Repubblica 23.6.10
"Il discorso su Matteotti fu l'ultimo colpo alle libertà"
Gli storici: la frase di Mussolini usata fuori contesto
L’Anpi denuncia l’accostamento "capzioso" con Togliatti, Moro e Giovanni Paolo II
di Michele Smargiassi
Un tema "revisionista"? No, molto peggio: un tema insensato. Gli storici bocciano la traccia storica dell´esame di maturità sul "Ruolo dei giovani nella storia e nella politica". Tra i quattro "documenti" proposti agli studenti come base di lavoro c´è anche una citazione di Benito Mussolini, accostata ad altre di Palmiro Togliatti, Aldo Moro e Giovanni Paolo II, e questo fa infuriare l´Anpi (oltre a un´associazione studentesca e qualche esponente Pd) che denuncia l´accostamento «singolare e capzioso» tra i quattro personaggi storici. Ma il problema non è quello, per gli studiosi. Il pasticcio è puramente scientifico. Citazioni astratte, incoerenti tra loro, non storicizzate: morale, un invito alla retorica. «Mussolini è un oggetto storico, nessuno scandalo nel far lavorare gli studenti su un suo testo», concede Claudio Pavone, storico della Resistenza, ma subito accusa: «mi pare orribile però che si sia scelta una citazione che, tagliata in quel modo, può persino apparire seducente». Eppure è un brano del famigerato discorso con cui Mussolini in Parlamento si assunse la responsabilità dell´omicidio Matteotti; ma uno studente particolarmente studioso lo poteva dedurre solo dalla data, 3 gennaio 1925. «Sì, ma chi non riesce a risalire a quel contesto storico di sopraffazione rischia di prendere per buona, perfino esaltante, la retorica strumentale con cui Mussolini usò il concetto di giovinezza. Accostare quella frase ad altre citazioni sotto un titolo generico, mi pare faccia parte di un certo modo pericoloso di depoliticizzare il fascismo».
Anche per Emilio Gentile, allievo di Renzo De Felice e studioso dell´ideologia fascista, non c´è nessun problema a proporre citazioni del Duce, anzi: «Partire da Mussolini per un´analisi storica dell´uso del mito giovanilista nella cultura politica italiana mi sembra addirittura obbligatorio. È quella specifica citazione che trovo completamente sbagliata». Alternative? «Il Mussolini del ´19, del fascismo nascente, dell´ideologia vitalista, del mito della giovinezza. Anzi, per dirla tutta, avrei trovato più stimolanti citazioni di leader politici giovani che parlano di giovani: Italo Balbo, Antonio Gramsci, Piero Gobetti... I personaggi scelti invece sono tutti leader anziani (uno, papa Wojtyla, non è neanche un leader in senso proprio) che parlano di gioventù da un´ottica di potere». Sbagliato soprattutto far parlare il Mussolini della crisi Matteotti: «Quello è il discorso con cui dà l´ultimo colpo alle libertà politiche in Italia, il tema della giovinezza è per lui ormai solo uno strumento retorico. La trovo una citazione fuorviante proprio rispetto alla traccia, per trattarla adeguatamente bisognerebbe partire non dai giovani ma dalla nascita di una dittatura. Anche ammesso che uno studente si ricordi il delitto Matteotti, il suo tema sarà comunque "fuori tema"».
Guido Crainz, autore di "Autobiografia di una repubblica", è della stessa idea: «Se uno studente è capace di inquadrare bene quel momento storico e decifrare la funzione retorica della frase di Mussolini, certo, va promosso col massimo dei voti. Ma mi pare già tanto se chi ha svolto questo tema è riuscito a distinguere i contesti storici delle affermazioni di Mussolini, Togliatti, Moro. In realtà io temo che tutto si riduca a un esercizio di divagazione, dove all´esaminando è richiesto semplicemente di parlare della sua personale idea di gioventù, pescando qualche appoggio in queste quattro frasi». Insomma, un tema "televisivo", è la conclusione, «da talk show a ruota libera. Un´altra conferma del modo in cui la scuola insegna la storia: come un eterno presente sul quale esercitare un po´ di digressioni personali».
