l’Unità 3.6.10
«Mi minacciano vogliono zittirmi. Ma non ho paura»
Hanin Zuabi, parlamentare araba nella Knesset, insultata in aula dalla collega Miri Reghev, del Likud: «Vai via Traditrice, sei il cavallo di Troia dei terroristi»
di U. D. G.
Provano a zittirci. Ci gridano traditori. Ci considerano dei cittadini-paria, ma non riusciranno a chiuderci la bocca. Continueremo a protestare contro lo scempio perpetrato a Gaza e non ci faremo intimidire dai razzisti che stanno nel Governo». È un torrente in piena, Hanin Zuabi, parlamentare del partito nazionalista arabo Balad. La incontriamo poche ore dopo essere stata aggredita verbalmente alla Knesset da Miri Reghev, parlamentare del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu.
Per gli oltranzisti israeliani Zuabi è «colpevole» di aver partecipato alla spedizione della Freedom Flotilla e di aver poi descritto come brutale
il blitz delle forze speciali. «Vattene a Gaza, traditrice!», le ha urlato contro Reghev incrociandola. «Hanin Zoabi ha quindi tuonato in aula si è resa responsabile di un doppio delitto: si è unita a terroristi e ha commesso un crimine morale contro lo Stato d’Israele». «Va punita sentenzia la parlamentare del Likud non vogliamo cavalli di Troia dentro la Knesset».
«Sono orgogliosa di ciò che ho fatto dice Hanin Zuppi a l’Unità come cittadina israeliana e come persona che combatte per una pace giusta, tra pari, con i palestinesi. Sono altri, quelli che hanno esaltato l’assalto contro la nave turca, che dovrebbero vergognarsi».
La voce di Hanin Zuppi si fa flebile, il suo sguardo si vela di lacrime quando torna a quei drammatici momenti vissuti in prima persona. Lei, durante il blitz dei commando della Marina israeliana, si trovava al secondo piano della nave. Non ha visto alcun atto di violenza da parte dei passeggeri contro i militari israeliani. «Ho visto racconta persone innocenti uccise dai soldati. Ho visto feriti gravi abbandonati per ore, senza soccorsi. Quando i militari uccidono, possono anche aspettarsi una reazione delle loro vittime».
Per avere denunciato tutto questo, Hanin Zuppi è entrata nel mirino della destra internazionalista. «Ho ricevuto minacce di morte rivela a l’Unità se pensano di zittiremo si sono sbagliati di grosso. Quello che mi spaventa è pensare che il futuro d’Israele e della pace sia nelle mani di questi fanatici».
Gli arabi israeliani rappresentano oltre il 20% della popolazione d’Israele (più di un milione di persone), ma c’è chi considera questa presenza «ingombrante». Di più: un pericolo per la sicurezza d’Israele e per la sua «purezza ebraica». «Non mi meravigliano gli insulti della Reggeva afferma Zuppi lei non fa che ripetere quello che molti dei suoi amici di partito, anche nel Governo, pensano ma non hanno il coraggio di dire pubblicamente». Quel «coraggio» che non manca al ministro degli Esteri, il super falco: Avigdor Lieberman: «Per lui annota Hanin Zuppi siamo più pericolosi di Aames... Voleva imporre per legge che giurassimo fedeltà a Israele come Stato ebraico e sionista... L’Israele di cui ci sentiamo parte non ha nulla a che spartire con quello propugnato da questi razzisti. Loro vogliono solo ghettizzerai, sognano di cacciarci dalle nostre città».
Repubblica 3.6.10
I limiti delle armi
di Amos Oz
PER 2.000 anni gli ebrei hanno conosciuto la forza della forza solo sotto forma di frustate ricevute sulla schiena.
L´analisi dello scrittore ebraico: "Per battere Hamas bisogna fare l´accordo con i palestinesi"
Dalla guerra dei sei giorni del 1967 la potenza militare è diventata una fissazione per Israele, un mantra
Nessuna idea è mai stata sconfitta con l´assedio e i bombardamenti Nessuna idea si spiana con i cingoli dei carri armati
Da vari decenni abbiamo noi il potere di usare la forza. Ma è un potere che a lungo andare ci ha inebriato. A lungo andare immaginiamo di poter risolvere qualunque problema cui andiamo incontro usando la forza. A chi ha in mano un martello, dice il proverbio, ogni problema sembra un chiodo.
Prima che venisse fondato lo stato di Israele vasta parte della popolazione ebrea in Palestina non capiva che la forza ha dei limiti e pensava di poterla usare per realizzare qualunque obiettivo. Fortunatamente nei primi anni di Israele leader come David Ben-Gurion e Levi Eshkol compresero molto bene i limiti della forza e furono attenti a non superarli. Ma dalla guerra dei sei giorni del 1967 la forza militare è diventata una fissazione per Israele, un mantra: dove non si riesce con la forza si riesce con più forza.
L´assedio israeliano alla striscia di Gaza è una delle conseguenze negative di questo modo di pensare. Nasce dal falso presupposto che Hamas possa essere sconfitta con la forza delle armi, o in senso più lato, che la questione palestinese possa essere stroncata invece di risolverla.
Ma Hamas non è solo un´organizzazione terroristica. Hamas è un´idea. Un´idea disperata e fanatica nata dalla desolazione e dalla frustrazione di molti palestinesi. Nessuna idea è mai stata sconfitta con la forza - né con l´assedio, i bombardamenti, i commando della marina. Nessuna idea si spiana con i cingoli dei carrarmati. Per sconfiggere un´idea bisogna proporre un´idea migliore, più accattivante, più accettabile. L´unico modo che Israele ha per vincere su Hamas è stringere rapidamente un accordo con i palestinesi sull´istituzione di uno stato indipendente in Cisgiordania e nella striscia di Gaza in base ai confini stabiliti nel 1967, con capitale a Gerusalemme est. Israele deve firmare un accordo di pace con Mahmoud Abbas e il suo governo e ridurre così il conflitto israelo-palestinese ad un conflitto tra Israele e la striscia di Gaza. Quest´ultimo conflitto può essere risolto, infine, solo negoziando con Hamas o, cosa più ragionevole, tramite l´integrazione del movimento di Abbas, Fatah, con Hamas. Israele può sequestrare altre cento navi dirette a Gaza, inviare altre cento volte truppe di occupazione nella striscia, dispiegare a oltranza le sue forze militari, di polizia e i servizi segreti , ma non riuscirà a risolvere il problema. Il problema è che noi israeliani non siamo soli in questa terra e che i palestinesi non sono soli in questa terra. Noi israeliani non siamo soli a Gerusalemme e i palestinesi non sono soli a Gerusalemme. Fino a quando noi, israeliani e palestinesi, non accetteremo le conseguenze logiche di questo semplice dato di fatto, vivremo in perenne stato d´assedio-Gaza sotto l´assedio di Israele e Israele sotto l´assedio internazionale e arabo.
