venerdì 4 giugno 2010

l’Unità 4.6.10
Gli errori e la paura
Israele-Anp Il baratro è dietro l’angolo
di Tobia Zevi

Visti da qui, israeliani e palestinesi appaiono come due lottatori, ormai stanchi, incapaci di liberarsi da una morsa che rischia di rivelarsi reciprocamente mortale. L’assalto israeliano alla flottiglia pacifista è stato un assurdo errore politico dalle conseguenze tragiche. A poco servono le immagini dei militanti di quaranta paesi che impugnano coltelli e lanciano granate: come ha rilevato la stampa israeliana si trattava di una trappola (turca), in cui il governo israeliano si è infilato sbagliando l’azione sul piano militare e causando le vittime civili.
A ben vedere, però, l’episodio rivela l’assoluta incapacità di entrambi di immaginare un futuro migliore. Gli israeliani sentono sulla loro pelle la minaccia della bomba iraniana e dei vicini arabi che li circondano e che vogliono «buttarli a mare»; paradossalmente fanno di tutto per allontanare anche gli unici alleati regionali, l’Egitto (che ha riaperto il valico di Gaza) e la Turchia, senza considerare le relazioni burrascose degli ultimi mesi con l’alleato americano. I palestinesi, dal canto loro, possono mostrare al mondo quante siano dure le loro condizioni, ma non riescono a dotarsi di una leadership vera, che sia interlocutore credibile nel processo per la pace, e a Gaza hanno preferito i fondamentalisti di Hamas ai moderati di Fatah, cacciati nel 2007.
In questo contesto le opinioni pubbliche non sono in grado di invertire la rotta. La politica, se esiste, non indica il sentiero ragionevole e stretto. Prevale un senso di disperazione miope che supporta scelte sbagliate, che non scorge il limite da non oltrepassare. Il punto dove la morte dell’uno è anche la morte dell’altro. Difficile dire cosa bisognerebbe fare: sul piano del negoziato, conosciamo le tappe necessarie. Ma Israele non è disposta a trattare con Hamas e Hamas continua a dichiarare di voler distruggere Israele (oltre a lanciare migliaia di missili), e dunque le trattative vere neanche partono, mentre quelle indirette con Abu Mazen sembrano ormai solamente uno stanco rituale tra due leadership screditate.
Personalmente speravo molto nella nuova aria iniettata da Obama. Un presidente che fin dall’insediamento si è interessato a questa tragedia cronicizzata – mentre Bush si recò nell’area dopo sette anni di mandato! – e che sembra disposto a mettere il suo fedele alleato, unica democrazia dell’area, di fronte alle sue responsabilità, rafforzato anche dalla nascita di gruppi di pressione ebraici decisi ad appoggiare Israele in modo critico (Jstreet).
Finora non ci sono stati effetti positivi. E il tempo è sempre meno, se fare un passo in avanti sembra quasi impossibile, e il baratro è pericolosamente dietro l’angolo.

l’Unità 4.6.10
L’assedio di Gaza divide Israele. Il mondo preme: deve finire
Dopo la strage sulla nave della pace, a Gerusalemme prime crepe nel Muro dell’intransigenza Critiche all’embargo sulla stampa e alla Knesset. Per le strade c’è chi dice: la forza non basta più
di Umberto De Giovannangeli

