volta arrossiva come un ragazzo di sedici anni. Qualche volta, si abbandonava all´entusiasmo più fervido. Era il più splendido e piacevole dei parlatori. Quando discorreva, era fluente, naturale, abbondante, ed ogni cosa era toccata dalla squisita morbidezza della sua fantasia. Nella sua conversazione, c´era qualcosa di stranamente vivificante e stimolante, che lasciava sempre James in uno stato di eccitamento interno, con la sensazione che gli fossero state suggerite ogni sorta di cose preziose.
Turgenev era posseduto da una costante e profonda malinconia: ma aveva anche quella vivacità, quella capacità di godere, «accordata di solito agli uomini di genio». Come tutte le persone complesse, era composto di molti pezzi di io, diversi ed opposti tra loro: oscillava tra fede ed ateismo, tra scetticismo e fiducia; gli sembrava che nella vita nulla fosse esattamente come sembra: i sentimenti non erano mai diritti e non si intersecavano mai secondo angoli regolari, così che la realtà sfuggiva a qualsiasi rete ideologica. Eppure, Turgenev era semplice. Era così semplice, così naturale, così modesto, così privo di pretese personali, e di ciò che si chiama la consapevolezza del proprio talento, che a volte James finiva quasi per dubitare che fosse un uomo di genio. Non aveva nemmeno una particella di vanità: nemmeno un granello, «grande come la punta di un ago», di pregiudizio. Amichevole, candido, benigno, senza affettazione, suscitava in tutti l´impressione sovrana della bontà e dell´innocenza.
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Circa venticinque o trent´anni prima, Turgenev viveva in Russia, a Orel, nelle terre della famiglia. Era un insaziabile cacciatore. Cacciava per ore, per giorni, da solo o in compagnia, tra le colline, nelle foreste e tra i fiumi, dormendo sotto un albero o in una capanna. Cacciare significava, per lui, diventare un frammento dell´antica natura russa: penetrava nella natura, sprofondava nella natura, si lasciava plasmare dalla natura: vedeva, sentiva, odorava come vedono, sentono, odorano le beccacce, le lepri, gli usignoli, le folaghe, le anatre selvatiche. Nel 1847 cominciò a pubblicare, sul Contemporaneo, i suoi primi racconti di caccia. E quando, nel 1852, li raccolse tutti in volume, sotto il titolo Memorie di un cacciatore, la Russia possedette un libro che rivelava in modo incomparabile la sua anima.Ogni racconto seguiva le ore del tramonto e della stagione. Il sole tramontava, ma nella foresta faceva ancora chiaro: l´aria era pura e trasparente: gli uccelli cinguettavano; l´erba brillava. A poco a poco, l´interno della foresta si oscurava: la luce purpurea del tramonto scivolava lenta per le radici e i tronchi degli alberi, saliva sempre più su, sempre più su, passava dai rami inferiori ancora spogli alle vette immote e addormentate. Anche le vette si incupivano: il cielo vermiglio diventava azzurro. L´odore di bosco si faceva più intenso. Gli uccelli si addormentavano, non tutti in una volta, ma una razza dopo l´altra: prima tacevano i fringuelli, qualche attimo dopo i pettirossi, infine gli ortolani.
Con i suoi morbidi sensi protesi, Turgenev registrava la vita minima della natura: i grossi pesci venivano a galla: i grilli stridevano nell´erba rossiccia: le quaglie squittivano a malincuore; gli sparvieri si fermavano agitando rapidamente le ali e spiegando la coda a ventaglio. Egli conosceva i cespugli imbastarditi di uva spina: la pelle verde pallida dei cavoli: il luppolo che attorcigliava i suoi viticchi attorno ad alte pertiche; i cetrioli che ingiallivano sotto le foglie accartocciate. Tutto era mobile, flessibile, animato, come se un´invisibile vita umana penetrasse la vita delle piante. C´erano nuvole frastagliate, nuvole tondeggianti: bagliori fugaci: la notte estiva odorava: i misteriosi suoni notturni, che nascevano talora in mezzo a un profondo silenzio, rimanevano fermi nell´aria e finalmente svanivano adagio, quasi morendo. Dappertutto si coglieva l´inesprimibile, una commovente e quasi sovrannaturale dolcezza.
