l’Unità 26.5.10
Un milione in piazza con la Cgil «Paghi di più chi ha di più»
di Andrea Bonzi
A Bologna, Milano e Napoli le principali manifestazioni. nel capoluogo emiliano parla Susanna Camusso e chiede più tasse per i redditi oltre i 150 mila euro, più diritti per i lavoratori e più legalità negli appalti.
Un milione di «no» al governo. Un milione di volti, storie e problemi si sono mescolati ieri nelle piazze di tutta Italia, in risposta alla chiamata allo sciopero della Cgil, che ha lanciato l’allarme sull’impatto devastante che la manovra da 25 miliardi di euro messa a punto dal ministro Tremonti avrà su lavoratori, precari, pensionati.
IL CUORE BATTE A BOLOGNA
A Bologna, Napoli e Milano i comizi principali: nel capoluogo emiliano si sono ritrovati, sempre secon-
do stime del sindacato, quasi 100mila persone, da tutta l’Emilia-Romagna. Due cortei sono partiti da fuori le mura per riunirsi sul Crescentone, “cuore” della città, che non è riuscito a contenerle tutte. Assente Guglielmo Epifani, impegnato in un convegno in Canada, a parlare dal palco, davanti a una «straordinaria» e gremitissima piazza Maggiore è stata Susanna Camusso, numero due della Cgil nazionale. Una sorta di investitura sul campo, in vista della sua probabile nomina a leader del più grande sindacato italiano. «C’è chi dirà che la Cgil è sempre rivolta al passato e che la Costituzione ormai è vecchia perché ha 60 anni. Mi viene da dire che ha sempre meno anni del nostro premier», esordisce Camusso. E strappa il primo, caloroso, applauso. Sventolano migliaia di bandiere Cgil: nella marea rossa ci sono tutte le categorie, dagli insegnanti ai metalmeccanici delle aziende emiliano-romagnole (Ducati, Bonfiglioli, Magneti Marelli, per citarne alcu-
ne), dalle operaie Omsa ai lavoratori del turismo della Riviera, passando per i pensionati e i dipendenti pubblici di Comuni ed Enti Locali. Picchi di adesione anche del 95% e del 100% nei luoghi di lavoro: il porto di Ravenna, ad esempio, è rimasto bloccato. «Siamo qui per reagire al governo che ci nega il futuro li sprona Camusso -. Dopo averci raccontato per 600 giorni una fiaba dove la crisi non c’era, lo specchio si è rotto: si dice che si fa la manovra per rispondere all’Europa e non si ammette di aver sbagliato previsioni». La Cgil è un sindacato «responsabile», quindi ben conscio della situazione. Ma Tremonti ha messo a punto un pacchetto di provvedimenti «iniquo e depressivo», che finisce per gravare sempre
sulle stesse spalle: quelle dei lavoratori. Da qui la richiesta di «un’addizionale per due anni a chi ha un reddito superiore ai 150mila euro» per evitare il salasso su chi ne prende 1.000 al mese, e di un prelievo maggiore a chi ha usufruito dello scudo fiscale e agli speculatori finanziari: «Possibile che il governo non chieda a queste persone di contribuire? In Gran Bretagna l’hanno fatto», ricorda la numero due di Corso Italia. Invece «l’imprenditore S.B. con un reddito di 23 milioni di euro nel 2008 non pagherà un euro» esemplifica Danilo Barbi, segretario emiliano-romagnolo della Cgil. Non è solo un problema di buste paga, ma anche di diritti. Alcuni lavoratori hanno al collo un cartello: «Fiat Panda. 700 milioni di euro. Schiavi inclusi». Inevitabile, per Camusso, toccare l’argomento Pomigliano: «Se fosse per il governo, nel Mezzogiorno non ci sarebbero più stabilimenti della Fiat attacca Camusso -. E vorremmo che ora chi grida al trionfo e alle svolte epocali quando si vogliono cancellare i diritti dei lavoratori, stesse zitto». Come «zitto e ininfluente» è stato l’esecutivo di fronte al Lingotto. Ma non ci sono diritti senza legalità. «Il governo sciolga le norme speciali per la Protezione civile, la faccia tornare alle regole per gli appalti che devono rispettare tutti. E rinunci a costituire la Difesa Spa, altro luogo dove si costruiranno di nuovo corruzione ed evasione. Noi vogliamo un Paese trasparente».
l’Unità 26.5.10
Aperte alcune tombe di prelati alla ricerca di prove di reati sessuali su minori
La Santa Sede esprime «sdegno» e «stupore». Convocato l’ambasciatore di Bruxelles
Perquisizioni anti-pedofilia Scontro tra Belgio e Vaticano
di Gabriel Bertinetto
L’inchiesta belga sui preti pedofili manda in collera il Vaticano. «Sdegno» per le tombe di arcivescovi aperte alla ricerca di prove dei reati sessuali su minori. Convocato l’ambasciatore di Bruxelles presso la Santa Sede.
Clamoroso blitz giudiziario in Belgio nell’inchiesta sui preti pedofili. Giovedì l’arcivescovado cattolico di Bruxelles è stato perquisito per dieci ore, e per tutta la giornata ai prelati è stato proibito di lasciare l’edificio. Sono stati sequestrati i documenti della Commissione indipendente per il trattamento degli abusi sessuali, un organismo creato nel 2000 dai vescovi per assistere le vittime.
Ma la fase più sensazionale dell’operazione è stata l’apertura di alcune tombe nella cripta della cattedrale Saint Rombout, a Mechelen. Si cercavano dossier relativi a casi di pedofilia che potrebbero essere stati nascosti in quel luogo nella convinzione che mai nessuno li sarebbe andati a cercare proprio lì.
MARTELLO PNEUMATICO
Per aprire i sarcofagi è stato usato un martello pneumatico ed una telecamera ha esplorato l’interno. La procura non ha rivelato se sia stato effettivamente trovato qualcosa. L’operazione «Chiesa», come l’hanno chiamata i promotori, continua.
