lunedì 12 luglio 2010

l’Unità 12.7.10
Intervista a Christopher Hein
«Miope e tirchia quell’Italia
che chiude la porta ai rifugiati»
Il fondatore del Cir: «L’ossessione securitaria rischia di cancellare diritti e civiltà. Anche l’Italia ha avuto i suoi richiedenti asilo, sotto il Fascismo. Lo fu anche Sandro Pertini»
di Umberto De Giovannangeli

Il rifugiato è prima di tutto un essere umano che ha bisogno di tutela non solo dal momento in cui mette piede in Italia o in un altro Stato dell’Unione europea. Dal momento in cui la persona è costretta a lasciare il proprio paese, dove non trova più protezione, e a intraprendere il viaggio verso l’esilio, quella persona è rifugiata e necessita di aiuto». Un aiuto troppo spesso negato. L’Unità ne parla con Christopher Hein, fondatore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), partendo dalle conclusioni, su citate, del libro da Hein curato «Rifugiati. Vent’anni di storia del diritto d’asilo in Italia» (Donzelli Editore». «I diritti umani vanni bene riflette Hein fino a quando ci si limita alle parole. Quando però c’è un prezzo da pagare, l’Italia si scopre “tirchia”». E miope. Qual è la ragione per cui si continua ad alimentare l’equivoco fra migranti e rifugiati?
«Le ragioni sono molteplici e di varia natura. Sui media, nell’immaginario collettivo, in Italia esistono i barconi di migranti, mai di rifugiati... L’immigrato è una figura conosciuta che appartiene al vissuto, alla memoria storica dell’Italia. Il rifugiato molto meno, o quasi niente. In Italia si fa fatica a ricordare i rifugiati durante il fascismo. Non c’è una grande consapevolezza che nel Ventennio c’erano antifascisti che hanno chiesto, come Sandro Pertini, asilo in Francia... E quando se ne parla, si fa riferimento all’”esule” e non al rifugiato... Poi c’è una dimensione statistico-numerica: in Italia abbiamo oggi 4,5 milioni di immigrati e forse, tutto sommato, 70mila rifugiati. È chiaro che la questione migrazione, quantitativamente parlando, ha una valenza ben maggiore di quella dell’asilo e dei rifugiati. C’è poi una terza dimensione, più politica...».
E in cosa consiste?
«Nell’assillo della “governabilità”. Nell’immigrazione, almeno in teoria è possibile stabilire una quota d’ingresso. Invece per i rifugiati non si possono stabilire quote di accettazione. C’è questo elemento d’incertezza: cosa succederà l’anno prossimo in Egitto, in Iran, piuttosto che nei Paesi dell’Africa subsahariana o del Maghreb... e quindi si verificherà un altro esodo di massa come è accaduto durante la guerra nella ex Jugoslavia? Alla base c’è la mancanza di consapevolezza di un valore elementare, sancito peraltro dalla Costituzione italiana. A dominare è la paura verso un fenomeno che può sfuggirti di mano... E così entriamo nel campo della “schizofrenia” politica...
A cosa si riferisce?
«Penso al governo Berlusconi che prima fa la legge Bossi-Fini e poi nel 2002, fa la più grande sanatoria di tutti i tempi: quella di 700mila immigrati regolarizzati... Ma allora, che necessità c’è di respingere con la forza 700-1000-1500 eritrei e somali, se allo stesso tempo vari la sanatoria per badanti e lavoratori domestici che ha riguardato circa 300mila persone? Perché rischiare conflitti internazionali, condanne per violazione del diritto di asilo, e questo per 700-1000 persone? Spesso nelle discussioni, quando presentiamo come Cir al nostra proposta di legge in attuazione dell’articolo 10 della Costituzione, ci sentiamo ripetere: ma se domani arrivano a Malpensa, a Fiumicino un miliardo di cinesi a chiedere asilo... Più che un argomento, è una ossessione che, va detto, non è propria solo di chi si riconosce nell’attuale maggioranza di governo. Questa del miliardo di cinesi è una leggenda metropolitana ma che fa effetto».
Guardando al futuro, e avendo bene in mente la vicenda dei 245 eritrei segregati in un carcere libico, come governare il problema dell’asilo?
«Ciò che noto è che un Paese come l’Italia che in tante battaglie per i diritti umani è stata in prima fila, protagonista ad esempio sullo Statuto del Tribunale penale internazionale, che non a caso si chiama Statuto di Roma, con la presidenza di Giovanni Conso, o la stessa Convenzione europea per i Diritti umani che è stata siglata a Roma nel 1950, la stessa moratoria sulla pena di morte che ha visto l’Italia svolgere un ruolo di primo piano all’Onu dal momento però in cui applicare i diritti umani, o il diritto di asilo, costa qualcosa, allora c’è un freno, un chiudersi, un respingere... I diritti umani vanno benissimo finché non costano. E visto che l’accoglienza di rifugiati qualcosa necessariamente costa, allora si chiudono le porte. E questo non è solo eticamente sbagliato, è anche prova di miopia politica, perché molti di quegli asilanti respinti, penso all’America Latina, sono diventati poi parte della classe dirigente di quei Paesi».

l’Unità 12.7.10
Lo strazio di Srebrenica
Quindici anni dopo la ferita non è chiusa
Cinquantamila persone al funerale collettivo di 775 vittime recentemente identificate. Messaggio di Obama: «Una macchia sulle nostre coscienze»
di Gabriel Bertinetto

