Ansa 4.6.10
Libri: Letteratura italiana e cinese in volume double face
ROMA, 4 GIU - Un volo parallelo attraverso i millenni, tra culture e identita' molto diverse. Da Confucio a Shanghai Baby, dalle opere latine di epoca romana al Nobel Dario Fo. E' 'La rosa e la peonia' un libro ''double face'' con il fior fiore della letteratura italiana e di quella cinese, pubblicato da L'Asino d'oro edizioni. Testo bilingue, a cura della studiosa Valentina Pedone, docente di letteratura cinese all'Universita' di Firenze e di Urbino, il libro e' destinato alle nuove generazioni, gli insegnanti, gli studenti, i mediatori culturali, e inaugura una nuova collana 'Cina' della casa editrice di Matteo Fago e Lorenzo Fagioli. Dalle iscrizioni degli indovini sui gusci di tartaruga, tracciate all'epoca della arcaica dinastia Shang, ai romanzi erotici degli anni 2000 alle popolarissime eroine della narrativa web. La storia della cultura e letteratura cinese, da un lato, nei suoi passaggi piu' salienti e dall'altro, quella delle principali vicende letterarie italiane, sono ripercorse nel volume. Scritto in due lingue, questo libro, a cura di Valentina Pedone, e' curato per la parte cinese da Wei Yi, insegnante di letteratura italiana contemporanea presso l'Universita' di Lingue Straniere di Pechino. ''La rosa e la peonia - spiega nella postfazione Valentina Pedone - e' rivolto a tutti coloro che incontrano quotidianamente culture diverse dalla propria, a lettori curiosi ed entusiasti, a chiunque voglia conoscere, imparare e crescere nutrendosi di pluralita'''.
Agi 5.6.10
Libri: È uscito La rosa e la petunia, double face italia Cina
Roma, 5 giu. - Un libro bilingue e 'double face' che racchiude il fior fiore della letteratura italiana e di quella cinese: da Confucio a Shanghai Baby, dalle opere latine di epoca romana al Nobel Dario Fo. E' 'La rosa e la peonia' per le edizioni 'L'Asino d'oro', della studiosa Valentina Pedone in libreria in tutta Italia da venerdi' 4 giugno. Destinatari: le nuove generazioni, insegnanti, studenti e mediatori culturali. Scritto in due lingue, il libro della Pedone, ricercatrice e docente di letteratura cinese presso l'Universita' di Firenze e di Urbino, e' un'opera, dunque, "double face". E "inaugura una nuova collana della casa editrice di Matteo Fago e Lorenzo Fagioli - si legge in una nota - dedicata a letteratura, poesia e saggistica dell'immenso paese orientale dal titolo 'Cina'. La rosa, elegante e profumata, e la peonia, la rosa senza spine, fiore tradizionale della Cina (ne esistono oltre 600 specie), che puo' vivere anche trecento anni, si dividono il fronte e il retro dell'agile volumetto rosso, con due distinte copertine e testi in italiano e in cinese: un modo originale per mettere in comunicazione tra loro cultura e identita' di due Paesi molti diversi e lontanissimi uno dall'altro. I principali eventi letterari di oltre 4000 anni di civilta' cinese, in lingua italiana, si combinano quindi con i "caratteri" ideografici, che narrano invece le tappe fondamentali della storia della letteratura del nostro Paese. Da Confucio a Shanghai Baby, passando per la letteratura nell'epoca maoista, le fasi storiche e artistiche della "Terra di Mezzo" si ibridano in poche pagine, attraverso le epoche, con quelle italiane: una carrellata che va dalla letteratura in latino di epoca romana, fino al premio Nobel Dario Fo, la cui prima piu' evidente differenza si manifesta, per significato e suono, nelle immagini della scrittura". Il libro, spiega la Pedone, e' rivolto "a tutti coloro che incontrano quotidianamente culture diverse dalla propria, a lettori curiosi ed entusiasti, a chiunque voglia conoscere, imparare e crescere nutrendosi di pluralita'. Ai tanti piccoli cittadini cinesi che si incontrano nelle scuole e nelle piazze delle nostre citta', che parlano benissimo l'italiano, che si sentono italiani, che riescono a confrontarsi con tutti senza chiedersi nulla e che sarebbe bello sentire parlare anche in lingua cinese". (AGI) Pat
Agi 5.6.10
Cultura: Bonino, riconoscere identità umana della donna
Impegnata da sempre, 'solitaria e testarda', nelle battaglie sociali e civili per elevare la condizione della donna considerata al piu' un oggetto, Emma Bonino, oggi alza la posta: e' il momento di riconoscere 'l'identita' umana' della donna. Ed ecco che "l'equiparazione dell'eta' pensionabile nel pubblico impiego e' una manovra che l'Europa ci chiede da tempo per ripristinare equita' sociale e per evitare che con risarcimenti pelosi si perpetrino danni nei confronti delle donne che non hanno alcun vantaggio da una uscita anticipata dal mercato del lavoro", si integra con "la difesa" della RU486 quale "scelta insindacabile" della donna e dell'aborto terapeutico contro l'aborto clandestino. "Non e' l'aborto il diritto ma la scelta - precisa - di una maternita' consapevole". Lunedì 7 giugno la Bonino, insieme ad esponenti del Pd di Roma, Giulio Pelonzi e Gianluca Santilli, discutera' sul libro 'L'identita' umana' e la nuova politica di Livia Profeti per le edizioni 'L'asino d'oro'. Ci tiene pero' a precisare che dalla equiparazione dell'eta' pensionabile, una delle battaglie dei Radicali portate avanti in 'solitudine', non verra', "nessun vantaggio se non quello di dover continuare a fare le funambole per ovviare a servizi di assistenza e cura totalmente insufficienti e per giunta avere, per via di una norma anacronistica, qualcosa che sancisce di diritto una discriminazione pecuniaria tra uomini e donne". Ed aggiunge, "sono anni che ci battiamo per l'equiparazione ma l'urgenza di questa misura, in questo preciso momento di crisi e di necessita' di reperire risorse, e' ancor piu' lungimirante e opportuna". Emma la laica non ci sta a ridurre la donna al ruolo di "moglie fedele, madre di famiglia sempre contenta" o di "belle signorine bizzarramente vestite accanto a uomini vestiti di tutto punto" o "manager, che vuole fare carriera, odiosa antipatica e respingente". Insopportabile dunque l'idea della donna relegata a custode del focolare domestico. Ci sono in questo paese, che "si muove guardando lo specchietto retrovisore - ricorda - i teocretini che pare abbiano solo loro valori da difendere". Ma lei la 'fluoriclasse' di Pier Luigi Bersani che ha battuto a Roma con il 54,18% di voti Renata Polverini, non cede di un millimetro, "dico quel penso e faccio quel che dico", ripete. Si' proprio come quella "nobile onesta intelligente 'razza' azionista e giellista", cui appartengono i Radicali. I 'solitari e cocciuti', di ieri erano persone come Piero Calamandrei, Ernesto Rossi, Emilio Lussu, Altiero Spinelli e l'Ingegenere 'acomunista', Riccardo Lombardi che fa parte della "nostra comunita' capitiniana", conclude, quella della non-violenza. (AGI) Pat
