giovedì 24 giugno 2010

Repubblica 24.6.10
Italiani, di costituzione
di Alessandra Longo

Italiani, di Costituzione. E´ il titolo che l´Anpi ha dato alla sua seconda festa nazionale che apre oggi ad Ancona per chiudersi domenica 27. Lavoro, pace, democrazia: di questo si parlerà. I partigiani, dopo anni di solitudine, anche amara, si ritrovano dentro la corrente dei tanti che ci tengono ancora alla Costituzione, oggi sottoposta a continui attacchi. Non un raduno di ex. «E´ una sfida al presente», dice l´attore Marco Paolini. Da Ancona, l´appello è per un «no forte, responsabile, massiccio, a chi intende cancellare la democrazia dal Paese». Un nuovo sito, il blog, forum, spettacoli, il tentativo di rinnovarsi per lasciare il testimone ai giovani: è la missione dell´Anpi 2010, fedele alla lezione della decima brigata Rocco: «Abbiamo imparato a non essere mai indifferenti».

l’Unità 24.6.10
Napolitano sul crocefisso: nessuna interferenza ma decidano i singoli Stati
A giorni la Corte di Strasburgo si pronuncerà sul ricorso italiano contro la sentenza sul divieto di esposizione del crocifisso. Il presidente Napolitano: «La laicità dell’Europa non ferisca sentimenti elementari e profondi».
di Marcella Ciarnelli

Nessuna interferenza. Ma piuttosto una riflessione sollecitata al Capo dello Stato dal presidente di «Umanesimo cristiano». E Napolitano, proprio mentre la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo si accinge, il 30 giugno, a decidere sulla revisione della sentenza del novembre scorso sull’esposizione del crocifisso negli uffici e scuole pubbliche, su ricorso del governo italiano, non ha mancato di far conoscere il suo pensiero che non deve essere inteso in alcun modo come «un’interferenza nelle competenze proprie di organi giudiziari, in questo caso sovrannazionali, sulla cui saggezza è bene confidare e le cui decisioni definitive devono essere comunque accettate».
Una premessa alla quale il presidente ha fatto seguire la sottolineatura di come lui «più volte e in diverse sedi» abbia avuto modo «di riconoscere la rilevanza pubblica e sociale del fatto religioso e il valore della laicità dello Stato, a garanzia della libertà religiosa e dei rapporti tra confessioni religiose e autorità statuali, nel segno della reciproca autonomia e dell’accettazione del metodo democratico».
Argomenti da affrontare con una visione complessiva perché «i processi di integrazione europea, anche per le difficoltà di diverso genere che stanno incontrando, hanno bisogno di tutte le energie spirituali e culturali degli Stati e delle popolazioni che vi partecipano». Il punto, Napolitano vi fece riferimento nel messaggio alle Camere nel giorno del suo insediamento, è che «la laicità dell’Europa non può essere concepita e vissuta in termini tali da ferire sentimenti popolari elementari e profondi, bensì come disponibilità ad accogliere ed amalgamare le tradizioni più diverse, senza escluderne alcuna, in una logica non più di indifferenza ed esclusione, ma di inclusione e arricchimento reciproco». Di qui, «anche la questione, particolarmente sensibile, dell'atteggia-
mento da tenere nei confronti delle simbologie religiose può essere più opportunamente affrontata secondo il generale principio di sussidiarietà, che ha finora costantemente ispirato la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo dai singoli Stati, che sono in grado di meglio percepirne la valenza in rapporto ai sentimenti diffusi nelle rispettive popolazioni, così come la necessità di bilanciamento tra diverse sensibilità e la salvaguardia di obiezioni di coscienza serie e consistenti in specifiche situazioni». Ascoltare la società civile, questo è l’invito «evitando sterili contrapposizioni e integralismi specialmente nei confronti di simboli che hanno assunto, anche per il riconoscimento di esponenti di altre religioni, significati universali di pace e di tolleranza».
GOVERNO E VATICANO
In vista dell'imminente sentenza interviene anche il presidente del Consiglio. Per Berlusconi la decisione di novembre «è inaccettabile». E ricorda che il ricorso dell’Italia «ha avuto, a vario titolo, l’appoggio di altri Stati europei». Anche il Vaticano, con i cardinali Bagnasco e Bertone, ha ribadito l’inaccettabilità della decisione passata. Aspettando la prossima.