Se la natura parlava, di solito l´uomo taceva. Salvo quando il formicolio umano prendeva voce, e i contadini cominciavano a cantare nelle osterie. La voce del cantore era un po´ stanca e quasi incrinata: sulle prime aveva persino qualcosa di morboso; ma anche una sincera e profonda passione, e forza e dolcezza e un dolore noncurante e affascinato. «L´anima russa, veritiera e ardente, echeggiava e si effondeva in quella voce e afferrava il cuore, ne afferrava appunto quel che aveva di russo». Il canto saliva, fluiva. Il cantore era visibilmente inebriato: non aveva più timore, si abbandonava tutto alla sua felicità: la voce non gli tremava più; vibrava di quell´interno tremore della passione, che trafigge come una freccia il cuore di chi ascolta. «Da ogni nota della sua voce spirava un non so che di intimamente nostro, di sconfinato, come se la steppa si aprisse dinanzi a me, dileguando nelle lontananze infinite».
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Con la mente, anche quando il corpo viveva a Baden-Baden o a Parigi, Turgenev non abbandonò mai la Russia. Ma le beccacce e gli sparvieri e le lepri e le stelle delle Memorie di un cacciatore vennero sostituite dalle voci degli esseri umani. Turgenev aveva un fortissimo dono psicologico, che si esprimeva con piccoli tocchi pittorici, allusioni, analogie, corrispondenze: arte che avrebbe in parte insegnato a Tolstoj. Presto egli si propose un compito, al quale obbedì con sovrana naturalezza: raccontare i tipi delle successive generazioni russe. La prima generazione fu quella romantica, alla quale dedicò un piccolo libro: Rudin, pubblicato nel 1856.La rappresentazione di Rudin, di grandissima acutezza e sottigliezza, sembrava fondere i personaggi dell´Onegin di Puskin con i primi personaggi di James e quelli futuri di Dostoevskij e di Musil. Il pensiero di Rudin era così ricco, che gli impediva di esprimersi in termini precisi. Quando parlava, le immagini si susseguivano alle immagini: le similitudini, a getto continuo, erano inaspettate e ardite o estremamente calzanti. Possedeva la musica dell´eloquenza. Toccando certe corde del cuore, sapeva far risuonare e vibrare tutte le altre. Il suono della voce, concentrato e sommesso, aumentava il fascino: sembrava che attraverso le sue labbra, parlasse qualcosa di superiore, che sorprendeva lui stesso. Un ordine perfetto si diffondeva: i frammenti si univano, si ricomponevano come un edificio; lo spirito soffiava dappertutto. Non c´era più niente di insensato o di casuale: in ogni cosa si manifestava una necessità e bellezza razionale; ogni cosa riceveva un significato chiaro e insieme misterioso. Rudin parlava in modo appassionato e convinto sulla vergogna della pusillanimità e della pigrizia, e sulla necessità, soprattutto, di agire. Tutto ciò che esisteva di nobile doveva diventare azione appassionata e drammatica.
Un amico, che l´aveva molto amato nella giovinezza, sosteneva che Rudin aveva una intelligenza acutissima e un acceso slancio lirico, ma dentro «era vuoto», «freddo come il ghiaccio». Lui lo sapeva e simulava la passione. In Rudin c´era già qualcosa di quella sovrana e demoniaca figura di vuoto e di ghiaccio, che diventò Stavrogin, l´eroe dei Demòni. Quando una ragazza si innamorò di lui, non la comprese, non capì il proprio amore per lei, e si rassegnò alla rinuncia. Ammise di non possedere cuore né passione né volontà. «La natura mi ha dato molto, ma io morirò senza aver fatto niente che fosse degno delle mie doti... Tutta la mia ricchezza sarà stata sprecata invano... Qualcosa mi manca. Non so neppure io dire cosa. E´ uno strano destino il mio, quasi comico: io mi do tutto, con tutta la mia volontà e completamente, e tuttavia non riesco a darmi». Invecchiò, gli occhi si spensero, rughe sottili apparvero accanto alle labbra, alle guance, sulle tempie. Non aveva terreno sotto i piedi: non possedeva fondamento, e quindi era incapace di costruire qualsiasi cosa. «C´era nella sua figura qualcosa di inerme e di rassegnato». Non gli restò che morire, vanamente e inutilmente, agitando una bandiera rossa sulle barricate di Parigi del 1848.
