martedì 13 luglio 2010

l’Unità 13.7.10
Larghe intese. Casini insiste
Bersani: mai con chi ha fallito
Il leader Udc ripropone un governo di responsabilità nazionale guidato da Berlusconi
Pd e Idv nettamente contrari: il berlusconismo va chiuso. DiPietro: no al mercato delle vacche
di Simone Collini

In serata Casini rilancia: «Se avessi fatto il nome di Tremonti anziché quello di Berlusconi il Pd mi avrebbe detto sì». Il leader dei Democratici ironizza dagli Usa: «Aspettiamo che ci proponga Rotondi premier».

Scartata l’ipotesi di un ingresso dell’Udc nell’attuale maggioranza di governo, per via del veto della Lega e per indisponibilità degli stessi centristi a entrare in una coalizione lacerata, è lo stesso Casini a proporre un «governo di responsabilità nazionale» per uscire dalla «crisi politica in atto». Un esecutivo che per il leader dello scudocrociato potrebbe anche essere guidato da Berlusconi, visto che avendo lui «vinto le elezioni», dice al Corriere della Sera, «non è possibile avanzare veti». Un’operazione che secondo Casini lascerebbe fuori Idv e Lega, ma non il partito di Bersani: «Credo che nel Pd siano in molti a rendersi conto che così non si può andare avanti». I finiani aprono mentre, per restare nel fronte maggioranza, la Lega e il ministro Frattini chiudono all’ipotesi.
Ma è dal Pd che arriva una netta smentita per la presunta disponibilità dichiarata dal leader centrista. «Casini sa cosa pensiamo, il berlusconismo va chiuso perché ha fallito», chiarisce Bersani, da ieri in missione negli Stati Uniti. Il segretario del Pd non ricorre ai toni utilizzati dal leader dell’Idv Di Pietro, che definisce Casini «un infiltrato della maggioranza» e l’intera vicenda un «mercato delle vacche». Ma fa notare al leader dell’Udc che sì, il premier può rivestire questo incarico perché ha vinto le elezioni, «ma ha anche fallito, e mi sembra che questo sia un punto insuperabile». Di fronte alla «resa dei conti» in atto nella maggioranza e con un’alleanza di governo «giunta al capolinea» il centrodestra dovrebbe solo prendere atto del proprio «fallimento». Solo a quel punto, chiuso il ciclo del berlusconismo, le forze responsabili potranno dar vita a scenari da unità nazionale. «Qualsiasi soluzione possibile chiarisce Dario Franceschini per garantire un governo al paese che affronti le emergenze, per noi non può che passare attraverso la chiusura dell’era di Berlusconi».
E non è un caso che tanto il segretario del Pd quanto il capogruppo alla Camera parlino non di Berlusconi ma di un’«era» e del più generico «berlusconismo». Un modo per smentire ulteriormente le tesi di Casini, visto che dopo il niet democrat il leader centrista dice che se avesse fatto il nome di Tremonti anziché quello di Berlusconi come premier di questo governo di responsabilità nazionale il Pd avrebbe commentato favorevolmente la proposta. «È evidente che questo governo se ne deve andare», sottolinea la presidente del Pd Rosy Bindi, «ma è altrettanto evidente che non si possono immaginare governi delle larghe intese o di salute pubblica con i protagonisti di questo fallimento, da Berlusconi in giù. Non sarebbe serio e non sarebbe utile all’Italia». E Bersani, commentando ironicamente il rilancio di Casini: «Prima annunciava che il Pd era disponibile ad un Berlusconi-bis. Adesso dice la stessa cosa cambiando premier e indicando Tremonti. Aspettiamo che il leader dell’Udc ci proponga Rotondi... ».

l’Unità 13.7.10
Carceri libiche, i racconti terribili dei migranti al Festival antirazzista Arci
«Tre giorni di viaggio nel deserto, 60 in un pulmino... L’inferno»
«Nel lager di Kufra lavori forzati, botte. Cibo e acqua solo a pagamento»
di U. D. G.

Testimonianze di scampati, somali ed eritrei, dai lager libici: ecco cos’era l’inferno... Sono loro i protagonisti del meeting antirazzista dell’Arci a Cecina. Le violenze dei carcerieri e quelli dei trafficanti.