Non sottovaluto l´importanza della forza. La forza militare è vitale per Israele. Senza non potremmo sopravvivere un solo giorno. Guai al paese che sottovaluti l´efficacia della forza. Ma non possiamo permetterci di dimenticare neppure per un momento che la forza serve solo come misura di prevenzione - per impedire che Israele venga distrutto e conquistato, per proteggere le nostre vite e la nostra libertà. Qualunque iniziativa che preveda un uso della forza non come mezzo di prevenzione, di autodifesa, ma per stroncare i problemi e soffocare le idee, condurrà a nuovi disastri, come quello che ci siamo cercati in acque internazionali, in alto mare, di fronte alle rive di Gaza.
Repubblica 3.6.10
Una manovra, due Italie
di Salvatore Settis
Il testo finale della manovra di governo per la stabilizzazione finanziaria ha rinunciato a espropriare il ministero dei Beni culturali della competenza sui tagli agli istituti culturali, e ne ha ridotto la portata. Buone notizie? Certo. Ma, lo ha detto Mario Draghi nella sua importante relazione alla Banca d´Italia, «la correzione dei conti pubblici va accompagnata con il rilancio della crescita», e su questo punto capitale il decreto-legge Tremonti offre ben poco. La relazione Draghi martella cifre non eludibili: nel biennio 2008-09 il Pil è calato di 6 punti e mezzo, la metà della crescita dei 10 anni precedenti; calano redditi, consumi, esportazioni. Cresce la disoccupazione dei giovani, calano i salari iniziali, crollano le nuove assunzioni, quasi sempre precarie, e «la stagnazione distrugge capitale umano, soprattutto tra i giovani». A fronte di una situazione tanto drammatica, scrive Draghi, i tagli del governo «si concentrano sui costi di funzionamento delle amministrazioni pubbliche», e ciò proprio quando è necessario «aumentare la produttività della pubblica amministrazione». Secondo il presidente del Consiglio, le dichiarazioni del Governatore sono in piena sintonia con la manovra del Tesoro: ma questo embrassons-nous tanto ottimista non può esser preso sul serio.
La relazione Draghi contiene passaggi assai duri e severi, che danno dell´Italia un´istantanea assai più fedele di quella del governo. Nella situazione presente, «i costi dell´evasione fiscale e della corruzione divengono ancor più insopportabili». In particolare, ricorda Draghi, il 30% della base imponibile dell´Iva viene regolarmente evaso, per oltre 30 miliardi di euro l´anno, cifra che sale vertiginosamente (oltre i 100 miliardi) se si aggiunge l´evasione di altre imposte, come Irpef o Irap. Se tutti pagassero le tasse, non ci sarebbe alcun bisogno di manovre come quella che l´Italia dovrà ora subire. «L´evasione fiscale è un freno alla crescita perché richiede tasse più elevate per chi le paga e riduce le risorse alle politiche sociali». È la «macelleria sociale» di cui Draghi ha parlato commentando a braccio il proprio testo scritto: il taglio di oltre un miliardo e mezzo nel biennio al Servizio Sanitario Nazionale è un pezzo, e non il solo, di questa "macelleria".
Fra le vittime della "macelleria sociale" che affligge il Paese, non dimentichiamo il paesaggio, prezioso bene comune che la "manovra" e altre leggi di questa stagione consegnano al saccheggio indiscriminato di speculatori d´ogni sorta, cancellando il Codice dei Beni culturali con norme incostituzionali sul silenzio-assenso, rimaste tali e quali nella versione finale del decreto (si vedano i dati su Repubblica del 31 maggio). Non dimentichiamo le nostre città in preda a una frenesia costruttiva che non riflette i bisogni di una crescita demografica che non c´è, ma un "investire nel mattone" che vede in prima fila mafie e riciclatori di denaro sporco: cioè i protagonisti di quelle «relazioni corruttive tra soggetti privati e amministrazioni pubbliche, favorite dalla criminalità organizzata» di cui parla Draghi. Non dimentichiamo infine il Mezzogiorno, che la manovra del governo (art. 43) consegna legato mani e piedi alla condizione derogatoria di «zona a burocrazia zero» dove non esiste più la pubblica amministrazione, e «i provvedimenti amministrativi di qualsiasi natura ed oggetto avviati su istanza di parte» con riferimento a qualsivoglia «iniziativa produttiva» vengono decise ad arbitrio di un Commissario di governo (e non più dei prefetti, come nella bozza di pochi giorni fa). Sarà questo il modo di combattere la camorra e la ‘ndrangheta? E se i 15 miliardi di tagli (nel biennio) a Regioni ed Enti locali sono fatti «ai fini della tutela dell´unità economica della Repubblica» (art 14), come mai la «burocrazia zero» riguarda solo metà dell´Italia? Saranno i Commissari di Governo a risolvere l´annosa questione meridionale imbavagliando le procedure di legge dell´amministrazione ordinaria?
Nella manovra Tremonti e nella relazione Draghi si fronteggiano due Italie ben diverse. L´una e l´altra vogliono, a ragione, la correzione dei conti pubblici. Ma l´Italia di Draghi individua lo strumento primario nella lotta all´evasione e alla corruzione, l´Italia di Tremonti preferisce l´olocausto della pubblica amministrazione (additata al ludibrio come "burocrazia"), il taglio delle risorse a Regioni ed enti locali che possono rimediarvi svendendo il territorio, la promozione di condoni edilizi ed altre misure derogatorie. L´Italia di Draghi richiede «che l´Unità si celebri progettandone il rafforzamento e garantendone la vitalità», quella di Tremonti mette l´austerità e il sacrificio di tutti al servizio di un federalismo spendaccione e del separatismo leghista. L´Italia più competitiva che il Governatore della Banca d´Italia ha disegnato richiede una pubblica amministrazione più efficiente, rinsanguata da nuove assunzioni di giovani scelti per competenza e per merito. Richiede la lotta senza quartiere alle mafie e ai loro complici, agli evasori e a chi vi cerca serbatoi elettorali. Richiede di capovolgere la "macelleria sociale" mediante una politica di investimenti sulle nuove generazioni, sulla scuola, l´università e la ricerca. Pretende di non limitarsi a quello che Keynes chiamava «l´incubo del contabile», di mettere sì a posto i conti (partendo dalla lotta all´evasione e alla corruzione e non borseggiando i cittadini), ma con in mente un progetto per un Paese migliore
l’Unità 3.6.10
Don Cantini e gli altri:
l’elenco della vergogna che fa tremare la Chiesa
L’associazione delle vittime conta 130 episodi, la Cei un centinaio: ma la lista considera solo i casi accertati e perseguiti, tanti non fanno neppure denuncia
di Roberto Monteforte
Lo scorso 12 aprile un sacerdote di origini indiane che operava nella diocesi di Teramo è stato arrestato per violenza su di una bambina di 12 anni. I fatti sono accaduti il Natale scorso. Per la rapidità delle indagini è stata essenziale la piena collaborazione con gli inquirenti assicurata dal vescovo della città, monsignor Michele Seccia.