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Qualche anno dopo, Turgenev pubblicò Padri e figli (1862: nella bella traduzione di Paolo Nori, Feltrinelli, pagg. 222, euro 8), il suo libro più famoso, che suscitò discussioni, odi, polemiche interminabili nella Russia della fine dell´Ottocento. Se Rudin era il romantico, Bazarov è il nichilista: l´anticipo di Necaev e dei terroristi. Un nichilista «è un uomo che non rispetta nulla, che non si inchina davanti a nessuna autorità, che non accetta nessun principio alla cieca, qualunque sia il rispetto che lo circonda». «Noi nichilisti - ribadiva Bazarov - agiamo in forza di ciò che riconosciamo per utile... Presentemente la cosa più utile è la negazione, e noi neghiamo». Bazarov negava il romanticismo, l´amore, la natura, la poesia, l´arte, la musica, la stessa esistenza quotidiana, che non si adattava alla sua furibonda ideologia; ed esecrava le riforme politiche liberali. Quanto a Turgenev, disse che non sapeva se amava Bazarov o l´odiava: ma certo, così mobile, incerto, lieve, oscillante, detestava con tutte le forze la negazione e la distruzione, che in quegli anni si impadronirono della Russia, conducendola alla Rivoluzione.Turgenev era un grande romanziere; e, per lui, Bazarov era sopratutto una creatura libera, che obbediva soltanto alla sua natura ricca e complessa. Faceva il contrario di quello che i suoi principii nichilisti gli insegnavano. Detestava l´amore, come una futilità romantica. Eppure fu affascinato da Anna Sergèevna: una donna bella, chiara e fredda, tentata di innamorarsi e incapace di innamorarsi, che si guardava con un sorriso misterioso allo specchio. Bazarov l´amò follemente: ora era dolce e tenerissimo, fragile come un bambino: ora sosteneva che l´amore è una cosa inconsistente; ora era assolutamente disperato. «Qualche cosa di nuovo si era impadronito di lui, qualche cosa che non ammetteva assolutamente, che aveva sempre deriso, che sdegnava con tutto il suo orgoglio». Quando venne respinto dagli occhi calmi e freddi di Anna Sergèevna, il materialismo distruttivo di Bazarov sembrò trasformarsi in una specie di fede pascaliana. «Il posticino che occupo è così minuscolo in paragone dello spazio dove io non sono e dove nessuno pensa a me, e il tempo che potrò vivere è così insignificante, paragonato all´eternità della quale non faccio e non farò mai parte… E in questa molecola, in questo punto matematico circola il sangue, lavora il cervello, vuole qualche cosa...».
Bazarov aveva negato qualsiasi destino e caso: aveva creduto di dominare la natura e la morte, costringendole nel ritmo imperioso del suo pensiero materialista. Alla fine del libro, mentre curava un contadino malato, venne contagiato dal tifo: il caso si prese ironicamente gioco di lui: il suo volto diventò malato e cadaverico; e proprio lui, che aveva immaginato di non morire mai, ridusse il suo desiderio a una cosa minima: «saper morire con dignità, per quanto ciò non possa interessare nessuno». In quegli ultimi momenti, Bazarov chiese un bacio ad Anna Sergèevna: «Addio - le disse con improvvisa forza ed i suoi occhi scintillavano dell´ultimo bagliore - . Addio… Sentite… io allora non vi ho baciato… Soffiate sulla lampada morente e lasciate pure che si spenga». Niente potrebbe essere più disperatamente romantico di queste parole e di questa morte, mentre Bazarov cadeva ciecamente nel buio senza confini.
Bazarov venne sepolto in un piccolo cimitero di campagna, in un angolo remoto della Russia: quella Russia, di cui Turgenev aveva rappresentato gli uccelli, i pesci, i bambini, i cantori. Due giovani abeti si alzavano ai lati della sua tomba, dove gli uccelli si posavano e cantavano all´alba. I vecchi genitori di Bazarov, sostenendosi l´uno all´altro, si avvicinavano alla tomba, cadevano in ginocchio e piangevano amaramente, fissando la pietra sotto la quale giaceva il figlio. «E´ possibile - dice Turgenev - che siano vane le loro preghiere e le loro lacrime?». I fiori che coprivano la tomba di Bazarov ci guardano serenamente con i loro occhi incolpevoli: non ci parlano soltanto della morte e della pace indifferente della natura, ma «di un´eterna riconciliazione e di una vita infinita». Proprio Bazarov, che aveva esaltato la materia, la negazione e la distruzione, trova sulla sua tomba il segno dell´eterno e dell´infinito.