Il blocco di Gaza deve essere immediatamente revocato» perché «punisce civili innocenti». Così Ban ki-Moon, segretario generale delle Nazioni Unite. «Rompere il blocco israeliano della Striscia di Gaza con ogni mezzo». Così i ministri degli Esteri della Lega Araba. E così l'Unione Europea. La Comunità internazionale preme su Israele. E in Israele il «Muro» dell'intransigenza comincia a mostrare le sue prime crepe. Nei palazzi della politica. Tra la gente.
«L'embargo deve finire». È perentorio il deputato laburista Raleb Majadele, da sei settimane vice presidente della Knesset (il Parlamento israeliano), in un'intervista pubblicata ieri con grande risalto dal quotidiano Haaretz. «Il governo di Israele deve decidere di indire un ordine del giorno saggio e togliere l'assedio a Gaza», dice colui che è stato il primo arabo musulmano a diventare ministro dello Stato ebraico. «Mi chiedo, l'assedio ha favorito il rilascio di Gilad Shalit (il caporale israeliano rapito da Hamas nel giugno 2006, ndr)? L'assedio è stato dannoso solo per i membri di Hamas? si chiede Majadele -. La risposta è che l'assedio non ha portato alcun vantaggio e ha danneggiato Israele agli occhi della Comunità internazionale. In ogni modo Israele invia beni a Gaza ogni giorno. L'assedio è durato più di tre anni. Ci ha dato qualcosa?».
Secondo l'ex ministro della Cultura, con l'embargo a Gaza «abbiamo solo rafforzato Hamas. È probabile che ottenga il Premio Nobel (per la pace, ndr). Presto avremo colloqui diretti con Hamas». A una
domanda circa il suo rapporto con il ministro della Difesa Ehud Barak, leader del partito laburista, Majadele ammette di «non capirlo». E non è il solo nel Labour e in un sempre più disorientato elettorato di sinistra. «Come ha fatto a cadere in questa trappola? Non capisco dove vuole arrivare. Se, Dio non voglia, un elicottero fosse esploso sopra la nave (della Freedom Flotillla, attaccata lunedì dalla Marina israeliana, ndr), i morti sarebbero stati a centinaia. Ci sono modi migliori per fermare la flottiglia». Il «Muro dell'intransigenza» s'incrina anche sulla commissione d'inchiesta internazionale. Due dei cinque ministri laburisti il titolare dell'Industria, Benyamin Ben Eliezer, e quello degli Affari Sociali, Avishai Braverman non si dicono contrari. «Israele dichiara in particolare Ben Eliezer non deve aver paura di una indagine internazionale, perché ha agito nel rispetto del diritto internazionale e non ha niente da nascondere». Da chiarire, però, sì. Il numero delle vittime del blitz sulla Mavi Marmara , ad esempio: i morti accertati sono nove, ma, secondo alcuni testimoni e attivisti, molti corpi potrebbero essere stati buttati in mare dai militari. Le nove vittime «ufficiali» erano di età compresa fra 19 e 61 anni ed erano tutte turche (il più giovane aveva anche la cittadinanza statunitense). Secondo i testimoni, di diverse nazionalità, il bilancio si aggirerebbe invece fra i 16 e i 20 morti.
Israele s'interroga. E si scopre più isolato, più solo. Nessuno mette sotto accusa i ragazzi in divisa, ma i politici che hanno dato l'ordine, questo sì. «Quelli della nave turca saranno stati pure dei provocatori, ma c'è qualcuno che oggi può sostenere con orgoglio quello che è stato fatto dai nostri?», dice Yael Katz, 22 anni, studentessa all'Università ebraica di Gerusalemme. «Ma non si rendono conto quelli al governo che in questo modo fanno solo il gioco di Hamas?», le fa eco Uri Lappin, suo compagno di studi.
Un capannello si crea nell'assolata isola pedonale di Ben Yehuda, nel cuore della Gerusalemme ebraica. Il dibattito si anima: «Hanno fatto bene a sparare, se non lo facevano loro l'avrebbero fatto quei terroristi», taglia corto Avishav Selig, il padrone di un negozio che vende magliette e gadget dell'Idf, le forze armate d'Israele. «Non dire fesserie – ribatte David Izenberg , che ha da poco finito i tre anni di servizio militare – Il nostro diritto a difenderci è fuori discussione, ma non possiamo pensare che tutto si risolva con la forza». «Tutto no, ma non possiamo neanche subire i ricatti dei turchi diventati amici di quel criminale di Ahmadinejad», s'inserisce Yaakov Lazaroff, sessantenne sostenitore di Avigdor Lieberman, il super falco ministro degli Esteri. Israele s'interroga. E il malessere, l'incertezza, la paura di essere sempre più risucchiati in una spirale di violenza e di terrore, si rispecchiano nelle pagine dei giornali, mai come ora specchio fedele di un'opinione pubblica disorientata, divisa. Haaretz, bandiera dell'intellighenzia liberal del Paese, pubblica un editoriale che definisce «fallimentare» la strategia del blocco e critica severamente l'atteggiamento di Netanyahu (ma anche del ministro della Difesa laburista, Barak). Secondo Haaretz il blocco va ripensato non solo per le critiche internazionali ma anche perché ingiusto nei confronti della popolazione civile dell'enclave palestinese controllata da Hamas. E soprattutto perché «inutile e dannoso». Da destra, le critiche arrivano invece dal generale della riserva Ghiora Eiland, già consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex premier Ariel Sharon. In un'analisi pubblicata da Yediot Ahronot, Eiland invoca «un nuovo approccio», fondato sul pragmatismo, con Hamas, il cui potere nella Striscia va ormai considerato «legittimo». Un approccio che accetti di esplorare i canali di dialogo aperti con gli integralisti da altri Paesi e si limiti a proteggere i confini terrestri di Israele, rinunciando a velleità di assedio totale. Senza pretendere restrizioni alla frontiera fra la Striscia e l'Egitto e lasciando passare sul fronte marittimo tutte le navi dirette a Gaza: purché allestite da «entità riconosciute da Israele» e previo «il diritto a ispezionarne» il carico.

l’Unità 4.6.10
«Israele come Polifemo
I suoi leader sono ciechi»
Lo scrittore israeliano: «Non c’è nessuna lungimiranza, il governo è debole e ostaggio delle frange più oltranziste. Si fa dettare l’agenda dai coloni»
di Umberto De Giovannangeli