Sono i primi effetti della linea “verità ad ogni costo” indicata da Papa Benedetto XVI nella sua lettera ai cattolici d’Irlanda. Si è chiuso uno dei tanti casi di pedofilia nella Chiesa. Dovrebbero essere circa 130 i casi registrati in Italia, compresi quelli ancora da accertare. È il dato fornito dagli avvocati dell’associazione “Caramella buona”. Il dato ufficiale fornito dal segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata e confermato dal presidente, cardinale Angelo Bagnasco è di cento casi negli ultimi dieci anni giunti all’esame del tribunale canonico. Non si sa però quale sia stato l’esito di questi procedimenti. Il numero è significativo ma accertare l’entità del fenomeno pedofilia nella Chiesa in Italia non è semplice. La realtà è fluida. Vi sono le denunce e i processi all’esame della magistratura ordinaria: i proscioglimenti, i patteggiamenti, i ricorsi in gradi superiore di giudizio. Ma questo crimine odioso lascia il segno nel profondo e non sempre le vittime hanno il coraggio di affrontare un processo. Dicono gli psicologi che hanno bisogno di un lungo periodo per affrontare il trauma subito e poterlo denunciare. Per questo qualsiasi dato numerico molto probabilmente rappresenta solo la punta di un’iceberg di dolore. Quel “Non si arriva alle cento unità su circa 70 mila tra sacerdoti e religiosi” può sino ad un certo punto rassicurare le tante famiglie italiane che affidano i loro figli alle strutture ecclesiastiche. Malgrado la testimonianza di rigore, abnegazione e servizio reso della stragrande maggioranza dei sacerdoti, il dubbio e l’incertezza hanno finito per insinuarsi.
Se sino ad oggi ha prevalso la difesa del “buon nome” dell’istituzione da proteggere dagli scandali e quindi del sacerdote “paternamente protetto” dal suo vescovo, ora è finalmente la condizione della vittima a dover essere per prima considerata. Questo vuole dire che vescovi e “superiori” di religiosi che vengono a conoscenza di abusi sessuali compiuti su minori, anche se non hanno l’obbligo della denuncia, sono tenuti a garantire la massima collaborazione con gli inquirenti, e ad aiutare le vittime e gli stessi autori dei misfatti a sporgere denuncia alle autorità civili. L’invito è anche a riconsiderare comportamenti concreti dei responsabili delle diocesi, sottovalutazioni se non addirittura vere e proprie coperture dei preti “molestatori” spostati in parrocchie dove non erano conosciuti e dove sono tornati a commettere i loro abusi. Vi sono pure stati sacerdoti sotto denuncia “invitati” a ritirarsi in convento. Vi sono case religiose e monasteri per questo, come le strutture di Trento, Padova e di Roma gestite dai Padri Venturini, impegnati al recupero e al sostegno dei sacerdoti in «difficoltà» anche psicologica.
Dal dossier dalle associazioni di scarsa collaborazione con le procure da parte delle diocesi. Ne è testimone diretto e autorevole il magistrato «antipedofilia» Pietro Furno. Nei giorni scorsi ha confermato la denuncia resa già nel luglio 2002 al mensile del Paolini «Jesus». Niente sembra essere cambiato in questi otto anni. «È come la copertura che si registra nelle famiglie incestuose» aveva osservato. Nessuna denuncia, solo spostamenti: è il pericolo che si diffonde.
Che le cose non stiano così lo attestano le cause in corso contro il clero che ha abusato. Con una novità, sulla scia di quanto è accaduto in modo clamoroso negli Usa e in Irlanda , in Germania e in Austria, gli avvocati degli “abusati”, iniziano a porre in modo esplicito il problema del “favoreggiamento” di vescovi e superiori di religiosi che pur sapendo o messi nelle condizioni di sapere, poco hanno fatto per impedire la prosecuzione degli abusi. E’ stato esplicito l’avvocato Marazzita, legale dell’associazione «Caramella buona» che difende i giovani che hanno subito abusi da parte dell’ex parroco di Selva Candida don Ruggero Conti: ha annunciato l’ipotesi di incriminazione nei confronti di monsignor Gino Reali, vescovo di Porto Santa Rufina. È da lui che don Ruggero dipendeva. Il vescovo l’avrebbe «coperto» non prestando grande ascolto alle denuncie. Evasive le sue risposte ai magistrati. Ma questo non è l’unico caso di gerarchie ecclesiastiche chiamate a rispondere. L’avvocato delle vittime di don Marco Agostini, religioso della Congregazione degli Oblati di san Francesco di Sales, ex parroco a Torvajanica e a Pomezia accusato di abusi dal 1993 al 2002, condannato e poi morto suicida, hanno chiamato in causa l’attuale cardinal-vicario alla diocesi di Roma, Agostino Vallini allora vescovo di Albano.
Vi è anche la causa contro la curia di Napoli, per la copertura data a padre Giovanni, accusato di abusi verso minori nel 1999. L’arcivescovo della città era il cardinale Michele Giordano. Lo ha semplicemente spostato di parrocchia, malgrado vi fosse una relazione di specialisti e psichiatri che evidenziavano il rischio che il religioso continuasse a commettere abusi su minori. Non è stato ascoltato l’invito a tenerlo lontano dai bambini. Nel 2002, quando alla guida della curia vi era il cardinale Sepe, è stato nominato cappellano di un ospedale cittadino, con reparto pediatrico...
Ma c’è addirittura il caso del vescovo che arriva a chiedere 200 mila euro di risarcimento per danni alla vittima di abusi, perché la sua denuncia, troppo eclatante e pubblicizzata, avrebbe danneggiato l’immagine della diocesi. Diocesi di Agrigento nel 2000 retta da monsignor Carmelo Ferraro. L’ormai maggiorenne Marco Marchese denuncia di aver subito attenzioni particolari e violenze quando dodicenne frequentava il seminario minore di Favara. Fa il nome del “molestatore”: don Bruno Puleo. Non viene creduto. Il religioso viene condannato e patteggerà la pena. Nel 2006 Marchese avanza la richiesta di risarcimento simbolico verso chi, ignorando le denunce, avrebbe consentito che le molestie continuassero su altri minori. Per risposta la curia della Valle dei Templi fa partire una contro denuncia con richiesta di 200 mila euro per i danni recati all’immagine della Chiesa locale. «Difendere i bambini e non la diocesi» risponde a quello che era il suo vescovo il giovane.