l’Unità 5.6.10
A Gaza, dove s’impara
a sopravvivere senza cibo né acqua
Cresce l’attesa mentre si avvicina la nave Rachel Corrie, ultima della Flottilla L’embargo è sempre più stretto. Ora sono vietati anche sapone, cemento persino carta igienica, spazzolini da denti e ceci. Il dramma dei bambini
di Umberto De Giovannangeli
Ragazzini. Un milione e mezzo di abitanti, il 54% ha meno di 18 anni
La sete. Il 90% dei pozzi è contaminato, si compra da bere dai privati
La fame. Tra le merci proibite anche pasta, riso datteri e marmellata
Hamas. È ovunque, controlla l’economia dei tunnel e le opere «caritatevoli»
La Flottilla. «Quei morti per noi sono degli eroi sono shahid, martiri»
Shayma, 13 anni: «Prima della guerra ero davvero brava a scuola, ora non posso studiare»
Muhammad, 7 mesi: «È morto perché con l’embargo non abbiamo strumenti per operare»
Nemmeno al tuo peggior nemico puoi augurare di «vivere» in questa prigione sventrata, con le fogne a cielo aperto, con i bambini che giocano a scalare montagne di rifiuti in una gabbia ridotta ad un cumulo di macerie, isolata dal mondo. Il caldo soffocante moltiplica il bisogno di acqua. Quasi un miraggio, un bene divenuto di lusso dopo tre anni di embargo. Perché nella Striscia il 90% dei pozzi è chimicamente contaminato e l'acqua di casa non è potabile, per cui la gente è costretta a comprare acqua da privati. Neanche al tuo peggior nemico puoi augurare di «vivere» a Gaza. Di vivere in un paesaggio lunare, fatto di crateri che si susseguono per chilometri. Tra quelle macerie, dentro quei crateri si muove una umanità sofferente che scruta il mare perché dal mare può arrivare la Speranza, sotto forma di navi della libertà, come quelle assaltate dagli uomini rana israeliani l’altra notte.
La realtà di Gaza supera ogni metafora – prigione, gabbia, inferno utilizzata per raccontare di una striscia di terra popolata da un milione e mezzo di persone – 1.527.069 secondo l'ultimo censimento in maggioranza (il 54%) sotto i diciotto anni. Gaza dove –secondo una recente ricerca dell'Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi)il numero delle persone che non hanno alcuna sicurezza per l'accesso al cibo e che non dispongono dei mezzi per procurarsi i beni più essenziali come il sapone o l'acqua pulita, è triplicato dall'imposizione del blocco nel giugno 2007. Gaza, dove 300mila rifugiati vivono in condizioni di povertà degradante contro 100mila all'inizio del 2007, con un tasso di disoccupazione tra i più alti al mondo: 41,8%. Gaza, dove il blocco –denuncia la Croce Rossa«continua ad ostacolare gravemente» il trasferimento nella Striscia di attrezzature mediche essenziali, ponendo a rischio le cure immediate e le terapie a più lungo termine di migliaia di pazienti. Gaza, dove il 90% della popolazione dipende dagli aiuti alimentari distribuiti dalle agenzie dell'Onu.
Per entrare all’inferno devi superare a piedi –dopo un meticoloso controllo con fantascientifiche apparecchiature elettroniche da parte israelianail valico di Erez. Sono trecento metri in una terra di nessuno. Lo sguardo abbraccia un orizzonte fatto di macerie. E di bambini. Che camminano tra le rovine degli oltre 4mila edifici distrutti dall’aviazione e dall’artiglieria d’Israele nei 22 giorni dell’operazione «Piombo Fuso»: di quei 4000mila edifici, solo una minima parte sono stati ricostruiti. A Gaza manca il cemento per farlo. Israele ne proibisce l'entrata per timore che serva a ricostruire le infrastrutture di Hamas. Il cemento come mille altre cose: dalla fine di gennaio ci sono restrizioni su carburante, gas per cucinare, materiali per costruire. Poi a febbraio qualcuno ha denunciato che Israele bloccava anche i datteri, le bustine da tè, i puzzle per bambini, la carta per stampare i testi scolastici e la pasta (per Israele non è considerato bene umanitario, solo il riso lo è). Ora nella lista dei materiali proibiti sono entrati anche carta igienica, sapone, spazzolini e dentifricio, marmellata, alcuni tipi di formaggio e i ceci per fare l’hummus. Mancano a Beit Hanoun, a Rafah, Khan Yunis. E ancora: Jabaliya, Bureli, Al Nusayrat, Mughazi, Dayr al Balah, fatiscenti campi profughi trasformatisi in asfissianti centri urbani. Sono trascorsi quasi diciotto mesi da quel 27 dicembre 2008 (inizio dell'offensiva israeliana); 18 mesi dopo, Hamas continua a restare padrone di Gaza. Padrone di una «prigione», ma pur sempre padrone incontrastato.
L'embargo non ha indebolito il movimento islamico. Hamas è ovunque. Nelle organizzazioni «caritatevoli» che dispensano un acconto di cento dollari -un’enormità per chi (oltre 950mila persone) vive sotto la soglia di sopravvivenza– ad ogni famiglia colpita dal fuoco israeliano. Hamas presiede all'«economia dei tunnel», quella che si dipana sottoterra, nella miriade di gallerie che dalla frontiera con l'Egitto (il valico di Rafah riaperto da Mubarak dopo l'assalto alle navi della Freedom Flotilla), fanno arrivare a Gaza merce di ogni tipo. Hamas si è appropriato politicamente delle «Navi della libertà». Almeno diecimila persone hanno partecipato alle manifestazioni organizzate ieri nella Striscia dal movimento islamico contro il blocco israeliano e a sostegno della Freedom Flotilla: a sventolare, per ordine di Hamas, sono bandiere palestinesi e turche. Affianco ai ritratti di sheikh Ahmed Yassin –fondatore di Hamas ucciso dagli israelianicompaiono quelli del «nuovo amico del popolo palestinese», il premier turco Erdogan.