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In Fumo, un bellissimo romanzo pubblicato nel 1868, tutte le tracce delle Memorie di un cacciatore sono scomparse. Non c´è più l´antica "Madre Russia" né la Natura. Siamo nel 1862, a Baden-Baden, dove si raccoglie il fiore della cultura, della borghesia e dell´aristocrazia russa. Tutti parlano, divagano, blaterano, dicono sciocchezze, che Turgenev raccoglie con un´ironia che ha qualche tratto di Gogol e di Dickens e anticipa già le prime pagine di Guerra e pace. Gli emigrati ora portano il discorso sul ruolo della stirpe celtica nella storia, ora lo spostano all´antichità e discorrono dei marmi di Egina, discutendo intensamente della scultura di Onatos, vissuto prima di Fidia, che però viene storpiato in Jonathan, dando così alle loro chiacchiere un colorito in bilico tra il greco e l´americano, di un tale Karl Ivanovic, che i suoi propri servi avevano fustigato, di Napoleone III, della donna che lavora, del mercante Pleskaciov, che aveva fatto morire dodici operaie e che per questo aveva ricevuto una medaglia con l´iscrizione "Per servizio reso", del proletariato, di un principe georgiano che aveva ammazzato la moglie con un colpo di cannone, e (questo interminabilmente) dell´avvenire della Russia.«Prendete una vecchia scarpa scalcagnata» - disse uno dei portavoce di Turgenev - : una scarpa caduta ormai da un pezzo dal piede di Saint-Simon e di Fourier, mettetevela rispettosamente sulla testa, esaltatela come una divinità, - «di far questo i russi sono capaci». Da tutto quel cicaleccio senza nesso e senza vita, non si poteva raccogliere una sola parola sincera, un solo pensiero sensato, un solo fatto nuovo. Mentre il protagonista sedeva nel treno che lo riportava in Russia, «Fumo, fumo» - ripetè alcune volte - «e di colpo tutto gli parve fumo, tutto, la propria vita, la vita russa, ogni cosa umana, particolarmente ogni cosa russa. Tutto è fumo e vapore, pensava: sembra che tutto cambi senza sosta, dappertutto nuove forme, fenomeni che inseguono fenomeni, ma in sostanza tutto è sempre lo stesso; tutto si affretta, tutto corre verso qualcosa, e tutto scompare senza lasciar traccia».
Questo libro di chiacchere, di vapore e fumo è una grande storia d´amore: la più bella di Turgenev, che possiamo mettere vicino a quella di Anna Karenina. Nella prima giovinezza, Litvinov, il protagonista di Fumo, aveva conosciuto Irina, una ragazza che apparteneva alla famiglia principesca decaduta degli Osinin. I lineamenti del viso di Irina, di una regolarità fine e quasi ricercata, non avevano ancora smarrito quell´espressione ingenua che è propria della prima adolescenza: ma nelle lente curve del suo collo leggiadro, nel suo sorriso distratto e un po´ stanco, si rivelava qualcosa d´inquieto, capriccioso e appassionato, qualcosa di pericoloso per gli altri e per lei. Gli occhi, color grigio-cupo con riflessi verdi, languidi, lunghi come quelli delle divinità egizie, avevano ciglia raggianti e sopracciglia ardite. Intenti e pensierosi, sembravano guardare da una misteriosa profondità e lontananza. A volte, Irina era isterica: a volte lampeggiava di gioia; o corteggiava l´invisibile. Litvinov si era innamorato di un amore assoluto. Irina lo aveva completamente conquistato: anzi era stato lui ad arrendersi a lei di buon grado. Era caduto in un vortice: si era smarrito. Provava paura e dolcezza. Il suo sangue bruciava, e una sola cosa sapeva: andare dietro a lei, e con lei, avanti, senza fine, a qualsiasi costo.
Poi Irina era scomparsa a Pietroburgo, non sappiamo se seguendo il suo destino, o inseguendo un sogno di ricchezza. Litvinov era caduto nella desolazione: ma l´amore per la cugina Tatiana, una donna semplice e luminosa, l´aveva fatto rinascere. Ora, a Baden-Baden, Litvinov rivede Irina, trasformata nella ricca e mondanissima moglie di un generale non amato. In Litvinov compare un sentimento forte, dolce e cattivo: un oscuro ospite si introduce nel suo cuore e l´occupa, e si sdraia tacitamente, come il padrone di una nuova casa.
Con i suoi occhi profondi e raggianti e un sorriso dolce e divertito, Irina lo guarda diritto e fisso nel volto. Il suo viso esprime paura e gioia, e una specie di beata prostrazione ed angoscia. Sussurra; e nel suo sussurro impetuoso c´è qualcosa di doloroso e di implorante. Litvinov ed Irina si contemplano con attenzione, come se ognuno di essi desiderasse penetrare più profondamente nell´animo dell´altro, più profondamente e più lontano di ciò che può raggiungere e svelare la parola. Si rivedono più volte: l´amore giovanile rinasce; e vorrebbero fuggire insieme, dimenticando Baden-Baden, Tatiana e il mondo. Ma, nel momento estremo, Irina riconosce di non poter fuggire: ha bisogno di quella società che detesta: l´amore assoluto, nel quale crede, non è fatto per lei; e quando Litvinov sale sul treno che lo riporta in Russia, Irina resta sul marciapiede della stazione, avviluppata nello scialle della cameriera, i capelli in disordine e gli occhi offuscati. Mentre esita, un fischio acuto echeggia, il treno si muove, e Irina cade barcollando su una panchina.