Cosa sia l’inferno in terra lo racconta A.H.Y, somalo, 26 anni. L’inferno di un lager libico. Dove A.H.Y. è stato segregato. Un lager come quello in cui sono finiti, per otto giorni almeno, 245 eritrei, diversi dei quali respinti dall’Italia. A.H.Y è uno degli ospiti del meeting antirazzista dell’Arci a Cecina. A.H.Y racconta la sua odissea: 300km, molti dei quali in pieno deserto, su camion container, pagando trafficanti diversi per arrivare a Kufra, con la promessa di poter raggiungere Tripoli e di lì l’Italia. Ma a Kufra ha trovato la polizia che lo ha incarcerato insieme ai suoi compagni di viaggio. «Parlare di carcere in Libia dice A.H.Y. è un eufemismo», in realtà sono veri e propri lager, stanze di pochi metri quadri in cui sono stipati in 50, senza servizi igienici, senza possibilità di lavarsi, senza cibo e acqua. E in Libia tutto ha un prezzo: se vuoi lavarti o mangiare devi pagare. Anche per essere liberato devi pagare, e se non puoi farlo devi lavorare: tutto ciò che gli aguzzini pretendono fino a che non ritengono che il lavoro cui ti hanno costretto sia sufficiente per comprarti la libertà».
IN MANO AGLI AGUZZINI
A.M.M ha 20 anni, è somalo e ha ottenuto in Italia la protezione sussidiaria circa un anno fa: proveniva dalla Libia, dove a causa delle violenze subite, ha perso la memoria. A.M.M. racconta della segregazione e della violenza subita dai trafficanti che lo hanno rinchiuso in un deposito fino a quando non sono arrivati i soldi della famiglia per la liberazione. Ma anziché raggiungere Tripoli è finito in mano ad altri trafficanti. Ha tentato di fuggire ed è stato picchiato a sangue fino a fargli perdere la memoria. Quando la riacquista, capisce di essere in carcere. Poi, dopo giorni di lavoro la libertà. Oggi sono in Italia, vivono a Caltagirone. I loro racconti, come quello di T.D. (eritreo, 18 anni), anche lui ospite del meeting dell’Arci, conferma quanto «da tempo l’Arci denuncia sulla costante violazione dei diritti umani in Libia, con cui il Governo italiano ha stretto un accordo di cooperazione in materia di immigrazione», afferma l’organizzazione in una nota.
STORIE DI ORRORE
Presente e passato s’intrecciano nel denunciare l’inferno dei lager libici. Racconta (maggio 2009) Fatawhit,una donna eritrea: «Avevamo già lasciato le coste libiche da tre giorni, quando siamo arrivati all’altezza delle piattaforme petrolifere. D’un tratto in mezzo al mare sorgono delle piattaforme immense da cui escono lingue di fuoco. Proprio da là è uscita una nave che ci ha accostato. Non so di quale paese fosse, credo che l’equipaggio fosse per metà libico e per metà italiano. È stata quella barca che ci ha scortato fino alle coste libiche e ci ha lasciato nelle mani della polizia. Siamo stati prima portati per due mesi alla prigione di Djuazat, un mese a Misratah e otto mesi a Kufra. Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto bere l’urina... A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure, in tutto c’erano 250 persone, 60 per stanza. Dormivamo al suolo, senza neanche un materasso, c’era un solo bagno per tutti e 60, ma si trovava all’interno della stanza dove regnava un odore perenne di scarico. Era quasi impossibile lavarsi, per questo molte persone prendevano le malattie...

il Fatto 13.7.10
Ecco cosa manca alla legge
Lo psicoterapeuta: “Serve maggiore protezione”
di Caterina Perniconi

Anna Maria, picchiata e strangolata. Clara, accoltellata. Simona, uccisa con una pallottola al volto. Queste sono solo tre delle 12 donne perseguitate e uccise nei primi mesi di quest’estate. Una mattanza realizzata per mano di coloro che spesso le vittime considerano il loro “amore” e invece si rivela il loro assassino. Alla luce di questi tragici eventi, l’Osservatorio nazionale stalking da oggi mette in campo un nuovo strumento dedicato alle persone perseguitate: un contatto dedicato su Skype, con la supervisione delle Forze dell’ordine, dove chiunque abbia bisogno di aiuto potrà chiamare, anche anonimamente.
Il problema però non investe soltanto l’universo femminile. Secondo l’Osservatorio l’87% degli stalker sono maschi, ma c’è anche un 13% di femmine. “Ci sono molti comportamenti che le persone che sospettano di essere molestate in modo persecutorio devono evitare – spiega Massimo Lattanzi, psicoterapeuta e coordinatore dell’Osservatorio – non devono assecondare il presunto autore, non devono cadere nel tranello del senso di colpa, per minacce di suicidio o malattie imminenti, e non devono assolutamente accettare ‘l’appuntamento chiarificatore’, che potrebbe essere l’ultimo”.
Secondo la casistica, difficilmente chi molesta con continuità smette di perseguitare la vittima, a meno di percorsi specifici di risocializzazione. La denuncia spesso scatena un doppio pensiero nello stalker: sia la sensazione di essere ‘pensato’, quindi il riavvicinamento, che quella di definitivo distacco, ovvero abbandono. “Ma la denuncia è fondamentale – spiega Lattanzi – anche se servono percorsi successivi di protezione delle vittime, affinché non si sentano abbandonate”. Esistono infatti stalker seriali che non mantengono il distacco richiesto dalle autorità. Quindi che cosa manca a questa legge per essere davvero efficace ed economicamente realizzabile? “Le Forze dell’ordine dovrebbero essere messe nelle condizioni di agire immediatamente – spiega ancora lo psicoterapeuta – secondo l’articolo 348, comma 4, del codice penale, possono chiedere la valutazione del rischio di ‘passaggio all’atto’, quindi alla violenza, da parte di un esperto. Nel caso lo stalker fosse considerato pericoloso allora il fascicolo dovrebbe essere immediatamente consegnato all’autorità giudiziaria e la vittima deve essere protetta. Tutto nel giro di pochi giorni”. Ad oggi le cose non stanno così. Serve ancora molto tempo per la valutazione dei casi e l’allontanamento dalle vittime non è sufficiente. “La sentenza della Corte di Cassazione che ha stabilito che bastano due episodi per far scattare le misure di sicurezza è un importante passo avanti – conclude Lattanzi – ma non basta. Bisognerebbe mettere a disposizione tutte quelle strutture, come i centri antiviolenza e le case protette, già in uso per reati sessuali o la tratta delle donne, anche per le vittime di stalking. Le province dovrebbero fare un censimento degli edifici disponibili e metterli in rete per l’uso immediato da parte delle forze dell’ordine. Le vittime vanno protette da subito, senza snaturarle dal proprio territorio, ma rendendole difficilmente rintracciabili”. Manca un altro elemento importante nella legge: oggi, chi molesta tramite e-mail o social network rischia soltanto una contravvenzione. Ma gli stalker capaci di rintracciare le vittime via Internet sono in esponenziale aumento.