Quello a Hamas è un consenso impastato di rabbia, paura, dolore. Alimentato da una rivendicazione di libertà repressa nel sangue. Per anni Ahmed Al-Jaru aveva sognato il mare, pur vivendo a poche centinaia di metri dalla distesa azzurra. Ma Ahmed e i suoi 9 bambini non potevano arrivarci perché a separarli dal mare c'erano i soldati israeliani che presidiavano uno degli undici insediamenti ebraici nella Striscia. Ora Ahmed e i suoi bambini li incontriamo al vecchio porto di Gaza City. Lui era lì la notte che la festa si è trasformata in tragedia. Era lì assieme a Faisal, Mahmud, Abdel, Zaira, e ad altre migliaia che attendevano la Freedom Flotilla. C'era anche una banda musicale per far festa... Ma a Gaza festeggiare è un sogno irrealizzabile. «Quei pacifisti sono eroi, shahid (martiri), e gli israeliani degli assassini», dice Faisal, 14 anni, il padre ucciso nella seconda Intifada. C'è chi affida il suo pensiero a Internet. È Ola, blogger di Gaza. «Per coloro che pensavano che l'era dei pirati fosse finita... o che rimanesse confinata alla fantasia dei film di Hollywood... Ripensateci. Voi, i martiri della Flotta della Libertà...Gaza voleva accogliervi come vincitori...ma il paradiso vi riceverà come martiri...Le onde del mare e i gabbiani e il tramonto piangono tutti per voi...». «Allah li accolga nel Paradiso degli shahid», le fa eco Yousef, che per sfamare la sua famiglia di undici persone ha ingrossato le fila dell'«esercito» di uomini-talpa che lavorano sottoterra al confine con l'Egitto. Un collega della Tv francese prova a dirgli: non dovete perdere la speranza. La risposta di Yousef è un pugno allo stomaco: «Non possiamo perdere una cosa che non abbiamo».
C'è animazione al porto. Si è sparsa la voce che un’altra nave di Freedom Flotilla la «Rachel Corrie», con a bordo la Premio Nobel per la pace, l'irlandese Mairead Maguire, e il suo connazionale Denis Halliday, ex vice segretario generale delle Nazioni Unite è in avvicinamento alle coste di Gaza. «Siamo partiti per consegnare questo carico alla popolazione di Gaza e quello intendiamo fare è forzare il blocco di Gaza... Non abbiamo paura», fa sapere dalla nave, Mairead Maguire. La nave è carica di materiale da ricostruzione, 20 tonnellate di carta e molti altri prodotti che Israele rifiuta alla popolazione della Striscia. «Di navi ne dovrebbero arrivare cento al giorno per portarci via di qua», sussurra Zaira, dieci anni che tiene per mano il fratellino Yasser, tre anni. A Gaza le prime vittime sono i bambini. Bambini come Shayma, 13 anni, la cui casa è stata distrutta 18 mesi fa dai bombardamenti israeliani e ancora oggi vive con sei fratelli in una baracca di lamiere. Fredda d'inverno, torrida d'estate. «Ho smesso di fare le cose che mi piacevano, disegnare, giocare – dice Shayma -. Non mi piace neanche più guardare la televisione». Shayma ha solo tredici anni, ma il suo sguardo, la sua voce raccontano di una infanzia sfiorita nell'inferno di Gaza. «Prima della guerra ero davvero brava a scuola, avevo buoni voti, adesso non lo sono per niente e ho paura che non riuscirò più a diventare dottore...». Anche Mahmud, 15 anni, ha perso la casa e ora vive in una tenda: «Non ho più sogni. Vorrei sentirmi come se avessi di nuovo una casa». Dalla prigione non si esce. Nella prigione si può solo morire. Anche se non hai alcuna colpa. Anche se hai solo sette mesi. Con le lacrime agli occhi, Yasmeen mi mostra una foto di Muhammad, il suo bambino. Due occhioni neri, un sorriso che apre il cuore. Ma il cuore di Muhammad Akram Khader non batte più. La sua morte – spiega Mu'awiya Hassanein, direttore generale dei servizi di Pronto soccorso nella Striscia è avvenuta a causa di un rigonfiamento del cervello, che richiedeva cure disponibili solo fuori Gaza a causa dell'embargo.
Muhammad è morto dopo che alla sua famiglia non è stato permesso di ricoverarlo in ospedali israeliani.
«Noi bambini diversi» Cosa sia crescere a Gaza, lo racconta Sani Yahya: un missile sparato da un F16 israeliano fece saltare per aria la festa del suo quindicesimo compleanno, uccidendo alcune delle sue sorelle e cugine. A Sany quell'attacco è costato il suo braccio sinistro: «Noi, bambini di Gaza, non siamo come gli altri –dice Sany che incontriamo a casa dei suoi nonni, alla periferia di Gaza City-. Da sempre dormiamo tutti insieme, abbracciati gli uni gli altri nello stesso letto per paura degli F16 che sorvolano di continuo le nostre case. Non parlo solo di adesso, di questa guerra. Noi siamo cresciuti così: senza luce e senz’acqua ogni volta che gli israeliani decidono di tagliarci l’energia; con l’eterna paura degli attacchi di punizione per i missili di Hamas e delle incursioni nelle nostre case. La mia scuola è stata bombardata tre volte in due anni. Non abbiamo diritto ad imparare né a sognare un futuro migliore. Nemmeno alla mia festa di compleanno avevo diritto...”. Il 31 luglio 2009, sulla spiaggia di Gaza, tremila bambini fecero volare in cielo gli aquiloni. Avevano sognato di volare con loro. Superando l'assedio, rompendo l'embargo. Volare via da quell'inferno chiamato Gaza.
l’Unità 5.6.10
La fortezza della paranoia
di Moni Ovadia
L’assetto psicologico che caratterizza i leader dell’attuale governo israeliano è ben rappresentato da una sola frase che il suo ministro della difesa Ehud Barak, il soldato più decorato della storia di Israele, ha pronunciato in occasione del discorso di congratulazione agli uomini del commando che hanno bloccato la Freedom Flottilla con un massacro:«...qui [in Medio Oriente] non c’è pietà per i deboli e non si da una seconda chance a chi non si difende». Eccola qui la Israele-fortezza delle vittime che ha in mente un politico con questa terribile visione. Andando di questo passo forse potrebbe proporre di istituire una Rupe Tarpea per i deboli come i refusnik, i soldati e gli ufficiali renitenti che sono pronti a dare la vita per il loro paese ma non sono disposti a massacrare civili a casa d’altri, o come lo scrittore Amos Oz perché sostiene che l’uso della forza è lecito solo a scopi puramente difensivi e non per colonizzare e schiacciare militarmente un intero popolo, o come Manuela Dviri scrittrice israeliana che ha perso un figlio in Libano per queste parole:« dopo tutto quell’assedio (della striscia di Gaza) figlio dell’ossessione militare e politica al dio della sicurezza, ci costringe a vivere, noi stessi, in un infinito stato d’assedio, chiusi in un invisibile fortino, isolati e condannati dai popoli. Adesso dicono che bisogna spiegare al mondo le nostre ragioni...non c’è nulla da spiegare. C’è solo da fare. C’è da ritirarsi finalmente, e per sempre, dai territori. E da Gaza!» Purtroppo queste parole non toccheranno né i cuori né le menti di questi ottusi governanti e dei loro fan acritici in Israele e nel mondo che vedono in Israele la vittima anche quando il suo esercito occupa e opprime e suoi cittadini colonizzano e rubano terre e vita ai palestinesi. A noi gente di pace e dialogo per rispondere a questa paranoia basta un nome: Itzkhak Rabin.