Accade di tutto a Srebrenica nel giorno in cui cinquantamila persone si radunano commosse per ricordare gli ottomila civili che in questo angolo di Bosnia furono sopraffatti dalla peste balcanica di fine millennio, la pulizia etnica.
Accade che il quindicesimo tragico anniversario della strage perpetrata dalla milizie serbo-bosniache, sia onorato dalla partecipazione di Boris Tadic, presidente della Serbia, che promette di fare di tutto perché sia consegnato alla giustizia il principale mandante di quell’orrore, Ratko Mladic.
Accade anche, spostandoci di centottanta gradi lungo la curva dei valori etici universali, che i compagni di partito del latitante Mladic scelgano provocatoriamente la ricorrenza dei suoi delitti per decorare in contumacia due dei principali complici, Radovan Karadzic e Momcilo Krajisnik.
Il primo è sotto processo al Tribunale speciale dell’Aja per i crimini commessi nell’ex-Jugoslavia. L’altro è già stato condannato da quella stessa corte a venti anni di carcere. A Banja Luka, capitale della Republika Srpska, una delle tre entità in cui è tuttora divisa la Bonsia, i dirigenti del Partito democratico serbo hanno consegnato alla moglie di Karadzic e al fratello di Krajisnik le medaglie e le onorificenze destinate ai due detenuti.
Anno dopo anno la terra di Srebrenica restituisce i poveri resti degli innocenti che l’11 luglio del 1995 furono uccisi in massa e gettati in fosse comuni. Massacrati per annientare un’intera comunità. Nascosti per cancellare le tracce del misfatto.
Nel corso degli ultimi dodici mesi gli scavi hanno consentito la riesumazione e l’identificazione di 775 corpi. Musulmano-bosniaci quasi tutti (tranne un croato), perché nei piani di Karadzic e Mladic a Srebrenica non c’era posto che per la razza serba. Gli altri dovevano essere cacciati o eliminati fisicamente.
Le 775 salme sono state sepolte nel cimitero di Potocari vicino alle tremila circa recuperate negli anni precedenti. «Non ho più niente da perdere -diceva piangendo Hatidza Mehmedovic, 58 anni, assistendo all’interramento dei cadaveri del marito e di due figli che all’epoca avevano 18 e 21 anni-. L’unica cosa che mi può ancora interessare è combatte-
re perché sia fatta infine giustizia». Raccolta in silenzio, la folla di parenti, amici, e semplici connazionali delle vittime, ha ascoltato i mea-culpa dei rappresentanti di Belgrado e della comunità internazionale. Perché se il genocidio fu perpetrato da bande che la Serbia di allora proteggeva e ispirava, i caschi blu delle Nazioni Unite qui a Srebrenica non fecero nulla per impedirlo. I cinquantamila hanno preso atto del solenne impegno di Tadic: «Non desisterò dalla ricerca dei responsabili ancora latitanti, e mi riferisco innanzitutto a Mladic». Perché, ha aggiunto il capo di Stato serbo, solo quando tutti gli assassini saranno presi e processati «potremo tenderci la mano l’un l’altro e tornare a vivere da persone normali, come vivevamo una volta».
Hanno anche sentito l’ambasciatore americano a Sarajevo, Charles English, definire la carneficina di Srebrenica «una macchia sulla nostra coscienza collettiva». Parole di Barack Obama, che nel messaggio letto pubblicamente dal suo rappresentante, definisce le vittime «persone che volevano solo vivere in pace, che si sono fidate del fatto che la comunità internazionale le avrebbe protette, e che nel momento più difficile sono state abbandonate a se stesse».
In zona in quel mese di luglio del 1995 stazionavano centinaia di soldati olandesi dell’Onu, che non capirono la gravità di cosa stava accadendo intorno a loro o forse non ebbero il coraggio di opporsi.
L’inerzia dei caschi blu è degna, secondo l’organizzazione tedesca non governativa «Centro per il decoro politico», del monumento che alcuni sopravvissuti intendono costruire accanto al cimitero, ammassando le une sulle altre sedicimila scarpe, a simboleggiare gli ottomila scomparsi. Sulla sagoma campeggerà a caratteri cubitali la scritta U.N. (Nazioni Unite), «metafora dell’immenso tradimento» allora compiuto dall’Onu, secondo la portavoce dell’ong Merima Spahic.
C’erano molti leader politici europei ieri al cimitero di Potocari, dal premier belga Yes Leterme al ministro degli esteri francese Bernard Kouchner al presidente sloveno Danilo Turk. C’era anche il capo di Stato turco Recep Tayyip Erdogan. E c’era l’Alto rappresentante dell’Unione europea per la Bosnia, Valentin Inzko, che ha stigmatizzato l’assenza dei dirigenti serbo-bosniaci alla cerimonia. Coloro che non si piegano all’evidenza dei fatti storici e rifiutano di ammettere ciò che avvenne a Srebrenica, ha detto Inzko, «non hanno futuro, non appartengono alla nostra civiltà».
Se fra i capi della comunità serbo-bosniaca la negazione della verità è completa, a Belgrado l’ammissione dei crimini compiuti in mone della grande Serbia è a volte ancora parziale. Il 31 marzo scorso il Parlamento di Belgrado ha approvato una risoluzione che condanna lo strazio di Srebrenica, ma evita di definirlo con il termine usato dalla giustizia internazionale, genocidio.
Lo strascico di dolori, rancori, incomprensioni e polemiche lasciato dalla guerra civile jugoslava degli anni novanta è pesante. Gli eventi delle ultime settimane dimostrano come sia ancora aperta ad esempio la ferita del Kosovo. L’ex-provincia serba a maggioranza albanese è indipendente dal febbraio 2008, ma Belgrado la considera tuttora parte del proprio territorio. Ed a Mitrovica, nella parte nord del Kosovo, che confina con la Serbia, la popolazione locale non si rassegna a riconoscere l’autorità di Pristina. Recentemente la città è stata teatro di scontri e un attentato ha provocato un morto.