Altro caso, questa volta di solidarietà del vescovo verso il prete condannato: curia di Brescia e don Marco Baresi a cui nel maggio 2009 il tribunale di Brescia infliggerà una condanna di sette anni e mezzo. Dopo la sentenza il vescovo gli esprime solidarietà, gli augura possa dimostrare la sua estraneità ai fatti contestatigli. Ad Aversa, monsignor Mario Milano non si è sentito di esprimere alcuna solidarietà alla vittima degli abusi subiti ad opera di don Marco Cerullo, vice parroco a Casal di Principe, colto in flagranza di reato e non pare abbia aperto alcun procedimento canonico nei confronti del sacerdote.
CASI ECLATANTI
Ma vi sono pure i casi eclatanti nella loro aberrazione come quello denunciato all’Istituto per sordomuti «Antonio Provolo» di Verona, gestito dai religiosi della congregazione della Compagnia di Maria. Tra gli anni 50 alla metà degli anni 80 sarebbe stato teatro di centinaia di abusi. Il reato è prescritto, ma gli autori degli abusi preti e laici sarebbero ancora lì. Le vittime hanno chiesto al vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti il loro allontanamento. Non hanno ottenuto risposta. “Ai tempi non presentarono alcuna denuncia circostanziata – è la risposta ma soli fatti generici”.
Più noto è il caso del fiorentino don Lelio Cantini, fino al 2005 parroco della Regina della Pace, che abusò per anni (dal 1973 al 1987) di ragazzine della sua parrocchia.
Ma solo dopo le ripetute denunce delle vittime nel 2007, malgrado la copertura della curia fiorentina dell’arcivescovo Antonelli e soprattutto del vescovo ausiliare monsignor Claudio Maniago, nell’ottobre 2008, oramai 85enne ,viene ridotto allo stato laicale con «l’obbligo di dimora vigilata in spirito di preghiera e penitenza». Contro l’ex prete era stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Firenze.
Altro caso: don Giorgio Carli condannato a 7 anni e mezzo e al risarcimento delle vittime. La pena è caduta in prescrizione, ma è rimasto l’obbligo al risarcimento. Considerato innocente dalla sua diocesi don Giorgio non ha subito alcun procedimento canonico e ha continuato a svolgere la sua attività nella valli dell’Alto Adige. Chiede le dimissioni del vescovo di Savona , monsignor Vittorio Lupi, il giovane Francesco Zanardi, uno dei due ragazzi gay che il mese scorso si è “sposato” a Savona. Copertura anche per don Mauro Stefanoni parroco di Laglio (Como),all’epoca dei fatti il suo vescovo era monsignor Alessandro Maggiolini (defunto) e i maggiori collaboratori in diocesi monsignor Oscar Cantoni, ora vescovo di Crema e monsignor Enrico Benetti.
Ogni caso è a sé ma diverso è stato l’atteggiamento di monsignor Gualtiero Bassettii, vescovo di Arezzo nei confronti di don Pierpaolo Bertagna di Cortona (Arezzo), condannato a otto anni per aver molestato 38 bambini: lo ha sospeso a divinis. Il fondatore della Comunità Incontro di Amelia, Pierino Gelmini la riduzione alla condizione laicale ha dovuto chiederla lui stesso.
L’elenco dei casi di pedofilia, che non vuole dire necessariamente di colpevoli certi, è lungo. In attesa che la Conferenza episcopale renda noto l’elenco dei sacerdoti sottoposti a procedimento canonico con sentenza definitiva e di quelli condannati in modo definitivo dalla magistratura italiana, ci si può limitare a un generico elenco delle diocesi coinvolte negli ultimi anni. Nel 2004 ve ne sono stati a Forlì, Torino, Roma, Varese, Grosseto, Nuoro, Agrigento, Alessandria, Bari e Savona. Nel 2005 a Como, Cuneo,Arezzo e Napoli. L’anno seguente il 2006 a Roma, Ferrara, Lecce. Il resto è cronaca. L’aggiornamento non può che essere costante.
l’Unità 3.6.10
La storia di un gruppo di tredicenni violati da un prete a Pomezia
L’allora vescovo di Albano «impedì» ai Pm di fare luce
Gli abusi di Don Marco negati dalla Curia anche ai magistrati
di Andrea Palladino
«Dopo la nostra seconda denuncia raccontano le vittime il sacerdote fu spostato in un ostello per giovani ad Assisi». Gli investigatori si trovarono davanti a un muro di omertà. E così Don Marco venne sempre «coperto».
Hanno nomi che non puoi dimenticare, che rimangono impressi appena ti stringono la mano, con vigore, guardandoti negli occhi. Sono ragazzi normali, di una normale periferia romana, qualcuno sposato, qualcuno con figli piccoli. Hanno alle spalle anni di paure, di vergogna e di abusi, venuti da un prete che avevano cercato di fermare. Prima rivolgendosi al loro vescovo, nel 1998. Poi al suo successore, nel 2002, che promise l’avvio di un processo ecclesiastico, chiedendo, però, di non denunciare nulla alla giustizia civile. E, dopo altri due anni di silenzio imposto, alla Polizia, perché a quella giustizia ecclesiastica ormai non credevano più.
Oggi ascoltano con rabbia le parole venute dalla massima autorità dei vescovi italiani: «Se vi sono state coperture di abusi sessuali anche in Italia ha spiegato il presidente della Cei Bagnasco qualche giorno fa il giudizio della Chiesa è quello noto: si tratta di una cosa sbagliata». La storia di questo gruppo di ragazzi di Pomezia, alle porte di Roma, mostra, se non bastassero le parole di Bagnasco, come la Chiesa abbia chiuse le porte alla giustizia nei casi di pedofilia. Prima chiedendo il silenzio, poi rifiutando ogni collaborazione con i magistrati che cercavano di ricostruire le responsabilità e le coperture. «Padre Marco raccontano a distanza di anni i ragazzi di Pomezia l’hanno semplicemente spostato dopo la nostra seconda denuncia, mandandolo in un ostello per giovani ad Assisi, lasciando che molti ragazzi continuassero a frequentarlo». Mostrano una foto, che ritrae un prete barbuto, forte padre Marco Agostini mentre concelebra la messa solo un paio di mesi prima degli arresti e quattro anni dopo la loro denuncia fatta davanti all’allora vescovo di Albano laziale Agostino Vallini, oggi cardinale vicario di Roma. Nessuna sospensione a divinis, nessuna condanna.