il Fatto 24.6.10
La linea dura
La Fiom esulta: adesso non possono ignorarci
di Salvatore Cannavò

Entri nella sede Fiom e la soddisfazione trapassa i muri. E non parliamo solo di quella dei suoi dirigenti, a cominciare da Maurizio Landini, neosegretario generale, ma anche dei funzionari (non molti per la verità) che ci lavorano. La Fiom ha ottenuto un successo evidente in questo referendum, pur essendo stata molto cauta. Non ha mai dato indicazione di voto per il “No” e, anzi, ha invitato i lavoratori a recarsi alle urne. Il 36 per cento di contrari all’accordo che, tra gli operai, sale al 40 per cento è però molto di più dei consensi (28 per cento) che la stessa Fiom e lo Slai-Cobas (che ha invitato a votare “No”) avevano ottenuto nelle elezioni Rsu del 2006. A comprendere la soddisfazione di Landini aiuta l’irritazione speculare di Sergio Marchionne, l’amministratore delegato Fiat che si aspettava un risultato attorno all’80 per cento.

Landini arriva puntualissimo in conferenza stampa, accompagnato dal responsabile Fiom per il settore auto Enzo Masini, e la prima parola è di ringraziamento “per i lavoratori e le lavoratrici di Pomigliano che hanno voluto dare un messaggio chiarissimo: sì all’investimento Fiat e dunque sì al lavoro ma sì anche ai diritti e alla dignità del lavoro stesso”. Sulla parola “dignità” il segretario Fiom tornerà più volte, facendone l’architrave del suo ragionamento e della prospettiva della Fiom. Che resta quella di non firmare l’accordo separato ma anche di restare disponibile “a riaprire il negoziato se la Fiat vuole”. “Siamo disponibili ad accettare i 18 turni, lo straordinario obbligatorio di 40 ore e anche l’orario di lavoro plurisettimanale – spiega Landini – perché si tratta di elementi che stanno già dentro il contratto nazionale di lavoro. No però alle deroghe al contratto e alle leggi” quelle la Fiom, a maggior ragione dopo questo referendum, non le firmerà mai.

Il contratto nazionale, dunque, resta la bussola dell’organizzazione e anche per questo il 1 luglio, proprio a Pomigliano, si terrà l’assemblea nazionale dei delegati del gruppo Fiat e delle fabbriche metalmeccaniche del sud Italia, “perché la vicenda ha una valenza generale e noi vogliamo rimarcare questo dato”. Del resto, su Pomigliano hanno scioperato Mirafiori, Termini Imerese, anche la Piaggio e ora si tratterà di capire come valorizzare questa disponibilità “inusitata” dei lavoratori.

Anche le ventilate minacce della Fiat di lasciare la produzione in Polonia non scalfiscono il segretario Fiom: “Ognuno si assuma le proprie responsabilità – dice Landini – noi siamo pronti ad assumerci le nostre”.

Insomma, Landini che aveva inaugurato la sua segreteria con una delle trattative più difficili della Fiom si rimette al centro della scena mentre sono costretti a un ruolo da comprimari sia il governo che Fim e Uilm. Che rincorrono da un lato la Fiat, chiedendole di mantenere gli impegni, e dall’altra la stessa Fiom alle cui posizioni replicano con qualche nervosismo: “Si tratta di fregnacce”, dice Raffaele Bonanni della Cisl.

Ma anche nei rapporti con la Cgil le cose un po’ cambiano . Landini non ha voluto alimentare polemiche salvo che con il segretario campano della Cgil, Michele Gravano, che aveva invitato la Fiom a firmare. E preferisce sottolineare l’unità di vedute tra la categoria e la confederazione, dimostrato anche dalla dichiarazione di Susanna Camusso, neo-vicesegretaria generale secondo la quale “il terzo degli operai che ha detto no all’accordo è precisamente quello che dice che i diritti non si cancellano”. Esattamente come dice la Fiom. Ma il referendum rafforza quest’ultima all’interno dell’organizzazione – a nessuno è sfuggita la solidarietà che nella serata del referendum le è giunta dalla Funzione pubblica, appena rientrata nella maggioranza del segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani – e costringe comunque a valutare, come dice Landini, “chi ci ha preso e chi no”. A Epifani potrebbero fischiare le orecchie ma è molto lontano dall’Italia, in Canada, al Congresso Mondiale dell’Ituc, la confederazione internazionale dei sindacati.