«Va bocciato chi ha escogitato una traccia così grottesca»: il più severo di tutti è Giovanni De Luna, che divide i suoi interessi fra periodo fascista e dopoguerra. «Quattro citazioni messe assieme col manuale Cencelli, o la par condicio televisiva: il fascista, il comunista, il democristiano, il religioso, un tema bilanciato per quote proporzionali...». Scelti i quattro personaggi solo per ragioni di equilibrio, il confronto diventa astratto. Ma uno studente non deve saper contestualizzare? «Cavare qualcosa dall´accostamento tra quattro fenomeni storici lontani e così diversi uno dall´altro (l´avvio del totalitarismo, la ricostruzione postbellica, il dopo-´68 e i papa-boys) sarebbe arduo anche per uno storico. Per uno studente di liceo, temo resti solo la scappatoia della retorica».
l’Unità 23.6.10
Lo strappo di Pomigliano inaugura Fabbrica Italia ma per Fiat è solo l’inizio
La saturazione degli impianti, i 18 turni, la compressione dei diritti per recuperare produttività è il modello che Fiat applicherà in tutte le fabbriche
di Rinaldo Gianola
Il voto di Pomigliano d’Arco, con tutto il suo carico di tensioni , speranze e purtroppo divisioni tra i lavoratori, non è la conclusione contrastata di un percorso. È, invece, solo la prima tappa di «Fabbrica Italia» il progetto che Sergio Marchionne ha delineato per la Fiat da qui al 2014, una sfida totale, industriale e anche culturale, al mondo del lavoro, alla politica, alle istituzioni.
Dopo il referendum, se il Lingotto confermerà l’investimento di 700 milioni di euro e non metterà in campo altre impreviste soluzioni, niente sarà più lo stesso nelle relazioni industriali in casa Fiat, ma si può facilmente immaginare che sulla strada del recupero di competitività attraverso la compressione dei diritti contrattuali e costituzionali dei lavoratori si avvieranno molte altre aziende. Il mondo sembra andare al contrario: in Cina gli operai scioperano e protestano per ottenere salari dignitosi e migliori condizioni di lavoro, in Italia invece in nome di una non ben definita modernità smantelliamo le conquiste sindacali, civili frutto di lotte decennali.
Se davvero partirà il progetto di Pomigliano (Marchionne non ha sciolto la riserva) poi toccherà a Mirafiori, a Melfi, a Cassino, alla Sevel. Per Termini Imerese, invece, la Fiat non ha lasciato speranze: «Sarebbe una pazzia non chiuderla» ha sentenziato Marchionne. Il modello Pomigliano, se sarà implementato, verrà poesteso alle altre fabbriche italiane, probabilmente sarà calibrato sulle esigenze produttive e organizzative di ciascuna fabbrica da Torino alla Basilicata. Inutile dire che il timore del “contagio”, dell’estensione del programma di Marchionne da Pomigliano alle altre fabbriche preoccupa migliaia di dipendenti. Perchè nessuno, tanto meno i sindacati, si oppone a perseguire nuovi, ambiziosi obiettivi di produzione, ma quello che giustamente allarma è che questo possa avvenire a scapito del sistema di garanzie, dei diritti dei lavoratori.
D’altra parte è inutile farsi illusioni. Il clima politico, la linea del governo, il tifo della Confindustria, anche le timidezze della sinistra, tutto pare concorrere per favorire il successo del “ricatto” della Fiat: vi offro il lavoro, zitti e fate come dico io. Marchionne vuole un cambiamento radicale dell’organizzazione del lavoro e delle relazioni industriali, la sua ambizione è trasferire in Italia il modello della fabbrica Tychy, in Polonia. In sintesi queste sono le condizioni preliminari che il Lingotto esige per investire in Italia: 18 turni settimanali per tutti gli impianti, revisione degli accordi sindacali, piena flessibilità della forza lavoro, contenimento del costo del lavoro, pieno utilizzo degli ammortizzatori sociali. Con questa dote Marchionne è pronto a fare la sua parte e a concedere una speranza alle fabbriche, ai lavoratori italiani con investimenti di circa 20 miliardi di euro in cinque anni.