E’ dal fascicolo del processo, però, che esce il documento che racconta meglio di qualsiasi inchiesta come la chiesa ha evitato, almeno in questo caso, di collaborare con i magistrati. E’ una lettera con la firma autorevole del vescovo di Albano Laziale Marcello Semeraro, succeduto a Vallini nel 2004. La data è del 30 maggio 2006, quando Ratzinger già aveva assunto il nome di Benedetto XVI. Rispondeva alla richiesta arrivata dalla Procura di Velletri che aveva appena ottenuto dal Gip la misura cautelare per padre Marco Agostini di poter avere le informazioni raccolte dalla Curia. Gli investigatori, durante due anni di indagini delicatissime, si erano trovati davanti a un muro di omertà impenetrabile, tanto che altri due sacerdoti, della stessa congregazione del prete accusato di pedofilia, gli Oblati di San Francesco di Sales, erano finiti sotto processo per favoreggiamento.
«Sono spiacente di non poter esaudire la richiesta» è la frase lapidaria di risposta del vescovo di Albano. Motivo? La “disposizione dell’articolo 4, n. 4 dell’accordo che apporta modificazioni al Concordato Lateranense”, ovvero l’accordo stato-chiesa firmato da Bettino Craxi il 18 febbraio 1984. Un accordo che ha fornito il supporto legale per negare ai magistrati le informazioni sui preti pedofili: «Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero», recita la norma firmata nel 1984.
La Procura della Repubblica di Velletri, non si arrese, risposte che se è vero che non c’è l’obbligo, è anche vero che non c’è il divieto, rimettendo tutto nella discrezionalità dei vescovi. Ma nulla è accaduto, gli atti del processo ecclesiastico non sono mai stati forniti.
Oggi paradossalmente il processo rischia di non arrivare nemmeno a conclusione. Padre Marco è morto tragicamente, uccidendosi nella casa della sorella dove stava scontando gli arresti domiciliari. L’unica imputazione rimasta in piedi riguarda un’accusa di favoreggiamento per un sacerdote della sua stessa congregazione, con una prescrizione ormai vicinissima. In questo processo per la prima volta il giudice aveva ammesso la possibilità di agire anche contro la Curia, per una omessa vigilanza. Tutto inutile, probabilmente. Ai ragazzi di Pomezia non resta che dimenticare, senza giustizia.
l’Unità 3.6.10
«Complice delle violenze» Indagato Zoellitsch capo della chiesa tedesca
Il vescovo di Friburgo e presidente della Conferenza episcopale, avrebbe coperto un caso avvenuto negli anni Sessanta. Germania sotto choc: il prelato siede al tavolo governativo istituito dalla Merkel contro gli abusi.
di Laura Lucchini
La Germania è tornata ieri a vivere l’incubo che l’ha tormentata per mesi. Robert Zollitsch, presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, è indagato dalla procura di Friburgo per presunta complicità in casi di abusi su minori. Dopo mesi di denunce di violenze sessuali, consumate all’interno di strutture educative cattoliche ora il sospetto raggiunge anche colui che si è fatto portavoce del cambiamento e della lotta contro la pedofilia.
L’apertura dell’inchiesta è stata confermata ieri dal procuratore capo di Friburgo, Wolfgang Maier, dopo che era stata anticipata dalla televisione pubblica ARD. La procedura è stata avviata in seguito alla denuncia di un cittadino, presentata a fine maggio, in cui si accusa Zollitsch di aver fatto assumere nel 1987 come referente un sacerdote, i cui abusi sessuali e tendenze pedofile erano gia state ampiamente documentate. I fatti si sarebbero verificati nella cittadina di Birnau, nei pressi di Costanza. All’epoca Zollitsch era responsabile del personale presso l’arcidiocesi di Friburgo. La presunta vittima del sacerdote accusa l’arcidiocesi di avere di fatto nascosto coscientemente un pedofilo.
LA RICHIESTA DI PERDONO
Lo scorso mese di marzo Zollitsch, in seguito allo scandalo di abusi che ha investito la Chiesa del paese, ha chiesto perdono alle vittime per i crimini commessi da alcuni sacerdoti tedeschi. La sua richiesta di perdono arrivava dopo una riunione in Vaticano con Papa Benedetto XVI. Allo stesso modo Zollitsch aveva assicurato, dopo la riunione con il Pontefice, che questi lo aveva spronato ad adottare misure efficaci per affrontare lo scandalo. In una sorta di dichiarazione d’intenti Zollitsch aveva promesso assistenza alle vittime, perché gli abusi non cadessero mai più nel silenzio, e aveva assicurato collaborazione con la giustizia per andare a fondo nelle denunce.
Sempre Robert Zollitsch, nel suo tentativo di far pulizia, aveva fatto pressione nelle scorse settimane affinché il polemico vescovo di Augsburg, Walter Mixa, si dimettesse perché accusato di aver picchiato numerosi ragazzi quando era ancora prete. Qualche giorno dopo Mixa presentò le dimissioni, che furono accolte da Benedetto XVI.
Come se non bastasse, il presidente della Conferenza Episcopale, partecipa come rappresentante della Chiesa nella tavola rotonda contro gli abusi, organizzata dal Governo di Angela Merkel in seguito allo scandalo. L’Ordinariato della diocesi di Friburgo ha immediatamente respinto come “infondate” le accuse. La procura di Friburgo deve ora stabilire se i fatti in questione possono ancora essere giudicati o sono prescritti.