Repubblica 12.7.10
La manovra uccide il nostro paesaggio
di Salvatore Settis

La "manovra" del governo che in nome del federalismo mette in ginocchio le Regioni, e senza affrontare i nodi della corruzione e dell´evasione fiscale taglia selvaggiamente sanità, ricerca, scuola sta facendo un´altra vittima: il nostro paesaggio.
Un´ecatombe annunciata già nel decreto-legge, che prevedeva (come ho scritto il 31 maggio in queste pagine) una forma aggressiva di silenzio-assenso sulle autorizzazioni paesaggistiche, annullando di fatto le garanzie del Codice dei Beni Culturali (varato nel 2004 da un governo Berlusconi). In sede di conversione in legge, com´era prevedibile, la sbandierata necessità di un voto di fiducia si traduce anche su questo tema in licenza di uccidere, che prenderà posto nel maxi-emendamento "omnibus".
La Commissione Bilancio al Senato ha emendato, su proposta del presidente Azzollini (Pdl), l´art. 49 della "manovra" (ddl 2228), prevedendo di declassare la d.i.a. (dichiarazione di inizio attività) in s.c.i.a ("segnalazione certificata di inizio attività"), di fatto un´autocertificazione a cura dell´impresa o di un tecnico di sua fiducia, che elude ogni successivo controllo («l´attività oggetto della segnalazione può essere iniziata alla data della presentazione della segnalazione»). Si annienta in tal modo il sistema vigente invitando a edificare, anche in zone vincolate, senza alcuna autorizzazione, e lasciando alle pubbliche amministrazioni solo l´opzione di tentare un blocco dei lavori, purché entro 30 giorni o «in presenza di un danno grave e irreparabile per il patrimonio artistico, l´ambiente, la salute», e comunque sempre negoziando con l´impresa-committente (e autocertificante).
Questa norma è destinata a devastare il sistema, non a migliorarlo. Essa calpesta il principio (sempre confermato dalla legge 241 del 1990 ad oggi) secondo cui i meccanismi di accelerazione come il silenzio-assenso o la d. i. a. non possono mai riguardare beni e interessi di valore costituzionale primario come il patrimonio storico-artistico e il paesaggio. Principio riaffermato dalla Corte Costituzionale, secondo cui in materia ambientale e paesaggistica «il silenzio dell´Amministrazione preposta non può aver valore di assenso» (sentenze 26 del 1996 e 404 del 1997). La nuova norma, se non fermata in tempo, avrebbe natura francamente eversiva: essa non solo capovolge la gerarchia fra un principio fondamentale della Costituzione (art. 9: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione») e la libertà d´impresa di cui all´articolo 41, ma dà per approvata una modifica dell´articolo 41 che le Camere non hanno ancora discusso.
È´ solo di un mese fa l´ipotesi Tremonti-Confindustria di modificare l´articolo 41 della Costituzione, che oggi garantisce la libertà d´impresa purché non sia «in contrasto con l´utilità sociale»: secondo la proposta di modifica «gli interventi regolatori dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali che riguardano le attività economiche e sociali si informano al controllo ex post». In questa proposta di controllo postumo, che equivarrebbe di fatto all´azzeramento di ogni controllo, è la radice del silenzio-assenso elevato a principio assoluto, della metamorfosi della d.i.a. in s.c.i.a.: in una Costituzione immaginaria, non nella Carta vigente.
Nell´emendamento che il voto di fiducia intende imporre brutalmente al Paese, la libertà d´impresa viene sovraordinata al pubblico interesse, e viene cestinato l´articolo 9 che prescrive la tutela del paesaggio legandola a un sistema di valori incentrato sull´utilità sociale, la dignità della persona umana (art. 3), i limiti imposti alla proprietà privata «allo scopo di assicurarne la funzione sociale» (art. 42). Il pubblico bene viene calpestato, la tutela messa in sottordine rispetto all´unico diritto sovrano, quello di fare impresa a qualunque costo, anche inondando il territorio di cemento e di brutture, anche proseguendo lo spietato consumo di suolo già in corso (13 ettari al giorno cementificati nella sola Lombardia).
Al di sopra del paesaggio, che è bene comune di tutti, vien posta la fatturazione delle imprese, la cui pretesa autoresponsabilità spodesta tutti i poteri delle pubbliche amministrazioni. I controlli ex post, secondo i dettami di un "nuovo" articolo 41 della Costituzione di Lorsignori (opposta a quella vigente), occasionali e a campione, sarebbero del tutto inutili una volta arrecato il danno. Sulla base di semplici autocertificazioni, migliaia di pale eoliche devasteranno sull´istante anche i paesaggi più pregevoli, anche dove siano in corso azioni di tutela sinora efficaci, come è nel Molise ad opera della benemerita Direzione regionale dei Beni culturali: basterà una s.c.i.a. per rendere irriconoscibili l´antica città sannita di Sepino o il monte Caraceno, importante area archeologica, boschiva e paesaggistica con vista sul parco nazionale d´Abruzzo. Basterà una s.c.i.a. per evitare anche in futuro ogni controllo antisismico, preparando di fatto disastri futuri, pur di costruire (sempre mediante s.c.i.a.) "città nuove". Del resto, secondo il deputato Pdl Giorgio Stracquadanio, «L´Aquila era una città che stava morendo indipendentemente dal terremoto, e il terremoto ne ha certificato la morte civile; il Governo avrebbe voluto fare una nuova università, una Harvard italiana, e ci è stato detto che volevamo cementificare». Menzogne come questa risuonano impunemente nell´aula di Montecitorio; una perversa Costituzione-fantasma, e non quella vera, detta l´azione di governo. Se non si corre velocemente ai ripari, muore il bene comune, muore l´etica della Costituzione, muore la legalità, la storia e l´identità del Paese.

Repubblica 12.7.10
Il museo fantasma di Ercolano inaugurato due volte e mai aperto al pubblico
Scavi abbandonati al degrado. E anche Pompei perde visitatori
di Alberto Custodero

Le soprintendenze campane sono nel caos. Quella di Napoli è retta ad interim da un dirigente in pensione
La procura di Salerno ha aperto un´inchiesta sull´utilizzo dei fondi della Ue e su presunte irregolarità

