Agi 25.6.10
RU486: FLAMIGNI, PASSO AVANTI LAICITA' STATO E RISPETTO 194
L'introduzione della RU486 e' un passo avanti in nome della laicita' dello Stato, nel pieno rispetto della legge 194, che auspica l'uso di tecniche piu' moderne e piu' rispettose dell'integrita' fisica e psichica della donna ed e' sicura: i decessi a cui piu' volte si fa riferimento non hanno niente a che vedere con le interruzioni di gravidanza ma con l'uso compassionevole che viene fatto del farmaco in casi particolari di neoplasia incurabile. E' questa l'opinione del ginecologo e membro del Comitato Nazionale di Bioetica (Cnb) Carlo Flamigni che stasera, insieme a Corrado Melega, presenta, alla Festa de L'Unita' alle Terme di Caracalla a Roma, il libro "RU486. Non tutte le streghe sono state bruciate", edito da 'L'asino d'oro'. Con Flamigni, parleranno della scottante materia, la psichiatra Anna Homberg, il magistrato Francesco Dall'Olio e Roberta Agostini della direzione del Pd. La RU486 largamente impiegata negli Usa ed in Europa e' dunque sicura ma soprattutto non richiede ricovero in ospedale, diversamente da quanto disposto in Italia. "Come tutti ormai sanno, questo ricovero e' del tutto inutile: lo ha detto l'OMS, lo ha dichiarato la FDA, lo hanno sottoscritto tutte le maggiori Societa' scientifiche. Inoltre e' un atto illegittimo, il Ministero della Salute non ha alcun diritto di intervenire su questi aspetti della sanita' e i suoi riferimenti alla legge 194 sono del tutto sbagliati, sara' sufficiente un ricorso alla magistratura per coprire ancora una volta di ridicolo i nostri maggiorenti". Il libro poi, presentato al Salone del Libro di Torino, e' "dedicato ai membri del Consiglio Superiore di Sanita' che ha deciso l'obbligo di ricovero per le donne", recita una nota, e spiega tutto quello che c'e' da sapere sulla pillola abortiva. "L'aborto farmacologico non e' una panacea - sostengono Flamigni e Melega - se vivessimo in un Paese normale la RU486 sarebbe molto semplicemente considerata un mezzo alternativo a quelli gia' esistenti. C'e' da chiedersi perche' ci sia un cosi' pervicace accanimento. In effetti, crediamo che il vero bersaglio sia la legge 194, da trent'anni sottoposta ad ogni genere di attacco". (AGI) Red/Pat
l’Unità 25.6.10
Contro una manovra definita «iniqua e depressiva». Cortei in tutte le principali città
Stop di otto ore per i dipendenti pubblici, di quattro per i privati. Fermi bus e metro
«Sulle spalle dei soliti noti»
Oggi sciopero generale Cgil
di Laura Matteucci
La Cgil in piazza con l’opposizione contro una manovra iniqua e depressiva. Disagi per i trasporti, quelli pubblici fermi 4 ore con modalità diverse città per città. Camusso a Bologna. Fassina e Damiano (Pd) a Milano e Roma.
«Contro le scelte politiche del governo e per cambiare una manovra sbagliata e ingiusta», queste le motivazioni dello sciopero generale della Cgil: otto ore per i lavoratori pubblici, quattro per i privati (ma i metalmeccanici della Fiom scioperano per l’intera giornata), con manifestazioni e presidi in molte città. Motivazioni che la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia fa finta di non conoscere: «Contro cosa scioperano? chiede retoricamente Contro l’Europa, contro i mercati? La manovra va fatta, anche noi crediamo che alcuni aspetti non vadano bene, ma il saldo deve essere quello». La Cgil rassicura la presidente: c’è sì bisogno di una manovra correttiva, ma quella proposta è «ingiusta e depressiva», fatta sulle spalle dei soliti noti, dice la vice segretaria generale Susanna Camusso, oggi a Bologna per la manifestazione cui parteciperanno anche Pd, Idv, Sel e Popolo viola (il segretario Epifani è in Canada per il congresso della confederazione sindacale internazionale). «La manovra è necessaria continua anche perché per due anni il governo ha negato la crisi senza mettere in atto alcuna misura anticiclica», ma «vorremmo credere che la presidente sappia che non c’è una sola manovra possibile, un solo modo di trovare risorse e di tagliare le spese. La Cgil dunque in piazza con l’opposizione «per cambiare un’operazione che abbatte il Pil dello 0,8%, come certifica Confindustria (0,4% all’anno, ndr) perché il paese ha bisogno di crescere attraverso politiche di stimolo e per l’occupazione». Dito puntato, insomma, contro un provvedimento che non contempla strumenti di sostegno all’occupazione e allo sviluppo, proprio mentre il tasso di disoccupazione è arrivato al 9,1% (dati Istat). Una manovra iniqua perché divide il paese scaricando i costi sui lavoratori, sulle Regioni, sugli Enti locali e sui cittadini più esposti.