l’Unità 5.6.10
«Privato è peggio per gli operai della Cina»
La scrittrice: «Ritmi massacranti, molti divieti e straordinari non pagati, meglio le aziende di Stato. Ma oggi i lavoratori cominciano a chiedere»
Intervista a Lijia Zhang
di Marina Mastroluca
Suicidi. «Su internet ho letto commenti di questo tipo: “Perché uccidersi in fabbrica? Meglio organizzare una protesta”»
Per essere una fabbrica non è male. C’è anche la piscina e l’ospedale». Steve Jobs, boss della Apple, cancella con qualche battuta la pubblicità negativa che insudicia l’immagine asetticamente avveniristica del suo ultimo gioiello. Alla fabbrica dei suicidi, quella Foxconn di Shenzhen dove nascono gli I-pad, hanno steso delle reti protettive e assoldato una trentina di monaci buddisti e psicologi per prevenire nuovi tentativi. L’impresa taiwanese che prima aveva imposto ai lavoratori un impegno scritto a non suicidarsi e alle famiglie la rinuncia preventiva a rivalersi sull’azienda ha fatto un passo indietro e ha concesso un aumento salariale. Più soldi e migliori condizioni in fabbrica dovrebbero bastare, questa è anche la speranza del boss della Apple.
Per due volte in pochi giorni la vita nelle fabbriche cinesi è finita sotto la lente dei media. Dopo la Foxconn, in un impianto della Honda i 1900 operai tutti giovani hanno scioperato bloccando la produzione in 4 stabilimenti: paghe troppo basse, chiedevano il doppio dei loro 150 dollari al mese. Per Lijia Zhang, scrittrice e giornalista cinese, operaia ai tempi di Mao, come ha raccontato nel suo libro «Socialismo è grande» (Cooper), è il segno di una maggiore consapevolezza dei lavoratori. Operai che scioperano, non è all’ordine del giorno in Cina.
«In effetti è così, anche se è sicuramente più frequente di quanto non fosse nel passato. Molto dipende dal fatto che i sindacati non funzionano, non difendono i diritti dei lavoratori. Quanto alle proteste alla Honda va detto che i salari nelle fabbriche giapponesi in Cina sono particolarmente bassi, più di quanto non siano in aziende britanniche, o italiane. Ora lo sciopero è finito e sono stati concessi degli aumenti. Ma c’è un’altra cosa interessante...»
E cioé?
«La coincidenza di queste proteste con la serie di suicidi alla Foxconn. Mi è capitato di leggere su internet commenti di questo tenore: “Se non sei contento di come vanno le cose, perché uccidersi? Meglio organizzare una lotta”. Ed è esattamente quello che è successo, con gli scioperi e la richiesta di aumenti salariali. C’è stata poi anche una pressione da parte delle autorità centrali cinesi, perché si prestasse maggiore attenzione ai diritti dei lavoratori. Si è creata una serie di circostanze favorevoli». Solo un problema salariale dietro ai suicidi?
«No, certo. Per esempio alla Foxconn gli operai sono costretti a sottoscrivere la disponibilità “volontaria” a fare straordinari. Ci sono ritmi di lavoro estremamente intensi 12 o più ore di lavoro al giorno davvero un rischio per la salute mentale. In particolare per i lavoratori emigrati, che sono molto soli e si trovano in città dove non si sentono accettati. Guardando ai singoli casi, le ragioni dei suicidi sembrano spesso insignificanti: soldi persi, la rottura con un fidanzato. Ma la ragione vera è la profonda infelicità: sono giovani che speravano di avere in cambio dei loro sacrifici almeno i soldi da mandare a casa ma neanche il denaro è abbastanza». Che cosa è cambiato da quando lei era operaia in una fabbrica? Nel suo libro lei parla di una «polizia mestruale»: un controllo ossessivo nella vita privata degli operai. «Devo dire che io lavoravo per un’impresa statale. Anche oggi le condizioni di lavoro in questo tipo di fabbriche sono spesso migliori che nel settore privato, dove non sempre vengono rispettate le regole. Per esempio non vengono pagati gli straordinari. E ci sono regolamenti interni molto rigidi: non si può parlare, si viene sgridati. Per certi versi si può dire che le condizioni di lavoro siano persino peggiorate rispetto al passato. Ma anche che i lavoratori cominciano a chiedere. E a differenza che nel passato hanno maggiori opportunità di lasciare la fabbrica: io mi sentivo in fondo ad un pozzo. Ora è diverso».
C’è una maggiore consapevolezza dei propri diritti? «Politici non direi. Alla fine degli anni ‘80 c’era l’idea di poter arrivare a riforme politiche. Dopo l’89, dopo Tianamen, non è più così, non c’è questa speranza. Ma c’è sicuramente più consapevolezza dei diritti individuali».
Anche quest’anno ci sono stati arresti in occasione dell’anniversario di Tienanmen. Lei stessa aveva partecipato alle proteste dell’89. È ancora una ferita aperta?
«Non se ne parla. È in qualche modo tabù. I giovani non ne sanno un granché e non solo perché è accaduto 21 anni fa. È perché nessuno glielo ha insegnato».