Litvinov torna in Russia: intraprende con pazienza un lavoro agricolo, e di nuovo si muove e agisce tra i vivi come un uomo vivo. Dopo tre anni, rivede il sorriso luminoso di Tatiana: si getta ai suoi piedi e le bacia l´orlo della veste. Come in Padri e figli (nel caso del giovane amico di Bazarov), si intravede una soluzione positiva. In Russia, è dunque possibile vivere. Non è necessario inseguire ideali lontani, nel romanticismo di Rudin, o nel nichilismo di Bazarov, o nell´amore assoluto e fantastico per Irina, o nel fumo delle chiacchere di Baden-Baden. C´è la vita quotidiana, e lì si può amare, lavorare, venerare. Questa soluzione così sobria e modesta, che Turgenev ci propone a bassa voce, la ritroviamo soltanto nei racconti di Cechov, scritti con una bassa voce, che spesso ricorda quella di Turgenev.
Corriere della Sera 30.8.10
Università, rivolta contro i test «Test di Medicina inadeguati» Protesta di presidi e rettori
Da Milano a Roma: così si rischia di scartare i migliori
di Simona Ravizza
MILANO — Test di Medicina (di nuovo) sotto accusa. Giovedì 2 settembre lo faranno in tutt’Italia 90 mila giovani aspiranti dottori: e solo uno su dieci riuscirà ad assicurarsi una carriera in camice bianco. «Ma, purtroppo, non è detto che la prova d’ammissione premierà i migliori. Ossia quelli, per intendersi, che in futuro potranno curare al meglio i malati». È la convinzione di Anna Spada, Laura Vizzotto e Silvio Scarone, i tre presidenti del corso di laurea in Medicina della Statale di Milano, tra i più importanti a livello nazionale con 6.700 studenti in formazione. Di qui l’appello: «La formula di selezione è da cambiare».
È una richiesta che solo nelle ultime 24 ore si è levata pure dalla Sapienza di Roma e dall’Università di Bologna, anche a fronte del boom di iscritti (più 30% almeno in media) che renderà la competizione particolarmente dura. Di più: «È necessario migliorare il sistema di reclutamento — ammette lo stesso Eugenio Gaudio, alla guida della Conferenza dei Presidi che riunisce le facoltà di Medicina a livello italiano —. Il limite più evidente dell’attuale selezione è l’esclusione del voto di diploma e dei risultati scolastici degli ultimi due/tre anni». Sono prese di posizione forti davanti a un problema che si trascina da tempo: la necessità di filtrare i candidati in modo da premiare quelli più predisposti a indossare il camice bianco è stata rilanciata anche lo scorso luglio da Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale.
Cambiamenti significativi di rotta, però, non arrivano. Eppure in gioco c’è il tipo di medico che si occuperà di noi nei prossimi anni, le sue qualità professionali e la sua capacità di prendersi cura dei pazienti: «Tutto dipende — ricordano Spada, Vizzotto e Scarone — dal tipo di studente che viene scelto oggi».
E invece. Giovedì i 90 mila aspiranti dottori si troveranno davanti a una sequenza di 80 domande multiple (la metà di logica e cultura generale, 18 di biologia, 11 di chimica e 11 di fisica e matematica). Questi i quiz: «Quale dei seguenti strumenti musicali non rientra fra le percussioni? a) contrabbasso, b) timpano, c) tamburo, d) triangolo, e) grancassa»; «Si individui la serie che dispone i seguenti paesi europei nell’ordine decrescente delle rispettive superfici: a) Spagna, Svezia, Finlandia, Italia, b) Spagna, Italia, Finlandia, Svezia, c) Italia, Spagna, Svezia, Finlandia, d) Finlandia, Svezia, Italia, Spagna, e) Svezia, Finlandia, Spagna, Italia»; «Quale delle opere che seguono non è al Louvre: a) Pietà di Michelangelo, b) Vittoria di Samotracia, c) Gioconda, d) La libertà guida il popolo di Delacroix, e) Venere di Milo».