il Fatto 24.6.10
Maturità, Del Boca: “Da bocciare 
le scelte della Gelmini sui temi”
Lo storico e saggista critica gli argomenti proposti agli studenti per la prima prova
qui
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/23/temi-di-maturita-da-bocciare-le-scelte-della-gelmini/

il Fatto 24.6.10
In Israele 222 detenuti senza motivo
“Una violazione dei diritti umani”
Detenuti amministrativi, i fantasmi di Israele “Un massacro mentale contro i diritti umani”
Il caso è stato sollevato dalla Ong israeliana B'Tselem. Per il governo questa misura detentiva viene usata quando non c'è “alternativa”
qui
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/21/detenuti-amministrativi-i-fantasmi-di-israele-un-massacro-mentale-contro-i-diritti-umani/

il Fatto 24.6.10
Post indignato
di Piergiorgio Odifreddi
qui
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/20/post-indignato/

Repubblica 24.6.10
Despoti e dittatori che umiliano la democrazia
di E.L. Doctorow

La preghiera laica dello scrittore americano E.L. Doctorow in difesa della Dichiarazione universale proclamata dall´Onu nel 1948
Da quando quel documento è stato promulgato, sono stati uccisi dai 13 ai 14 milioni di persone in operazioni di genocidio e di repressione
I massacri sono un infernale ghigno di disprezzo verso la presunzione umana di essere qualcosa di più che un ammasso di carne e sangue