E per quello che la riguarda, quale è il suo grado di libertà? «Non bisogna immaginare la Cina come un Grande fratello che controlla tutto. È una realtà confusa. Io non mi definisco una dissidente, non appartengo a nessuna organizzazione. Mi limito a scrivere in inglese. E il mio libro non è stato tradotto in cinese. Si può comprare su Amazone, certo, ma la pubblicazione non è mai stata autorizzata».
l’Unità 5.6.10
Vittorio Foa dal carcere all’Europa
La politica intesa come azione, le radici dell’europeismo, la vibrante polemica antirazzista: ecco le lettere di un gigante della sinistra italiana scritte negli otto anni passati dietro le sbarre durante il regime fascista
di Federica Montevecchi
L’epistolario. In otto anni poté comunicare solo con i familiari più stretti
Vittorio Foa riteneva le lettere che aveva scritto dal carcere fascista la memoria di riferimento della sua lunga vita: ne parlava spesso, ne ricordava con precisione brani, che poi voleva rileggere e verificare, e tutte le volte ogni lettura, lungi dal risolversi in un omaggio al passato, apriva inesauribili possibilità di riflessione e di discussione. Questo accadeva non soltanto perché Vittorio viveva la vecchiaia in maniera progettuale, con rare concessioni alla malinconia, ma anche perché il suo epistolario si presta a interpretazioni molteplici. Esso è a un tempo il documento di un'esperienza storicamente fonda-
mentale, la testimonianza indiretta di un mondo, quello della Torino antifascista degli anni ’30 del Novecento, e il resoconto di una educazione politico-intellettuale. L’intreccio di questi aspetti si riflette naturalmente anche nella scelta di lettere (o di parti di lettere) che Vittorio preparò, nell'estate del 2008, per questa edizione: il criterio adottato per tale scelta era riconducibile in primo luogo al bisogno di mettere in risalto quello che egli riteneva essere il suo carattere prevalente, vale a dire quell'identità profonda e invariabile che permane in ogni età e nelle mutevoli espressioni dell’esistenza. Le comunicazioni ai genitori e alla famiglia, le riflessioni, le analisi di libri contenute in questa scelta di lettere mostrano come il carattere prevalente di Vittorio fosse intellettuale: questo era il continuum che costituiva il suo modo di essere e che, per il legame inscindibile di intellettualità e politica, ha trovato necessariamente e coerentemente espressione nei diversi ruoli che egli ha ricoperto nella vita pubblica italiana. Prova di tutto ciò è dunque la vita stessa di Vittorio a partire proprio dall'esperienza del carcere, luogo dove egli trascorse gran pate della giovinezza, dai 25 ai 33 anni. (...)
Negli otto anni, tre mesi e otto giorni di reclusione a Vittorio Foa fu concesso di comunicare soltanto con i famigliari più stretti per mezzo di lettere che inizialmente avevano cadenza bisettimanale e poi, dopo il processo, cadenza settimanale: alcune lettere straordinarie erano permesse in occasione delle festività o per comunicare alla famiglia eventuali trasferimenti. Della corrispondenza di questi anni ossia delle 525 lettere, cinque cartoline postali e un telegramma conservate dai genitori di Vittorio restano 498 lettere e quattro cartoline postali.
Nel carcere fascista per scrivere la lettera era concesso un solo foglio quasi sempre di carta assorbente e a spese del detenuto che con lo scoppio della guerra venne ridotto alla metà; ogni lettera era poi sottoposta al controllo della censura presso la direzione centrale della polizia politica (OVRA) al ministero dell’Interno e lì in alcuni casi archiviata, in altri censurata parzialmente, a volte con inchiostro spennellato, altre volte con i tratti minuti di un pennino. Nell’epistolario sono presenti 103 lettere censurate parzialmente e solo tre di queste più alcune righe di altre due furono lette, all’epoca dell’edizione integrale, nella parte coperta grazie all’impegno dell’Istituto di patologia del libro e della Polizia scientifica; per quanto riguarda le lettere trattenute dalla censura, infine, resta tuttora valida l’ipotesi che si possano ancora trovare negli archivi del ministero dell’Interno. (...) Nelle lettere selezionate per questa edizione le riflessioni di Vittorio su se stesso e sulla sua esperienza carceraria si intrecciano con analisi storiche, economiche e letterarie che mostrano il suo modo di pensare e, al tempo stesso, anticipano alcuni dei temi che resteranno per lui essenziali. (...) È sempre attraverso il richiamo all’azione, alla necessità di una politica che sia tale, e cioè capace di comprendere il proprio tempo e di agirlo, che Vittorio risponde anche alla campagna razziale e al dolore di assistere dal carcere alla dispersione della propria famiglia. (...) Anche in questo momento drammatico Vittorio cerca di capire, di trovare il senso degli accadimenti: interessante a tal proposito è, ad esempio, la lettera del 7 luglio 1938 si afferma l’inutilità delle frequenti conversioni di ebrei al cattolicesimo poiché appariva chiaro che la persecuzione antisemita non aveva carattere religioso ma razzista. (...) Rivendicare l’appartenenza al proprio tempo significa anche condividerne le responsabilità riconoscendo, soprattutto nel caso della campagna razziale, che è solo «la diretta esperienza del male che può dare a noi uomini comuni la piena coscienza del male e della necessità di combatterlo; fuori di quella esperienza si dicono delle belle parole e si dorme».(...)
L’EUROPEISTA RESPONSABILE
Va da sé che la Resistenza e la storia successiva alla seconda mondiale avrebbero mostrato come la lotta contro il nazi-fascismo «richiedeva anche il recupero di quelle identità nazionali che il nazismo aveva tentato di annullare e che erano le precondizioni per avviarsi a disegni più alti». Il fatto stesso che, già all’epoca del carcere, Vittorio fosse un convinto europeista e, al tempo stesso, orgoglioso della sua identità italiana formata sulla memoria risorgimentale (...) è l’esempio più chiaro della duplicità dell’idea di nazione, del fatto cioè che anche le forme politiche più nobili sono soggette a rischi di degenerazione risultando così tanto positive quanto potenzialmente negative. Questa ambiguità, che si riflette inevitabilmente nel linguaggio politico, costituisce un richiamo indiretto alla responsabilità, che per Vittorio Foa era il criterio primo dell’azione politica e punto di vista privilegiato da cui guardare alla storia del Novecento.
Repubblica 5.6.10
La battaglia non è finita
di Stefano Rodotà
Ora che sembra profilarsi una qualche marcia indietro, varrebbe la pena di stilare un impietoso catalogo delle dichiarazioni tracotanti che, nei giorni scorsi e nei luoghi più disparati, erano venute da "autorevoli" esponenti di governo e maggioranza per difendere le norme contenute nel disegno di legge sulle intercettazioni.
Norme di cui si proclamavano l´assoluta necessità e immodificabilità per tutelare i diritti delle persone, l´intangibilità dello Stato di diritto, e via imbrogliando. Sarebbe un buon servizio per i cittadini, almeno per quelli che vogliono mantenere una attitudine critica verso chi li rappresenta e governa. Ma non credo che avrebbe alcun effetto su un ceto politico ormai abituato ad una disinvoltura che sconfina in una sfrontatezza che fa negare l´evidenza, dimenticare le dichiarazioni del giorno prima, dire tutto e il suo contrario. Per questo bisogna mantenere un giusto distacco, essere massimamente cauti di fronte all´annuncio di emendamenti che dovrebbero migliorare quel testo sciagurato.