In sciopero anche per la libera informazione e la giustizia, contro i tagli alla cultura, allo spettacolo e all’editoria. Nelle piazze sarà letto l’appello per la manifestazione del primo luglio a piazza Navona e che vede la Cgil tra i promotori. In diverse città parleranno lavoratori del mondo dell’informazione e della cultura mentre i lavoratori poligrafici e dell’emittenza privata sciopereranno in concomitanza con la giornata del silenzio del 9 luglio. Con una premessa beneaugurante: «Lo sciopero proclamato paga. Il ministro Tremonti annuncia una retromarcia sugli scatti di anzianità della scuola». Così Corso d’Italia commenta le aperture sugli scatti del personale scolastico.
TRASPORTI DIFFICILI
A Roma manifestazione e corteo fino a piazza Farnese, a Milano comizio in piazza Duomo. A Napoli interviene Fulvio Fammoni (e ci sono anche Vendola e Di Pietro). Liguria (eccezion fatta per La Spezia), Toscana e Piemonte effettueranno lo sciopero il 2 luglio. Numerosi esponenti del Pd partecipano alle manifestazioni promosse: a Milano, tra gli altri ci sarà anche Stefano Fassina, responsabile Economia e lavoro, e a Roma Cesare Damiano, capogruppo in commissione Lavoro della Camera.
Nei trasporti astensione dal lavoro per quattro ore. Per piloti, assistenti di volo e personale di terra degli aeroporti dalle 10 alle 14. Alitalia raccomanda di verificare chiamando lo 800.650055 o collegandosi a www.alitalia.it. Dalle 14 alle 18, lo stop nel trasporto ferroviario: escluse le fasce a maggiore mobilità pendolare (dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21), circolazione regolare per i treni a media e lunga percorrenza. Il trasporto pubblico locale bus, metro, tram e ferrovie concesse si ferma per 4 ore in fasce orarie diverse da regione a regione, rispettando le fasce di garanzia. Interessati anche navi e traghetti che ritarderanno di 4 ore le partenze, i camion per tutto l’arco della giornata, i portuali per 4 ore per ciascun turno di lavoro, gli addetti alle autostrade per 4 ore al termine di ciascun turno ed il personale dell’Anas per l’intera giornata. Coinvolti anche l’autonoleggio, il soccorso autostradale, le autoscuole, i trasporti funebri. I docenti commissari negli esami di maturità sono stati esonerati dal partecipare.
l’Unità 25.6.10
Il neoministro usa il legittimo impedimento al processo di Milano in cui è imputato
Brancher, stop al processo «Devo pensare al mio ufficio»
l’Unità 25.6.10
Intercettazioni. La posta in gioco
Se si uccide l’articolo 21 della Carta
di Nicola Tranfaglia
Primo esame di storia contemporanea in un’aula universitaria qualsiasi della penisola. Il docente si ferma e chiede agli studenti: come distinguiamo una democrazia dalla dittatura? E ancora precisa:quali sono le libertà elementari che una democrazia garantisce? Uno studente risponde:tra le libertà elementari che la democrazia deve ai cittadini è quella del pensiero e della sua espressione. Il professore insiste: E se così i giornali mettono in piazza gli affari privati di qualcuno? Così si viola la privacy a danno della libertà di ciascuno? Ma, come non manca di ricordare il presidente del Consiglio,siamo tutti spiati. Ma è proprio così?