Il Vaticano reagisce con durezza. La Segreteria di Stato esprime «vivo stupore per le modalità con cui sono avvenute alcune perquisizioni» e addirittura «sdegno per la violazione delle tombe dei cardinali Jozef-Ernest Van Roey e Leon-Joseph Suenens, defunti arcivescovi di Malines-Bruxelles».
«Sdegno» e «sgomento» vengono comunicati all’ambasciatore del Belgio in Vaticano, Charles Ghislain, convocato d’urgenza. La mossa provoca l’immediata replica di Bruxelles: «I poteri fra Stato e Chiesa sono separati» in Belgio, e la magistratura è «totalmente indipendente». Così il ministero degli Esteri riassume il contenuto della risposta data dall’ambasciatore nel colloquio in Vaticano.
NESSUNA EXTRATERRITORIALITÀ
Concetti analoghi esprime il primo ministro uscente, il democristiano Yves Leterme, secondo il quale i colpevoli di abusi sui minori, siano essi laici o ecclesiastici, devono «pagare secondo la legge belga». Non esiste insomma alcuna extraterritorialità che possa essere rivendicata dalla Chiesa. Il Vaticano non contesta solo la violazione delle tombe. Lo stesso sequestro di carte appartenenti alla Commissione sui reati sessuali viene bollata perché mette a rischio il rapporto di fiducia con le centinaia di persone che nel corso degli anni si erano rivolte all’istituto diretto dal professor Adriaensses per raccontare le proprie esperienze.
Il segretario di Stato Dominique Mamberti esprime «rammarico per alcune infrazioni alla confidenzialità, cui hanno diritto proprio quelle vittime per le quali sono state condotte le perquisizioni».
Dietro queste parole in difesa della privacy, trapela probabilmente anche l’allarme circa la possibile diffusione di materiale molto imbarazzante per le gerarchie ecclesiastiche.
Naturalmente assieme alla protesta per l’azione della magistratura, le autorità religiose ribadiscono «la ferma condanna di ogni atto peccaminoso e criminale di abuso di minori da parte di membri della Chiesa, come pure la necessità di riparare e di affrontare tali atti in modi conformi alle esigenze della giustizia ed agli insegnamenti del Vangelo».
il Fatto 26.6.10
Pedofilia in Belgio
La perquisizione che ha innervosito il Vaticano
di Giancarlo Castelli
Si è sfiorato l’incidente diplomatico tra la Santa Sede e il Belgio dopo che gli investigatori della procura di Bruxelles hanno perquisito alcune proprietà della diocesi di Mechelen alla ricerca di nuovi documenti sullo scandalo pedofilia che ha investito il clero belga. Dopo l’irruzione al palazzo arcivescovile di Mechelen-Bruxelles dove era in corso la conferenza episcopale, gli agenti hanno voluto dare un’occhiata anche alla cripta che accoglie le spoglie di alcuni prelati. “Sono state violate le tombe di due cardinali”, ha fatto sapere la Santa Sede che ha convocato l’ambasciatore belga, Charles Ghislain, presso il Vaticano. “Stupore e sdegno”, sono state le parole che gli ha rivolto Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati. “Abbiamo fatto soltanto il nostro dovere”, hanno risposto dalla procura della capitale belga specificando, peraltro, di aver controllato una sola tomba, scoperchiata soltanto in parte. Un’operazione di polizia in piena regola, quella disposta dal giudice Wim De Troy: irruzione alle 10,30 al palazzo di Mechelen nel bel mezzo di una riunione vescovile, sequestro dei cellulari, controlli e perquisizioni fino alle 19,30. Obiettivo: nuove eventuali prove sugli abusi ai minori ancora occultate o coperte dai porporati belgi. Tutti i vescovi presenti in quel momento nel palazzo sono stati interrogati dalla polizia e nessuno è potuto uscire, ha fatto sapere – non senza un certo disappunto – un portavoce dell’episcopato belga. Non è sfuggito al controllo anche il cardinale Godfried Danneels, ex-arcivescovo di Bruxelles, sospettato di avere coperto il suo omologo di Bruges, monsignor Roger Joseph Vangheluwe, proprio colui che confessò di avere abusato sessualmente di un minore, anche dopo la sua nomina vescovile. Neppure la nomina “rapida e tempestiva” del nuovo presule di Bruges, Jozef De Kesel, considerato dalle sfere ecclesiastiche “progressista”, è riuscita a stemperare la tensione. Un alto prelato, De Kesel, che è stato ex-ausiliare di Danneels a Bruxelles. Cosa che pensare a un quadro abbastanza complicato e intrecciato tra le gerarchie ecclesiali. Una nomina “rapida”, quella del nuovo arcivescovo di Bruges che fa seguito alle parole di Benedetto XVI che, soltanto pochi giorni fa, incoraggiava il clero belga di fronte agli scandali ad andare avanti. Ma la procura di Bruxelles, con l’indagine denominata “Operazione Chiesa”, è intenzionata a fare luce. Per ora, la sola imputazione del dossier dei giudici è “attentato a pudore dei minori” mentre è stata smentita l’ipotesi di reato per organizzazione criminale, come era stato ipotizzato da alcuni organi di stampa belgi. “Chi ha sbagliato deve pagare”, ha tuonato il primo ministro uscente, il democratico cristiano, Yves Le-terme, inviando alla procura quello che sembra a tutti gli effetti un plauso incondizionato per l’azione da lui definita “la prova evidente della divisione tra Stato e Chiesa”. Terribilmente indignato, invece, il professor Adriaessens, psichiatra e docente dell’Università di Lovanio, che presiede la Commissione indipendente per il trattamento degli abusi sessuali. Secondo lui, la documentazione raccolta durante la perquisizione, oltre 450 dossier, contiene diversi dati sensibili delle vittime che si erano rivolti in fiducia e con la garanzia di una certa riservatezza, proprio a lui. Agendo anche in stretta collaborazione con i vescovi stessi. Ora, dice Adriaessens, c’è il rischio che il delicato lavoro vada in fumo. “Sono entrati nella vita privata di persone che hanno avuto il coraggio e la forza di rivolgersi a noi e che, in gran parte, desiderano restare nell'anonimato – ha fatto sapere Adriaenssens – ora che la magistratura si è impadronita dei dossier che avevamo istruito negli ultimi due mesi, il nostro lavoro è annullato”. Adriaenssens ha annunciato che lunedì la Commissione deciderà se andare avanti o meno con il lavoro.