Costretti a rimettere le mani su norme di cui al Senato si erano addirittura induriti gli aspetti più aggressivi, Berlusconi e i suoi hanno conosciuto una sconfitta politica, resa possibile dal congiungersi di diversi fattori. Una opposizione parlamentare finalmente determinata. Una attenzione vigile di quegli organi istituzionali ai quali spetta sempre il compito di vegliare sul rispetto della legalità repubblicana, questa volta il presidente della Repubblica e il presidente dalla Camera. Un movimento che ha coinvolto direttamente centinaia di migliaia di persone, che si è manifestato nelle piazze virtuali e in quelle reali, che si è progressivamente allargato con una benefica "discesa in campo" dei più diversi gruppi e associazioni, di editori d´ogni parte, del sistema dell´informazione con quasi tutte le sue componenti più significative. Non dirò che proprio da qui, da questa reazione diffusa e determinata, sia venuto l´impulso maggiore. Ma è certo che questa sorta di mobilitazione generale e quotidiana ha dato il senso di una urgenza, di un confine non valicabile, che ha messo le istituzione di fronte a tutta la loro responsabilità, all´impossibilità di girare la testa dall´altra parte.
Vinta una battaglia, però, bisogna sempre ricordarsi che si può perdere la guerra. Per questo occorre mantenere la tensione, essere rigorosissimi nella valutazione delle novità o presunte tali, non correre frettolosamente alla conclusione che comunque qualcosa si è ottenuto e che non è il caso di cadere nel peccato dell´intransigenza. Non è tempo di sconti, non si può finire nella trappola vecchissima di chi chiede mille, finge poi di negoziare, scende a novecento, convince il compratore che questo è "un buon punto di equilibrio" e così porta a casa quasi tutto quello che si era prefisso, illudendo la controparte d´aver fatto un affare. Non si è alzata la voce oltre il giusto, e oggi non è venuto il momento di abbassarla. Si è detto a chiare lettere che si stava consumando un attentato alla democrazia, che vanificare aspetti essenziali del controllo di legalità e imbavagliare l´informazione determinava un cambiamento di regime. È questo il metro che dobbiamo continuare ad adoperare, anche a costo di scontentare quelli che non vedono l´ora di trovare un pretesto per dire che non è più il caso di agitarsi.
Tre sono le istruzioni che debbono guidarci in questa nuova fase. La prima impone di non dare giudizi definitivi prima d´aver letto le proposte della maggioranza: qui, davvero, il diavolo si annida nei dettagli, soprattutto quando si tratta di disciplinare uno strumento importante e delicatissimo qual è quello delle intercettazioni. La seconda riguarda la necessità di guardare all´intero circuito informativo: la limitazione delle possibilità d´indagare porta con sé l´impossibilità di conoscere e rendere pubbliche vicende rilevanti, così come il ritorno a norme più ragionevoli sulle intercettazioni non può compensare il mantenimento di limiti gravi al diritto d´informare e essere informati. La terza suggerisce di non abbandonare la messa a punto di una strategia capace di contrastare efficacemente il permanere di limitazioni alla libertà di manifestazione del pensiero: disobbedienza civile, ricorsi alla Corte costituzionale, lettura in Parlamento dei documenti "vietati".
Da quel che si apprende, l´emendamento della maggioranza conterrebbe alcune aperture per quanto riguarda la durata delle intercettazioni, ma questa possibilità sarebbe accompagnata da una macchinosa procedura che, per i reati ordinari, prevede una richiesta di proroga ogni 48 ore, con evidentissime complicazioni organizzative e con le difficoltà derivanti dall´obbligo di indicare ogni volta ragioni per la prosecuzione dell´intercettazione diverse da quelle prodotte in precedenza. Rimarrebbe immutata la norma riguardante la prima autorizzazione ad intercettare, che dovrebbe essere rivolta al tribunale distrettuale: una procedura motivata con l´argomento che una valutazione collegiale garantisce meglio dal rischio di abusi, ma di cui è stata da più parti sottolineata la irrazionalità. Tre giudici al posto di uno, quando un solo magistrato può addirittura condannare all´ergastolo in caso di rito abbreviato; lungaggini e problemi di sicurezza legati al trasferimento dell´intero fascicolo processuale (anche molti "faldoni") in una sede diversa e lontana da quella delle indagini; difficoltà per le sedi con organico ridotto, perché i magistrati partecipanti all´autorizzazione diverrebbero poi "incompatibili" per la celebrazione dei relativi processi. La necessità di evitare abusi, e di responsabilizzare maggiormente i magistrati, rischia così di produrre derive analoghe a quelle determinate in passato da norme, che, introdotte con l´intento di garantire meglio i diritti dell´indagato e dell´imputato, hanno contribuito grandemente ad accrescere i tempi processuali.
Si presentano come emendamenti migliorativi quelli riguardanti la possibilità di effettuare intercettazioni ambientali e di registrare e trasmettere le udienze. Di nuovo, però, il giudizio è sospeso in attesa di leggere i testi relativi. E lo stralcio della norma riguardante le conversazioni degli appartenenti ai servizi di sicurezza, accolta con favore da maggioranza e opposizione, richiederà molta attenzione in futuro, per evitare che una nuova disciplina venga orientata verso ampliamenti ulteriori del segreto di Stato, seguendo una discutibile sentenza della Corte costituzionale e creando una situazione che contrasta assai con le esigenze, riemerse proprio in questi giorni, di uscire dall´oscurità tutte le volte che vi siano situazioni pericolose per le istituzioni.
Sul versante dell´informazione, la novità sarebbe rappresentata dal ritorno alla norma del testo a suo tempo approvato dalla Camera, e poi cancellato dal Senato, secondo il quale è lecita la pubblicazione "per riassunto" degli atti giudiziari. Ma questo passo in avanti non scioglie una grave contraddizione. Rimane, infatti, il divieto di pubblicare in qualsiasi forma, dunque anche per riassunto, il contenuto delle intercettazioni, anche quando queste non siano più segrete. Poiché, per giustificare questo divieto si ricordano indubbi abusi del passato, è bene ripetere per l´ennesima volta che gli abusi e le violazioni della privacy si evitano con divieti mirati, riguardanti le conversazioni di chi sia estraneo alle indagini o le parti non rilevanti delle conversazioni degli stessi indagati. Il resto non ha nulla a che fare con la privacy, ma riguarda la trasparenza del potere, il diritto dei cittadini di controllare chiunque abbia ruoli pubblici, com´è chiaramente stabilito fin dal 1998 dal Codice di deontologia dell´attività giornalistica. E che dire della sanzione a carico degli editori che, pure dopo lo sconto da 465.000 a 309.000 euro, legittima un potere di controllo dei proprietari, aprendo così la strada ad una censura di mercato?