L’Associazione Nazionale dei Magistrati ricorda che i dati reali smentiscono questa affermazione e afferma che l’anno scorso,nel 2009,sono state intercettate 132mila utenze, riferibili a non più di 35mila persone. E un magistrato siciliano esperto che ha riflettuto da molti anni sulla nostra storia, Roberto Scarpinato ammonisce:«La legge costituisce un gravissimo colpo alle indagini antimafia perché impedisce di scoprire molti reati che poi ci permettono di identificare l’attività mafiosa». Insomma, nel contrasto ormai aperto che divide la maggioranza parlamentare berlusconiana dai pochi che, pur ancora nel Pdl,vorrebbero modificare il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche e rinviarlo a settembre, il disegno di legge va avanti e non c’è da sperare che qualcuno possa fermarlo in dirittura di arrivo. Perciò nelle librerie Feltrinelli sono state raccolte in queste ultime settimane trentamila firme e a Trapani magistrati e cittadini hanno fatto una «notte bianca» per attirare l’attenzione della opinione pubblica sulla distruzione dell’articolo 21 e di altri articoli fondamentali sulle libertà repubblicane. Sembra che pochi si rendano conto fino in fondo della ferita mortale che la legge sulle intercettazioni apporterà al tessuto innovativo della repubblica e, se non ci saranno nei prossimi giorni manifestazioni adeguate alla gravità dell’attacco che il regime populistico berlusconiano vuole assestare alle basi della nostra democrazia, sarà difficile risalire la china di questo abisso. Dobbiamo renderci conto di quello che ci aspetta se la nuova legge passerà. Non si tratta di una battaglia che riguarda soltanto magistrati e giornalisti ma tutti quelli che, negli ultimi settanta anni, hanno goduto di una certa libertà di espressione. In questo senso c’è da sperare che le iniziative già prese dalla Federazione Nazionale della Stampa di ricorrere alla Corte di Giustizia europea e quelle prevedibili dell’opposizione di raccogliere le firme per un nuovo referendum abrogativo possano realizzarsi: quando ai cittadini si limita in maniera così forte la libertà di espressione, il passo verso un regime autoritario diventa decisivo in un momento nel quale il ricordo del fascismo sembra del tutto svanito.
l’Unità 25.6.10
Compagni. Il linguaggio e il messaggio
In un partito dove esista un minimo di solidarietà interna, l’appellativo «compagne e compagni» sarebbe vissuto come una scelta di stile e di sentimento
di Luigi Manconi
Compagni e compagne». Fabrizio Gifuni, attore. «È necessario trovare nuovi serbatoi simbolici». Debora Serracchiani, parlamentare europea del Pd.