E.L. DOCTOROW
Secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, così com´è stata ratificata dall´Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948, tutti gli individui possiedono in quanto tali un valore e una dignità, e devono essergli riconosciuti diritti uguali e inalienabili in quanto membri della famiglia umana... il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona... il diritto a non essere tenuti in schiavitù o sottoposti a tortura... il diritto a non essere arbitrariamente detenuti o arrestati... il diritto alla libertà di espressione e di opinione... il diritto di procurarsi un´istruzione... il diritto di praticare una religione... di riunirsi pacificamente, di sposarsi per libero consenso, di avere proprietà personali, di ricevere eguale retribuzione per eguale lavoro, di aderire a un sindacato, di essere proprietari delle rispettive creazioni intellettuali e artistiche.
Anche se giuridicamente non sono vincolanti, questi Diritti Umani Dichiarati si dimostrano una scomodità per i governi. Chi sostiene il diritto a riunirsi pacificamente va abbattuto con le armi se sfila in corteo per protestare contro le elezioni truccate, i giornalisti che sostengono il diritto alla libertà di espressione vanno incarcerati o assassinati e le loro rotative distrutte, le donne che vogliono un´istruzione vanno malmenate o riconsegnate ai mariti, ai lavoratori che scioperano bisogna rispondere coi lacrimogeni e i manganelli, e laddove vengono utilizzate la tortura e la detenzione senza processo, si tratta di un espediente necessario.
Inoltre, ad alcune nazioni membre dell´Onu è parso doveroso rifiutare con fermezza l´interferenza esterna in questioni strettamente interne. E dunque, a partire dalla ratifica della Dichiarazione dei Diritti Umani nel 1948, fra i 13 e i 14 milioni di persone con un loro valore e una loro dignità sono state uccise in tutto il mondo in operazioni di genocidio o repressione politica.
Fra i paesi che hanno diligentemente contribuito a raggiungere questa cifra da Olocausto ci sono il Sudan, la Cambogia, la Cina, il Vietnam del Sud, l´Iraq, l´Iran, l´Algeria, il Ruanda, il Congo, il Burundi, l´Indonesia, il Guatemala, il Pakistan, l´Uganda, la Nigeria, il Cile, l´Angola, l´Argentina, l´Afghanistan, El Salvador, la Siria, la Serbia, l´Etiopia.
Quando esaminiamo gli assassinii da prima pagina degli ultimi sessant´anni, i dittatori, i despoti, gli autori di omicidi tribali, i generali, i colonnelli, i ministri della giustizia e i rivoluzionari che hanno posto fine a quelle vite e annientato quelle anime... quando riflettiamo sui torturatori delle repubbliche delle banane, i tiranni delle isole dei Caraibi e del Pacifico, gli ideologi sociopatici dell´Asia, i massacratori africani e i criminali autori della pulizia etnica nei Balcani, e se per buona misura ci aggiungiamo tutti i loro consiglieri, fiancheggiatori, banchieri, fornitori di armi, intermediari di affari e politologi provenienti dall´Occidente democratico... ci rendiamo conto che in quanto individui anch´essi sono membri della famiglia umana che pretendono di essere considerati persone con un valore e una dignità.
E dunque ne possiamo trarre le seguenti conclusioni: Recitare gli articoli della Dichiarazione dei Diritti Umani significa recitare una sorta di preghiera. La preghiera è cautamente indirizzata a Dio in quanto Dio di tutti. Le nostre religioni vengono facilmente politicizzate. Chi brandisce il machete, chi colpisce col manganello, chi spara con l´ak47, uccide con la convinzione di essere nel giusto.
La desacralizzazione dell´umanità compiuta dagli autori dei genocidi rappresenta una terribile umiliazione della nostra specie. Togliere la vita a masse di esseri umani significa togliergli anche l´identità, al punto che la morte di una persona non sembra più rilevante di quella di una formica in un formicaio. I massacri rappresentano un infernale ghigno di disprezzo nei confronti di tutta la presunzione umana: dell´idea di essere qualcosa di più che un ammasso di carne, sangue e ossa. Tanto che tutti noi, credenti o scettici, tremiamo nel contemplare questo dominio del nichilismo. C´è qualcosa di simile allo stesso Satana nello spettro degli innumerevoli cadaveri gettati, di generazione in generazione, in una fossa di profondità abissale.
Non è stato un insieme di istituzioni religiose a proporre la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani per quanto molti dei suoi firmatari abbiano poi defezionato. Possiamo fare commenti sconfortati su questo documento dell´Onu, ma resta il fatto che, a partire dall´eredità morale lasciataci dai testi sacri di migliaia di anni fa, i rari progressi etici della razza umana non sono venuti da iniziative religiose, ma laiche. Uno di questi è il concetto di democrazia, con le libertà che ne derivano. Un altro è la percezione della terra come un ambiente passibile di distruzione. Un altro ancora è il tribunale internazionale per i crimini di guerra. Così come questa Dichiarazione concepita a livello internazionale.
Nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si profetizza che in futuro questa civiltà diventerà finalmente civile, che la propensione omicida della nostra specie, questo gene malato, questa proteina tossica che da sempre ci tormenta e nutre la terra delle nostre ossa, un giorno forse verrà rimossa dal nostro Dna. Agli ateniesi c´è voluto più di un secolo per inventare la loro democrazia. Questo accadeva mezzo millennio prima di Cristo. I primi segni di democrazia in Occidente apparvero solo con la Magna Carta del 1215, e poi, dopo altri quattrocento anni, in documenti come il Mayflower Compact dei Padri Pellegrini. Il concetto arrivò a caratterizzare gli stati nazionali solo verso la fine del Settecento. Dunque, i grandi progressi morali richiedono un tempo sovrumano, e la preghiera implicita nella Dichiarazione Universale è che ce ne sia abbastanza, di tempo, prima che la negazione dei diritti umani universali si traduca nella distruzione del pianeta.
Traduzione di Martina Testa

Repubblica 24.6.10
Simona Argentieri parla del suo nuovo libro "A qualcuno piace uguale"
Se l'omosessualità non è un destino
di Luciana Sica

L'analista affronta un tema poco trattato: la scelta, a un certo punto della vita, dopo "normali" relazioni eterosessuali, di fare coppia con un partner dello stesso sesso