Nessun test psicoattitudinale, neppure un colloquio per esaminare le motivazioni che spingono in corsia. Sottolinea Luigi Frati, rettore della Sapienza di Roma e già preside dal 1990 della sua facoltà di Medicina e Chirurgia, 5 mila nuovi studenti l’anno: «Nel 2009 l’esame d’ammissione è migliorato con quesiti meno bizzarri. Ma non bisogna fermarsi qui: oggi per un aspirante medico conta di più allenarsi per superare le domande (e magari essere fortunato) che essere stato un alunno modello per tutti gli anni delle superiori. Non va bene». Rincara la dose su Il Resto del Carlino Ivano Dionigi, rettore dell’Università di Bologna: «Ci sono giovani che rischiano di vanificare di colpo un percorso scolastico eccezionale».
Il futuro affidato a due ore di test. Nel mirino non c’è però (almeno questa volta) il numero chiuso, introdotto a Medicina nella metà degli anni Novanta. «Limitare gli accessi è indispensabile, lo dimostra il boom di iscrizioni alle prove d’ingresso — dice Spada —. La questione è decidere come selezionare al meglio gli studenti». L’Europa offre esempi eterogenei, in cui viene comunque valutata le carriera scolastica precedente. Nel Regno Unito, il prerequisito per l’accesso alle facoltà più prestigiose è il voto finale conseguito alle superiori in materie come chimica, matematica e biologia. In Spagna, il diploma può valere fino al 50% del punteggio al momento dell’ammissione. In Francia non c’è il test di ingresso, ma una selezione al termine del primo anno di Medicina in base ai crediti formativi accumulati.
Il dibattito è aperto. In cerca di una soluzione. Spada, Vizzotto e Scarone, intanto, candidano la Statale di Milano — ai vertici della ricerca scientifica in Italia (e non solo) — come università in cui sperimentare una nuova formula di esame d’ingresso. «Il ministro Mariastella Gelmini ci permetta di farlo».
Corriere della Sera 30.8.10
Il tesoro della doppia identità
Kafka, Celan, Svevo: così l’ambivalenza genera capolavori
di Gillo Dorfles
La difficoltà, la quasi impossibilità, di una completa assimilazione tra linguaggi, costumi, tradizioni di popolazioni diverse, è stata, ed è tuttora, alla base di molti conflitti, di incomprensioni e di lotte politiche, religiose, etiche, che hanno fatto di questa situazione una delle chiavi per comprendere molte delle inimicizie e rivalità tra popoli finitimi, o tra popolazioni immigrate, fino a raggiungere le spesso crudeli manifestazioni dovute ai diversi fondamentalismi etnico-liturgici.
Certo l’assimilazione di un individuo, o di una vasta società, entro una nazione «straniera», la volontà e il desiderio di «essere come gli altri», non costituire un «corpo estraneo» entro una comunità preesistente, non poteva non essere una molla formidabile per quei popoli o singoli individui che miravano ad essere — anzi, ad essere considerati — come eguali alla popolazione ospitante. Eppure, è proprio questa disuguaglianza invincibile a costituire il maggiore ostacolo per una omogeneizzazione d’una società e per un’accettazione «dell’alieno» entro una compatta entità nazionale, religiosa, storica.
In altre parole, ancora una volta: i tanti rigurgiti di patrioitismo, di revanscismo, di irredentismo, di cui in Italia abbiamo avuto esempi passati e recenti — dalla Valle d’Aosta all’Alto Adige, alla Venezia Giulia, ma anche alla grande immigrazione interna dal Sud a Torino, di popolazioni giuliane in Sardegna eccetera — chiariscono perché sia altrettanto ardua l’attuale immigrazione nel nostro Paese di popolazioni mediorientali, come lo fu quella degli italiani negli Stati Uniti ottocenteschi o dei minatori nostrani in Belgio...
Forse due parole possono costituire una chiave per la comprensione del problema assimilatorio, l’ambivalenza e il conformismo: ossia l’aspetto, non solo negativo, d’un processo ambivalente nella socializzazione degli «alieni»; e d’altro canto il verificarsi, anche in questo caso, d’un alternarsi spontaneo del conformismo e dell’anticonformismo. Vale a dire: della volontà e della urgenza di «essere come gli altri»; ma anche, una volta raggiunta questa situazione, della spinta a conservare la propria identità «natale» e originaria, sempre legata a una più che giustificabile tradizione.