Dai, è così, no? Non c’è dubbio che tra le due frasi sopra riportate quella più adeguata ai tempi, moderna e innovativa, anti-ideologica e fin “giovanile”, sia la prima. Ed è certamente la prima a esprimere un maggiore grado di semplicità e un più alto tasso di comunicabilità. È ovvio che non scherzo e, tuttavia, il discorso non può fermarsi qui. Quello della comunicazione è un problema gigantesco, ma che non va affrontato ricorrendo a luoghi comuni. Un esempio. Nella storia recente, Romano Prodi passa per essere il leader meno versato nella comunicazione di massa e meno seducente. Meno capace di un rapporto “erotico” con l’elettore. Forse è vero, ma non si può ignorare che quel suo linguaggio borbottante e, insieme, sottile fino all’insidia di qualcosa che somiglia a un fischio a rovescio (inspirato), lento fino a intorpidirsi e reificato fino alla domesticità, tuttavia a qualcuno (molti) «parlava». Per esempio, a mia madre, ultra ottantenne donna di chiesa, inorridita dalla licenziosità berlusconiana e rassicurata dalla paciosità quasi abbandonica di Prodi. Se ne può dedurre che il messaggio prodiano risultasse efficace presso alcune aree della società nazionale che possiamo definire «periferiche» (sotto il profilo produttivo, sociale e generazionale). Mi si obbietterà: ecche te ne fai di quelle? Il problema è raggiungere gli strati economicamente e culturalmente “centrali”. Qui già emerge un equivoco pericoloso: l’idea che il messaggio e la fonte debbano essere unici e unitari. In altre parole, è Prodi, e solo lui, che avrebbe dovuto rivolgersi, univocamente, all’intera società. Il che può accadere solo in circostanze eccezionali e per figure extra-ordinarie. Come è Berlusconi. Quest’ultimo, in effetti, indirizza il proprio messaggio alla maggioranza della collettività, ne raggiunge una buona parte, e ne persuade una quota significativa. Se non c’hai culo (o carisma, che è pressappoco la stessa cosa, in termini epistemologici), devi adottare una strategia diversa. La debolezza non era “di Prodi”: consisteva piuttosto nell’incapacità di fare del peculiare stile prodiano una tessera della complessiva azione di comunicazione del governo, cui far concorrere Rosy Bindi, Francesco Rutelli, Massimo D’Alema. Ciascuno rivolto al proprio target, col proprio linguaggio e col proprio stile. Si trattava, evidentemente, di un’impresa ardua e dispersiva, ma l’unica consentita nelle circostanze date. Ed è un’indicazione che può valere anche oggi. Ovvero nel momento in cui il messaggio unico e unitario del centro destra, emesso da una sola ed esclusiva fonte – Berlusconi, appunto – si rivela meno efficace e tende a frammentarsi: da qui l’insofferenza dello stesso premier verso “le associazioni e le fondazioni” che pullulano nel Pdl; e da qui, ancora, il fatto che le molte voci (quelle di Umberto Bossi, Giulio Tremonti, Gianfranco Fini) tendano vieppiù a dissociarsi l’una dall’altra, mentre fino a qualche tempo fa si integravano pienamente, “coprendo” funzioni e interessi e culture differenti. Oggi, quella articolazione del Pdl tende a farsi dissociazione. E oggi la dissociazione, che ha afflitto patologicamente il centro sinistra, potrebbe farsi – se lo volesse – pluralità composita e integrata di accenti e di messaggi. Ovviamente è la cosa più difficile del mondo, ma non certo perché troppo diversificate sono le componenti politiche e le ascendenze culturali del Pd, bensì perché incontrollate sono le pulsioni narcisistiche, le vanità mondane, le petulanze sotto culturali. In un partito dove esista un minimo di solidarietà interna, il ricorso all’appellativo “compagne e compagni” verrebbe vissuto esclusivamente come una scelta di stile e di sentimento, così come l’età relativamente giovane (per la verità: assai relativamente) di alcuni potrebbe costituire una risorsa di energie e non un privilegio da vezzeggiare. Lo stesso vale per il linguaggio: ricevo una mail nella quale mi si chiede di «fare avere un feedback» alla richiesta inviatami. L’ho fatto, ma quel «fare avere un feedback» non è altrettanto legnoso e gergale di quanto lo sia un «si deve scadenzare la nostra iniziativa politica sui tempi della crisi?». È certamente vero che «i giovani parlano così», e allora? Si rischia di non rispondere a due quesiti fondamentali: 1) come reagiscono coloro che «non parlano così» all’adozione di un simile linguaggio? 2) siamo proprio sicuri che i giovani che «parlano così» vogliano che «si parli così» anche quando si espone un programma contro il lavoro precario o per la riforma dell’università?
l’Unità 25.6.10
Dopo una maratona anche notturna approvato il decreto sugli enti lirici che torna al Senato
Santa Cecilia. Per protesta l’orchestra non suonerà domani in Vaticano
Alla Scala scioperano, ma Bondi passa alla Camera
di Luca Del Frà
Ostruzionismo dell’Idv, il Pd emenda il provvedimento, ma vota contro. Minacciata la fiducia
Al termine di una seduta fiume (37 ore e 7 minuti) è stato votato ieri alla Camera il decreto Bondi sulle fondazioni lirico sinfoniche, Infuriano le polemiche,il provvedimento dovrà tornare al Senato.