il Fatto 13.7.10
“Se lo denuncio che succede?” Il difficile percorso delle vittime di stalking
di Si. D’O.

Fino all’approvazione della legge sullo stalking, “incastrare” un persecutore era molto complicato. C’era l’ipotesi – molto blanda – del reato di molestia e c’era quello – molto pesante – di violenza. In mezzo, un vuoto legislativo immenso. La normativa sullo stalking porta la firma del ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, che però col Fatto Quotidiano non vuole parlare. È una delle pochissime leggi del governo Berlusconi che ha portato a risultati positivi e concreti, dando alle vittime la possibilità di denunciare i propri persecutori (spesso portando a casa la pelle).
Anche se non sempre si trova il coraggio di rivolgersi ai carabinieri, come nel caso di M., la donna che ci ha raccontato la sua storia. “Denunciare è prima di tutto un dovere morale – ribatte invece il generale Vittorio Tomasone, comandante provinciale dei carabinieri di Roma – perché magari il persecutore si sta comportando nello stesso modo con altre persone. E poi non si deve pensare che non si faccia nulla per fermarlo”. L’Arma ha di recente istituito, presso il dipartimento per le Pari opportunità, una sezione specifica per studiare il fenomeno e aggiornare le strategie di prevenzione e il contrasto ai persecutori.
Ma cosa accade quando una donna (la vittima principale) vuole porre fine alle persecuzioni? “Sia che chiami il 112, sia che si rechi in una stazione dell’Arma – prosegue Tomasone – troverà il personale preparato ad ascoltarla. Assieme alla Procura di Roma abbiamo partecipato a due ondate di corsi e seminari per imparare a ‘gestire’ queste situazioni. Per esempio, ci si può avvalere di uno psicologo; si può procedere alla verbalizzazione con persone dello stesso sesso; si utilizzano locali idonei, in cui non sia presente nessun altro. Poi, per formalizzare la denuncia, si utilizza un questionario particolare, messo a punto dal nostro ufficio analisi e dal mondo accademico-scientifico”. A quel punto nei casi considerati meno gravi si sottopone all’autorità giudiziaria un ammonimento all’interessato, in quelli più gravi scatta la denuncia alla magistratura e partono le indagini. Se invece c’è la flagranza di reato o i militari si rendono conto della pericolosità del soggetto, si adotta immediatamente un provvedimento di fermo. E alle vittime chi pensa? “Fare rete è fondamentale – spiega ancora Tomasone – le Forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni mettono le vittime in contatto con i centri antiviolenza”. Sembra tutto facile, a parole. Eppure molte delle donne uccise in quest’ultimo periodo avevano in precedenza denunciato per stalking l’uomo che poi le ha uccise. “Non è che solo perché c’è una legge o una procedura di formazione del personale, non si verifichino casi di estremizzazione – puntualizza il comandante Tomasone – spesso capita che lo stalker si faccia vivo a intermittenza, a distanza di molti mesi. Una persecuzione discontinua e lunga nel tempo non consente di adottare provvedimenti”. Qual è il passo successivo? “Una legge sulla violenza familiare continuata – conclude Tomasone – laddove è più facile che vi sia un grande numero oscuro di casi, perché le donne hanno molte più remore a denunciare”.

il Fatto 13.7.10
Uu calcio a parte
Quel che resta al Sudafrica
Cattedrali in un deserto senza vera integrazione
di Oliviero Beha