Piccolo gioco cinefilo, alludendo a quel film di Billy Wilder - A qualcuno piace caldo - dove saggiamente si dichiara: "nessuno è perfetto!", A qualcuno piace uguale è il titolo scelto da Simona Argentieri per il suo nuovo libro in uscita nelle "Vele" di Einaudi (pagg. 132, euro 10). Da sempre provvista di un suo tic per il cinema, la nota psicoanalista è qui molto critica con i vecchi pregiudizi che colpiscono gli omosessuali, ma anche allergica al nuovo conformismo del "politicamente corretto" che tende a banalizzare e soprattutto a dissimulare certe forme più o meno sottili di rifiuto.
Le pagine di A qualcuno piace uguale scorrono veloci, chiare e ben scritte: tutt´altro che rassicuranti, però. «Ammettere che nessuno è perfetto non equivale a dire che tutto va ugualmente bene»: in linea di massima, l´autrice trova molto sospetta l´assenza di "problematizzazione" quando si parla di sessualità in generale, e di omosessualità in particolare.
Il suo è uno sguardo preoccupato sull´incapacità di amare, come spia di patologia, sintomo diffusissimo ma estraneo alle inclinazioni sessuali. E sulla tendenza a proclamare pari dignità per ogni bizzarria, ogni combinazione sentimentale ed erotica: nulla sembra proibito e tutto possibile, anche che a un certo punto della vita si scopra un gusto erotico diverso e si scelga un partner dello stesso sesso. Capita, anzi l´impressione è che capiti sempre più di frequente.
Non solo di questo tema - poco trattato - scrive l´Argentieri nel suo libro, e senza l´ingenuità di sbandierare una qualche certezza, convinta che le generalizzazioni siano sempre improbabili e nel caso del "viraggio" quasi impossibili: «Nel passaggio all´omosessualità, bisognerebbe innanzitutto valutare quale fosse l´assetto della relazione eterosessuale nella prima parte della vita... Non a caso Freud parlava di "sacrifici pulsionali", della rinuncia a una parte di sé».
Oggi molti analisti - di diversi orientamenti teorici - si chiedono soprattutto quanto contano le pressioni culturali al bisogno di adattamento sociale, se non sono un elemento decisivo nella formazione complessiva del soggetto. Che la scelta eterosessuale possa essere conformista, mortificante per la parte passionale dell´erotismo, e l´incontro omosessuale consentire finalmente un´espressione autentica del desiderio, l´Argentieri non lo esclude: «Credo che la minore rigidità delle strutture psicologiche dei nostri giorni permetta davvero in qualche caso una riorganizzazione intrapsichica della propria struttura e una pienezza inedita di emozioni, affetti, passioni».
Se però è declinata al femminile, a volte la scelta omosessuale somiglia a un rimedio alla solitudine, a un ripiegamento su una sorta di amicizia amorosa. In questi rapporti - dice l´Argentieri - la componente passionale non è il primo motore: «Sono le circostanze ambientali e culturali, i fattori di realtà che hanno il loro peso, come una raggiunta autonomia economica, l´aver già realizzato il desiderio di avere figli, magari la delusione nei confronti dell´altro sesso o la valutazione realistica delle opportunità che offre la vita. Una donna non giovanissima può non trovare facilmente un partner etero, mentre in una relazione omosessuale l´aspetto anagrafico non è così determinante».
Dal suo punto di vista, più problematici sembrano gli uomini che, dopo aver fatto coppia con una o più donne, preferiscono apertamente un partner dello stesso sesso: «Sono uomini - anche secondo l´esperienza clinica - che per un lungo tratto della vita "non scelgono", e sono tutt´altro da invidiare perché in genere soffrono e fanno soffrire, vittime di complicazioni e tormenti, artefici di piccoli inferni nella vita quotidiana. Qui le due parti spesso sono scisse: quella eterosessuale si è organizzata in un rapporto stabile mentre quella omosessuale viene vissuta in modo anonimo e furtivo. Se invece le due "quote" si integrano, la sessualità diventa legame, oltre che piacere, e un uomo può orientarsi decisamente alla compagnia di un altro uomo».
Tenendo conto di tanta varietà nella declinazione dei generi, c´è da chiedersi cosa dica oggi la parola "omosessuale": «Non dice proprio niente, è un concetto di poco spessore che non ci dà nessuna informazione sull´organizzazione psicologica di un soggetto. Dietro questa etichetta può esserci davvero di tutto, dalla nevrosi alla perversione, dall´inibizione alla più banale normalità... Gli omosessuali sono fin troppo simili agli eterosessuali, e se proprio sono "diversi", lo sono tra loro».
Senza temere certi cliché, l´Argentieri osa difendere «lo stare in coppia» come una risorsa, un esercizio di conoscenza, una fonte di intimità. Non sottovaluta però le difficoltà profonde di qualunque relazione stabile, insistendo sul problema di riconoscere e tollerare la diversità dell´altro - senza odiarlo.
«In un primo momento dell´attrazione amorosa ci può essere l´illusione che stare con una persona dello stesso sesso sia facilitante, ma ben presto si comprende che la somiglianza anatomica è solo l´aspetto più superficiale del mistero dell´alterità. La psicoanalisi non può rinunciare a interrogarsi sulla qualità dei rapporti che riusciamo a costruire... È anche vero che chi è felice ha sempre ragione: ma questo l´ha scritto Tolstoj, non Freud».