ERCOLANO - A Ercolano il museo antiquarium è una struttura fantasma: nonostante sia stato costruito 35 anni fa e inaugurato due volte, nel ´78 e nel ´93 (le vetrine ancora imballate), non è mai stato aperto. I quattromila reperti archeologici che dovrebbe ospitare, giacciono da anni blindati nel caveau di una banca. O depositati in magazzini, alcuni dei quali infiltrati dalle piogge. La "culla di legno carbonizzata", la "statua di bronzo di bacco", le sculture della "casa dei cervi", gli "ori" riemersi fra gli scheletri, e poi la mobilia annerita dai 500 gradi della nube ardente vulcanica sono solo alcune delle perle del "museo che non c´è", negate alla curiosità dei trecentomila visitatori che si recano ogni anno a Ercolano. Anche le "terme", la parte più suggestiva degli scavi, sono chiuse al pubblico: i visitatori si trovano la porta d´ingresso chiusa a chiave e nessun cartello a spiegare il perché. Stessa sorte per il "teatro antico", il più famoso essendo il primo scavo fatto nel ´700: è inaccessibile al pubblico. I trecento calchi dei corpi carbonizzati dall´eruzione del 79 dopo Cristo, rinvenuti al livello della spiaggia sotto una coltre di 19 metri di fango vulcanico, ancora non sono stati esposti nel luogo di ritrovamento, nonostante i lavori per il loro allestimento siano iniziati 12 anni fa.
Se Ercolano piange, Pompei non ride. Un esempio per tutti: a Pompei, il sito dei fuggiaschi, un gioiello degli ultimi scavi della metà degli anni Novanta finanziati dai fondi Fio, è incredibilmente sbarrato da una fune sgualcita. Anche qui nessun cartello offre una qualsiasi spiegazione. Si trovano nella "regione prima, insula 22esima" del sito archeologico, a pochi metri dall´orto dei fuggiaschi. Ma i visitatori non possono accedere a questa area rialzata, di interesse eccezionale (si possono vedere i corpi di persone sopravvissute alla prima eruzione, ma uccise dai fanghi vulcanici mentre tentavano di fuggire sopra un metro di pomici), perché l´ingresso è loro impedito da una corda. La rampa di scale è priva del primo gradino, la teca di vetro antiproiettile di protezione ai calchi è impolverata da chissà quanto tempo.
Difficile tentare di dare una spiegazione al "male oscuro" che affligge da sempre gli scavi di Ercolano e Pompei, ma che s´è acuito in questi ultimi anni che hanno visto, di recente, perfino il commissariamento da parte di un funzionario della Protezione Civile. Tutta la macchina amministrativa delle soprintendenze campane, del resto, sembra da tempo nel caos. È mai possibile, per fare un esempio, che quella di Napoli, dalla quale dallo scorso agosto dipendono Ercolano e Pompei, sia retta ad interim dall´ex segretario generale del ministero dei Beni culturali - ormai in pensione - Giuseppe Proietti, che è nel contempo pure soprintendente speciale di Roma ed Ostia? Ma non solo. La soprintendenza di Salerno, da cui dipendono i siti archeologici di Avellino, Caserta e Benevento, è affidata alla dottoressa Maria Luisa Nava la cui nomina ha ottenuto il record degli annullamenti: l´hanno bocciata il Tar (con conferma del Consiglio di Stato), e un decreto della presidenza della Repubblica. Ciononostante, continua a esercitare le sue funzioni con il rischio che tutti gli atti da lei firmati siano formalmente nulli. Il tutto accade mentre uno dei massimi esperti di scavi vesuviani (300 pubblicazioni scientifiche fra Ercolano e Pompei), il dirigente Mario Pagano - cacciato inspiegabilmente dalla soprintendenza di Salerno dopo soli 3 mesi dalla sua nomina con procedura pubblica - è da tempo mobbizzato dal ministero dei Beni culturali. Pagano è lasciato a casa da più di un anno con stipendio, ma senza incarico, nonostante due ordinanze della magistratura del Lavoro abbiano disposto il suo reintegro a pieno titolo nei ruoli della direzione regionale archeologica campana. Il motivo del mobbing nei suoi confronti potrebbe nascondersi in un´indagine giudiziaria top secret della procura di Salerno sulla gestione "allegra" dei fondi della soprintendenza salernitana. Il pm Rocco Alfano e la sua polizia giudiziaria hanno già acquisito la contabilità degli ultimi anni, in particolare dei progetti finanziati dalla Ue. L´inchiesta penale trae spunto dalle indagini difensive – poi riversatesi in un esposto in procura - dell´avvocato Katiuscia Verlingieri (legale di Pagano), che ha scoperto strane irregolarità nei conti di alcuni lavori finanziati dalla Ue a Paestum e Velia. L´avvocatessa-investigatrice, armata di registratore, è riuscita a dimostrare che un ammanco di 400 mila euro della soprintendenza di Salerno è stato "sanato" dai fondi stanziati dal ministero dei Beni culturali sulla base di una perizia falsa, per lavori di manutenzione in realtà mai fatti.

Repubblica 12.7.10
"Il Seminario. Libro XVIII", un discorso sul fallimento del linguaggio
Il mondo di cartapesta che denucia Lacan
di Nadia Fusini

Il maestro francese indica due strade: quella della "spazzatura occulteggiante", finzione che regge nel regno del posticcio, e la via della lingua poetica e letteraria