Repubblica 26.6.10
Il Belgio trema per 500 dossier
In mano alla polizia i faldoni segreti. Le vittime: "Privacy violata"
"Violata la privacy" dice la Chiesa ma per il governo "è un atto dovuto utile all´inchiesta"
BRUXELLES - Il libro nero della Chiesa belga è custodito in 475 faldoni messi insieme dalla commissione indipendente che la conferenza episcopale ha istituito per esaminare i casi di abuso sui minori compiuti da ecclesiastici. Da ieri, questi faldoni, come tutti i computer che si trovavano nella sede della Commissione, a Lovanio, sono in mano ai giudici di Bruxelles. Drammi e segreti, nomi e circostanze che la Chiesa aveva custodito, e spesso occultato, per anni e anche per decenni, sono ora in mano pubblica. E le prime a tremare, secondo il professor Peter Adriaenssens, primario di neuropsichiatria infantile e presidente della commissione, sono le vittime degli abusi sessuali. «Da ieri la commissione è sommersa di telefonate delle vittime, terrorizzate all´idea di vedere i loro traumi esposti in pubblico», ha dichiarato Adriaennsens.
Mentre il Vaticano protestava per le perquisizioni all´arcivescovado e per il fermo dei vescovi, il sequestro degli archivi della commissione è stato l´unico atto contro cui è insorta la conferenza episcopale belga. Si tratta, dice, di una grave violazione del diritto alla privacy che era stato garantito a quanti si erano rivolti a loro.
Adriaessens conferma. C´era un accordo, spiega, un protocollo con il consiglio dei procuratori generali, in base al quale la decisione o meno di trasmettere i dossier alla giustizia sarebbe stata presa autonomamente dalla commissione, con l´accordo preventivo delle vittime. «Chi è stato vittima di abuso, poteva rivolgersi alla polizia, alla magistratura, oppure a noi. Se si è rivolto a noi, spesso è perché non voleva che il suo caso fosse reso pubblico».
Il ministro della giustizia Stefaan De Clerck, però, difende l´operato della magistratura. «Il giudice istruttore ha il dovere di condurre l´inchiesta in piena indipendenza utilizzando i mezzi che ritiene necessari. Non è legato alle promesse fatte dal collegio dei procuratori generali alla commissione». «Senza voler fare polemiche - dichiara il portavoce della procura - vorrei ricordare che la nostra prima preoccupazione, specialmente in casi di questo genere, sono proprio le vittime. Non si può rimproverare alla giustizia di fare il proprio lavoro. E sarà fatto in maniera decorosa».
La commissione era stata istituita nel 1998, dopo le denunce di un prete, padre Rik Devillé, sugli abusi in seno alla Chiesa belga, e in particolare fiamminga. Tuttavia, secondo Devillé, nei primi dieci anni la commissione non si era certo dimostrata zelante. Solo con la nomina del professor Adriaessens, nel 2008, aveva cominciato a lavorare sul serio. Fino a due mesi fa, i dossier raccolti erano un paio di centinaia. Ma dopo le dimissioni del vescovo di Bruges, la commissione era stata travolta dalle denunce e i casi esposti sono più che raddoppiati. Solo in parte sono episodi recenti. Spesso gli abusi risalgono a molti anni fa, sono prescritti da un punto di vista penale, ma solo ora chi li ha subiti ha trovato il coraggio di denunciarli.
Oggi la commissione aveva in programma una riunione con un folto numero di vittime per discutere del ruolo del cardinal Danneels e della copertura che avrebbe offerto ai preti pedofili. Ai primi di luglio era previsto un confronto diretto con il cardinale. Ora l´incontro è stato annullato. «Lunedì ci riuniremo tra tutti i membri della commissione - spiega Adrianssens - e decideremo se, dopo quello che è successo, ha ancora senso proseguire la nostra missione».
(a.b.)
l’Unità 26.5.10
La sentenza. Vincolante la volontà del paziente di rifiutare le cure
La ministra liberale: riconosciuto il diritto all’autodeterminazione
Sì della Corte suprema tedesca all’eutanasia decisa dal malato
di Laura Lucchini
Sentenza storia in Germania. Per i giudici della Corte suprema federale «tagliare l’alimentazione rientra nei modi possibili di porre fine ad una terapia». È il via libera all’eutanasia se a deciderlo è stato il malato.
«Spegnere il ventilatore o tagliare l’alimentazione artificiale rientrano nella categoria dei modi possibili per porre fine ad una terapia», con queste parole il giudice Ruth Rissing van Saan ha motivato una sentenza storica ieri in Germania. La decisione della Corte Suprema Federale di Karlsruhe apre le porte alla possibilità di eutanasia passiva, nel rispetto della volontà del malato.
LA STORIA
Si tratta del caso della defunta Frau Erika Kuellmer, morta a 77 anni nel 2007 dopo cinque lunghi anni di coma permanente. Nonostante i figli avessero dimostrato che la volontà della madre era quella di non essere mantenuta in vita artificialmente, i medici della casa di cura in cui era ricoverata si erano rifiutati di sospendere il trattamento. Nel dicembre del 2007 la figlia di Kuellmer, Elke Gloor, aveva tagliato il tubo d’alimentazione della madre con le forbici, seguendo il consiglio dell’avvocato Wolfgang Putz. Gli infermieri che assitevano Kuellmer si erano però accorti della situazione in tempo per salvare la paziente. Kuellmer venne ricollegata però morì dopo due settimane per cause naturali.