Attorno al problema dell’alienità, ma anche dell’ambivalenza che ne deriva molto spesso, il recente saggio Modernità e ambivalenza (Bollati Boringhieri) di Zygmunt Bauman, il noto sociologo polacco, autore d’un importante testo sull’Olocausto, offre moltissimi esempi di personaggi in cui il problema dell’assimilazione ha giocato in profondità: a iniziare dal caso tipico di un Kafka, il grande scrittore praghese, in cui la preminenza del tedesco sul ceco e insieme la sua origine ebraica creavano un miscuglio culturale e «razziale» straordinariamente fecondo, ma anche di estrema «labilità» etica ed estetica. Ma l’appartenenza a due entità linguistiche diverse, con la stessa ambivalenza che ne può derivare — sia dal lato positivo che negativo — è presente anche in tanti autori che hanno saputo valersi d’un bilinguismo facendolo volgere a loro favore: si pensi a casi come quelli di Celan, di Kipling, di Ungaretti, (le sue poesie francesi) e dello stesso Italo Svevo, mai del tutto «assimilato» nell’area linguistica italiana e che, ciò nonostante, proprio dalla mescolanza tra la cultura tedesca e la «lingua madre» triestina ha saputo trarre il vero fascino dei suoi scritti. Il caso tipico degli ebrei dell’Europa orientale, gli Ostjuden, non è che uno dei tanti esempi di questi conflitti, non solo linguistici, di cui ebbero a soffrire (ma anche ad avvantaggiarsi) molti popoli della Germania, dei Paesi baltici, di piccole, ma ben acculturate, nazioni come la Svizzera, la Croazia, il Belgio.
Molto spesso basta un solo fattore per sancire l’avvenuta o mancata assimilazione d’un individuo: la pronuncia delle parole, l’uso di forme dialettali, il tipo di gesticolazione. Per tutta la sua vita l’«immigrato interno» (siculo a Torino, sardo in Toscana) sarà considerato alieno. Penso a un caso abbastanza contraddittorio e addirittura equivoco: un mio amico di famiglia puramente lombarda, però cresciuto a Roma sin dall’infanzia, era divenuto linguisticamente un perfetto «romanesco», eppure pochi si dimenticavano della sua origine e quasi tutti lo consideravano non assimilato a Roma; mentre, di ritorno in patria, veniva sbeffeggiato per la sua «spontanea» pronuncia, e guardato con evidente sospetto. In questo caso la totale (apparentemente) assimilazione giocava a sfavore del tanto agognato conformismo etnico-linguistico.
L’ambivalenza culturale, linguistica, comportamentale dovuta all’assimilazione, dunque, può essere positiva e negativa, come lo può essere quella politica; ed è forse proprio il pericolo di ogni ambivalenza che spinge l’uomo e non volere di solito conquistare più di una «valorizzazione», perché questa lo difenda dal rischio d’un assimilazione incompleta e dunque «peccaminosa».
Corriere della Sera 30.8.10
Per Sakineh le ore più difficili L’Italia si unisca a noi francesi
Le dittature non sono mai sorde agli appelli delle democrazie
Bernard-Henri Lévy
È la domanda che si sono fatti, già da una quindicina di giorni, i firmatari dell'appello «Fermiamo la lapidazione di Sakineh». È la domanda che si pongono le decine di migliaia di donne e di uomini che da quel momento in poi ogni giorno, a ogni ora — e certi giorni al ritmo di una firma ogni due o tre secondi — si sono uniti al primo appello. Ma, ovviamente, nessuno può rispondere a questa domanda spaventosa. E nulla ci assicura che, nei giorni a venire, forse domani stesso, o la notte seguente, quell’atroce sentenza non venga eseguita, riducendo il bel viso di Sakineh Mohammadi Ashtiani alla stessa poltiglia sanguinolenta di quello dei due amanti, lapidati a morte senza pietà il mattino del 16 agosto scorso, nei pressi di Kunduz, una regione dell'Afghanistan sotto il controllo dei talebani.
Dentro di me, non riesco a crederci. Credo, anzi voglio credere, che la campagna di mobilitazione avviata dal quotidiano francese Libération, dal periodico femminile Elle e dalla rivista letteraria online La Règle du Jeu finirà per spuntarla. E questo, a mio parere, per tre motivi.