Il Seminario Libro XVIII. Di un discorso che non sarebbe del sembiante, del 1971, esce in Italia per i tipi Einaudi e la cura esemplare di Antonio Di Ciaccia (pagg. 184, euro 22) facendo seguito alla ripubblicazione del Seminario III, dedicato alle psicosi (1955-1956). Lo cito perché pur a distanza di anni, certi temi tornano, rispetto ai quali si compiono rivoluzioni. E´ un andamento del pensiero lacaniano il ritmo di variazione e ripresa, ripensamento e spostamento.
Nel Seminario III Lacan utilizzava la linguistica di de Saussure per leggere in modo inedito, rispetto a Freud e ai postfreudiani, le Memorie di Daniel Schreber, l´alto magistrato tedesco che in esse disegnava l´avvincente ritratto di un malato di nervi tra i più interessanti e geniali della letteratura pischiatrica. L´algoritmo saussuriano serviva in quel caso a Lacan, soprattutto gli serviva la barra tra significante e significato, intesa a separare due ordini ben distinti. Come gli serviva la distinzione fondamentale di Jakobson tra metonimia e metafora, per disegnare il campo di tensione espressivo del desiderio, in rapporto alle complicazioni del sintomo.
Nel Seminario XVIII Lacan liquida il rapporto tra psicoanalisi e linguistica: certo, l´inconscio è strutturato come un linguaggio nella linea Saussure-Jakobson, ma ora Lacan soprattutto ascolta dove e come il linguaggio fallisce, non prende, e dunque il soggetto non comprende, se non metaforicamente ciò di cui si tratta. Il linguaggio non può appropriarsi di niente, si dice in questo seminario; semmai chi parla, il "parlessere" per usare una sua buffa parola, evoca qualcosa che comunque resta impossibile da designare. Ma proprio quell´impossibile, Lacan lo chiama il reale: chi parla sta sul taglio. Non tutti lo sanno, ma vale per tutti.
A questo punto si aprono due strade: la prima è quella che Lacan chiama della spazzatura occulteggiante, ovvero un cammino lungo il quale si imbastisce un discorso che finge di cogliere il referente impossibile; finché la finzione regge siamo nel regno del posticcio, nella new age di un sentimentale quanto irreale e irresponsabile mondo di cartapesta. E´ il discorso delle ideologie o delle costruzioni fantasmatiche che si prendono sul serio.
Un´altra strada è il sentiero interrotto lungo il quale si incontrano non la spazzatura, ma semmai radure, chiari del bosco; è la via della lingua poetica e letteraria, che nello stesso atto di parola coglie sogno e fantasma, e non sfugge alla consapevolezza dello scacco costitutivo a ogni essere che parla, al riconoscimento che c´è dell´impossibile e l´esistenza umana non può, non deve evitare questa coscienza - ne va della sua intelligenza, ne va della verità.
L´impossibile, tutto, ogni impossibile Lacan lo sintetizza nell´aforisma: «non c´è rapporto sessuale». Che vuol dire? Non certo che non ci siano donne e uomini e non intrattengano tra di loro rapporti sessuali incrociando omo e etero-sessualità come più pare e piace - perché non è certo lì il punto, non è lì lo scandalo. Lo scandalo è che comunque e con chiunque quel rapporto non si scrive. Lo si può dire, anzi, non si fa che dirlo, la psicoanalisi stessa scaturice da questo, c´è psicoanalisi, c´è relazione psicoanalitica, transferale, proprio perché non c´è rapporto sessuale.
Non c´è, cioè: non si scrive. Si scriverebbe, se esistesse un discorso che non fosse del sembiante: questo pare suggerire Lacan, che esplora a questo punto una terza via, quella della logica. Prova a vedere se per via logica quel rapporto si potesse scrivere: perché questo vuol dire scritto, per Lacan - logico. "No logica, no scritto", per dirla con George Clooney.
E siccome la logica non è nata ieri, e non v´è dubbio che Aristotele abbia provato a mettere in logica quanto accade all´essere pensante, Lacan lo chiede per primo a lui. E si accorge che se Aristotele può scrivere il rapporto tra l´universale e il particolare, non arriva però a scrivere il rapporto tra l´universale/particolare e il singolare. O almeno così pare a Lacan, il quale si impegna a questo punto in altre soluzioni, ricorrendo alla logica di Peirce, all´algebra di George Boole, ai lavori sui quantificatori di Augustus De Morgan, agli assiomi matematici di Giuseppe Peano. Ma alla fine, per ora, in questo seminario, lascia in sospeso la questione.
Si può però notare come ancora una volta emerga in primo piano quale possibile agente risolutore il sembiante femminile. Non stupisce, perché se il sembiante ha la funzione di velare il niente, la donna è l´asso nella manica - in quanto soggetto che ha una relazione essenziale con il niente. Che questo niente sia corporeo, anatomico per Freud, o una mancanza che apre a più metafisiche profondità per Lacan, il niente rimane sempre e comunque un privilegio femminile, a cui anche gli uomini potrebbero ambire, se sapessero incamminarsi sulla retta via della ricerca della verità, in un discorso che non fosse del sembiante, appunto.

Repubblica 12.7.10
Il direttore Bordin lascia durante un lungo faccia a faccia con Pannella
di Mauro Favale

Il direttore di Rai Due è in procinto di essere sostituito da Susanna Petruni
Scontro a Radio Radicale con dimissioni in diretta

Il leader: "Ti sei preso una responsabilità grave" Il conduttore di "Stampa e regime": "Non puoi darmi del disertore"

ROMA - «Non c´è una causa scatenante». Piuttosto, «un problema di accumulo». La voce è sempre quella, inconfondibile, arrochita, alle 7,30 del mattino come alle 5 del pomeriggio. Massimo Bordin parla per oltre due ore col suo editore Marco Pannella. E stavolta l´argomento è l´addio del giornalista, dopo 19 anni, alla direzione di Radio Radicale. Un´ultima, attesissima, conversazione domenicale col leader radicale, un evento per gli appassionati, tutto in diretta radiofonica: perché è la trasparenza la caratteristica principale del partito e della radio, la pubblicità di riunioni e congressi a uso e consumo di militanti e addetti ai lavori. Stavolta tocca mettere in piazza i motivi di un divorzio che ha provocato centinaia di messaggi di solidarietà (tra Facebook e forum vari) per il giornalista. Tanto che Pannella gli dice più volte: «Sei più popolare di me e di Emma». E poi lo accusa: «Ti sei preso una responsabilità politica molto grave». «Mi dai del disertore. Gridi al momento gravissimo, ma lo fai sempre», risponde Bordin.
Un anno fa, a Pasqua del 2009, un altro confronto aspro, sempre ai microfoni della radio. Una sorta di preludio a un divorzio che nelle due ore viene analizzato eppure mai sviscerato completamente. Tanto che Bordin afferma: «Proverò a spiegarmi in qualche sede, non voglio fare uso improprio del mezzo. Per chi m´hai preso, per Santoro? Voglio il mio microfono? Lasciamo perdere». Si intuisce che Bordin vorrebbe continuare a lavorare a Radio radicale. Ma non come direttore. Piuttosto punterebbe a conservare lo spazio mattutino di Stampa e regime, la seguitissima rassegna stampa. Anche se Pannella lo provoca: «Ora si apre il mercato». Poi via all´evocazione di altri ex radicali che hanno abbandonato il partito di Pannella: «Non ho voglia di essere mangiato, non sono commestibile. E non ho ambizioni politiche», specifica Bordin. A Pannella critica «la mancanza di una linea nella quale ritrovarsi». Il leader radicale si ammorbidisce: «Mi dispiace che la cosa si sia conclusa così». Spenta la radio, gli ascoltatori aspettano di capire se davvero Bordin lascerà Radio radicale.