Repubblica 24.6.10
Gli accademici: "Senza finanziamenti, costretti alla questua"
Il grido d'allarme della Crusca

La presidente Maraschio: "In queste condizioni non possiamo programmare nulla"

FIRENZE. È un grido quel foglio. «Gli accademici della Crusca e i soci corrispondenti italiani e stranieri denunciano le condizioni di assoluta precarietà economico-finanziaria dell´istituzione». Seguono quarantasette firme di intellettuali, ricercatori, linguisti fra cui Angelo Stella, Domenico De Robertis, Maria Luisa Altieri Biagi, Maurizio Dardano, Tullio De Mauro e via via tutti gli altri. L´Accademia che ha creato il primo vocabolario del mondo, che è stata dal 1583 il motore di una coscienza linguistica nel paese e che sul suo esempio ha fatto nascere altre storiche accademie in Francia, Spagna e Germania, annaspa nelle incertezze del presente e vede, davanti, un orizzonte sempre più ristretto.
«Per funzionare ci serve un milione di euro e soprattutto una legge che ci riconosca come ente di tutela e valorizzazione della lingua garantendoci una stabilità di risorse che oggi non abbiamo», spiega la presidente Nicoletta Maraschio. Oggi arrivano, come contributo dal Ministero dei Beni Culturali, 190mila euro e altri 50mila dal Comune di Firenze e dalla Regione Toscana: «Ma soltanto per pagare il personale e per il mantenimento della villa medicea di Castello sede dell´Accademia se ne vanno 400mila euro. In queste condizioni non possiamo programmare niente, non possiamo nemmeno acquistare i libri che ci servono e ogni anno è una questua da questa o quella associazione per racimolare soldi e finanziare i progetti di ricerca». Così non si va avanti, dicono gli accademici, da qui l´appello presentato a Palazzo Vecchio con l´assessore alla cultura di Firenze, Giuliano da Empoli che aggiunge: «È straziante che una delle più prestigiose istituzioni culturali del mondo sia costretta di Finanziaria in Finanziaria, a lottare per la sua sopravvivenza quando all´estero c´è una grande domanda di italiano visto che è la quarta o quinta lingua straniera più studiata». Scuote il capo Tullio De Mauro, appena entrato come ordinario nella Crusca: «Gran parte della classe dirigente italiana, compreso l´attuale governo, non considera una priorità investire nella cultura. È così anche per l´università e per la ricerca». Eppure gli studi sulla lingua italiana, sul suo sviluppo e sulla contaminazione, possono aiutarci a capire i fenomeni complessi che avvengono intorno a noi: «Le parole sono perimetri concettuali», ha ricordato la docente bolognese Maria Luisa Altieri Biagi. Se ci fossero finanziamenti adeguati, l´Accademia potrebbe sviluppare alcuni servizi come per esempio lo sportello di consulenza linguistica oppure, ha aggiunto Tullio De Mauro «potrebbe realizzare un nuovo dizionario della lingua contemporanea di cui avremmo sicuramente bisogno, con una descrizione accurata degli usi di migliaia e migliaia di parole che circolano nei testi migliori redatti nella nostra lingua».