No, non siamo ancora entrati in una zona di bonaccia.
Repubblica 5.6.10
Ecologia e ambiente
Per Heidegger su questa parola si basano tutte le lingue Aristotele, Kant e Chomsky però la ridimensionano
La meravigliosa debolezza del verbo essere
a cura di Antonio Cianciullo
L´ontologia è la disciplina filosofica che si occupa dell´essere, ed è stata battezzata molto tardi (per i tempi quasi biblici della filosofia), all´inizio del Seicento, partendo da ontos, il genitivo del participio presente di einai, "essere" in greco. La sua domanda fondamentale, d´accordo con il filosofo americano Willard Van Orman Quine (1908-2000) è "Che cosa c´è?". In un certo senso Andrea Moro, professore di Linguistica generale presso il San Raffaele di Milano si mette a indagare il seguito della frase, non in Quine, ma in Ornella Vanoni e Gino Paoli: «C´è che mi sono innamorato di te», e si chiede che cosa esattamente significhi questo "C´è". La sua scienza non riguarda gli enti, ma il verbo essere, e Moro propone ironicamente di chiamarla "einaiologia", da einai. Diciamo subito che, al di là della linguistica, l´einaiologia è utilissima per l´ontologia, e aiuta a liberarla da tante fisime, in particolare quella secondo cui il verbo essere sarebbe un verbo fortissimo, che, come una specie di Atlante, regge il mondo sulle proprie spalle.
La formula canonica del giudizio, S è p, un certo soggetto è un certo predicato, "il tavolo è nero", "Socrate è musico", porta in sé qualcosa del "fiat lux", della creazione del mondo. Heidegger scriveva con una certa ebbrezza che se nella lingua mancasse la parola "essere" non è che avremmo una parola in meno, non avremmo nessuna lingua. All´iperbole soggiaceva anche il solitamente sobrio Quine, perché alla domanda "Che cosa c´è?" rispondeva "C´è tutto", lasciando intendere che il verbo essere conferiva una esistenza, sia pure umbratile, a tutto quanto, compresi i ferri lignei e i rotondiquadrati. In questo titanismo si cela un retrogusto di prova ontologica, quasi che la copula è facesse esistere le cose, o quantomeno che nella terza persona dell´indicativo presente del verbo essere si nascondesse il segreto dell´esistenza.
Ed è qui che, a svegliare l´ontologia dal suo sonno dogmatico, interviene l´einaiologia. Prendiamo la frase "Vietato attraversare i binari". Se io metto "È vietato attraversare i binari" cambia qualcosa? No, il concetto resta tale e quale. Kant, nel dire che "essere" non è un predicato reale, bensì una posizione assoluta, ha messo tutti sull´avviso. Pretendere che l´essere aggiunga qualcosa a un concetto è un po´ come andare al bar e ordinare una birra piccola, chiara e reale: quell´ultima specificazione apparirebbe bizzarra e lascerebbe di stucco il barista. Che cosa cambia allora? È il tempo. Potrei mettere «era vietato attraversare i binari» (e ora non lo è più) o «sarà vietato attraversare i binari» (e non lo è ancora). Essere e tempo? Sì, proprio così, in Aristotele molto prima e molto meglio che in Heidegger: la copula "è" in S è p, non serve per far esistere le cose (al punto che se dicessi "Beato lui!" dovrei necessariamente supporre che il giudizio implichi "Lui è beato"), ma serve essenzialmente per marcare il tempo, nella fattispecie il presente.
Questo è il primo degli indebolimenti dell´essere a cui si impegna Moro, che però non si limita al recupero di Aristotele e Kant, ma ne propone un secondo sulla scia della linguistica di Noam Chomsky: il verbo essere è flessibilissimo, cioè, appunto, più debole di altri verbi. In italiano, osserva Moro con una scoperta originale, in una sequenza sintagma nominale / verbo / sintagma nominale (in parole più imprecise nome / verbo / nome), il verbo si accorda sempre con il sintagma nominale di sinistra: si dice "Caino uccise Abele e Pinocchio", e non "Caino uccisero Abele e Pinocchio". Quando però il verbo è l´essere, le cose vanno diversamente. Posso dire sia "Due foto del muro furono la causa della rivolta", sia "La causa della rivolta furono due foto del muro", dove il verbo si accorda con "due foto sul muro", il sintagma nominale di destra. Abbiamo dunque sia la frase copulare canonica, sia la frase copulare inversa, e questo appunto perché il verbo essere è molto più arrendevole degli altri.
Questa breve storia del verbo essere non è una storia, ma una teoria, però siamo contenti lo stesso. L´asimmetria tra il ruolo centrale degli enti (naturali, ideali, sociali) nella nostra vita e l´evanescenza del verbo essere ci fa toccare con mano, ancora una volta, la differenza tra ontologia, quello che c´è, e l´epistemologia, quello che pensiamo e diciamo a proposito di quello che c´è. Hanno sbagliato i filosofi a pretendere che l´essere costituisse il linguaggio o che il linguaggio costituisse l´essere. Niente di grave. Proprio perché quello che c´è ha in una grande quantità di casi una bellissima autonomia rispetto a tutti i linguaggi e a tutte le teorie, ci può essere ontologia, che si chiede "Che cosa c´è?", e indaga gli enti (cioè in parole povere gli oggetti) in quanto possono anche rivelarsi indipendenti dalle nostre cogitazioni e formulazioni linguistiche. E ci può essere einaiologia (da intendersi come una branca dell´epistemologia), che studia frasi tutt´altro che trasparenti – anche dal punto di vista linguistico – come «C´è che mi sono innamorato di te».
il Riformista 5.6.10
Prodi vede un «Vis-conti»
Vendola vuole la piazza
e il Pd fa contro-proposte
di Ettore Colombo
qui
http://www.scribd.com/doc/32558309/il-Riformista-5-6-10-p6
Repubblica 5.6.10
Nessuna pietà per chi chiede asilo
Il senso del libro di Laura Boldrini sta tutto nel titolo: Tutti indietro. Dove "tutti" sono i richiedenti asilo, i profughi e i rifugiati che l´autrice, portavoce dell´Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), ha incontrato in anni di lavoro dai Balcani all´Afghanistan, passando per l´Africa e il Medio Oriente, fino ad arrivare in Italia. Spinta dall´attualità – ovvero la decisione dell´estate 2009 del governo Berlusconi di respingere in mare tutti coloro che tentano di raggiungere il paese in barca – Boldrini racconta chi sono e da dove arrivano quelli che l´Italia manda via senza neanche guardarli in faccia: somali, afgani, sudanesi, ghanesi, iracheni. «Se sei in mezzo al mare perché nel tuo paese c´è la guerra poco importa. Se sei su un gommone perché a casa rischi la tortura è lo stesso», scrive. Eppure, a guardarli da vicino, questi «sono soltanto esseri umani che non hanno il privilegio di vivere a casa loro e cercano altrove pace e sicurezza». Laura Boldrini dà voce alle loro storie: e all´Italia "che c´è ma non si vede", fa di tutto per aiutare e in questo modo salva la coscienza del paese.