La Fiat intende portare la produzione di auto in Italia dalle 650mila unità del 2009 a 1,4 milioni nel 2014, una cifra che rappresenterà circa un quarto dell’intera produzione Fiat-Chrysler stimata in 6 milioni di vetture. Il raddoppio della produzione avverrà tramite la saturazione degli impianti esistenti, più turni, più produttività. I numeri non lasciano dubbi. Mirafiori, la storica cattedrale dei metalmeccanici, tra cinque anni avrà una capacità produttiva di oltre 300 mila vetture con una saturazione degli impianti che passerà dal 64% all’88%. A Cassino la produzione passerà da 100mila a 400mila auto. Melfi, il “prato verde” del sogno della fabbrica non conflittuale, produrrà almeno 400mila vetture. A Pomigliano, se i lavoratori fanno i bravi e seguono Marchionne, ci sarà la Nuova Panda, 250mila auto all’anno. La Sevel di Val di Sangro passerà da 100mila a 250mila veicoli. Obiettivi ambiziosi, forse temerari che, se conseguiti, consentiranno a Fiat Auto di raddoppiare il fatturato da 26 a 51 miliardi di euro.
Davanti a un disegno industriale, di potere, di questa dimensione. di questa forza risultano quasi marginali le osservazioni, le critiche, le lotte di chi cercando un lavoro e un reddito per vivere non dimentica i diritti e la dignità. Ma oggi l’Italia è questa. Ora vedremo cosa farà Marchionne.
l’Unità 23.6.10
Più diritti e salari, in Cina ondata di scioperi. Ieri il turno di Denso (Toyota)
Le prime proteste scoppiate a metà maggio tra i lavoratori della Honda e tollerate dal regime di Pechino che in questo modo alimenta la domnda interna. Lunghini: «Ma in Cina vige già la dittatura del mercato».
di Giuseppe Vespo
Continua l’ondata di scioperi nelle fabbriche straniere in Cina. Ieri è toccato agli operai della Denso Corporation del gruppo Toyota bloccare lo stabilimento di componenti per auto nel sud del Paese per chiedere maggiori diritti e aumenti salariali.
MOBILITAZIONI
Partite a metà maggio nelle fabbriche della Honda, in poche settimane le rivendicazioni dei lavoratori cinesi si stanno estendendo in molte zone industrializzate della Cina. In alcuni casi con successo. Alla Honda gli operai hanno ottenuto aumenti salariali tra il 15 ed il 24 per cento. Mentre nelle due filiali Toyota di Tianjin, città portuale del nord, i lavoratori sono tornati sulle linee di montaggio dopo aver scioperato nel fine settimana. L’azienda ha affermato che si sta ancora «discutendo» e non è chiaro se sia stato già raggiunto un accordo sugli aumenti di stipendio. Ma ormai indientro non si torna. Nei giorni scorsi scene simili si sono viste anche nelle fabbriche che producono componenti per Iphone e Ipod.
Oggi in Cina chi lavora nell’industria manifatturiera guadagna tra i 900 ed i 1500 yuan, ovvero tra 107 e 180 euro al mese. Troppo poco per un operaio che comincia a guardare ai colleghi dei Paesi industrializzati, meglio pagati e meno produttivi. Da qui le proteste, seguite in negli ultimi mesi anche dalla stampa di regime. Mentre lo stesso governo pare che abbia assunto un atteggiamento più tollerante rispetto a quelche tempo fa.
«È un fenomeno molto interessante», sostiene Giorgio Lunghini, economista e professore di Economia Politica all’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. «È la testimonianza di come la Cina, che per anni si è retta sui salari bassi per sostenere la sua macchina industriale, stia invertendo la rotta». Sono due le cause di questo processo, secondo l’economista. «Da una parte il rischio che le tensioni sociali si allarghino tanto da diventare incontrollabili. Dall’altra l’idea che i salari più alti possano rilanciare il consumo interno, che potrebbe così sostituirsi alle esportazioni. Come è avvenuto negli Usa ai tempi di Ford». Insomma, anche la Cina ha scoperto le potenzialità del suo mercato.
E mentre lì si sciopera per conquistare dei diritti da noi ci si mobilita per tutelarli. «Non credo però che sia possibile accostare la vicenda di Pomigliano alle crescenti rivendicazioni degli operai cinesi», chiude Lunghini. «A Pomigliano è in atto un ricatto che azzera le conquiste sindacali di decenni e lo Statuto dei lavoratori. Un fatto nuovo e grave. In Cina vige già la dittatura del mercato».