Putz e la figlia sono stati accusati di tentato omicidio. Nel primo grado del processo, di fronte al tribunale regionale di Fulda, Gloor è stata assolta dalle accuse, mentre l’avvocato è stato condannato a nove mesi con la condizionale. Putz, un esperto in casi medici, ha presentato ricorso di fronte al Bundesgerichtshof, la Corte suprema federale, che ieri è giunta a una conclusione: medici, infermieri e case di cura devono sospendere l’alimentazione artificiale
dei pazienti se questo corrisponde alle loro volontà. Allo stesso tempo ha annullato la condanna contro l’avvocato.
La volontà del paziente, secondo quanto si legge nella sentenza, «rende possibile, non solo la semplice sospensione dell’alimentazione artificiale, ma anche una azione attiva con il fine di sospendere o evitare un trattamento che egli non avrebbe voluto». «Questa sentenza significa la mia assoluzione, ma molto di più significa finalmente il rispetto della volontà del paziente», ha detto Wolfgang Putz, alla fine del processo.
La ministra federale di Giustizia, la liberale Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ha accolto con soddisfazione la decisione, «che stabilisce un maggior valore del diritto di autodeterminazione delle persone». Diversamente l’associazione degli ospizi tedeschi ha espresso in un comunicato la preoccupazione che la decisione del tribunale lasci le porte aperte agli abusi. La decisione stabilisce un precedente importante in Germania. Fino ad ora la legge in materia era poco chiara o quanto meno difficile da interpretare. Nel 1994 la Corte Federale aveva già stabilito che se un paziente aveva espresso la sua volontà, si poteva sospendere il trattamento. Precisamente su questa sentenza, l’avvocato Wolfgang Putz ha costruito la sua difesa legale.
TESTAMENTO BIOLOGICO
Di nuovo, nel 2005, lo stesso tribunale aveva giudicato inammissibile che ospedali e case di cura forzassero l’alimentazione dei pazienti contro la loro volontà. Infine l’anno scorso è stata approvata una legge sul testamento biologico che stabilisce nuovamente che la volontà del paziente deve essere considerata in ogni fase della malattia.
L’eutanasia «attiva», rimane illegale in Germania. Diversamente dai vicini nordeuropei di Olanda, Belgio e Lussemburgo.
il Fatto 26.6.10
Nascita e declino delle Camere
di Lorenza Carlassare
La seconda parte della Costituzione inizia col Parlamento che, in quanto organo della rappresentanza popolare, in un sistema democratico è il centro dell’organizzazione statale in posizione di preminenza. La Corte costituzionale (sent. 106/2002) , contro la pretesa di denominare così altre Assemblee, ha riaffermato che “il “nomen Parlamento non ha un valore solo lessicale, ma… anche una valenza qualificativa, connotando, con l’organo, la posizione esclusiva che esso occupa nell’organizzazione costituzionale… in quanto solo il Parlamento è sede della rappresentanza politica nazionale”. Fra le altre gravi distorsioni degli ultimi tempi che hanno molte cause non ultima un’indegna legge elettorale, vi è la trasformazione del Parlamento in un organo sottomesso alla volontà del governo e del presidente del Consiglio. Il Parlamento – dice la Costituzione, “si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica” (art. 55), due Camere che esercitano insieme le stesse funzioni in posizione pari: la funzione legislativa “è esercitata collettivamente dalle due Camere “(art. 70); il governo “deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 92). Un bicameralismo paritario in discussione da sempre, oggi in particolare, in una fase storica percorsa da spinte riformiste, alla ricerca di nuovi modelli ed equilibri. Qual è la ragione del bicameralismo? In altri ordinamenti è la diversità della rappresentanza: di classi sociali diverse in Inghilterra, in un Parlamento che ha origini medievali (Camera dei Lords e Camera dei Comuni); dell’intero Stato l’una, degli Stati membri l’altra negli Stati federali: nel Senato degli Stati Uniti – organo molto potente – ogni Stato (grande o piccolo, ricco o povero) ha ‘due’ rappresentanti eletti dai propri cittadini. Spesso invece il Senato ha minori (o diversi) poteri: nei sistemi ‘parlamentari’ come il nostro, dove il governo è legato dal rapporto di fiducia al Parlamento verso il quale è politicamente responsabile, soltanto una Camera ha il potere di dare o negare la fiducia; in Italia, viceversa, entrambe. Il nostro è un bicameralismo ‘perfetto’ cioè assolutamente paritario, difficile da giustificare. I progetti di riforma, da chiunque proposti, pur nelle diversità delle soluzioni tendono a differenziare le funzioni delle due Camere e a costruire il Senato come organo di rappresentanza delle autonomie territoriali: si parla di Senato delle Autonomie, di Senato delle Regioni, di Senato federale; dizione impropria, quest’ultima, dal momento che la Repubblica italiana non è uno Stato federale, ma per la forza suggestiva dei nomi sarà forse quella vincente. Nella società dell’apparenza più della sostanza, conta la sua ‘rappresentazione’. Un'altra proposta condivisa, almeno a parole, riguarda il numero dei parlamentari ritenuto eccessivo; negli Stati Uniti, con dimensioni territoriali e popolazione ben superiori, il Senato conta appena un centinaio di membri! “Il Parlamento si riunisce in seduta comune dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione” ( art. 55, comma2): si tratta di pochi casi, tra i quali l’elezione del presidente della Repubblica . Ciascuna Camera, di regola, svolge i suoi lavori in piena autonomia, non solo nell’esercizio della funzione legislativa – ogni legge deve avere l’approvazione di entrambe – ma anche nel controllo politico sul governo: basta che una sola voti la sfiducia al governo per costringerlo alle dimissioni. In nome del principio di autonomia ciascuna Camera elegge fra i propri componenti il presidente e l’Ufficio di presidenza (art. 63), ciascuna “adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti” (art. 