Israele si comporta come un Polifemo. Un Polifemo cieco. Privo di lungimiranza, che prova a mascherare con la forza la sua debolezza politica». A sostenerlo è uno dei più grandi scrittori israeliani: Meir Shalev. «La leadership dell'Israele di oggi – rimarca Shalev – naviga a vista, senza alcuna strategia né di pace né di guerra. E a dettarne l'agenda sono i coloni. Dobbiamo essere onesti con noi stessi e guardare in faccia la realtà: se oggi siamo nei guai è per responsabilità di governi prigionieri delle frange più radicali e oltranziste, e non perché nel mondo c'è una opposizione a Israele che a volte sfocia nell'antisemitismo».
Lei ha usato tempo fa, per descrivere Israele, l'immagine di Polifemo, che fende colpi a destra e a manca, perde le sue energie e, alla fine perde anche la sua vista ...
«Rimango fedele a questa immagine e riprendo soprattutto l'aspetto della cecità. Israele oggi non ha una visione a distanza, nel tempo. Non sa dove vuole arrivare di qui ad alcuni anni. La sua leadership non ha capacità e coraggio di dire "noi crediamo in questa o quella idea e vogliamo portare il Paese a realizzarla". Guardi, le mie idee politiche sono piuttosto note: credo ancora alla soluzione di due Stati per due popoli, anche se la cosa sembra diventare sempre più difficile da realizzare. Eppure, con tutto il rammarico personale ma nel rispetto della democrazia, accetterei la legittimità anche di un Governo che sostenesse la Grande Israele dal Giordano al Mediterraneo e che si muovesse in quella direzione con la chiara intenzione di conseguirla. Invece, la leadership dell' Israele di oggi, vive il momento, reagisce senza pensare a dove la porteranno le sue azioni e di conseguenza compie azioni che si rivelano poi fallimentari per il suo stesso futuro e per quello di altri. Naviga-
no a vista, illudendosi di poter mantenere nel tempo, magari con la forza, l'attuale status quo. Ma questa rischia di rivelarsi, per tutti noi, una tragica, devastante, illusione. Come si è rivelata un'illusione pensare che il blocco di Gaza facesse crollare Hamas. Ma Hamas vive sulla sofferenza della gente palestinese, se ne alimenta e indirizza il malcontento contro il Nemico: Israele. Purtroppo, stiamo facendo di tutto per aiutarli in questo».
Sembra comunque che l'aspetto più devastante, sul fronte interno, sia quello della tensione fra la popolazione ebraica e quella araba che l'altro ieri è giunta perfino alla Knesset e che potrebbe arrivare nelle strade e nei quartieri in cui le due popolazioni vivono una accanto all'altra...
«Non esiste governo che possa decretare una legge secondo cui ebrei e arabi, da domani, devono volersi bene ed essere buoni vicini. Un governo deve preoccuparsi di dare al ragazzo e alla ragazza arabi pari occasioni di vita, studio, sanità, occupazione e i cittadini arabi che vogliono vivere come israeliani, devono trovare il modo di integrarsi maggiormente nella società, facendo per esempio nel periodo che i ragazzi ebrei e drusi sono militari, un servizio civile sostitutivo all'esterno o nelle proprie comunità, che li faccia sentire parte della realtà del Paese, alla pari dei loro coetanei. Devo comunque dire che le leadership delle due parti hanno pesanti responsabilità. Personalmente, penso che i parlamentari arabi stiano dando un contributo negativo alla situazione esistente fra le due popolazioni. È una critica che sento spesso anche da parte della popolazione araba nei confronti dei propri stessi rappresentanti. Si occupano quasi esclusivamente di quanto succede a Gaza e ai propri fratelli palestinesi che vivono fuori dai confini dello Stato d'Israele, ma fanno poco o nulla per confrontarsi e cercare di risolvere i problemi chi li ha fatti eleggere, vale a dire gli Arabi Israeliani. La cosa, oltre che assicurare molto più eco nei mass media, risponde anche alle necessità della parte più militante e religiosamente fanatica della popolazione araba. Ciò che succede nel Parlamento israeliano non è molto diverso da quello che succede nel Medio Oriente: gli arabi estremisti cercano di attirare Israele in provocazioni che causino reazioni estreme e non sagge, e noi li accontentiamo. In fondo, la quasi rissa di ieri (mercoledì, ndr) alla Knesset non è molto diversa da quanto è avvenuto tre giorni fa in mare aperto: in ambedue i casi si è agito senza prendere in alcuna considerazione le conseguenze».
La linea di difesa di Israele su quanto è avvenuto è una controaccusa al mondo ipocrita che ama abbracciare cause fotogeniche lasciando il lavoro sporco a Israele che è costretta a farlo perché nel suo caso non si tratta di apparire più o meno bene, ma di sopravvivenza. È una tesi sostenibile?
«Ci sono situazioni in cui questo è vero e non solo nella politica. Ci si potrebbe chiedere perché si hanno campagne mondiali per il salvataggio dall'estinzione dei panda e non dei rospi, che in alcune parti del mondo corrono un rischio identico se non maggiore. Ma Israele non può permettersi e non deve pensare in questi termini. Per la leadership israeliana è il modo più semplice per sfuggire alle proprie responsabilità e se anche in questa tesi può esserci del vero, non è rilevante ai fini della gestione di un Paese come Israele. Si deve pensare alla vera risoluzione dei problemi partendo dal fatto che dal '67 ad oggi tutti i governi israeliani – chi più o chi meno – si sono fatti trascinare dalle azioni compiute da estremisti di tutte le fazioni, compresi quelli della destra israeliana – i coloni – che hanno il sopravvento e dettano l'agenda politica del Paese. Siamo onesti con noi stessi e non facciamo confusione: è questo il motivo per cui oggi siamo nei guai e non perché nel mondo c'è una opposizione a Israele che talvolta sfocia in antisemitismo».
Per Israele la forza di coesione interna è non meno importante di quella militare. Le due sembrano essere intaccate drammaticamente negli ultimi tempi. Che può significare per il futuro del Paese?
«Non consiglio a chi vorrebbe la scomparsa di Israele, di contare troppo sul fatto che commetta questo suicidio. Penso che Israele e la sua società abbiano ancora, nonostante tutto, riserve e anticorpi che assicurano il loro futuro il loro risanamento. È una forza che deriva dalla coscienza, dal senso di moralità e – non meno importante per una società in continua pressione dal tradizionale senso dell' humor ebraico. Non la forza che ti fa desiderare la morte del nemico, bensì quella che ti fa desiderare la vita del tuo popolo».