Repubblica 12.7.10
I bambini fantasma di Haiti 800mila vagano ancora nei campi
di Daniele Mastrogiacomo

L´Unicef a sei mesi dal sisma. Clinton: "Ricostruzione lenta"
Molti sono orfani e non hanno cibo Le scuole sono crollate, manca l´acqua potabile

Ci sono 800 mila bambini che vagano tra i campi spontanei di Port-au-Prince. Molti sono orfani, altri hanno dei parenti sopravvissuti al terremoto ma non sanno dove e come trovarli. A sei mesi di distanza dallo spaventoso sisma che ha scosso e distrutto il 60% di una città tra le più povere del mondo, l´Unicef traccia un bilancio illuminato da importanti successi ma offuscato da ombre di rassegnazione. L´emergenza non è finita. Ci sono stati 220 mila morti, altrettanti sono rimasti sotto le macerie e non verranno mai più ritrovati. Un milione e 600 mila sono sfollati. Trecentomila persone hanno subito ferite importanti: 4 mila hanno perso una gamba, un braccio, spesso entrambi. Ma sono i bambini quelli più deboli e più vulnerabili. Fanno parte di quel 46% della popolazione che ha meno di 18 anni. Rappresentano la Haiti del futuro. Ma sono anche quelli che non hanno sempre accesso alle strutture sanitarie, che vengono utilizzati nei lavori più duri, che subiscono le violenze fisiche e sessuali, che sono nel mirino di turpi commerci per i traffici di organi e adozioni improvvisate. «I bambini hanno ancora bisogno della nostra totale attenzione - scrivono i responsabili di Unicef - troppi vivono in condizioni inaccettabili, senza acqua e senza servizi igienici. Molti restano esposti a malattie prevenibili con le vaccinazioni».
L´incubo delle epidemie è per il momento scongiurato. Ma le condizioni generali restano precarie. Basti pensare che solo 333 mila persone hanno accesso all´acqua potabile, che c´è una latrina ogni 145 abitanti, che solo 62.800 bambini sono realmente seguiti e accuditi, che cinquemila scuole sono state distrutte e non ancora ricostruite, che l´intero sistema di educazione stenta a decollare. In tanti vivono ancora nei 1342 insediamenti spontanei. Accampamenti costruiti con teli e stracci, in mezzo alle strade, con l´acqua che sgorga dalle condotte spezzate o le pozzanghere che diventano serbatoi quando cessa l´erogazione. «Mezzo milione di bambini sono a rischio», dice l´Unicef.
E´ stato soprattutto grazie alla rete di ong se l´isola degli schiavi non è sprofondata tra le sue macerie. Nove miliardi è la spesa stimata per ricostruire Port-au-Prince e i paesi che sorgono lungo la faglia che ha provocato il terremoto. Ma Bill Clinton, inviato speciale degli Usa ad Haiti, denuncia i ritardi nella ricostruzione. E il presidente Renè Preval, nella sua rassegnazione, riesce ad essere realista: «Il destino dell´isola resta legato agli aiuti della Comunità internazionale».


l’Unità 12.7.10
I sacerdoti sono una categoria molto richiesta nei numerosi siti on line per incontri gay
Registrarsi è semplice, se hai pazienza e costanza arriva finalmente la risposta del “don”
In cerca di preti nelle chat popolate di solitudini
di Ilaria Donatio

Viaggio tra i siti on line per incontri gay alla ricerca di un prete. Lo scrivi nel profilo, senza perdere tempo. Ai sacerdoti è dedicata una delle tante chat room. Unico divieto: la pedofilia e i rapporti con i minori.

Un mese intero passato in chat. In orari e con nomi diversi. Con un’unica indicazione nel profilo: “In cerca di un don”. La prima cosa che si impara nei siti di incontri online è che non c’è tempo da perdere. Dunque, è meglio chiarire subito cosa si cerca: “170x67 castano non peloso maschile giovanile”. Oppure: “165x80, moro riccio, molto peloso, maschile e carino”. E, in questo caso, che sia anche prete. Se è vero, poi, che tutte le chat si assomigliano, per quelle gay c’è solo l’imbarazzo della scelta: registrarsi è semplicissimo. Nessun controllo, ad esempio, sull’età dell’utente che, in teoria, potrebbe accedere ogni volta con un nick diverso.
Ci sono Mirc, la chat di gay.it, 77chat.com, ma anche siti come bearwww.com, gayromeo.com, gaydar. it: alcune richiedono anche la foto ma generalmente basta inserire pochi dati essenziali e l’indicazione di cosa cerchi e come lo vuoi. Sesso, amore, amicizia, scambi di coppia: l’obiettivo è quasi sempre incontrarsi, nella realtà oppure via web cam. I preti sono una categoria molto richiesta. Come i militari. “Il fascino della divisa”, si potrebbe dire. A loro è dedicata una delle tantissime chat room in cui è possibile entrare su 77chat.com. Qui, in homepage, campeggia uno sbrigativo divieto di pedofilia e pratiche sessuali con minorenni. La nostra stanza a tema si chiama “Preti e amici”. I nick dei preti sono abbastanza scontati: Don cerca maturi, d_off, don umbro, don, don giu, don marco, don40, padre Pio e tanti altri. Gli “amici” indicano nel profilo le proprie preferenze.
“Dove sei? Quanti anni hai? Come sei fatto?”. È un copione già scritto: basta attendere pochi minuti e si aprono, una dopo l’altra, le prime finestre di dialogo. Le domande sono sempre quelle e conviene rispondere alla svelta per passare al secondo “blocco” “sei sposato? single? gay? bisex?” superato il quale avviene il (fortunato) passaggio a un luogo più sicuro: msn e/o telefono, preludio dell’incontro. Noi ci siamo fermati prima, semplicemente, scomparendo e riapparendo in chat con un nick diverso: un altro giro, un’altra corsa.
Un mondo, quello delle chat “per adulti”, più normale e ordinario di quanto si pensi. In realtà, un pezzo del nostro stesso mondo, incredibilmente popolato da solitudini, desideri repressi, sensi di colpa. Vite divise. Che, come osserva il teologo morale Giannino Piana (l’intervista è a pagina 8), sono “drammaticamente segnate da una sorta di lacerazione”, alla perenne “ricerca di un modello troppo alto per essere raggiunto”.

l’Unità 12.7.10
«Prego, dico messa e ho sensi di colpa: mi piacciono gli uomini
In chat con un sacerdote: «So che dal punto di vista della Chiesa sono in errore, ma è più forte di me Ti ho spaventato? Per favore ora non sparire...»
di I. D.