64, comma 1). La maggioranza assoluta, di-sposta come in altri casi a tutela delle minoranze ad evitare che la maggioranza di governo possa modificare norme e procedure senza il loro concorso, non è più garanzia sufficiente in un sistema tendenzialmente bipolare. Per chi ha vinto le elezioni, grazie al premio previsto dalla legge elettorale, la maggioranza assoluta non è difficile da raggiungere! Lasciando ad ogni Camera la propria autonomia, la Costituzione detta poche regole: oltre alla maggioranza assoluta per l’approvazione del regolamento interno, la prima è la pubblicità delle sedute in nome della conoscibilità e trasparenza dell’attività parlamentare affinché i cittadini possano conoscere e giudicare l’operato dei loro rappresentanti, l’altra, non meno importante riguarda i quorum richiesti per le deliberazioni. Sulla necessità di criteri di garanzia per cui una Camera non possa tenere sedute con tre o quattro presenti soltanto insisteva l’on. Ruini alla Costituente. I quorum fissati riguardano il numero legale richiesto per le sedute e la maggioranza necessaria per la validità delle deliberazioni: Le deliberazioni di ciascuna Camera e del Parlamento non sono valide se non è presente la maggioranza dei loro componenti e se non sono adottate a maggioranza dei presenti, salvo che la Costituzione prescriva una maggioranza speciale (art. 64, comma 2). Criteri non sempre rispettati e comunque ammorbiditi dai regolamenti: fra l’altro, mentre in Senato i voti favorevoli devono superare il totale dei voti contrari e degli astenuti (come la Costituzione richiede), nel Regolamento della Camera gli astenuti non sono computati ai fini della maggioranza nelle deliberazioni, il che significa che affinché una proposta venga approvata è sufficiente che i voti favorevoli superino i voti contrari: gli astenuti, anche se numerosi, non si contano.LaCortecostituzionaleha salvato queste norme regolamentari con una dubbia sentenza giocata sulla competenza di ciascuna Camera a disciplinare il procedimento legislativo ( art.72). La ragione politica sottostante certamente è seria : molte leggi, approvate secondo il Regolamento del Senato (fuori dal numero legale dell’art. 64) avrebbero dovuto, altrimenti, essere dichiarate illegittime!
Repubblica 26.6.10
Al British di Londra una mostra nata in collaborazione con gli Uffizi, dove arriverà nel 2011 Cento opere su carta: così i grandi maestri italiani sperimentavano e pensavano la pittura
Da Fra Angelico a Leonardo il disegno padre di tutte le arti
LONDRA. Che bello, dopo tante mostre inutilmente flamboyant, raccogliersi negli spazi naturalmente sobri e silenziosi della vecchia biblioteca del British, dove studiava – tra gli altri - Karl Marx. Che bello appagare gli occhi e la mente con cento tra i più bei disegni del Rinascimento, scelti oculatamente da Hugo Chapman e Marzia Faietti per indicarci in modo semplice e chiaro lo sviluppo di questa specialissima arte lungo centodieci anni fondamentali di storia, dal 1400 al 1510: «Fra Angelico to Leonardo. Italian Reinassance Drawings».
Che bello poter dimenticare, almeno per una volta, il gigantismo che ossessivamente ci circonda nei musei, e avvicinarsi a opere, magari minuscole, per coglierne da vicino le più piccole sfumature, i più piccoli dettagli. Opere disegnate a carboncino, gesso, inchiostro e pastello da giganti come Botticelli, Michelangelo, Jacopo e Gentile Bellini, Raffaello, Mantegna, Leonardo, Verrocchio, Tiziano.
Grazie a un´inedita collaborazione tra il British e gli Uffizi, depositari delle due collezioni più ricche in materia, l´esito della mostra (aperta a Londra fino al 25 Luglio, per spostarsi poi a Firenze dal 1 febbraio al 30 aprile 2011) è semplicemente straordinario. Perché consente di ripercorrere passo passo il peso crescente svolto dal disegno nella storia dell´arte e di comprendere alla lettera cosa volesse dire il Vasari, quando affermava che il disegno è il padre di tutte le arti.
Dalla staticità bidimensionale del tardo gotico, si passa sin dalle prime sale al dinamico mondo rinascimentale, che, grazie al nuovo uso della luce, incentra la sua ricerca sulla dimensione prospettica e la tridimensionalità, offrendo uno sguardo via via più puntuale e realistico tanto della natura quanto del corpo umano. Mentre l´altra grande novità del momento è l´utilizzo su larga scala della carta, che abbassa sensibilmente i costi rispetto alla pergamena. Così, mentre irrompe l´invenzione della stampa, il disegno diventa essenziale nella progettazione concettuale delle grandi tele e nella loro presentazione ai committenti. Al contempo però, come la mostra evidenzia con precisione, esso si trasforma nella forma ideale di sperimentazione dell´artista, che qui può scatenare tutta la sua fantasia, sovente in misura superiore a quanto accadrà nei prodotti finiti di quadri e affreschi. Né meno interessante, infine, è la mappatura offerta sulle varianti regionali dell´arte del disegno: in particolare, a Firenze e a Venezia.
E con questo la funzione pedagogico-didattica dell´esposizione è perfettamente assolta. Dopodiché, c´è la pura bellezza. La bellezza di opere che lasciano senza fiato. Come nel caso dell´ Uomo sdraiato su una lastra di pietra del Mantegna, in cui la definizione minuziosa dei contorni della figura e l´uso sapiente della prospettiva, imprimono al gesto dell´uomo, teso a sollevarsi, una potenza drammatica impressionante.
Si cambia sala ed eccoci davanti al San Giovanni Battista del Pollaiuolo, messo a confronto con il prototipo offerto dalla statua in bronzo di Donatello. Anche se i curatori si premurano di sottolineare tanto le similitudini («il fervore spirituale» del santo), quanto le differenze: nella statua il tratto declamatorio, dicono, è molto più accentuato. La preoccupazione del Pollaiuolo, semmai, è quella di delineare un gesto e una postura naturale alla figura, come dimostrano gli accurati studi laterali di braccia e gambe.