Repubblica 4.6.10
Salvare Israele da se stesso
di Nicholas D. Kristof

Quando su Twitter è cominciata a circolare la notizia di un attacco sanguinoso delle unità speciali israeliane contro la flottiglia diretta a Gaza, io non l´ho inoltrata perché mi sembrava inverosimile. «Israele non può essere tanto ottuso da sparare contro presunti pacifisti in acque internazionali sotto gli occhi di decine di giornalisti».
E invece sì, Israele può essere tanto ottuso. Si è tirato la zappa sui piedi, suoi e dell´America, compromettendo tutti i suoi obbiettivi strategici di lungo termine. Abba Eban, l´ex uomo di Stato israeliano, è rimasto famoso per aver detto, nel 1973: «Gli arabi non perdono mai un´occasione di perdere un´occasione». Fu una frase che ebbe grande risonanza perché in buona parte coincideva con la verità.
I palestinesi sono rimasti bloccati per anni in una dinamica autolesionistica di violenza e autocommiserazione, che ha portato a terrorismo e intransigenza. Sentendosi incompresi, non si curavano dell´opinione pubblica mondiale e colpivano alla cieca ogni volta che potevano, danneggiando la loro stessa causa.
Ma ora, come fa notare un rabbino sulla mia pagina Facebook, è Israele che non perde mai un´occasione di perdere un´occasione.
Sotto il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, Israele sembra bloccato in una dinamica autolesionistica in cui si sente incompreso e non si cura dell´opinione pubblica internazionale. Colpisce con forza usando modalità che danneggiano i propri stessi interessi. Ha imboccato una strada che potrebbe rivelarsi catastrofica.
È indiscutibile che Israele deve fronteggiare minacce alla propria esistenza. È per questo motivo che i suoi leader dovrebbero concentrarsi innanzitutto su due cose: un trattato arabo-israeliano e le pressioni sull´Iran per indurlo ad abbandonare il suo programma nucleare.
Non sono traguardi semplici, e per il momento un accordo fra israeliani e palestinesi potrebbe rivelarsi impossibile. Israele, però, potrebbe congelare tutti gli insediamenti e prendere altre misure propedeutiche a un accordo. Sappiamo già come dovrà essere l´assetto finale: una soluzione basata sui due Stati sulla base dei «parametri di Clinton», le condizioni che l´allora presidente americano propose nel 2000.
Israele farebbe bene anche a coltivare i rapporti con la Turchia, una pedina fondamentale negli sforzi per convincere l´Iran a desistere dai suoi intenti. E invece l´assalto in acque internazionali a una nave battente bandiera turca ha inflitto un duro colpo agli sforzi per imporre nuove sanzioni all´Iran. Uno dei grandi vincitori del disastro di questa settimana è il regime di Teheran.
Israele si sta alienando anche la sua base di consenso negli Stati Uniti, che è un elemento fondamentale per garantire la sua sopravvivenza.
Nell´ultimo numero della New York Review of Books, Peter Beinart ha scritto un articolo molto efficace sui giovani ebrei americani, la cui identificazione con Israele è molto meno forte rispetto alla generazione precedente. Beinart osserva che perfino il senato studentesco dell´Università Brandeis, che ha forti legami con la comunità ebraica, ha bocciato una risoluzione che chiedeva di commemorare il sessantesimo anniversario della fondazione di Israele.
Le politiche intransigenti di Israele stanno sperperando non solo il proprio capitale politico internazionale, ma anche quello dell´America. Il generale David Petraeus due mesi fa ha osservato che la percezione di un trattamento di favore da parte dell´America nei confronti di Israele genera antiamericanismo e rafforza Al Qaeda. Il capo del Mossad, Meir Dagan, ha espresso questo punto in modo più succinto: «Israele si sta gradualmente trasformando in un peso per gli Stati Uniti».
A molti israeliani tutto questo appare profondamente ingiusto. Israele è una democrazia vera, che si è ritirata da Gaza eppure continua a essere bersagliata dai razzi sia da nord che da sud. Di conseguenza, gli israeliani e i loro supporter più intransigenti tendono a liquidare le critiche esterne definendole ingiuste e antisemite, e optano per soluzioni unilaterali basate sulla forza. Come suggerisce il quotidiano Haaretz, Israele ormai è «disperso in mare».
Che cosa possiamo fare per cambiare questa dinamica? Un passo indispensabile è un´indagine approfondita su quello che è successo. Un altro è mettere fine in tempi rapidi al blocco di Gaza, sia da parte egiziana che da parte israeliana. Il blocco non è riuscito nel suo intento di far cadere Hamas, non è riuscito a ottenere la liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano prigioniero di Hamas, e non è riuscito a far cessare i lanci di razzi da Gaza.
Chi si reca a Gaza vede con i propri occhi che l´assedio non ha prodotto nessun risultato tranne quello di devastare la vita di un milione e mezzo di semplici cittadini.
Il presidente Obama deve trovare una sua voce e premere con decisione per la fine dell´embargo a Gaza. Deve far ragionare a Israele e convincerlo a smetterla di tirarsi la zappa sui piedi, suoi e nostri.
©2010 New York Times
News Service (Traduzione di Fabio Galimberti)