L’hanno già ribattezzata la “Notte dei cristalli della lirica” sul blog dei lavoratori della Scala, ma lo spettacolo è andato in scena a Montecitorio da mercoledì lungo 37 ore di seduta senza interruzio-
ne notturna per approvare il contestatissimo decreto Bondi: si vota giovedì alle 5 di pomeriggio tra volti tesi, facce sfatte dal sonno, nervi a fior di pelle, screzi tra Pdl e Lega, accuse reciproche di tradimento, i deputati dell’opposizione che si dividono. Al termine di una notte insonne Antonio Di Pietro esclama: «È una porcata», mentre il capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini chiarisce: «È un brutto provvedimento – aggiungendo però – quando in gioco ci sono le sorti dei lavoratori bisogna far valere il senso di responsabilità».
Il decreto che mortifica i grandi teatri lirici – come la Scala, il Maggio fiorentino, il Regio di Torino, il San Carlo di Napoli e l’Orchestra di Santa Cecilia –, è approdato alla Camera qualche giorno fa, dopo che in Senato l’opposizione aveva portato avanti il più possibile l’ostruzionismo per superare i termini di conversione in legge che scadranno il prossimo 29 giugno. Il tempo stringe, perciò martedì la maggioranza minaccia di porre la fiducia: il giorno dopo tuttavia si apre uno spiraglio, il governo accetterebbe di approvare alcuni emendamenti rinunciando alla fiducia, ma pretende la fine dell’ostruzionismo.
DIVISI
L’opposizione si divide: da una parte il Pd, che voterà comunque contro il decreto, ma a fronte di alcuni miglioramenti rinuncia all’ostruzionismo, al contrario l’Idv e alcuni parlamentari del gruppo misto capeggiati da Beppe Giulietti, che vogliono invece vendere cara la pelle sui banchi della Camera cercando di obbligare con l’ostruzionismo il governo a porre la fiducia su una legge per la lirica, atto in sé un po’ grottesco e che non ha precedenti nella storia parlamentare europea.
I parlamentari del Pd della commissione cultura della Camera, forse più accomodanti di quelli del Senato, si sono riuniti mercoledì in tarda mattinata con il sottosegretario Francesco Giro per valutare le correzioni che riguardano il contratto nazionale, gli integrativi e il turn-over. Giunge una telefonata dalla Presidenza del consiglio: «Dietro front, mettiamo la fiducia». Gli emendamenti infatti obbligherebbero a un nuovo passaggio in Senato, dove lunedì, ultimo giorno a disposizione, non è prevista una seduta: convocandola d’urgenza si teme la mancanza del numero legale. Ma Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl in Senato, nega il rischio: altra telefonata dalla presidenza del Consiglio a Giro che – nomen est omen – con un nuovo dietro front riapre la riunione sugli emendamenti.
Siamo alle comiche finali: il tempo perso negli stop–and–go spinge a una seduta notturna senza interruzione, nella speranza di arrivare a votare prima della partita della nazionale di ieri. Ma tra la tenuta dei deputati Idv, botte di sonno e di nervosismo e sui banchi del Governo il ministro Bondi solo, fermo e impassibile come la statua del Commendatore, i lavori sono continuati anche mentre l’Italia incassava tre goal dalla Slovacchia – forte anche di buoni teatri lirici che con questo decreto rischiano di diventare meglio dei nostri.