Cattedrali mediatiche: la Spagna fa la comunione. Nel film di Tom Stoppard Rosenkrantz e Guilderstern sono morti, premiato inopinatamente a Venezia nel 1990 con il Leone d’Oro, i due personaggini amletici inessenziali ma preziosi a un certo punto tirano per aria una moneta: è una scena minima eppure indimenticabile. Fanno a testa o croce per un pezzo, e veniva sempre testa (o croce, non ricordo ma non importa: veniva sempre e comunque la stessa faccia della medaglia).
FINALMENTE C’È una sorta di seguito della storia: lo interpreta il polpo Paul che ha azzeccato con l’esito della finale Mondiale vinta dalla Spagna l’ottava “estrazione” personale nell’acquario di Oberahausen. Sette volte circa la Germania della quale è ospite (è infatti nativo o “compagno” dell’Isola d’Elba), otto con la finale. Altro che addetti ai lavori, tecnici sopraffini o consumati allibratori: il polpo ha dato punti e prove di piovra a tutti. In attesa di riuscire eventualmente a dimostrare che il presidente della Fifa, Blatter, il vero e primo vincitore già alla vigilia di questo Mondiale, abbia un qualche sodalizio societario con il tal Paul, non mi resta che segnalare questa piega cabalistica e naturalistica insieme che ha preso il pallone. Meno male che si diceva che la squadra di calcio era una “fede”. Adesso rischia di fare tendenza che sia una sorta di sortilegio, di questione per streghe o octopus. E la fede può essere supplita dalla superstizione. È già un bel risultato, per un Mondiale di calcio... in tempi nostradamici che di tutto avrebbero bisogno fuorché di “fatture” intese non in senso tremontiano stretto. Ma tracciamo un bilancio, ricordando ovviamente che alla vigilia dell’intera manifestazione e della finale in particolare avevo e ho continuato a ritenere possibile e magari probabile la vittoria olandese, pur di fronte a una squadra oggettivamente più forte.
Vittoria meritata, di una Spagna in condizione ormai da anni dopo un Europeo vinto. Non un gioco spettacolare, ma grande tecnica e adattabilità tattica, una media dei 15/16 utilizzati in campo molto alta, quattro, cinque giocatori al top come Xavi, Iniesta, Casillas, Sergio Ramos e forse Villa. La paura di vincere, finalmente, il titolo più ambito, la Spagna ha corso fortemente il rischio di perdere e forse anche per questo alla fine ha vinto di giustezza e di giustizia.
Certo, per l’Olanda Robben ha sbagliato il gol decisivo che avrebbe rovesciato probabilmente partita, frittata e polpo, certo, il gol di Iniesta prima di rigori dall’esito assolutamente imprevedibile è nato su un clamoroso calcio d’angolo non assegnato all’Olanda dopo una punizione di Sneijder. Ma succede, e il gioco duro olandese iniziale un po’ fesso e vagamente tollerato dall’arbitro Webb è stato poi punito da dettagli decisivi della sorte. L’Olanda non ha fatto la cosiddetta “partita perfetta”, si è limitata con talento e applicazione a rendere “imperfetta” quella della Spagna, che infatti, e va ribadito, è stata anche sul punto di perderla. Ma alla lunga un che di raccogliticcio, la stanchezza di Sneijder ancora e sempre calcisticamente in mezzo al campo intelligente quanto Xavi dall’altra parte, un Robben che sbaglia invece di un Robben che “esegue”, una “panchina” davvero cortissima in fatto di talenti puri specie in confronto alla scelta rigogliosa degli spagnoli di Del Bosque, ha condotto i migliori a battere sul filo simpatici “avventurieri delle Indie” che comunque avevano navigato senza scossoni fino a Johannesburg. Alcune valutazioni complessive si impongono:
SUL RAPPORTO TRA il calcio e la Nazionale e il Paese che rappresentano c’è una vistosa conferma. Lo si diceva in negativo per l’Italia, e sono saltati su in tanti a dire che “non c’entra nulla”, forse equivocando su quello specchio di cui si parlava. Può essere uno specchio convesso, che rimanda altre immagini, o uno specchio rotto, con sette anni di disgrazie ecc., ma sempre di specchio e di metafora speculare si tratta. Non vederla significa non volerla o saperla vedere. Lo ha detto Del Bosque, i sovrani, Zapatero: ha vinto il Paese, unito per un giorno, con tutti i risvolti del caso. E Pertini che inneggiava e giocava a carte con i nostri campioni del Mondo dell’82 di ritorno dalla Spagna sull’aereo presidenziale (dove avevano imbertato i premi in denaro non tassati come si doveva) me lo ricordo benissimo... Paese e calcio in alcune circostanze si sposano in altre si separano, e ogni volta è un discorso diverso. Ma negare la supplenza “politica” e “sociale”, dunque “culturale” o meglio “subculturale” che svolge il pallone, è cecità.
IL LIVELLO DEL gioco sta scadendo sempre di più. Pensare che invece una società multietnica dovrebbe far crescere anch’esso, in un misto di tecnica e di fisicità speciali. Invece il business, il denaro strozza tutto e si va perdendo “il senso del gioco per la palla”, parafrasando il romanzo che aveva a che fare con la “neve”. Troppa importanza per il “fuori campo” che preme sul terreno d’erba naturale o sintetica come una cappa, che fa diventare sempre più i giocatori, cioè coloro che “giocano”, degli attori di una fiction sia pure peculiare oppure i testimonial dell’indotto pallonaro.
Infatti i “numeri” li riservano soprattutto per gli spot in tv. Arriveremo prima o poi ai “precox” del calcio, con calciatori che giocano partite ancora da organizzare o partite vecchie che si disputano nella mente da Matrix degli spettatori. Di certo l’importanza di una partita non può sostituire la partita stessa, un pretesto non può ridurre il “testo” ai minimi termini, altrimenti è finita e la si gioca su altri tavoli, dove l’alea non conta e la palla non è più rotonda.
IL SUDAFRICA È stato ed è per il pallone, i Signori della Palla e la rotondolatria mondiale, una specie di Cattedrale nel deserto: ha vinto con il piede destro di Iniesta e le mani giunte il popolo che prega per eccellenza, a partire dalla sua lingua fatta per quello secondo la dizione proverbiale, e vai con la Fiesta e il flamenco di strada. Ma in Sudafrica restano oggi gli stadi, teatri di Fitzcarraldo nella foresta amazzonica, cattedrali mediatiche senza devoti né fedeli e con qualche sparuto arcivescovo metaforico ma non tanto che se ne avvarrà: nessuna religione, nessuna colonizzazione fideistica, uno spettacolo televisivo per molti che non hanno neppure l’elettricità, nessun reale anello di integrazione tra bianchi (rugby) e neri (calcio), se non nelle foto degli eventi. Non basta girare l’interruttore di un Kolossal Rotondo per favorire il dialogo, se in realtà non è certamente questo il motivo di fondo della kermesse né si è lavorato in funzione di questo. Quindi, ben presto si ripartirà da prima, e il problema rimarrà lo stesso.
Del resto, se c’è una storia di imperialismo colonizzatore perché la via del calcio dovrebbe essere tanto diversa da quella, che so? Dei diamanti? Con i popoli non si gioca. Li si gioca. E magari non si dovrebbe.