l’Unità 4.6.10
Il servo liberato che divenne tiranno
Andrea Carandini svela il mistero che circondava le origini di Servio Tullio re bastardo dopo Tarquinio Prisco
di Stefano Miliani

Manovre di potere, sangue, appelli al popolo. In una Roma aperta a genti latine, sabine, etrusche, con greci e orientali, tra il616a.C.eil534a.C.,unasequenza regale cambiò la cosa pubblica e gli ordinamenti: prima re Lucio Tarquinio Prisco, greco-etrusco, seguito da Servio Tullio, ex servo che sarebbe stato suo figlio e in quanto tale non poteva di salire al trono, perché la Roma di allora vietava la successione diretta e richiedeva l’interruzione almeno di un regno. Andrea Carandini, archeologo, il maggior studioso delle origini di Roma, presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, ha scritto una saga avvincente di trame, tradimenti e manipolazione del «popolo»: Re Tarquinio e il divino bastardo (Rizzoli, 171 pagine, 18 euro). Fondata su documenti testuali e visivi (come le pitture della tomba etrusca a Vulci detta di François), la narrazione sbroglia, con incursioni nei pensieri e nei sentimenti dei protagonisti, intricate faccende che evocano temi dell’Italia di oggi: costituzioni violate, demagogia, privilegi di oligarchie in discussione. A chi legge, fa pensare anche a Berlusconi.
Professore, perché ha voluto raccontare questa storia con piglio narrativo? «È la prima metà di una grande saga che riguarda la seconda età regia di Roma. Racconterò la seconda parte in un prossimo libro Rizzoli. Ho fatto ricerche su quel tempo e dopo tanti lavori eruditi ho voluto rivolgermi, per una volta, al grande pubblico. In Italia gli studiosi non hanno un rapporto con il popolo, la divulgazione pertanto è generalmente cattiva (salvo Piero Angela in tv): altera date e inventa misteri. Invece il dotto ha il dovere di raccontare quello che sa in modo semplice. Questo ho tentato».
A pagina 100 e oltre lei descrive un tiranno capace di parlare alla «pancia e alla fantasia» del popolo, che lo plasma ambendo a poteri più personali rispetto ai sovrani antichi o alle magistrature repubblicane. Ci ricorda la nostra Italia odierna.
«Questo è un libro sul potere. Generalmente il re trova la sua forza nel rapporto con il popolo favorendolo e manipolandolo perché l’aristocrazia ha beni, una sua autonomia, una libertà privilegiata, e fa la Fronda. È una trama che può esistere anche in forme democratiche: possono esserci gruppi elitari che vogliono conservare il potere e un popolo che si fa trascinare da un leader carismatico». Come Servio Tullio, il figlio bastardo sostiene lei. Alla morte di Lucio Tarquinio, diventerà re reggente, grazie alle manovre della vedova del re Tanaquil, eliminerà il fratello legittimo Gneo facendolo uccidere e dal 578 sarà il primo tiranno di Roma. Il quale si rivolge direttamente ai romani scavalcando tutti.
«Sì, lui cerca un rapporto con il popolo non filtrato dai nobili. È stato un tiranno riformatore, modernizzatore, cui seguirà il superbissimo Tarquinio il Superbo: le tirannidi, anche quelle con le migliori intenzioni, finiscono per degenerare. Prima delle democrazie, solo una tirannide poteva mettere nell’angolo un’oligarchia. Ma anche nelle democrazie possono esserci tendenze più costituzionali e altre tendenti alla rottura delle regole».
Sembra di vedere un ritratto in nuce di Berlusconi, con tutte le differenze del caso. Il premier, almeno fino a poco fa, ha saputo comunicare direttamente ai cittadini, al «popolo» dice lui, e al «popolo» si appella quando travalica le regole.
«Rimango pur sempre uno storico e so bene come i paragoni possono indurre a interpretazioni partigiane. Servio Tullio poteva prendere il potere solo illegalmente, rompendo ogni regola, perché era figlio illegittimo e segreto di re: un servo liberato. Questo potentissimo liberto ha rifondato una Costituzione, superando quella di Romolo. Ha avuto aspetti liberatori, come la cittadinanza basata sulla residenza, e ha creato le basi della futura potenza di Roma. D’altronde ogni rottura delle regole può esser fatta a fin di bene (Servio) e a fin di male (Tarquinio il Superbo)». Ma qualcosa richiama l’attuale premier.
«Un aspetto tipico di tutte personalità carismatiche nella storia è la loro illimitatezza. Starei però molto attento a vedere una metafora dell’oggi nel mio racconto. Se devo fare un paragone con i nostri giorni, vedo l’emergere nuovi ceti, che incontro alle mostre, che popolano gli outlet. È facile dire: ecco i barbari! È come se ci fosse stata una lotta di classe... La vecchia borghesia è stata sconfitta e questo nuovo ceto medio diffuso è antropologicamente diverso. Tutte le vecchie classi hanno visto male l’emergere di nuovi ceti: nei balli parigini sotto Napoleone gli ufficiali avevano mani coperte di diamanti! Ai nuovi ceti bisogna offrire scelte diverse. Loro votano e la storia torna a macinare...».