Don: ciao, da dove?
X: da Roma e tu?
D: anch’io, quanti anni?
X: 39... sei un prete?
D: io 49, sì sono un prete. Anche tu?
X: io no, li cerco...
D: eccomi! Sei sposato?
X: no, sono gay
D: gay?
X: Perché, tu no?
D: non mi piace definirmi
X: avrai delle preferenze...
D: mi piacciono i maschietti
D: se ti far star bene pensare che sono gay, facciamo come dici tu... sei maschile o effeminato?
X: maschilissimo. Hai una relazione in questo momento?
D: sì ma lui vive a tanti chilometri di distanza... Dimmi, come sei fisicamente?
X: Sono alto 1,77, abbastanza magro, castano: un bel tipo secondo quelli a cui piaccio...
D: eh eh eh e è tutto soggettivo! Io, 170x67, castano, non peloso, maschile giovanile.
X: perché cerchi altri incontri se hai già una persona?
D: ti ho detto che cerco altri incontri?
X: chiedi a tutti come sono fatti prima di diventarci amico?
D: beh, non li escludo ma in genere non approdo mai a niente di che...
D: in che zona sei tu?
X: Roma nord. Dove vivi? in istituto o da solo?
D: zona centro, vivo solo... tu non hai storie in corso?
X: sì, una un po’ traballante: convivo con una persona.
D: Comunque, io non ho e non cerco esperienze di sesso anale: non mi interessa...
D: sei scappato?
X: scusa, perché me lo dici così?
D: meglio essere chiari...
X: non le cerchi o ne hai paura?
D: è una mia idea fissa e nessuno me la toglie...
X: un’idea fissa che ti infastidisce a quanto pare!
D: no.... uno può pensarla così?
X: certo, per me ognuno può fare come gli pare! E cosa ti concedi se posso?
D: beh tutto il resto in genere... sempre in bilico tra il cercare e lo sforzarmi a “fare il bravo”
X: e “il resto” invece ti dà piacere?
D: sì, certo.
X: non ti provoca sensi di colpa?
D: molti...
X: perché sei diventato prete, se posso?
D: è il risultato di certe situazioni vissute sulla mia pelle (penso): di contrasti prima e di solitudine poi...
X: ma sei contento di esserlo?
D: tutto sommato sì
X: il tutto sommato ha a che fare con la sessualità?
D: sì ma anche perché sto svolgendo una mansione particolare, con molta solitudine: ecco questo è un po’ il problema
X: quando finisce questa mansione?
D: non decido io... è una situazione un po’ complessa. Dai, cambiamo discorso! Che numero di piede hai?
X: ... questa domanda non me l’aspettavo: 42 comunque...
D: ognuno ha le sue stranezze... mi piace il piede maschile e mi piace il maschio in calzini... eh eh eh he
X: intendi che ti piace il maschio nudo e vestito solo con i calzini?
D: no, anche vestito... purché in ciabatte e calzini, stranezze della vita!
X: in effetti è da approfondire...
D: beh, tu hai le tue: la storia dei maschi e dei preti da quanto ti frulla in testa?
X: da sempre e in questa chat mi sembra sia una fantasia molto comune!
D: dai, chiedimi quello che ti va... ti «concedo» tre domande
X: vorrei sapere se hai mai perso la testa, il controllo, per qualcuno...
D: sì, ma senza esagerare...
X: ti spreteresti mai? D: non credo
X: dunque così vivi bene? D: beh nessuno mi ha obbligato, è una scelta libera che uno fa sapendo a cosa va incontro...
X: che fai ora? D: già vuoi sparire?
X: ma no, ti dico che non sparisco...
D: ok... lavoro anch’io: prego, leggo, dico messa
X: mmhh se mi dici dove celebri vengo in incognito... vorrei ascoltare le tue omelie...
D: ... comunque, per la cronaca, ora sono un po’ eccitato...
X: come mai? cosa stai immaginando...
D: niente di che, solo il fatto di seguirti nel discorso...
X: allora continuo... che tipo di relazioni hai con gli uomini (maschi) in carne ed ossa?
D: se intendi il sesso, solo esperienze orali: perdo molti punti ai tuoi occhi?
X: ma no! Solo, mi viene in mente una domanda: prova a spiegarmi la differenza. Dal punto di vista della Chiesa sei comunque in errore...
D: lo so ma proprio non ci riesco. Dimmi come sei vestito...
X: jeans e polo blu. Tu?
D: io in jeans nero e maglietta, sono in ciabatte...
X: ah vero, le ciabatte...
D: eh eh eh...
X: Che hai da fare più tardi?
D: ho un incontro di preghiera...
X: hai un gruppo con cui ti vedi spesso oppure le persone cambiano?
D: una volta al mese se posso vado ma sono più di 400/500 persone.
X: ah però!
D: come ti chiami?
X: Matteo e tu?
D: Paolo... che farai domani?
X: riposo. Tu?
D: messa alle otto, poi angelus e quindi....riposo. Senti: non ti piacerebbe conoscermi?
X: sì che mi piacerebbe
D: vorrei incontrarti, anche solo una volta...
X: vediamo che succede, facciamo con calma...
D: vorrei solo un punto più sicuro dove trovarti... metti msn!
X: ok, dai, ci provo.
X: Ma come ti chiamano: don o padre?
D: in entrambi i modi... sai, qualcuno mi chiama anche monsignore.
X: accidenti!
D: ci sei stasera? Dalle 17.30 in poi sono qui. E se mi chiedi di fare due passi, ci sono pure! Lo vuoi il mio cellulare?
X: non lo voglio
D: ok X: sei arrabbiato?
D: ....
X: forza! Non avere fretta monsignore.... fammi un sorriso!
D: sapessi...
X: dimmi...
D: se potessi ti darei un bel bacio sulla bocca... anzi, me lo daresti tu un bacio? mi fai un po’ di coccole?
X certo che te lo darei: come lo vuoi?
D: dolce, lento, passionale...
X: te lo sto dando...
D: mmhh...
X: ti piace?
D: moltissimo, sono eccitato.
X: mi fa piacere che ti piaccia
D: se fossi qui ti farei di tutto...
X: tranne il rapporto completo...
D: tranne quello: non avverrà mai. Ma se fossi con me ora, ti spoglierei, ti leccherei tutto...
X: Forse è meglio che ci salutiamo ora...
D: Non sparire
D: ti ho spaventato? Sono sempre molto provocante in chat ma ti assicuro che in realtà sono impacciato e pure... inconcludente.
X: non ti devi giustificare...sei quello che sei
D: non sparire X: non sparisco.

l’Unità 12.7.10
Intervista a Giannino Piana
«Sulla sessualità la Chiesa cambi alcune regole morali»
Il teologo «Una visione negativa del sesso mette in moto un meccanismo perverso di colpa. Attraverso le chat on line certi preti cercano una dimensione dove poter vivere»
di L. D.