Repubblica 13.7.10
Mineo verso la rimozione insorgono le opposizioni
Rainews, da Sky arriva Ferraro: è in quota Lega
Gorla: il giovedì al posto di Annozero è previsto X Factor
di Leandro Palestini

ROMA - Corradino Mineo dovrà lasciare presto la direzione di RaiNews. Al suo posto arriva Franco Ferraro, caporedattore di SkyTg24, giornalista gradito alla Lega. La decisione potrebbe essere ratificata domani dal consiglio di amministrazione Rai. «È da mesi che si rincorrono voci di una mia cacciata, forse questa è la volta buona», commento Mineo, che esclude «trattative con l´azienda: non faccio scambi, continuo a lavorare con la mia redazione». Ma per il cdr di RaiNews i giochi sono fatti: «Un´altra poltrona da assegnare. Un´altra chiamata dall´esterno. Queste le uniche risposte che il dg Rai riesce a dare sul futuro di RaiNews». E la scelta del dg Mauro Masi, di rimuovere Corradino Mineo dal canale all News viene criticata dal centrosinistra. «Gli imbavagliatori e i loro delegati alla Rai cercheranno di mettere le mani anche su RaiNews allontanando il direttore Mineo, mortificando le richieste della redazione e mettendo al suo posto un esterno gradito alla Lega», dichiarano Giuseppe Giulietti (Articolo 21) e il senatore del Pd Vincenzo Vita, denunciando lo spoil system: «Per la prima volta nella storia della Rai, una maggioranza avrebbe il controllo di dieci testate giornalistiche su undici, con l´aggravante di un premier proprietario dell´altra metà dell´etere e ministro ad interim delle Telecomunicazioni». Paolo Gentiloni, responsabile comunicazione Pd, giudica «incredibile che si voglia sostituire, per di più a quanto pare con un "esterno" gradito alla Lega, un direttore che ha portato RaiNews a raggiungere ascolti vicini a quelli del suo concorrente SkyTg24». Il segretario dell´Usigrai, Carlo Verna, chiede a Masi di smentire le voci della rimozione di Mineo, per di più «con una nomina dall´esterno per RaiNews, dopo il piano industriale che ci è stato illustrato e in presenza di demansionati eccellenti»: il caso Ruffini. «Credo che un avvicendamento a RaiNews avverrà a breve», conferma Alessio Gorla, consigliere Rai in quota Pdl, pur riconoscendo a Mineo d´aver svolto «un buon lavoro; ha innovato rispetto a Roberto Morrione». Gorla a "Klauscondicio" parla di Santoro. Dice di non sapere «a che punto è la trattativa» per la soluzione consensuale, ma osserva che «nel palinsesto è stato indicato che "X Factor" va in onda di giovedì».
Corradino Mineo è da tempo nel mirino del Pdl. Le dirette tv di RaiNews non sarebbero piaciute a Silvio Berlusconi (dal "No-B day" romano a "Raiperunanotte" di Santoro), gli attriti con la direzione Rai sono stati frequenti. In maggio si pensò a una "ritorsione" per l´oscuramento di RaiNews durante il passaggio al digitale terrestre in Lombardia. Ma era un problema tecnico.
Mauro Masi metterà a posto anche la casella di Rai Educational, lasciata vacante da Giovanni Minoli (in pensione): la candidata alla direzione è Silvia Calandrelli, in quota centrosinistra, già vicedirettore di RaiTre. E intorno al prossimo Cda Rai c´è un po´ di mistero. Il dg Masi ha tolto dall´ordine del giorno la pratica RaiDue: la sostituzione di Massimo Liofredi con Susanna Petruni. È soltanto un rinvio?