Repubblica 23.6.10
"Compagni" per unire e non per dividere
Corrado Augias risponde a Vittorio Emiliani
Caro Augias, dalla discussione sull'uso del termine "compagni" nel Pd sembra che lo stesso sia nato col Partito comunista. Niente di meno vero. Nasce col primo socialismo nell'Ottocento e quel primo socialismo è, in Italia, libertario. La sua divulgazione di massa viene certamente potenziata dal successo di cori come l'Inno dei lavoratori Su fratelli, su compagne , parole di Filippo Turati, musica di Amintore Galli, e siamo nel 1886, all'epoca del Partito operaio. Nei partiti aderenti all'Internazionale socialista ci si è sempre chiamati così. Un po' di storia non farebbe male. Oltre tutto i partiti comunisti non ci sono praticamente più.
Vittorio Emiliani Roma
Nel 1963 uscì il film di Mario Monicelli I compagni , giudicato non dei suoi migliori e tuttavia un "affresco spettacolare, divertito e malinconico sul nascente movimento operaio" (Mereghetti). Soprattutto, per ciò che interessa in questa altrettanto malinconica polemica: "Una commossa rievocazione del socialismo torinese agli inizi del secolo". Il termine "compagni", come ricorda Vittorio Emiliani, viene dal socialismo italiano di fine Ottocento. Quel film, sia detto per la cronaca, si guadagnò comunque la candidatura all'Oscar per la migliore sceneggiatura (Age, Scarpelli, Monicelli). Mi ha scritto Luisa Goglio (lu.go@fastwebnet.it): «Voto Pd senza essere mai stata comunista, eppure la parola compagni non mi offende. Compagni sono coloro che condividono un percorso. Mi rattrista questo continuo puntualizzare, spia, forse, di una temperatura troppo bassa nel Pd». Mi ha scritto Nelli Scilabra (nelliscilabra@hotmail.it): « Sono una giovane convinta che la passione, la fatica e la determinazione dei giovani possano cambiare il mondo. Quali giovani hanno potuto sollevare una questione tanto inutile e fuori luogo? Chi sono questi giovani che hanno tempo da perdere piuttosto che occuparsi di università, disoccupazione, scuola, legge bavaglio, discariche e rifiuti, Fiat, crisi economica, mala sanità? Mi sento offesa». Indirizzandosi all'Anpi di Treviso, Mario Rigoni Stern ha scritto (inviandomene copia): «Cari compagni, sì, compagni, nome bello e antico, che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino "cum panis", accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l'esistenza, con tutto ciò che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze. Noi della Resistenza siamo compagni, perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche insieme vissuto il pane della libertà, così difficile da conquistare e mantenere». La prossima volta gli autonominati "giovani del Pd" dovrebbero dedicare qualche ora a leggere un po' di pagine di storia prima di aprire bocca.
Repubblica 23.6.10
Così vivono i filosofi
Il ‘900 con gli occhi dei pensatori
di Umberto Galimberti
Il figlio di Heidegger che parla del padre, di Jünger e di Schmitt. Albert Hofmann che racconta come scoprì l´Lsd
Raccolti in volume gli articoli e le interviste di Antonio Gnoli e Franco Volpi ai grandi testimoni del secolo
Un intreccio fra la riflessione e l´esistenza. In primo piano gli studiosi che da sponde anche opposte hanno descritto il tracollo dei valori occidentali
Gadamer assisté affascinato alle lezioni dell´autore di "Essere e tempo", ma se ne allontanò quando il maestro cavalcò il nazionalsocialismo
La crisi dei nostri giorni non ci avrebbe colto impreparati se solo avessimo letto e prestato attenzione a quei pensatori del Novecento che, su sponde filosofiche e politiche opposte e spesso tra loro in conflitto, avevano descritto il tracollo dei valori su cui l´Occidente aveva costruito se stesso, e il dispiegarsi di quel teatro dove il nichilismo, "l´ospite inquietante" annunciato da Nietzsche, dettava a tutti gli attori la loro nuova parte.
Oggi è possibile rimediare a questa lacuna con la lettura di un libro, I filosofi e la vita, (Bompiani, pagg. 214, euro 10,50) scritto da Antonio Gnoli e dal compianto e caro amico Franco Volpi, in cui sono raccolti una serie di articoli e le interviste che gli autori fecero ai filosofi del Novecento, o, se defunti, ai loro figli che ne custodiscono la memoria e gli epistolari. Ne risulta un interessante intreccio, dove il pensiero filosofico si contamina con le vicende della vita, ivi compresa la vita del filosofo, che talvolta ne condiziona il pensiero e talvolta lo lascia imperturbato nelle sue analisi lucide e penetranti.