Innanzitutto perché, come ha detto una persona che tra le prime ha risposto al nostro invito a spedire, ogni giorno, una «Lettera a Sakineh» (l'attrice francese Charlotte Gainsbourg), noi abbiamo la fortuna di vivere in democrazia, ovvero in paesi dove l'ultima parola spetta — talvolta nel male, ma in questo caso speriamo nel bene — a quel padrone assoluto che si chiama Opinione Pubblica. Quando 40.000 uomini e donne (il numero complessivo di coloro che fino a questo momento hanno già firmato) pensano che la lapidazione sia un crimine infame, quando ci mostriamo unanimi (al di là degli schieramenti di parte, delle convinzioni o meno di ciascuno) nel rispondere con le lettere dei nostri nomi alle pietre dell'oscurantismo e dell'oppressione, costringendo i governi a mettersi al nostro passo e a seguirci, allora non è certo un caso che il primo paese ad appoggiare con fermezza, nelle parole di Nicolas Sarkozy, la causa della giovane donna sia stato appunto quello che ha lanciato la petizione.
Secondo, per quanto implacabili siano le dittature, e per quanto prive di scrupoli, anima e virtù siano i loro governanti, esse non sono mai sorde al punto da ignorare i segnali che provengono dal mondo delle democrazie, pur nel braccio di ferro perennemente ingaggiato con loro, diventato ormai un modo di essere e quasi una seconda natura. Che un paese come la Francia abbia preso posizione con tanta risolutezza, al punto da dichiarare attraverso la bocca del suo presidente che la giovane donna minacciata di lapidazione è «sotto la sua responsabilità», che ne abbia fatto una questione di principio, d'onore e addirittura di interesse nazionale — di questo il regime di Teheran non può non tener conto, in un modo o nell'altro. Alla Règle du Jeu, grazie alla rete dei blogger e dei siti iraniani a noi collegata, abbiamo ricevuto notizia di un crescente movimento di opinione, all'interno degli ingranaggi giudiziari e politici iraniani, il quale stima che il prezzo da pagare per la condanna a morte, in piena agorà del villaggio planetario, di una donna il cui unico crimine è stato quello, forse, di essersi innamorata, risulterebbe per il regime troppo esorbitante e rischioso.
E infine perché su un palcoscenico ad alta tensione come quello iraniano in questo momento, in un teatro d’ombre su cui si affrontano gli amici della democrazia e i partigiani di una «mullahrchia» presto nuclearizzata, avanza oggi un terzo e ultimo attore il quale, benché troppo spesso dimenticato, svolge e svolgerà un ruolo sempre più cruciale: questo attore è la società civile iraniana in lotta, anch'essa, contro il suo Stato, per la difesa della cultura e dei valori della grande civiltà persiana. Non dimentichiamo inoltre che la nostra petizione, questo appello a favore di una donna ancora ieri sconosciuta ai più e che oggi il mondo intero chiama per nome, questo gesto di riconoscimento di un viso che è diventato, nel giro di poche settimane, una vera icona planetaria, ecco, sono questi i primi segnali di solidarietà concreta che siano stati rivolti a quella società civile da quando, poco più di un anno fa, essa si è vista derubare del voto. Un altro motivo per cui Ahmadinejad e i suoi non possono restare sordi all'appello che gli viene rivolto.
Ma nulla ci garantisce, e lo ripeto, che non ci sveglieremo domattina per apprendere dai giornali la tremenda notizia dell'esecuzione di Sakineh. Le ultime informazioni che ci giungono dall'Iran in questo senso non sono tutte incoraggianti. Se il potere, davanti all'ondata di indignazione globale, ha deciso ufficialmente di sospendere l'esecuzione della condanna a morte, ricordiamo che 1) il caso di Sakineh, già chiuso in precedenza, è stato riaperto dai giudici questo fine settimana (potrebbe, tuttavia, non essere un segnale positivo); 2) il figlio di 22 anni, Sajad, non ha più avuto contatti con lei (e questo è, senza alcun dubbio, molto inquietante); 3) sabato sera, 28 agosto, un responsabile della prigione di Tabriz ha annunciato alla prigioniera di tenersi pronta, invitandola a esprimere le ultime volontà (e di colpo ci sentiamo gelare il sangue).
E invece, a maggior ragione, è proprio questo il momento di continuare a implorare la clemenza dei giudici; di continuare a sollecitare la mobilitazione delle coscienze, davanti a un comportamento che potrebbe non essere altro che un atto intimidatorio, da parte delle autorità, allo scopo di incutere terrore.
Se altri paesi si uniranno senza indugio alla Francia (perché no, da oggi stesso, anche l'Italia?), se altre voci rilanceranno a loro volta il nostro appello (che cosa aspettano gli intellettuali musulmani europei e del mondo arabo?), se riusciremo a essere ogni giorno più numerosi a firmare l'appello contro il fanatismo e per la concessione della grazia, solo allora, ne sono convinto, avremo una vera possibilità di salvare Sakineh.