il Fatto 4.6.10
Legge bavaglio. È un pericolo per gli altri Paesi
Tabucchi: l’Europa dovrebbe farci
un esame di democrazia
di Silvia Truzzi
nelle edicole

Repubblica 4.6.10
Proposta dei ginecologi "Trattamento obbligatorio per neomamme depresse"

ROMA Applicare la procedura del trattamento sanitario obbligatorio alle donne affette da depressione post partum e a rischio di infanticidio, come il recente caso a Passo Corese (Ri). È quanto propongono al ministro della Salute Fazio Giorgio Vittori, presidente della Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) e Antonio Picano, presidente dell´Associazione Strade onlus. Un´equipe specializzata potrebbe occuparsi 24 ore su 24 delle donne con comportamenti potenzialmente omicidi. I casi che richiederebbero un provvedimento di Tso sarebbero circa mille per anno.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/06/03/visualizza_new.html_1818817677.html

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Tso-alle-neomamme-per-combattere-depressione-post-partum-e-infanticidio_487886937.html

Cangemi Novelli

Repubblica 4.6.10
Coraggio. Una proteina e passa la paura
di Elena Dusi

L´iniezione di una molecola ha cancellato il timore di esperienze dolorose dal cervello di alcuni topolini Un primo passo per chi punta a un farmaco che elimini terrore, ansia e stress anche negli uomini
Questi esperimenti subiscono un´accelerazione nei periodi di guerra