È il caso di Heidegger, di cui Franco Volpi ha curato le traduzioni delle sue opere per Adelphi, che dissolve la metafisica dell´Occidente, decreta la fine della centralità dell´uomo nella storia, annuncia l´avvento della tecnica che ridurrà gli uomini a "im-piegati" degli apparati tecnici, quando non a semplice materia prima, «la più importante materia prima (die wichtigste Rohstoff)». L´intervista è al figlio Hermann Heidegger che rievoca i rapporti di suo padre col grande giurista tedesco Carl Schmitt, e soprattutto con Ernst Jünger, i cui scritti giovanili piacquero all´intellighentia nazista, anche se Jünger, come peraltro testimonia anche Hannah Arendt, nazista non lo fu mai.
È lo stesso Jünger a confermarlo nell´intervista rilasciata, in prossimità del suo centesimo compleanno, in cui ricorda che ebbe salva la sua vita grazie a Hitler, lettore dei suoi libri giovanili, contro il parere di Goebbels e Göring che volevano la sua testa. A Carl Schmitt, padrino di suo figlio Alessandro, Jünger un giorno chiese se avesse un mitra in cantina. E a Schmitt che gli chiedeva perché, Jünger rispose: «Perché lei ha pronunciato la sentenza: il Führer crea il diritto. Una frase, dal punto di vista politico molto pericolosa». E poi una profezia: «In questo evo il poeta dovrà andare in letargo. Ciò vuol dire che le azioni sono più importanti della poesia e del pensiero che le cantano e le riflettono. Sarà un evo molto propizio per la tecnica, ma sfavorevole alla cultura».
Cambiando scenario, un´intervista al novantenne Albert Hofmann, scienziato svizzero, chimico di professione e umanista per passione, che scoprì l´Lsd e, a partire dalla sua scoperta, prese a leggere «il modo in cui l´Occidente ha guardato e vissuto la propria instabilità e precarietà». Nato per un utilizzo psichiatrico, l´Lsd fu nominato "psichedelico" perché «atto a manifestare la psiche». Hofmann lo assumeva insieme a Jünger per «potenziare la sensibilità e sperimentare quel sentimento oceanico che ci fa sentire tutt´uno col mondo». A sentire Hofmann, anche Platone, Pausania, Marco Aurelio conoscevano l´uso di allucinogeni, come ad esempio il kykeon, la bevanda psicotropa impiegata nei misteri di Eleusi.
Non di droghe, ma di vino era appassionato Hans-Georg Gadamer che, all´arrivo di Volpi e Gnoli recatisi nella sua casa per intervistarlo, offre una bottiglia di eccellente Montepulciano. Gadamer era sulla soglia dei cent´anni, ma non aveva dimenticato quella frase che leggiamo nel Simposio di Platone. "In vino veritas". A fianco di tutti i grandi pensatori tedeschi: Husserl, Scheler, Hartmann. Heidegger, Gadamer, già a vent´anni, vive con scetticismo la fiducia che allora si nutriva nei confronti della scienza e della tecnica, e dopo aver letto le Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann, prese a riflettere sulla distanza che si era venuta a creare tra «i valori spirituali della Kultur umanistica rispetto a quelli materiali della moderna Zivilisation».
Con Marcuse, Horkheimer, Ritter, Löwith, Hans Jonas e Leo Strauss, anche Gadamer assiste alle lezioni di Heidegger restandone affascinato, ma discostandosi quando il maestro pensò di «promuovere un rinnovamento dell´università cavalcando, con un´incredibile e inimmaginabile ingenuità, il movimento nazionalsocialista», quasi a sottolineare che non sempre la vita accompagna la grandezza del pensiero, ma anche che la grandezza del pensiero può trovarsi in uomini "pavidi" come Heidegger. Ad Heidegger va comunque riconosciuto il merito, osserva Gadamer, di aver individuato per primo e con più lucidità di tutti che «il progresso tecnico, nel bene e nel male, è diventato il nostro destino». E alla domanda: «Quale sistema politico assegnare alla tecnica per contenerla?», la risposta di Gadamer è: «La democrazia? Chissà».