Repubblica 13.7.10
C’era una volta il maschio
Caratteri virili e fertilità in calo Sotto accusa inquinamento e additivi alimentari
di Guglielmo Pepe

L´anno scorso, di questi tempi, era già sta lanciato l´allerta mondiale per la pandemia A. Per il momento, sulla prossima influenza stagionale, silenzio assoluto. Dopo l´allarmismo eccessivo, prevale la cautela tra le autorità sanitarie? Di certo il virus H1N1 - previsto come devastante - ha colpito tutto il mondo in modo blando. La campagna di prevenzione, almeno in Italia, è fallita visto che si sono vaccinati in meno di 900 mila. E adesso le dosi acquistate vengono bruciate: finora per un valore di 7 milioni di euro (peggio negli Usa: sono finite nell´inceneritore 40 milioni di fiale, costate 260 milioni di dollari).
L´accusa all´Oms da parte di vari esperti è di aver ascoltato troppo le sirene delle multinazionali. Opinione diffusa: secondo un´indagine KeyStone, il 66 per cento di 2500 italiani intervistati ritiene che tanto clamore è servito solo a Big Pharma. Altri esperti sono invece contenti perché l´influenza ha fatto meno vittime del previsto. Sono d´accordo. Purché dietro la giusta prevenzione non si celino inganno, frode e pressanti interessi economici.
g.peperepubblica.it

In quarant´anni è dimezzato il numero degli spermatozoi mentre aumentano i casi di malformazioni e iposviluppo dei genitali. Le cause: pesticidi, fitofarmaci e additivi nei cibi Gli esperti: "Agiscono come estrogeni o bloccano il testosterone" Sono migliaia i composti chimici messi sotto accusa dalla Food and Drug Administration Usa e dall´Unione Europea

Il genere maschile è in pericolo. «Infertilità, malformazioni genitali, regressione dei caratteri sessuali e tumori ai testicoli aumentano e, se non si trovano rimedi, il maschio, non solo della specie umana, sembra destinato all´estinzione». Così, senza tanti giri di parole, il professor Andrea Lenzi, direttore del dipartimento di Fisiopatologia umana dell´università la Sapienza di Roma e coordinatore del gruppo "Biodiversità e interferenti endocrini" del Comitato per la biosicurezza, biotecnologie e scienze della vita della Presidenza del Consiglio, sintetizza un problema che ha raggiunto ormai livelli di guardia. Anche perché la causa, pur essendo nota, non sarà facile da eliminare. Sono migliaia di composti chimici (pesticidi, coloranti, conservanti eccetera) che, attraverso alimenti, saponi, detersivi, plastiche arrivano nel corpo dove intralciano il "lavoro" degli ormoni sessuali, in particolare di quelli maschili.
Risalgono a circa quarant´anni fa le prime ricerche che avvistarono il problema. Ad esempio, in Danimarca si osservarono tra gli agricoltori più casi di sterilità che nel resto della popolazione, nonostante la vita indubbiamente più sana. Per capire il perché il primo passo fu valutare la fertilità in altre categorie professionali. Si scoprì così che tra i colleghi "biologici" che non usavano pesticidi e fitofarmaci, i casi di sterilità erano inferiori alla media nazionale. Le analisi trovarono questi composti chimici solo nel sangue degli agricoltori tradizionali e con le successive indagini si scoprì che erano proprio queste molecole, anche in concentrazioni minime, a interferire in modo del tutto casuale e imprevedibile con gli ormoni che stimolano la produzione di spermatozoi. Il meccanismo è spiegato nel disegno in alto.
«Poi sono arrivate le ricerche che hanno riscontrato l´aumento anche di altre patologie andrologiche - dice Lenzi - Oltre all´infertilità, crescono i tumori testicolari e le anomalie dei genitali dovute a ritardi della maturazione sessuale, sindromi complessivamente note come "disgenesie gonadiche". In sintesi, quello che emerge da centinaia di ricerche svolte negli ultimi vent´anni, anche dal nostro gruppo, è una regressione dei caratteri sessuali maschili». Parallelamente, altre ricerche hanno evidenziato che un gruppo di agenti chimici introdotti dall´uomo nell´ambiente interferisce con il sistema endocrino. Endocrine-disrupting chemicals il termine coniato nel 1996 dalla United States Environmental Protection Agency (Epa), in italiano "interferenti endocrini". Un lungo elenco di sostanze (le più comuni nella scheda, ndr).
Per individuarle nell´ambiente e negli alimenti, gruppi di ricerca messi al lavoro dagli Stati Uniti e dall´Unione Europea hanno messo a punto metodi di analisi efficaci e veloci. Ma ci vorranno anni prima ci capire tra i circa diecimila composti chimici sospetti quelli che interferiscono con gli ormoni sessuali maschili. Lavoro complicato dal fatto che agiscono in dosi minime, si accumulano nel tessuto adiposo da dove si liberano anni dopo e spesso derivano dall´interazione nell´organismo tra composti originariamente innocui.
«Intanto a livello individuale possiamo fare molto - dice Lenzi - Prima regola: negli acquisti, a parità di prodotto scegliere quello con la lista degli ingredienti più corta. Più additivi ci sono e più è probabile che vi siano interferenti endocrini. È indispensabile che un dentifricio sappia di mango, uno yogurt di castagna o i detersivi siano blu elettrico o verde fosforescente? La seconda è preferire il biologico e di stagione che non comportano residui di pesticidi, fitofarmaci né additivi. La terza e ultima: fare visite andrologiche periodiche. L´effetto degli interferenti endocrini si aggrava negli individui resi più suscettibili da patologie andrologiche pregresse o in corso e da familiarità. Prima sono diagnosticate e minori sono i danni».