Se a qualcuno un´iniezione lascia brutti ricordi, per un gruppo di topolini la puntura è servita a cancellare la paura. La somministrazione di un farmaco, hanno dimostrato i neuroscienziati dell´università di San Juan nel Portorico, può annullare gli effetti di uno spavento sul cervello, rendendo gli animali spavaldi anche dopo un´esperienza dolorosa.
L´esperimento pubblicato oggi su Science segna una nuova tappa nella ricerca di un metodo efficace per cancellare dalla mente i traumi del passato. Questo filone delle neuroscienze subisce sempre delle accelerazioni nei periodi di guerra. I ricercatori portoricani hanno ricevuto parte dei loro finanziamenti dagli Stati Uniti, e un precedente studio americano aveva dimostrato che un soldato su otto torna dal fronte con disturbi di ansia o disordini da stress post-traumatico. Sono problemi causati dalle violenze vissute in battaglia che si riaffacciano anche dopo il ritorno alla vita normale.
Come prima tappa, i topolini di San Juan sono stati indotti a temere un certo suono. Subito dopo averlo udito, i roditori subivano uno shock elettrico che gli provocava dolore a una zampa. Ogni volta che il suono si ripresentava, gli animali si rannicchiavano spaventati. Non importava che a volte la scossa non arrivasse: la paura era sempre puntuale.
Ma ogni paura appresa nel corso della vita è frutto di un brutto ricordo. E i ricercatori portoricani hanno pensato di cancellare gli effetti dell´esperienza negativa sui topolini agendo sul meccanismo di formazione della memoria. Nel cervello dei roditori hanno iniettato una proteina che rende malleabile le cellule e impedisce ai ricordi degli eventi spaventosi di crescere troppo, ripresentandosi in maniera ossessiva e impedendo una vita normale. Questa sostanza si chiama Bdnf (fattore neurotrofico di derivazione cerebrale), non è dissimile dal fattore di crescita scoperto da Rita Levi Montalcini e gioca un ruolo importante nel rafforzare le connessioni fra i neuroni, cioè nel consolidare la memoria.
Normalmente, per cancellare dalla testa dei topolini una paura, il suono viene ripetuto molte volte senza essere associato ad alcuna scossa. "Noi abbiamo scoperto con sorpresa - racconta su Science lo psichiatra Gregory Quirk che ha diretto l´esperimento - che non c´è bisogno di un nuovo condizionamento per riportare il topolino alla tranquillità. È sufficiente la somministrazione del fattore Bdnf all´interno della corteccia prefrontale". Quest´area situata nella parte anteriore del cervello è considerata la sede del pensiero razionale e bilancia la sua attività con quella dell´amigdala, che regola la paura a livello istintivo. Se un leone ci comparisse davanti, l´amigdala prenderebbe il comando facendoci scappare a gambe levate. Poco spazio resterebbe alla corteccia per pensarci su e decidere il da farsi. Ma nei topolini portoricani, "potenziare" la corteccia prefrontale con un´iniezione del fattore di crescita Bdnf è servito a ridimensionare la paura legata al suono.
Un esperimento complementare a quello di oggi, condotto a gennaio alla Emory University, aveva dimostrato che bloccando nei topolini il gene che regola la produzione di Bdnf nell´amigdala, i ricordi paurosi non riuscivano a consolidarsi. E i roditori continuavano a muoversi spavaldi nonostante suoni e scosse elettriche. Un altro filone delle ricerche anti-paura punta invece a bloccare il consolidamento del ricordo subito dopo il trauma, somministrando un farmaco che blocca temporaneamente le nuove connessioni fra i neuroni. Ma anche se questi esperimenti sono utili alla comprensione dei meccanismi della mente, le applicazioni pratiche per l´uomo sono lontane. Il farmaco anti-terrore assunto per bocca non esiste ancora. E l´idea di un´iniezione nel cervello fa paura anche a chi non ne abbia mai fatto esperienza.

Repubblica 4.6.10
Ritrovata una conferenza tenuta nel 1946 dal leader del Pci alla Normale
La lezione di Togliatti sul riformista Mazzini
di Lucio Villari

"Serve un rinnovamento profondo dell´ordine sociale, in modo da permettere agli uomini di vivere in pace tra loro. Questo è il problema centrale della vita"