Franco Volpi e Antonio Gnoli girarono in macchina tutta la Germania per intervistare i testimoni del pensiero del Novecento. Dobbiamo essere grati a questo loro peregrinare che ci consente di conoscere, per voce diretta, la loro interpretazione del secolo appena concluso. Scrive Gnoli: «La caratteristica assolutamente definitiva dei morti è la loro assenza. Ma essi tornano sotto altra forma, come un debito che abbiamo contratto con la loro vita che si è chiusa». E questo vale non solo per i grandi filosofi intervistati, ma anche per Franco Volpi, vittima un anno fa di un incidente mortale sulla sua bici, a cui Massimo Donà ha dedicato il numero di Panta Decalogo (Bompiani, pagg. 670, euro 28) con belle foto di Volpi e Gnoli, i due girovaghi in cerca di testimoni del pensiero.
Repubblica 23.6.10
Scala occupata a Milano lavoratori in piazza a Roma tutti insieme contro il decreto
Battaglia alla Camera per l'ultimo atto del decreto legge sulle fondazioni liriche
di Leandro Palestini
Braccio di ferro alla Camera dei deputati, per l´ultimo atto del decreto legge sulle fondazioni lirico sinfoniche. Quello che porterà drastici tagli alla lirica, che cambierà i connotati ai teatri d´Italia. Il governo ieri ha provato a "blindare" il decreto con la fiducia, ma l´opposizione ha subito minacciato di ricorrere all´ostruzionismo. La maggioranza ha ovviamente i numeri per varare il contestato provvedimento (già licenziato al Senato), ma sconfinando verso la mezzanotte l´opposizione ha fatto capire che avrebbe fatto le barricate in aula, allontanando il voto finale (scontato) accendendo però i riflettori sull´impopolare decreto Bondi. Prova di forza rinviata: oggi si saprà se il governo vuole mettere la fiducia. «Un governo che mette la fiducia anche sul decreto sulle fondazioni liriche è un governo di cartapesta. Autoritario fuori, inesistente dentro» è il commento del senatore Vincenzo Vita (Pd). «Protestare contro il decreto Bondi per il riordino delle fondazioni lirico-sinfoniche è legittimo, ma per me resta incomprensibile» dice Francesco Giro, sottosegretario ai Beni culturali. Dall´Italia dei Valori, Pierfelice Zazzera, capogruppo in Commissione Cultura, accusa il ministro Bondi di essere «di fatto commissariato da Tremonti».
«No al decreto infame». Questa la scritta apparsa ieri sera su di uno striscione appeso sulla facciata della Scala, subito dopo l´assemblea generale tenuta dai lavoratori nel foyer del teatro. Un´occupazione simbolica. Dopo lo sciopero di lunedì, che ha fatto saltare la seconda rappresentazione del Faust di Gounod, le proteste contro la riforma delle fondazioni lirico sinfoniche ora sembrano coinvolgere pure il sovrintendente Stéphane Lissner e il sindaco di Milano, Letizia Moratti. «Continueremo a lavorare con il governo su una politica che sappia valorizzare il Teatro alla Scala», garantisce la Moratti. Ma Sials e Cgil hanno indetto uno sciopero che oggi farà saltare la terza rappresentazione del Faust. La protesta dilaga. Teatri chiusi ieri sera in tutta Italia. È saltato il concerto di chiusura del Maggio Fiorentino. Se il decreto passa, gli scioperi rischiano di bloccare le stagioni estive di Caracalla, San Carlo, Santa Cecilia. In forse le tournée dei prossimi mesi della Scala, a partire da Napoli e Buenos Aires.
Il ministro Sandro Bondi, che in un´intervista alle pagine milanesi di Repubblica ieri ha cercato di placare gli animi, giurando che «il decreto non taglia i fondi alle fondazioni, tantomeno alla Scala», non viene creduto. Ieri pomeriggio, davanti al ministero dei Beni culturali a Roma, decine di lavoratori dei teatri lirici di tutta Italia hanno cantato l´inno di Mameli e il Rigoletto di Verdi. Molti gridavano pure «buffone, buffone». «Continueremo le lotte finché questo decreto con verrà modificato» minaccia Francesco Melis della Uilcom. La protesta è stata replicata davanti alla Camera dei deputati, dove era all´esame il provvedimento. Nascono nuove forme di protesta. Ieri, a Venezia, i lavoratori della Fenice hanno scelto di fare una prova aperta e gratuita del Giro di vite di Benjamin Britten preceduta da una performance sui gradini del teatro (poi il dibattito sui temi della riforma delle fondazioni). E domani, alla prova generale della Scala del balletto Romeo e Giulietta, aperta ai cittadini, verrà chiesto un contributo per i lavoratori precari.