il Fatto 3.6.10
Abusi, sotto accusa il capo della chiesa tedesca
L’arcivescovo di Friburgo, Zollittsch, avrebbe coperto un sacerdote nel 1987
di Nina Fabrizio
Il capo della Chiesa tedesca e arcivescovo di Friburgo, mons. Robert Zollitsch, avrebbe saputo di almeno un caso di abuso sessuale su minore all'interno della sua arcidiocesi e anzichè prendere provvedimenti, avrebbe coperto. L'accusa, pesantissima, arriva dalla Procura di Friburgo e cade come un macigno su una delle figure finora più credibili nella lotta alla pedofilia tra il clero e i vertici di una Chiesa già provata da una lunga lista di scandali a sfondo pedofilo, emersi di recente in Germania. L'indagine “preliminare” cui la procura tedesca sottoporrà Zollitsch, che al momento risulta indagato per complicità, parte da una denuncia a carico dell'arcivescovo presentata da una presunta vittima che negli anni Sessanta sarebbe stata abusata sessualmente da un sacerdote nel monastero di Birnau dell'arcivescovato di Friburgo. La vittima ha raccontato che l'arcidiocesi di Friburgo era a conoscenza delle orribili violenze subite ma nonostante ciò nel 1987 Zollitsch, che all'epoca era responsabile del personale dell'arcidiocesi, confermò il posto del sacerdote pedofilo nella comunità di Birnau. In buona sostanza, se ne lavò le mani. Una versione tenacemente respinta dall'arcidiocesi di Friburgo secondo cui le accuse al suo arcivescovo sono “false” perché l’arcidiocesi avrebbe saputo solo alla fine del 2006 di quell'abuso avvenuto a Birnau mentre mons. Zollitsch “non ha in alcun modo” confermato il posto del sacerdote pedofilo nel 1987. Un aspetto non del tutto chiaro però, dal momento che la nota dell'arcidiocesi prosegue affermando che Zollitsch non ha rinnovato la posizione del sacerdote, anche se ci sono indicazioni secondo cui “il padre sotto accusa” ha continuato a lavorare nella comunità di Birnau. Noto per le sue posizioni progressiste e liberali (ha parlato anche in favore delle unioni civili omosessuali e si è dimostrato aperto sul celibato), Zollisch è stato nominato arcivescovo di Friburgo nel 2003 da Giovanni Paolo II e poi eletto a capo dell'episcopato tedesco nel 2008. Da quando nel febbraio scorso lo scandalo pedofilia ha massicciamente coinvolto la Chiesa tedesca lambendo persino il fratello del Papa, Georg Ratzinger, che ha ammesso qualche schiaffo agli allievi del coro da lui diretto a Ratisbona, mons. Zollitsch si è contraddistinto per essere uno dei maggiori assertori della linea della tolleranza zero avviata da Benedetto XVI. La notizia del suo coinvolgimento è arrivata come un fulmine a ciel sereno in Vaticano. Il card. Walter Kasper, capo del dicastero per l'Unità dei Cristiani e suo connazionale, si dice “incredulo”. “Conosco Zollitsch benissimo dice al Fatto non credo una cosa del genere sia possibile”. Di sicuro la notizia è un nuovo choc per la Chiesa del Paese natale di Ratzinger dove già un vescovo, mons. Mixa, nominato alla diocesi di Augusta da Benedetto XVI si è dimesso per pedofilia. In Germania poi, mentre, secondo un recente sondaggio, il 23% dei cattolici pensa di abbandonare la Chiesa, il governo ha avviato una commissione speciale per fare piena luce sugli abusi dei preti. I risultati si attendono a fine anno e rischiano di presentare un conto salatissimo, soprattutto alla casse della Chiesa di Germania. Qui infatti gli iscritti come cattolici nelle liste dei contribuenti versano in automatico con la dichiarazione dei redditi un contributo alla Chiesa. A meno che, abbandonando il cattolicesimo, da quelle liste non si facciano togliere. Un rischio sempre più concreto che si trasformerebbe in un tracollo finanziario per la Chiesa locale.
il Fatto 3.6.10
Bambini vittime due volte: prima i pedofili, poi la legge
Gli psichiatri: “Non esiste la minore gravità del reato”
di Silvia D’Onghia
“Quando si tocca un bambino, non esistono reati di minore o maggiore entità”. Antonio Marzano, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori, è arrabbiatissimo. L’emendamento numero 1707, presentato da alcuni esponenti della maggioranza e giustificato come rimedio ad un errore tecnico, lascerebbe alle forze di polizia la discrezionalità sull’arresto di un pedofilo colto in flagranza, in base ad una presunta minore o maggiore gravità del reato. Vale a dire, per esempio, che la persona beccata mentre compie atti di libidine davanti ad una scuola elementare può tranquillamente non essere fermata, perché quel gesto viene considerato di minore entità. “La reazione di un bambino ad un atto di pedofilia è individuale – spiega la neuropsichiatra Alessandra Palattella – ma nella quasi totalità dei casi si configura in un trauma che, soprattutto se non affrontato all’interno di un contesto familiare favorevole, può generare gravi disturbi in età adulta”. Molto dipende, spiega l’esperta, dall’età del bambino e dal sostegno che riceve da genitori e parenti. Se si pensa che moltissimi casi di abusi avvengono tra le mura domestiche o comunque in un ambiente considerato familiare (amici dei genitori, per esempio), si comprende maggiormente la difficoltà che un minore ha di raccontare quanto accaduto, e quindi di iniziare a superarlo. “Anche laddove c’è ‘soltanto’ l’esposizione ad un atto sessuale – racconta Marziale – si possono verificare sintomi come la paura, la perdita di urina nel letto; si perde la fiducia nel rapporto con un adulto”. “Nel bambino si scatena un senso di vergogna molto grande – aggiunge Palattella – la paura dello stigma sociale. La risposta al trauma può avere una sindrome acuta da stress che rientra nelle prime ore, di solito dopo un giorno o due, ma poi si manifesta con una sindrome tardiva, definita post-traumatica da stress: problemi alimentari, condotte sessuali promiscue, abuso di alcol o droga, disturbi dell’umore, tendenza alla manipolazione. Un minore che viene sottoposto ad un atto di pedofilia, da adulto può essere portato a ripeterlo, può riproporlo nell’approccio con l’altro sesso: una sorta di coazione a ripetere che in realtà è una forma di difesa del soggetto. I traumi sessuali sono all’origine di reazioni psicopatologiche molto serie, che condizioneranno la vita adulta”. Da qualsiasi lato la si veda, gli effetti di questa modifica sarebbero devastanti. “Spesso, quando la polizia arresta un pedofilo, si sente dire: ‘Meno male che mi avete fermato perché da solo non riuscivo a farlo – spiega ancora Marziale – Bisogna sempre pensare che si tratta di una patologia compulsiva”. Se un esibizionista non viene fermato, non solo c’è la possibilità (“la certezza”, secondo Marziale) che lo rifaccia, ma si corre il rischio che possa commettere atti via via più gravi. Sono persone che hanno problemi e che vanno curate: “Nessuno dice che devono passare la loro vita in carcere”, afferma il presidente dell’Osservatorio, che lo scorso anno ha presentato in Senato un disegno di legge che prevede l’obbligo di un percorso di recupero psicoterapeutico per queste persone. “Intanto il pedofilo va fermato, per evitare che lo rifaccia, poi, se viene riconosciuto colpevole, va seguito e assistito, con o senza l’utilizzo di farmaci (a discrezione dello psicoterapeuta)”. L’Osservatorio chiede alle opposizioni di insorgere contro l’emendamento: “Ci saremmo aspettati una sollevazione di massa, invece si è alzata solo qualche sporadica voce. Non capiamo cosa significhino le motivazioni addotte dal Pdl per giustificare questo inserimento: chi ha a cuore la sorte dei bambini non può accettare che esistano cavilli a fare da paravento a motivazioni politiche. Porre limiti alle intercettazioni sui casi di violenza su minori significa agevolare la posizione dei pedofili”.