Alla Scala si va avanti con gli scioperi, sabato prossimo si asterrà dal lavoro l’Orchestra di Santa Cecilia e non suonerà in Vaticano, sarebbe stata la prima volta nella sua storia centenaria. Anche negli altri teatri la temperatura sale: a rischio ci sono le tournée internazionali e le stagioni estive. Recondita speranza: al Senato il decreto si areni nuovamente e i tempi scadano.
il Fatto 25.6.10
Madri a metà
di Luigi Galella
“Era un bambolotto così dolce, biondo, occhi celesti... era bellissimo...” La voce della donna è roca e spezzata. Incerta, come la pronuncia della lingua italiana. Come se avesse la bocca impastata e i pensieri che fluttuano lenti e affaticati mentre si ricongiungono al passato. Inquadrata per singoli dettagli del viso, per oscurarne l’identità, ma non l’espressione, il palpito lieve del cuore, negli occhi che s’intravedono brillare quando racconta di suo figlio e del rapporto speciale che li univa: “ legati insieme da una forte emozione”. M. ha oggi 27 anni ed è detenuta nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. Tre anni fa ha ucciso suo figlio, per l' “amore” che gli voleva, convinta che il piccolo fosse indemoniato, per far uscire il male dal suo corpo. Una sorta di “omicidio salvifico”.
“Madri a metà” è un reportage di Silvia Luzi per Current tv (mercoledì, 21.10, Sky 130) in cui ci si accosta al crimine più grande e incomprensibile: l'assassinio del proprio figlio. L’attenzione mediatica sull’infanticidio negli ultimi anni è cresciuta, non i numeri. Probabilmente per effetto del delitto di Cogne, del clamore suscitato e delle tante, troppe “Porta a porta” che ne hanno morbosamente amplificato la suggestione. In quel caso, unico al mondo nella letteratura psichiatrica del fenomeno, una madre ritenuta colpevole per la legge, com’è noto, continua a proclamarsi innocente. Non accade mai che la rimozione giunga a tanto. Si possono dimenticare i particolari del gesto, non la cosa in sé. Com’è avvenuto per una madre quasi trentenne, a Napoli, che aveva un rapporto difficile con un uomo più grande e che a differenza di altri delitti, rappresenta l’esperienza “normale” del figlicidio. Ora lei si dice dispiaciuta per le mamme che ascolteranno la sua “aberrazione”, ma “chi cade, cade anche per non far inciampare quelli che passano dopo”.
Sono le parole che aprono e chiudono l'inchiesta della Luzi. Che tratta un tema di straordinaria intensità, ancorché ignorato, senza mai calcare la mano, senza scivolare nella febbre dell'audience da “frustate al cuore”. Per una scelta che immaginiamo stilisticamente funzionale, l'autrice costruisce la narrazione in forma quasi omodiegetica. Come parte della storia. Dicendo “io”. Ponendo il proprio corpo di donna fra gli altri, che osserva e descrive. Forse inconsciamente quasi per proteggerne la vulnerabilità. Estrema, considerata l’esperienza limite trattata. Che ha risvolti in alcuni casi deliranti e in altri ancor più misteriosamente ordinari. E che si può spiegare attraverso l’analisi sociologica, dell'alienazione indotta dalla civiltà industriale (in Lombardia c’è il maggior numero di questi reati), ma che agli antipodi temporali è anche possibile leggere attraverso il mito di Medea abbandonata e cieca di furore. Figura dell’alterità, “straniera”. Che uccide disperata i propri figli, parte di sé, per riappropriarsi simbolicamente del padre, che l'ha esiliata fuori di sé.