Repubblica 13.7.10
Ma non c’è solo l’inquinamento
Per gli uomini i danni maggiori arrivano dai sentimenti confusi

Maschi a rischio. Perché possono subire aggressioni ai loro organi genitali e alla funzione riproduttiva per colpa dell´inquinamento dell´ambiente e del cibo. La loro salute sessuale ha bisogno di maggiori controlli medici, ma la sessualità è un intreccio di identità, psiche, ruoli e anche questo richiede una specifica attenzione.
Nel lavoro di sessuologia clinica i maschi raccontano le ferite che nascono dalla confusione e dalla sensazione di incompetenza perché si evidenzia un modello contraddittorio nella costruzione dei ruoli e dei comportamenti. Nelle riviste dedicate alla salute maschile, si danno istruzioni sui dati quantitativi come muscoli, funzione nello sport e nella prestazione sessuale. Si evidenzia una contraddizione tra valutazione quantitativa prestazionale e la richiesta di un codice più femminile nell´allevamento dei cuccioli e nella comunicazione emotiva con la partner. I maschi rispondono con comportamenti altalenanti: richiesta di protezione, comportamenti di fuga e di evitamento e comportamenti di aggressione. La confusione si confronta con un desiderio femminile a sua volta contraddittorio rispetto alle attese e alle delusioni.
Cosa vuole veramente una donna dai propri maschi e cosa la rassicura? Nel contesto della psicoterapia di coppia le donne vogliono il dominio sui loro maschi, ma non la resa, agiscono un conflitto aspro che le porta a uno scontro continuo, ma non accettano la sottomissione, vogliono affidare la loro bambina interiore, ma non lasciano l´armatura del guerriero, vogliono fare sesso in modo nuovo, ma anche opporsi al sesso, tradire come i maschi, ma conservare una confusione tra sesso e amore, sesso e progetto.
I maschi mostrano i muscoli, ma non mordono, i guai nascono quando scelgono l´aggressività e agiscono il potere in modo cattivo, a volte con emozioni forti che spingono alla distruzione totale. La medicina e la psicologia, ambedue coinvolte nella soluzione dei problemi sessuali, hanno bisogno di confronto per capire quali contenuti integrare nella consulenza sessuologia, come nutrire la differenza e la gestione del potere reciproco in termini costruttivi. Un tema difficile da valutare è anche la crisi della fertilità che mette insieme il ritardo cronologico delle donne nella ricerca di un figlio e la maggiore infertilità maschile. Agire per la prevenzione è un intervento necessario, a partire dai maschi adolescenti sino ai giovani adulti.

Repubblica 13.7.10
Il grande entomologo Edward Wilson, l´autore di "La creazione", sarà oggi a Roma Ecco le sue riflessioni sul rapporto fra le due culture, quella dei numeri e l’umanistica
Quando la scienza usa la lingua della poesia
di Edward O. Wilson

Non è vero che il linguaggio degli scienziati sia il regno del freddo raziocinio e che solo quello degli artisti sia emotivamente coinvolgente
Per conservare le forme viventi sulla Terra, i due codici vanno combinati Ed è questo lo scopo del mio romanzo "Anthill"