Professor Piana come commenta, da teologo morale, il dialogo che abbiamo proposto? «Purtroppo, credo che quello che viene fuori abbia fondamento e temo anche che si tratti di un comportamento abbastanza diffuso. Non so dal punto di vista statistico quante persone tocchi, ma certamente esiste una percentuale piuttosto estesa di preti che hanno tendenze omosessuali e che, attraverso le chat online, tentano di stabilire rapporti dai risvolti sessuali molto evidenti: vorrebbero vivere, così, una dimensione che reprimono nella vita reale, sintomo, questo, anche di una certa solitudine.
C'è un elemento che emerge con chiarezza: l'esistenza di vite divise tra due mondi che corrono parallelamente...
«Questo doppio volto emerge con chiarezza dal colloquio: si fa continuamente presente e si rivela nelle sue debolezze, nelle sue pulsioni solo in contesti lontani dalla vita consacrata. Fa pensare all'esistenza di tutto un mondo sotterraneo che resta tale e che non viene soddisfatto. Questo perché non è stato neanche opportunamente coltivato attraverso un processo che l'avrebbe condotto, magari, a una sublimazione, ma molto più seria. L'assenza di questo percorso fa sì che esplodano forme contraddittorie di pulsione che rivelano, tra l'altro, tratti della personalità rimasti alla fase adolescenziale».
È possibile secondo lei convivere per un'intera esistenza con e dentro questa contraddizione? «È certamente difficile ma è anche possibile, purtroppo. C'è ed è forte la difficoltà oggettiva a comporre i due momenti: quello più autentico che però esplode in forme abnormi e persino infantili e per un altro verso, la necessità di rimanere in un contesto che permette di sopravvivere e che offre garanzie, sia dal punto di vista economico sia da quello della sicurezza. Garanzie anche di tipo psicologico: c'è uno status acquisito, c'è un ruolo che si esercita, c'è un'immagine di sé che, anche se in alcuni contesti, permette di socializzare».
Ma una persona consacrata è in grado di gestire una condizione del genere svolgendo in modo adeguato il proprio ministero?
«Io credo di no: dove non c'è trasparenza, dove non c'è una scelta fatta liberamente che sia orientata in una direzione o nell'altra inevitabilmente nell'esercizio del ministero non è garantita quella autenticità necessaria e richiesta, quella trasparenza che deriva dal nocciolo più profondo di una persona. Ma questo comporta una scelta: quella di stare pubblicamente con un'altra persona, oppure, l'avvio di quel processo di sublimazione, anche della propria solitudine, di cui parlavo prima (e che però richiede una particolare tensione morale e psicologia ma anche una certa maturità).
Ho l’impressione, inoltre, che ci sia spesso, in molti preti, una certa difficoltà di rapportarsi agli altri in modo autentico e che emerge immediatamente e, forse, nasce anche da queste situazioni: con la conseguenza che risultano, alternativamente, quasi ostili ai rapporti, chiusi in se stessi oppure, al contrario, completamente dediti a forme (superficiali) di cameratismo, a rapporti troppo carichi e che rivelano sempre una situazione non chiarita al livello di coscienza personale e coinvolge il modo stesso in cui vivono il loro ministero».
Basterebbe, secondo lei, cambiare le regole? Mi riferisco a quelle che fondano la morale sessuale della Chiesa cattolica.
«Credo che questo cambiamento sarebbe importante e inciderebbe su molte vite: la morale cattolica ha mantenuto, soprattutto a livello normativo, una visione fortemente negativa della sessualità, con la conseguenza di mettere in moto un meccanismo perverso di colpa e di auto-giustificazione.
Certamente, conta anche l'inserimento in un contesto piuttosto che in un altro: anche oggi ci sono seminari più severi e repressivi nei confronti della sessualità (e della donna in particolare) ed altri che puntano, seguendo lo spirito del Concilio Vaticano II, a una maggiore responsabilizzazione del soggetto, a valorizzare la libertà di azione e l'attenzione a scelte diverse. Questo, com'è naturale, provoca minori sensi di colpa e anche una visione più serena della sessualità e dell'erotismo.
Dunque, direi che la revisione delle regole che, di fatto, sono sempre più inascoltate, sia importante e valga per tutti, non solo per chi fa la scelta del sacerdozio. Ma mentre la gente comune, credente e praticante, ha ormai instaurato un rapporto che definirei "selettivo" con l'istituzione (tiene quel che le serve e sul piano morale prende le distanze), chi compie una scelta di vita consacrata, fa anche percorsi più necessitati e costringenti di quanto lo siano quelli normali.
D'altra parte, c'è anche un aspetto del tutto soggettivo: è chiaro che le persone più fragili sono anche le più esposte ai sensi di colpa, che poi sono sempre il frutto di pressioni esercitate dall'esterno. Ma anche di modelli ideali eccessivamente staccati dalla realtà. È questa distanza, è l'incapacità di essere fedeli a quel livello di idealità che viene proposto, è il vivere una serie di situazioni che portano lontano da quello che vorresti essere e che non sei, è tutto questo insieme, alla fine, che provoca conseguenze distruttive sulle persone.

Giannino Piana è docente di Etica cristiana presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Libera Università di Urbino e di Etica ed economia presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino.

l’Unità 12.7.10
Pedofilia
Il giornale Avvenire «Fermiamo anche gli orchi laici»

Allo scandalo «enorme» della pedofilia,che non riguarda solo la Chiesa ma una realtà mondiale ben più ampia, foraggiata anche dal turismo sessuale, è dedicato un dossier di quattro pagine pubblicato sabato dal giornale cattolico 'Avvenirè. «Né alibi né rimozioni», spiega in un editoriale di prima pagina il direttore del quotidiano, Marco Tarquinio, osservando che il «cancro degli abusi sessuali sulle bambine e i bambini» va affrontato in tutte le sue declinazioni, anche quelle che riguardano «paesi civilissimi e teatro di importanti campagne di stampa moralizzatrici» e però patria di «frotte di orchi che originano i più imponenti e vergognosi flussi del turismo sessuale».