Resterebbe da dire poi qualcosa di una magnifica Testa di donna´ del Verrocchio, i cui delicati contrasti di tono anticipano il famoso "sfumato" di Leonardo. Ed è proprio quest´ultimo, con dieci disegni in mostra, a fare la parte del leone. A cominciare dal Paesaggio del 1473, il primo disegno datato a lui attribuito e anche tra i primi studi di paesaggio dell´arte europea. La compresenza su piani diversi e con diverse tonalità di una città fortificata, di alberi mossi dal vento, di una cascata dal segno più marcato, e da ultimo di campi e montagne sullo sfondo, fanno pensare di primo acchito a qualcosa di orientaleggiante e vagamente flou. Ma come bene mostra lo studio successivo per il "setting" dell´Adorazione dei Magi, in Leonardo il controllo geometrico dello spazio può essere sbalorditivo: qui una struttura architettonica reticolare e multistratificata si offre come scena ideale per le figure umane ed animali che andranno ad abitarla. Per il momento esse ci appaiono vaporose, appena accennate, quasi che l´artista sia un regista di teatro che sta cercando la posizione scenica ideale per i propri personaggi.
E manca ancora un´ultima piroetta leonardesca: quella offerta dai deliziosi Studi sul Cristo Infante e il gatto, che sembrano sul punto di scappare dal foglio. Come è giusto che sia per un bambino e un micio, due creature elettriche, piene di vitalità: così il semplice gioco di un genio si trasforma in un gioiello artistico.
L’espresso n. 26 1.7.10 adesso nelle edicole
La sfida futura al cavaliere
Di Nichi in meglio
Il tour per l'Italia. L'alleanza con Zingaretti. La rete di giovani. La mano tesa del clero. I rapporti con gli avversari politici. Così Vendola prepara la candidatura a leader della sinistra
di Denise Pardo
Tracce significative dell'agenda d'inizio giugno. L'8 è stato a Bruxelles. Il 10 a Roma, il 14 a Vicenza, il 15 a Pomigliano D'Arco. Il 17 a Roma, di nuovo. Il 20 a "Telecamere" su RaiTre con Gaetano Quagliariello e Italo Bocchino. Convegni, dibattiti, confronti su Finanziaria, sindacato, sviluppo, futuro della sinistra. E interviste, da "La Stampa" al "manifesto", dal "Sole 24Ore" a "Vanity Fair" al "Fatto". Come minimo, per Nichi Vendola, governatore della Puglia, è solo un allenamento. Una prestazione atletica. Uno sfizio narcisista da politica locale in trasferta. Come massimo, l'inizio di una Lunga Marcia per diventare il capo. E il sospetto, l'idea, forse la follia o la predestinazione non arriva solo dal fuoco nemico o da quello amico. Arriva da lontano, dal mondo anglosassone. Così il 14 giugno è anche successo che sul "Times" Bill Emmott, ex direttore di "The Economist", lo abbia segnalato come l'uomo, nella sinistra, da tenere sotto osservazione, quello capace di mobilitare le masse stile Obama. Quale comunista, ex Rifondazione persino, e ora portavoce di Sel, Sinistra Ecologia Libertà, aveva mai avuto un'investitura internazionale? Troppo rumore per nulla, secondo alcuni, vedi l'entourage di Enrico Letta con cui si guarda in cagnesco. Grandi manovre premature per il traguardo 2012, se ci saranno le primarie, per il 2013 se si arriverà a fine legislatura, si pensa dalle parti della segreteria di Bersani dove il calore reciproco è più artico che tropicale. Vendola si prepara, forse assalito dal dubbio di un possibile voto anticipato l'anno prossimo. Nichi marcia e punta lontano. E ora a Bari, colpa di Emmott, è diventato "Obema".
Nel centrosinistra dilaniato da lotte fraticide, da anime diversamente conciliabili, in un Pd che appare soprattutto di transizione, Vendola, un ragazzino di 52 anni fondatore durante la campagna per le regionali di un personale movimento Web e volontario "Le fabbriche di Nichi", in continua espansione, quasi 200 anche in America Latina, potrebbe ancora una volta infilarsi in un vuoto di potere e vincere la partita. Naturalmente quando si gioca in Nazionale, spesso ci si arriva non solo per talento ma anche e molto per capacità di sopravvivenza. Ma uno come lui, che si chiama come si chiama per il santo nero Nicola di Bari e per Nikita Kruscev, che è gay, incantatore nel parlare nonostante un difetto di pronuncia, che ce l'ha fatta e per ben due volte, intercettatore di consensi talmente diversi da costringerlo a specificare "non sono Zelig", l'ha imparata sulla sua pelle l'arte della difesa, oltre che della marcia. Se ha deciso, e ha deciso, farà come ha fatto in Puglia, dove è diventato presidente contro tutti, contro il Pd. "Vincerà Boccia", diceva Massimo D'Alema con un tono paziente. "Massimo, mia moglie vota per lui, non sai quanto è popolare", rispondeva Nicola Latorre fedelissimo plenipotenziario. Tap, tap sulla spalla gli faceva comprensivo D'Alema. È andata come è andata. E il 17 giugno a Roma, erano il presidente della Provincia Nicola Zingaretti e lui, solo loro due, qualcuno dice con l'embrione di un tacito accordo, al primo la candidatura al Comune di Roma (gli basterà?) al secondo quella per la leadership, nel confronto pubblico dal titolo "L'alternativa comincia ora". Proprio quello che pensa Nichi.
A Vicenza con gli industriali del Nord-est e con un marcantonio tirato a lucido come Luca Zaia, una tana del lupo che più tana del lupo non si può, ha spopolato e chi ci avrebbe mai scommesso un euro. Seguiranno Milano e Torino, un grand tour del Nord, la padania leghista. Dalla sua ha i risultati raggiunti in Puglia, la leadership italiana per la produzione di energia pulita, l'acquedotto che macina utili, gli investimenti su turismo e cultura, il vendolismo compassionevole e imprenditoriale.