il Fatto 25.6.10
Laicità in croce
di Marco Politi
Da Bagnasco a Berlusconi, da Bertone a Napolitano: in attesa della sentenza definitiva della Corte europea sul crocifisso si moltiplicano gli interventi. Sorge artificialmente lo spettro di giudici decisi a conculcare il sentimento religioso italiano. Ha detto il capo dello Stato che le sentenze europee “devono essere comunque accettate”. Ma ha soggiunto che la “laicità dell’Europa non può essere concepita e vissuta in termini tali da ferire sentimenti popolari e profondi”. In realtà la Corte di Strasburgo, a novembre scorso, ha sancito un principio pacifico in tanti altri Paesi: l’esposizione nelle aule scolastiche del simbolo religioso (per di più unico simbolo esposto) rappresenta una “violazione della libertà dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni”. Da allora sono partite pressioni molteplici perché il secondo grado della Corte di Strasburgo sconfessi la prima sentenza. Si è mobilitata la Cei, si è mosso il governo, si sono allertato l’associazionismo cattolico, facendo un gran parlare di identità, tradizioni, libertà. Berlusconi proclama che la decisione “inaccettabile per la stragrande maggiorana degli italiani”, il cardinal Bagnasco chiede il “rispetto della libertà religiosa”, il cardinale Bertone definisce la croce “espressione identitaria, strettamente connessa con la storia e la tradizione dell’Italia come pure dei popoli europei”. In realtà non un solo argomento, portato in campo in questi mesi per difendere la presenza obbligatoria del crocifisso nelle aule e nei tribunali, ha un fondamento. L’Unione europea – tranne la pattuglia isolata di Polonia, Irlanda, Italia e Malta – respinse a schiacciante maggioranza dei suoi 27 stati la menzione delle “radici cristiane” nella propria costituzione. Non fu negazione del ruolo del cristianesimo nella storia europea, bensì rifiuto che da un generico richiamo costituzionale potessero scaturire, direttamente o indirettamente, situazioni di privilegio per una religione. Che l’Europa sovranazionale sia laicista o antireligiosa è falso: infatti il trattato costituzionale prevede un “dialogo permanente” con le varie Chiese.
Falso è anche dire che la sentenza respingerebbe la fede nell’ambito angusto del “recinto privato”.
Il cristianesimo, come ogni altra fede, è totalmente libero di esprimersi collettivamente e visibilmente nelo spazio pubblico e sociale dei paesi Ue. Parlare in Italia di un cristianesimo che rischia di essere conculcato, è una gag.
Ciò che indica la prima sentenza della Corte europea è, correttamente, l’impossibilità che in uno spazio istituzionale come la scuola (o i tribunali) vi sia un simbolo religioso che visivamente rappresenti il supremo principio ispiratore dell’educazione (o della giustizia). Non ci può essere nella società pluralistica contemporanea il dito indice di una sola religione, che all’interno di un’istituzione segni la via da seguire. Perché non è vero che il crocifisso sia nelle aule o nei tribunali “per tradizione”. La croce nei luoghi istituzionali è il retaggio dei secoli in cui il cattolicesimo era religione di stato. E il tentativo di imporne la presenza, anche oggi che la Costituzione e il Concordato hanno eliminato qualsiasi riferimento ad una religione di stato, non ha più nessuna base giuridica. Meno che mai è giustificato il tentativo surrettizio delle gerarchie ecclesiastiche di creare e crearsi uno status privilegiato di “religione di maggioranza”. Peraltro i giovani italiani, come dimostra l’ultima indagine Iard riportata dall’Avvenire, si sentono “cattolici” soltanto al 52 per cento.
Neanche è vero che il cattolicesimo sia un tratto universale dell’identità italiana. Ogni cittadino ha la sua storia, la sua cultura, le sue credenze. Sul piano istituzionale è certo che un solo simbolo, il Tricolore, rappresenta tutti (con buona pace di Bossi) e una sola immagine rappresenta nei luoghi pubblici l’unità della nazione, quella del presidente della Repubblica (Berlusconi se ne faccia una ragione).
Da questo punto di vista rimane insuperabile la chiarezza del principio costituzionale americano (nazione assai religiosa e spesso citata da Benedetto XVI come esempio di laicità positiva), secondo cui lo Stato non può “né favorire né contrastare una religione”. Nelle scuole americane c’è la bandiera a stelle e strisce, non il crocifisso.
C’è un accenno interessante nel recente intervento di Napolitano. Il richiamo ad una una laicità “inclusiva”, disponibile ad accogliere ed amalgamare le “tradizioni più diverse”. Se è così, si abbia il coraggio di lasciare scegliere gli alunni se nella propria classe vogliono una parete neutrale oppure tale da accogliere la pluralità dei simboli religiosi e filosofici, che ciascuno sente consono. O si rispetta la libertà di coscienza come astensione volontaria da qualsiasi marchio o si lascia libera l’espressione di tutti. Decidere, invece, di imporre un simbolo dichiarato unilateralmente valido per tutti è totalitarismo mascherato.