Repubblica 3.6.10
L’ultimo libro di Helena Janeczek: la storia dell’attacco all’abbazia tra realtà e finzione
Montecassino, la battaglia eterna
La madre di tutte le battaglie tra eroi, vittime e memorie
di Roberto Saviano
L´ultimo libro di Helena Janeczek racconta una storia di guerra: l´attacco all´abbazia Ma è anche un viaggio attraverso i ricordi dei soldati arrivati da tutto il mondo
A combattere non furono solo gli americani. Con loro c´erano polacchi e maori
Il romanzo mescola verità e finzione mostrando come quell´episodio ci riguardi ancora
Quando vengo a sapere che Helena Janeczek ha pubblicato un nuovo libro, faccio tutto il possibile per averlo prima che entri in libreria. Ogni uscita di Helena mi ossessiona: l´attesa di avere quelle pagine per le mani diventa urgenza. Da poco è uscito per Guanda Le rondini di Montecassino.
Helena Janeczek è una figlia di Auschwitz. Sua madre si è salvata dai campi di sterminio nazisti, e lei sa che a quel destino di salvezza deve la sua vita, ma anche l´eterno tormento che i figli dei sopravvissuti si portano dentro. Tedesca di nascita, figlia di ebrei polacchi, è in Italia dal 1983, e ha fatto della lingua italiana la sua lingua di scrittrice.
Il suo romanzo racconta di guerra. Anzi di una battaglia: la battaglia di Montecassino, una delle battaglie più feroci di tutti i tempi, definita la Stalingrado d´Italia. Lì si realizzò l´epopea dell´armata polacca al comando del generale Anders che si lasciò decimare sino all´ultimo uomo ma riuscì a far arretrare i nazisti. Quello che non erano riusciti a fare in Polonia, un manipolo di polacchi riuscì a farlo in Italia: respingere i tedeschi. Nelle quattro battaglie di Montecassino morirono più di cinquantamila uomini, furono scaricate 1250 tonnellate di bombe e dalle bocche di fuoco di 754 cannoni uscirono duecentomila proiettili. Gli alleati dovevano sfondare la linea Gustav per arrivare a Roma. E lo fecero con tutta la loro potenza. Senza risparmiare civili, abbazia, animali, case. Nei miei ricordi i cimiteri dei reduci non sono mai spariti. Le lapidi sbiadite dal tempo. Ricordo l´obelisco: «Per la nostra e la vostra libertà noi soldati polacchi demmo l´anima a Dio, i corpi alla terra d´Italia, alla Polonia i cuori". Cassino dalle mie parti non viene raccontata: viene tramandata. Come la discendenza di sangue. Helena Janeczek scrive un romanzo potentissimo con quella stessa forza tramandata. La sua è una gestazione di storie sconvolgenti. Se si passeggia sulle colline o semplicemente nelle campagne di Montecassino ancora si trovano schegge, granate inesplose, proiettili. Battaglia dimenticata perché lì il volto della guerra ha preso la forma del silenzio dopo gli stupri di massa seguiti alla vittoria francese. Le truppe in campo erano spesso cumuli di gente straniera. Carne da macello delle colonie. Animali feroci da combattimento sguinzagliati tra le greggi. La storia le ricorda come "marocchinate", la gente del luogo invece le ricorda come violenze di massa a danni di civili innocenti: si stimano 3000 vittime di stupro tra uomini donne e bambine, molti di loro sodomizzati a morte o impalati.
Ma Montecassino è stato anche il luogo dove si è testimoniato l´eroismo dei polacchi. Gente che ha combattuto in un paese estraneo in nome di una libertà collettiva. Marocchini, polacchi, algerini: etnie che tutt´oggi provengono dagli stessi posti e affollano il basso Lazio e il Casertano. Una volta arrivavano qui come soldati, ora arrivano come immigrati. Ed è proprio qui che la Janeczeck apre il sipario degli eventi scrivendo un libro che ti da un sapore mondiale. Dove tutto è connesso e annodato in un perimetro mondiale. Ci raccontano sempre di guerra mondiale ma vediamo solo americani e tedeschi. I fronti erano molti di più e le nazioni coinvolte molte di più.
"Non si può immaginare nulla di vero senza trovare un appiglio in ciò che si ha dentro, ma i disegni incisi nell´anima sono, a modo loro, astratti più di una mappa, impersonali quanto un documento, e io allora non posso fare a meno di figurarmeli a immagine e somiglianza di un moko che confonde nelle sue spire un più recente tatuaggio." Il romanzo di Helena Janeczeck è questo, un tatuaggio inciso nella pelle non senza dolore. Una mappa che raccoglie i fili di molte storie confluite nell´intrico della battaglia leggendaria ai piedi di un´abbazia distrutta dagli americani per un errore di valutazione. Questo diventa luogo mitico, un punto geografico al centro di una valle scura capace di contenere tutti i luoghi e di lasciar passare tutte le identità possibili.
All´ombra della grande battaglia di Montecassino si incrociano, come in una vertigine, la storia immaginata con quella reale. Si incrociano le vite del sergente texano Jako Wilkins, felice e fiero di servire la propria nazione, di Rapata Sullivan, il giovane maori che segue le orme eroiche del battaglione del nonno, di Edoardo Belinski e Anand Gupta, due studenti romani che nell´ultima estate della loro adolescenza inseguono le tracce deboli di una memoria che in pochi vogliono raccontare. Poi, un passo a lato accanto alla battaglia, Irka Szer, ebrea polacca che fugge ragazzina dal ghetto ma si ritrova in Siberia con la sola protezione del suo violino abbracciato forte contro la violenza invincibile del lager. E Milek Steinwurzel, sceso in Italia con le truppe del generale Andres, e morto a Milano senza lasciare dietro si sé una parola su quegli anni terribili, su come era riuscito a salvarsi. Milek sopravvive nel silenzio. La parola non sempre salva. Non sempre è necessaria. Sempre più spesso è superflua: è ritorno al dolore. Helena Janeczek questo lo sa.