I prodotti della scienza e delle arti creative differiscono radicalmente nello stile e negli obiettivi. La conoscenza scientifica rappresenta ciò che sappiamo del mondo materiale e delle leggi per mezzo delle quali esso funziona. Le asserzioni scientifiche sono fattuali, in altre parole esse sono basate sull´evidenza fisica, trasparente e replicabile. Un articolo scientifico comincia descrivendo l´oggetto su cui si è condotto lo studio. Con precise citazioni, l´articolo riconosce il lavoro svolto dagli scienziati che hanno contribuito alla conoscenza dell´oggetto della ricerca. Il riconoscimento è cruciale, nella cultura scientifica, non solo per inquadrare l´argomento, ma per attribuire il giusto merito agli autori che ci hanno preceduto. Il riconoscimento delle proprie scoperte e la reputazione che ne deriva rappresentano la moneta corrente nel regno della scienza. Il resto sono chiacchiere.
In quasi tutti i casi, una scoperta scientifica è riconosciuta come tale dagli altri scienziati solo quando è stata sottoposta a revisione paritaria e pubblicata sotto forma di articolo da una rivista specializzata che gli esperti ritengono confacente all´argomento trattato. L´articolo deve indicare le procedure e i materiali utilizzati nella ricerca, il modo in cui i dati ottenuti sono stati analizzati, e le conclusioni derivate dall´analisi. Sono permesse alcune digressioni, anche di carattere speculativo, al fine di allargare la discussione, ma sono scoraggiate le metafore non essenziali e l´espressione di emozioni.
Qui troviamo la differenza fondamentale tra la scienza e le arti creative. Le metafore utilizzate per evocare emozioni sono proibite nei rapporti scientifici, ma sono la ragione primaria – oso dire l´anima? – dell´arte.
Questo vuol dire che la scienza è freddo raziocinio mentre solo le arti creative sono emotivamente coinvolgenti? È questa la differenza fondamentale tra loro? Niente affatto. Lo scienziato di successo ragiona come un poeta e lavora come un contabile. Ma nella sua mente la poesia non si affievolisce mai. Nei dialoghi di corridoio e in altri incontri informali, gli scienziati colpiti da una particolare pubblicazione ne discutono l´importanza, l´eleganza, la bellezza. E coloro che scrivono di scienza con intenti divulgativi sono liberi di usare gli strumenti emotivi della poesia, senza per ciò tradire lo spirito scientifico. Non è un errore scrivere in maniera artistica di scienza.
Un aneddoto personale può illustrare come scienza e poesia interagiscano creativamente nell´emergere da una stessa fonte estetica. Appena laureato, nei primi anni Cinquanta, ero rimasto incantato dalla teoria della dominanza faunistica formulata dai biogeografi americani William Diller Matthew e Philip J. Darlington. In breve, essi erano giunti alla conclusione che certi gruppi di animali, come la famiglia dei canidi (Canidae) e i roditori comuni (Muridae), dopo essere comparsi in certe parti del mondo, in particolare nei climi temperati dell´Eurasia o nei tropici del Vecchio Mondo, si diffusero per tutto il globo sostituendo i gruppi fino ad allora dominanti (per esempio, i marsupiali) e occupando le loro nicchie ecologiche.
Questo grande modello ciclico di dominanza era per me la biologia al suo meglio, epico e nobile. Ero affascinato da una domanda che sembrava non avere risposta: come e perché, nel corso di milioni di anni, alcuni gruppi si impongono come dominanti e altri si estinguono?
Ebbi la possibilità di esaminare la questione quando, poco più che ventenne, ricevetti una borsa di studio per studiare le formiche del Pacifico meridionale. Viaggiando per gli arcipelaghi della Melanesia, dalla Nuova Guinea alla Nuova Caledonia, ricostruii la distribuzione di centinaia di specie di formiche, deducendo origine e direzione della loro diffusione, e identificai le nicchie ecologiche occupate da ciascuna specie.
Durante questo periodo da contabile, avevo ben chiaro di essere il primo a studiare un grande ciclo di dominanza faunistica a livello di singola specie. Ma un giorno in cui non ero impegnato nella ricerca, in uno di quei momenti che ci fanno esclamare a-ha!, riconobbi la componente ecologica del processo di successione, che combinata con la moltiplicazione delle specie chiamai il «ciclo del taxon».
Il ciclo del taxon è stato foriero di nuovi sogni, metafore, fantasie, quasi sempre evocate in soliloqui o durante conversazioni con altri biogeografi. Il risultato fu un nuovo prodotto dell´immaginazione: l´equilibrio delle specie o, come lo chiamavamo all´epoca, la saturazione delle specie. E la domanda che ora si presentava era: esiste un limite al numero delle specie che possono abitare una certa isola, così che quando una specie colonizzatrice si insedia, in media, una specie residente si estingue? La risposta, se mai fossimo stati in grado di offrirla, avrebbe aiutato a spiegare la storia complessiva della dominanza faunistica. E di qui, ancora, altri sogni, entusiasmi, piste false e piste giuste, metafore.
A questo punto, nel tentativo di formulare la risposta corretta, unii le mie forze con Robert H. MacArthur, un giovane e brillante ecologo e matematico. L´anno era il 1960; io avevo trentun anni e MacArthur trenta (sarebbe morto nel 1972, una grande perdita per la scienza). Elaborammo insieme la «teoria della biogeografia delle isole», per fornire alcune risposte parziali alla questione chiave dell´equilibrio delle specie – sapevamo bene che tutte le teorie scientifiche sono sempre parziali.
La teoria della biogeografia delle isole sarebbe poi risultata fondamentale per la nascita di discipline emergenti come gli studi sulla biodiversità e la biologia della conservazione. Prevedere il destino delle isole è davvero importante. Il mondo naturale è stato convertito dagli esseri umani in arcipelaghi sempre più frammentati: foreste e praterie sono state spezzettate dalle attività umane in un mosaico irregolare; l´innalzamento di dighe ha separato i corsi d´acqua l´uno dall´altro e gli affluenti dal fiume principale; i laghi sono stati trasformati in stagni da siccità artificiali causate dall´uomo.
Al fine della conservazione delle forme viventi della Terra, scienza e arti creative vengono combinate assieme. Era questo uno degli scopi del mio recente romanzo, Anthill (La collina delle formiche), che racconta la storia di un ragazzino, cresciuto nelle campagne dell´Alabama, che dedica la sua vita a salvare un frammento di un´antica savana su cui incombe la minaccia di deforestazione da parte degli alfieri dello sviluppo.