Appena eletto, è arrivata la telefonata del premier che ne va matto. Ha mille ragioni per apprezzarlo: politicamente ha bisogno del nemico comunista e la storia di Vendola gli va a pennello. Da impresario tv Nichi è un fenomeno mediatico che scritturerebbe seduta stante, Canale 5, prima serata. In più, è un outsider come Bossi e come piace al Cavaliere. Quando Vendola ha perso il padre, gli ha fatto una telefonata di un'ora parlandogli del suo di papà. In una delle apparizioni alla Camera, il premier, attorniato da giornalisti, vedendo con la coda dell'occhio entrare e uscire Nichi dall'infermieria, gli ha chiesto trepidante: "Tutto a posto, ti senti bene?". Non si sa se Nichi abbia fatto gli scongiuri ma il deputato Pdl Giorgio Stracquadanio che avrebbe i quattro quarti di sangue azzurro se non ci fossero stati quegli anni da portaborse all'antiproibizionista Tiziana Maiolo, ha dichiarato che tra un Pdl guidato da Gianfranco Fini e un Pd con Vendola premier sceglierebbe quest'ultimo "è il Blair d'Italia: anche il laburista Toni nacque estremista e poi si è messo al centro del palcoscenico". Intanto Nichi, fresco di telefonata al ministro Mara Carfagna per congratularsi per l'impegno contro l'omofobia, occupato in un serratissimo botta e risposta con Enrico Letta, ennesima polemica Pomigliano e la posizione di Fiom sostenuta da lui e criticata dal vice segretario Pd, ha consegnato alle agenzie una velenosa battuta: "Tra i due Letta, quello più di sinistra è Gianni".
Per il Pd è un'onda anomala. Troppo legato alla sinistra sinistra approdata in Sel: Franco Giordano è un fratello. Paolo Cento gli sta sempre intorno. Gennaro Migliore non ne parliamo. Ma pure nella sua Sel, c'è chi non vede di buon occhio la tela che si va filando, con Claudio Fava per esempio, nuvole qua e là. Con Luigi De Magistris, alter ego in vari possibili sensi di Antonio Di Pietro, incontri, forum, tutto è ancora aperto. Ma la marcia continua. E prende strade inaspettate, collocato più che mai sulla differenza, il tasto con cui ha vinto, il tasto con cui vuole continuare a vincere e sul gusto per scelte imprevedibili e impopolari. Ad "Anno zero" nella puntata su preti e pedofilia, lui, discepolo del vescovo Tonino Bello, "innamorato delle parole del cardinal Martini e della Bibbia", e questo spiega anche i voti pii e moderati, ha preso le parti di Ratzinger: "La Chiesa non è solo pedofilia", ha detto filando d'amore e d'accordo con Antonio Socci, ciellino crociato dagli occhi di bragia e spargendo qua e là frasi da inquisizione: "Per me il diavolo è il potere". In altre occasioni, ha difeso la memoria di Bettino Craxi ("Non si può ridurre la sua vita a una vicenda giudiziaria") e questo ha fatto piacere alla diaspora socialista.
In compenso, sfidando D'Alema e vincendo lo ha umiliato ed è meglio che gli stia alla larga. Per i veltroniani e la corte di Goffredo Bettini, invece, l'avvento di Nichi potrebbe sanare passate ingiustizie. Per alcuni della Margherita, le ambizioni di Vendola non possono espandersi più in là della sua Puglia. Mentre Bersani nicchia sulle future primarie, il governatore, furbo, ne parla continuamente, sperando nello scontro con un moderato (il suo ideale sarebbe Letta junior, che fu sponsor di Boccia) rivelatosi a dir poco imbarazzante per il Pd. E così si riflette sull'antidoto. Nella partita a due, è andato alla grande. Perché non provare allora a neutralizzarlo mettendo in campo tutti, lui, Letta, Zingaretti, Matteo Renzi, sindaco di Firenze, anch'egli candidato autoctono (e vincitore) alle primarie toscane?
Fosse così semplice. Vendola è levantino, è la rappresentazione del Mediterraneo, un mare mite che si infila dappertutto e che quando meno te lo aspetti, sorprende con una tempesta improvvisa. "Pensi a governare la Puglia", dicono dai banchi dell'opposizione. "Guai a chi tocca Nichi nella sua terra, ha fatto bene, ha fatto del bene", dice Paola Balducci, ex assessore, poi deputata, nota avvocato penalista. "È un marchio che va oltre se stesso". Mediatore raffinato: il primo sul quale esercitarsi, è stato gioco forza se stesso. Spesso con la mano sul cuore, all'americana. Vanitoso e testardo come pochi (ascolta tutti ma tutto quello che ascolta non verrà mai detto da lui), non si perde una processione, in primis quella della Madonna di Terlizzi il suo paese, e il clero locale vede e provvede. Ma gli ex dc fanno di più. Si commuovono. Angelo Sanza, ad esempio, un monumento della Balena bianca, ora coordinatore regionale Udc Puglia ne è ammaliato. Alla fine della presentazione delle Considerazioni programmatiche del governatore in Consiglio regionale, ha dichiarato ai giornalisti: "Mi ritrovo convergente su molte delle riflessioni fatte dal presidente. Quella di Vendola è una sfida. Noi la raccogliamo". Nel giro di un minuto, è arrivata la telefonata di Casini, piuttosto alterato nel ricordargli che Vendola è un avversario politico. "Ma Pier! Ha parlato di "quoziente familiare", di povertà, ha citato Aldo Moro. Che dovevo fare?", si è giustificato Sanza, che poi ha dovuto correggere il tiro.