Il 10 marzo 1946 Palmiro Togliatti tenne una lezione alla Normale inaugurando un istituto di studi intitolato a Mazzini. In quell´anno Togliatti era ministro di grazia e giustizia, l´Italia era ancora una monarchia (il Luogotenente Umberto di Savoia era il capo dello Stato), e si era alla agitata vigilia del referendum del 2 giugno. Togliatti era stato invitato a Pisa, dove la memoria di Mazzini era più viva che mai: qui Mazzini era morto sotto falso nome nel 1872 ,in casa degli antenati di Carlo e Nello Rosselli.
Il tema della lezione: le riforme sociali attraverso un giudizio storico su Mazzini, il marxismo, l´Italia risorgimentale, con un accenno distaccato a Cattaneo (manca in lui, «una concezione generale storicistica e riformatrice»). Terminata la lezione Togliatti non comunicò il suo testo a nessuno. Nel 1967 Rinascita, diretta da Luca Pavolini, decise di pubblicarlo senza alcuna indicazione sulla sua provenienza. Poi l´oblio.
Togliatti parlò del marxismo come di «una dottrina capace di liberare le forze che hanno in se stesse la possibilità di costruire un mondo nuovo...». Ne parlò quasi da liberale (è molto crociano quel "hanno in se stesse"...) rifiutando le ortodosse litanie sovietiche («Marx irrideva coloro che facevano piani per la società futura...»). I relativi nodi teorici di una utilizzazione politica di questo marxismo "riformista" sono filtrati attraverso la storia dell´Italia risorgimentale e la rievocazione di rivoluzionari e di riformatori spesso trascurati. Riemerge così, proveniente dalla grande madre, la rivoluzione francese, l´eredità positiva degli utopisti (che Marx nel Manifesto del 1848 aveva sminuito e che per Togliatti rappresentavano invece «un sistema di idee, di propositi, di piani che essi non traevano da una intuizione sociale astratta»; erano, disse, veri e propri "riformatori sociali"), del giacobino Vincenzo Russo, di Spaventa e Labriola, dei positivisti politici e soprattutto di Giuseppe Mazzini.
Certo, Togliatti aveva letto i Quaderni del carcere di Gramsci, non ancora pubblicati, e non celava gli stimoli avuti dalle riflessioni gramsciane, preannunziandone, anzi, il grande valore: «...il nostro Gramsci, di cui pubblicheremo tra poche settimane gli scritti filosofici e scientifici. Tutti si stupiranno della profondità di quel pensiero per il modo come egli riesce a collegare ed a fondere il pensiero rigidamente marxista con la tradizione culturale millenaria italiana». Togliatti dichiarava di credere in questa tradizione, appunto perché millenaria, dunque ben fondata nella storia reale, più di qualunque teoria politica o filosofica elaborate su contingenti motivazioni ideologiche. Di qui il suo dichiarato fastidio per le palingenesi rivoluzionarie, «come se noi conducessimo una battaglia per creare un mondo in cui tutti dovrebbero vivere, pensare e sentire allo stesso modo». Si diceva perciò convinto che per evitare altre catastrofi si dovesse finalmente aprire la strada «all´idea della riforma sociale, nel senso di un rinnovamento profondo delle basi del nostro ordinamento sociale, in modo da permettere agli uomini di vivere in pace tra loro... Questo problema è oggi il problema centrale della vita, il problema dei problemi per il nostro paese e per tutti gli altri paesi. Per questo io non posso salutare che con simpatia l´iniziativa che voi avete preso di fondare questo istituto [...] dedicato al nome del nostro grande riformatore sociale Giuseppe Mazzini». Era la prima volta che un esponente comunista chiamava "nostro" Giuseppe Mazzini. L´aggettivo possessivo apriva un varco vitale. Togliatti anticipava anche un giudizio su Gramsci di Benedetto Croce (avversario sempre del comunismo in ogni sua forma) che fece scalpore. Fu quando nel 1947 apparvero le Lettere dal carcere. Croce, commosso da quelle lettere chiamò Gramsci uno "dei nostri".
Togliatti, accogliendo il "riformismo", cancellava l´anatema comunista della Terza Internazionale scagliato contro la cultura borghese delle riforme e le correlative idee socialdemocratiche della Seconda Internazionale. «Mi pare che quella discussione sia chiusa e non si adatti più alle condizioni nelle quali si svolge oggi la lotta politica e la lotta sociale».
Dunque Mazzini. «Giganteggia in questo periodo la figura di Giuseppe Mazzini. Giganteggia perché la sua intuizione riformatrice e le sue idee riformatrici sono inserite in una concezione generale del mondo e della vita dalla quale egli ricava una direttiva per l´azione. Per questo egli è grande e lo riconoscono grande tutti gli italiani, anche noi che non siamo d´accordo con la sua posizione ideologica di partenza. Lo riconoscono grande tutti gli italiani, i quali sanno come, con la sua azione, con il suo sforzo di lotta, di pensiero, di attività, di educazione, egli abbia dato un valido contributo alla redenzione del nostro paese».
Nel nome del Mazzini che Marx aveva sempre osteggiato e irriso, Togliatti chiudeva davanti agli studenti della Normale «una questione che, credo, non possa dar luogo nemmeno a una discussione seria, in sede scientifica. Alludo alla polemica [...] tra una cosiddetta ala riformista del movimento socialista ed operaio e coloro che invece si chiamarono rivoluzionari». Nei successivi decenni di guerra fredda e di democrazia imperfetta della prima repubblica, questa indicazione non ebbe grandi sviluppi, ma l´equivalenza tra la mazziniana "educazione" del popolo e la "redenzione" dell´Italia non è del tutto inattuale.

Agi.4.10
Togliatti: Tamburrano, abile stalinista per pensiero e azione
Roma, 4 giu. - Palmiro Togliatti e' stato un abilissimo stalinista: di Stalin accetto' tutto ed e' il caso di dirlo con le parole di Giuseppe Mazzini: pensiero ed azione. Lo sostiene lo storico e Presidente della 'Fondazione Nenni', Giuseppe Tamburrano replicando ad un storico di formazione comunista, Lucio Villari. "Nel suo lucido articolo ('la Repubblica' di oggi) Villari ricorda una pagina del versatile Togliatti su Mazzini dalla quale pero' non emerge alcuna prova di presa di distanza dal marxismo-leninismo-stalinismo - nota Tamburrano - Togliatti testimonia per Mazzini una stima che Carlo Marx non ebbe: e questa e' l'unica originalita'. Ma tra il marxismo di Marx e quello sovietico - avverte - vi e' un abisso. Quanto a riabilitatore annessionista di grandi personaggi della storia italiana, Togliatti fu maestro: riusci' anche a farlo con Giovanni Giolitti". Poi l'affondo. "Togliatti rifornista? E' ridicolo - chiosa Tamburrano - quello che scrisse sul padre del riformismo Filippo Turati (un "traditore") e sugli esuli che - disse - passavano il loro tempo seduti ai tavolini degli Champs Elyse'es fu semplicemente ignobile: quegli esuli hanno combattuto con le armi alle mano contro Franco in Spagna (laddove Togliatti svolgeva il ruolo gregario di emissario di Stalin) e alcuni di loro sono stati assassinati dai fascisti come i fratelli Nello e Carlo Rosselli". Togliatti il Migliore, non amo' gli 'azionisti' e i 'giellisti', dispezzava lo stesso Ferruccio Parri. "Togliatti e' stato - conclude lo storico socialista - un abilissimo stalinista: di Stalin accetto' tutto. E' il caso di dirlo con le parole di Mazzini: pensiero ed azione".