Repubblica 5.6.10
Una grande mostra al Santa Maria della Scala, al Battistero e al Duomo In prestito opere preziose ottenute grazie a sei anni di preparazione
Da Jacopo a Donatello Siena celebra il suo ‘400
SIENA. Ricordate il divertente spot pubblicitario che magnificava un pennello da imbianchini, giocando argutamente sulla inversione «pennello grande, grande pennello»? Ebbene, di fronte a tante maxirassegne dalla millantata grandezza viene spontaneo chiedersi se è ancora possibile allestire «grandi mostre» e non solo «mostre grandi».
Una squillante risposta affermativa al nostro quesito giunge in questi giorni da Siena, dove in quello straordinario palinsesto di storia artistica e sociale cittadina che è lo Spedale di Santa Maria della Scala, e nei due vicini ambienti del Battistero e della Cripta del Duomo, si può visitare una mostra che non esito a definire la più importante e anche spettacolare dell´odierna stagione: «Da Jacopo della Quercia a Donatello. Le Arti a Siena nel primo Rinascimento», a cura di Max Seidel, fino all´11 luglio).
Si tratta di una rassegna di ampio respiro, che allinea un numero imponente di sculture, dipinti, disegni, oreficerie e tessuti, a testimonianza di una stagione artistica vivacissima durata oltre mezzo secolo, dal 1400 al 1460. Ma questi dati quantitativi, come ho anticipato, non sarebbero di per sé sufficienti a farne una «grande mostra». Altri infatti sono i fattori che rendono questa esposizione memorabile, dalla progettazione in ogni minimo dettaglio all´affidamento di ogni singola sezione ad alcuni tra i migliori esperti in materia. O ancora, l´aver saputo sfruttare al meglio le eccezionali opportunità offerte dai luoghi in cui è allestita, integrando le opere convenute dai musei di ogni parte del mondo con quegli straordinari complessi scolpiti o dipinti che lo Spedale e il Battistero offrono in pianta stabile.
Ma tutte queste, a ben vedere, sono solo concause della buona riuscita della rassegna: la causa prima, il fattore-chiave all´origine di tutto è un altro, e Max Seidel lo rivendica orgogliosamente fin dall´insolito titolo, «Sei anni di preparazione», della sua introduzione al catalogo. In paesi di maggior civiltà espositiva del nostro (che da tempo sembra aver rinunciato al ruolo guida conquistato in questo campo negli anni ´50 e ‘60), un´incubazione di parecchi anni per una grande mostra non è l´eccezione, ma la norma. Ma nel trafelato fast food espositivo che impazza oggi da noi, una simile richiesta suona come un´insensata e snobistica pretesa. Ha pertanto ragione Seidel a dichiarare tutta la sua gratitudine agli sponsor, prima fra tutti la Fondazione del Monte dei Paschi, che hanno accettato senza fiatare questa sua «precondizione». D´altra parte è solo grazie all´autorevolezza dei richiedenti e ai tempi lunghi di una preparazione certosina che si deve il dato quantitativo, questo sì determinante nel qualificare la mostra, di cui Seidel giustamente si compiace: delle tante richieste di opere in prestito da lui avanzate alle raccolte, pubbliche e private, di tutto il mondo, ben l´87% sono state esaudite. Una percentuale eccezionale, specie se si tien conto che si è trattato quasi sempre di sculture o di opere su tavola delicatissime. Grazie a questi prestiti è stato possibile ricostruire in mostra, recuperandone le disiecta membra sparse ai quattro angoli del mondo, la Pala di San Pietro a Ovile di Matteo di Giovanni, alcuni polittici cruciali di Giovanni di Paolo, il famoso Trittico dell´Arte della Lana del Sassetta e la stupefacente Pala di S. Antonio Abate del Maestro dell´Osservanza. E si è potuto esporre le sculture originali della Fonte Gaia, accanto ai due frammenti di pergamena(uno proveniente da New York, l´altro da Londra) in cui Jacopo della Quercia vergò il progetto per quel suo capolavoro destinato alla Piazza del Campo.
Sono queste le differenze tra una bella mostra e una mostra che fa epoca. Differenze che sono perfettamente percepite tanto dal grande pubblico che dagli studiosi. Studiosi che nel vedere l´una accanto all´altro tutte le opere principali del Maestro dell´Osservanza e di Sano di Pietro potranno dire una parola definitiva sull´eterna querelle che divide chi li considera due maestri diversi da chi invece sostiene che il primo altri non è che Sano da giovane.
Ma queste sono solo alcune delle tante leccornie imbandite da una mostra che offre in apertura una vera e propria rassegna monografica dell´eroe del primo Rinascimento senese, Jacopo della Quercia, che con la sua scultura, elegante e al contempo vigorosa, si mantiene in bilico tra squisitezze gotiche e prorompente plasticità rinascimentale, incarnando alla perfezione la riluttante e un po´ trasognata ambiguità di questa stagione dell´arte senese, incerta tra nostalgia di un illustre passato e aperture sul futuro. Un dilemma che è plasticamente sintetizzato in mostra anche dal confronto ravvicinato tra una Madonna con il Bambino in terracotta di Jacopo e una folgorante interpretazione dello stesso tema proposta da Donatello.
Uno degli snodi più spettacolari della rassegna è la sala in cui si affollano varie coppie di statue lignee con l´Annunciazione, intagliate da Jacopo della Quercia e dai suoi due seguaci, il raffinatissimo Francesco di Valdambrino e il più arcaizzante Niccolò dei Cori. Ma non meno riuscito è il fitto dialogo che si è riusciti a intrecciare, alternando sezioni cronologiche a sezioni tematiche e mettendo a confronto dipinti e sculture con oreficerie, tessuti, manoscritti miniati, altaroli portatili, cofanetti e tanti altri deliziosi «oggetti da maneggiare» di devozione privata o di prezioso arredo tra il sacro e il profano.
Ma a elencare le cose mirabili non basterebbe un´intera pagina. Mi limito perciò a segnalarne solo una ancora: la parete di una sala, in cui è perfettamente messa a fuoco, con tre esempi scelti in modo esemplare, la stretta, quasi palpabile contiguità stilistica che si venne a stabilire in una certa fase tra la pittura del senese Domenico di Bartolo, e l´arte di due suoi colleghi fiorentini, il pittore Filippo Lippi e lo scultore Luca della Robbia.