Intanto, dal 16 luglio, per tre giorni Vendola ha convocato gli Stati generali delle "Fabbriche di Nichi", per discutere, galvanizzare e coordinare il suo partito del Web, il partito dei giovani e dei volontari, serbatoio potenziale e micidiale di voti. Per loro, il leader con l'orecchino, diverso e fiero di esserlo, dal nome da ragazzino, è quanto di più trasgressivo politicamente ci sia in giro. Per quelli meno giovani, potrebbe essere, come ha notato Emmott, lo sparigliatore, la risposta alle richieste del largo popolo di sinistra e non solo, che sostenendolo, sente di partecipare a una battaglia politica e storica. All'abbattimento di un tabù. Comunque vadano le cose, che cresca a livello nazionale o no, che riesca o no a trasformare il suo manifesto per la sinistra in consenso reale, il Pd dovrà fare i conti anche con Nichi, con la sua gente, con la sua marcia. Forse il suo progetto si dovrà fermare davanti al muro di cristallo degli apparati politici. Forse è troppo presto per uno come lui. O forse vincerà la corrente di pensiero nel Pd che riconosce in lui un simbolo moderno, portatore, però, di vecchi valori. Ma certo è un segnale quel bigliettino che un politico scafato come Sanza si porta in tasca. La frase di Moro citata dal governatore: "La politica è il realismo delle profezie". "Obema" insegna.
L’espresso n. 26 1.7.10 adesso nelle edicole
Se il Pd ha paura del nuovo
di Ilvo Diamanti
Ho visto Nichi Vendola a Vicenza, all'Assemblea dell'Associazione Industriali. Davanti a oltre mille imprenditori, ha suscitato interesse e attenzione. Perfino attrazione. Ne ho scritto, su Repubblica.it., in una "Bussola". Ciò ha indotto molti osservatori a interrogarsi (e a interrogarmi) sulla possibilità che Vendola possa essere il leader che la sinistra attende, da tanto tempo. In questo singolare Paese dove la sinistra sembra scomparsa, anche perché quasi nessuno ammette di essere di sinistra. In fondo, se in Puglia ha vinto
e rivinto, se nel Nord-est ha convinto (vincere è un'altra cosa), perché non potrebbe, proprio lui, meglio di altri, vincere o, almeno, convincere anche altrove? Perché non potrebbe, proprio lui, guidare la sinistra oltre il Mar Rosso, fino alla Terra promessa? Io, sinceramente, ne dubito (ma sono scettico per istinto e professione). Ma il suo "caso" è, comunque, utile a capire perché, nella sinistra e soprattutto nel Partito democratico, altri Vendola, in altri contesti, non riescano ad affermarsi. Oppure restino ai margini. Lontano dalla scena politica nazionale.
In effetti, Vendola, nel Nord-est, è piaciuto proprio perché è "diverso". E non
fa mistero della sua diversità. È comunista e meridionale. In più, non ha mai nascosto la sua omosessualità. Vissuta, però, in modo normale. Non esibita come una bandiera. Questo, sicuramente, lo ha aiutato, a Vicenza. Dove i "comunisti", oggi preoccupano più di un tempo. Proprio perché si nascondono e si mimetizzano.
Ciò, naturalmente, non basta a spiegare il clima simpatetico che si è creato fra lui e il pubblico di Vicenza. Più leghista che Pdl. Semmai, forza-leghista. Conta, sicuramente, il fatto che Vendola è percepito come un "eretico" della politica. Proprio per i suoi vizi. La lotta contro i leader del Pd lo ha legittimato ulteriormente. I piccoli imprenditori l'hanno sentito quasi come uno di loro. Lontani e ostili rispetto ai centri del potere politico ed economico. Roma e Torino. Poi, ovviamente, contano la capacità di comunicare. Il linguaggio e la fisicità. Usa metafore e citazioni attraenti. I classici della filosofia e della letteratura. Gli evangelisti. Ma parla di problemi concreti da specialista. Militante e predicatore. Un po' prete e al tempo stesso amministratore ("il migliore del Sud", ha scandito Emma Marcegaglia). Insomma, un politico della prima Repubblica.
D'altronde, ha un'esperienza lunga. Ma si è imposto al di fuori dei partiti e dei leader politici dominanti, nel centrosinistra. Ha approfittato dello spazio aperto dalle primarie, al tempo di Prodi, che immaginava l'Ulivo come un'area larga e comprensiva. Poi, nei mesi scorsi, ha faticato a ri-candidarsi, in Puglia. Ha dovuto battersi non solo contro il candidato del Pdl e dell'Udc (Poli Bortone, di fatto un'alleata). Ma, prima ancora, contro il Pd di D'Alema e di Letta. Per cui è emerso da un processo di dura selezione darwiniana. Una lotta per la vita, dove vince chi riesce a mobilitare risorse ed entusiasmo. Identità e persone. Come nei primi anni '90, quando i partiti tradizionali si erano sgretolati e si aprirono spazi impensabili, in precedenza. Così il ceto politico si rinnovò in fretta.
Per iniziativa della Lega, nel Nord. Nel centrodestra, sulla spinta di Berlusconi. Che creò un partito personale, a propria immagine e somiglianza. Mentre a sinistra il cambiamento si è realizzato soprattutto a livello locale, dove si sono affermati i sindaci. Cacciari, Illy, Rutelli, lo stesso Bassolino.
Poi Chiamparino e Veltroni. Protagonisti di una stagione breve. Perché ogni
esperimento innovativo è stato, per così dire, "normalizzato", quando si è cercato di trasferirlo a livello nazionale. L'Ulivo di Prodi, il Pd di Veltroni: "calmierati" dai gruppi dirigenti centrali (ma anche locali). Sopravvissuti alla prima Repubblica. Hanno fatto del Pd un partito di ex. Un ex-partito. Senza memoria, senza identità. E, al tempo stesso, chiuso, bloccato. Da ciò la difficoltà di produrre una leadership innovativa (non, banalmente, "nuova"). Capace di spezzare le routine, di parlare alla società, generare fiducia e, magari, emozione.
Nel Pd i leader emersi (e che emergono) a livello locale vengono fermati lì. Il "vantaggio competitivo" di Vendola - verrebbe da dire - è di essere cresciuto "fuori dal Pd". Come dire che, nella sinistra, le novità, i Vendola, probabilmente - anzi: certamente - esistono. Ma in queste condizioni, per loro, è quasi impossibile emergere, affermarsi. L' ho scritto altre volte: a Obama, nel Pd, al massimo avrebbero affidato un incarico di consulente all'integrazione in un'amministrazione comunale di sinistra.