In un suo libro, il primo, Lezioni di tenebra (che non si trova in libreria, inviterei gli editori a rioffrirlo al pubblico: è troppo prezioso per non essere ristampato) è proprio una battaglia con la memoria. Una lotta tra il decidere se ricordare o meno: anestetizzare il male emotivo oppure lasciar fluire tutto, come unica terapia per impedire alla storia di ripetersi, alla tragedia di tornare, al dolore di rinascere.
E questa scrittrice dal nome impronunciabile, dal viso di donna slava, con il passaporto tedesco, l´anima italiana, la memoria polacca, il figlio napoletano e la residenza lombarda fa del suo mondo e del suo passato una placenta dove si formano storie di individui che non si possono dimenticare. La bellezza di questo romanzo risiede nella struttura, nel coincidere degli opposti: il caos della battaglia coi silenzi dei vinti, la normalità con l´eroismo degli ultimi, la cura della memoria e l´irruenza delle nuove generazioni, il passato inanellato indissolubilmente col presente.
Sono tutte storie singolari, in qualche modo minori, quelle che Helena Janeczek racconta, eppure in ognuna il respiro e il battito del cuore è quello del coraggio e della generosità di chi si trova nei minuti decisivi della propria vita a scegliere tra il bene e il male nel frastuono della battaglia. Ed è anche la storia di chi si fa carico di questa scelta, di chi si trova molti anni dopo a fare i conti con una memoria di cui sa poco o nulla, perché in molti sono rimasti sommersi e i salvati non parlano. È una storia che si costruisce passo passo attraverso documenti falsificati per poter fuggire e le testimonianze brucianti raccolte senza fare domande, atterriti davanti all´enormità del ricordo. Quanto conta la verità dei fatti? Molto sembra, perché la ricerca dell´autrice è scrupolosa e maniacale al punto da suscitare nelle persone interrogate una do-manda spontanea: "Ma tu sei uno storico o stai scrivendo un romanzo?".
Dalle prime pagine il racconto si mescola con la menzogna, con l´invenzione. L´autrice sale su un taxi e per evitare le domande indiscrete del guidatore racconta di avere un cognome polacco e una madre italiana. Immagina di confessare che suo padre è stato soldato nella battaglia di Montecassino, tra le truppe del generale Andres. Ma immagina appunto tutto questo, non lo dice, e poi suo padre non ha mai combattuto a Montecassino. O forse sì? La sua immagine si confonde con quella dell´amico di una vita, quel Milek Steinwurzel che invece soldato lo era stato per davvero, le loro identità si sovrappongono in un gioco di specchi dove il giusto, il dato obiettivo, non sta mai da una parte sola, non è afferrabile perché i testimoni sono reticenti e la verità assume il tono della diceria inverificabile. Ma la verità non è l´elemento indispensabile in questa storia. La forza grandiosa e potente di queste pagine viene interamente da un gesto che è un azzardo, un atto di fiducia verso il potere dell´immaginazione di riempire un vuoto. Il tentativo di tendere un filo tra vero e falso, realtà e finzione, su cui far correre quel confine labile che a volte separa la vita dalla morte. Fa questo Helena Janeczeck. E lo fa con una maestria da scrittrice vera. Lo fa portando con sé la consapevolezza del piacere narrativo e il sapore del racconto tramandato col sangue, ancora prima che con le parole. Quando si arriva alla fine di questo romanzo, ci si sente addosso il torpore della battaglia, come se la polvere delle macerie della guerra fosse composta dalle molteplici schegge dei nostri conflitti quotidiani. E Montecassino diviene la guerra di tutti, il luogo da cui tutti veniamo.
©2010 Roberto Saviano/ Agenzia Santachiara
l’Unità 3.6.10
Angeli, demoni e cellule
La Chiesa ha sottovalutato il «batterio artificiale». Ma la visione della natura è cambiata per sempre
di Enzo Mazzi
La notizia della «cellula artificiale» è rimbalzata nei giorni scorsi sui giornali e le tv di tutto il mondo che hanno subito interrogato esperti di scienza e uomini di chiesa. Noi profani, gente della strada, ne abbiamo preso atto non senza un groviglio di sensazioni: dallo stupore, alla speranza, al timore. Passato un po’ di tempo e a mente più fredda viene tuttavia spontanea una riflessione: è una scoperta fra le tante oppure siamo di fronte a nuova rivoluzione, a un cambiamento capace di incidere nella nostra esistenza, come quelli operati da Copernico, da Giordano Bruno, da Galileo? Questi tolsero, letteralmente, la terra sotto i piedi agli uomini e donne di quel tempo a cui veniva a mancare la stabilità del suolo. E fecero vacillare la cattedra di verità che, posta ben saldamente al centro della creazione, assicurava alla gerarchia ecclesiastica un potere assoluto. «È maggiore forse la paura con cui voi pronunciate la sentenza di quella che provo io nel riceverla», disse Giordano Bruno ai giudici che lo condannavano al rogo. Ci sono voluti cinquecento anni per elaborare quella grande paura e una quantità di scomuniche, condanne, roghi. E non siamo ancora alla fine.
Ebbene, la creazione artificiale della vita è una rivoluzione paragonabile a quella che fece da levatrice alla modernità? È capace di penetrare nella nostra vita e scuoterla dal profondo in tutte le sue dimensioni? Sembrerebbe di no a giudicare dai commenti sbiaditi della stampa e dalle reazioni possibiliste della gerarchia ecclesiastica la quale non sembra annusare odor di eresia.
Ritengo invece che la scoperta di Craig Venter, costituisca lo sbocco e un nuovo inizio del grande sforzo di liberazione che si è sviluppato negli ultimi tre secoli e che sembra condurre a legare la ridefinizione dei rapporti fra generi, classi, popoli, culture, che è stato l’obiettivo di tutte le rivoluzioni moderne, con la ridefinizione del rapporto fra umanità e natura. Lo sviluppo umano ha bisogno di un’etica nuova. La modernità si è sviluppata sulla base dell’etica dello sfruttamento sconsiderato della natura considerata come un oggetto. Ora s’impone una svolta: l’assunzione di responsabilità verso la natura in un’ottica evolutiva e non puramente conservatrice. Dall’etica dello sfruttamento aggressivo all’etica della creazione liberatrice.
Non è un caso che nei nuovi movimenti si faccia strada la riscoperta dell’originale naturalismo evolutivo e creativo di Pierre Teilard de Chardin, gesuita, teologo, grande scienziato, geologo e paleontologo, professore all’Istituto Cattolico di Parigi, poi ricercatore in Cina e quindi negli Stati Uniti dove è morto nel 1955. Attraverso la sua indagine di rigore scientifico sulla evoluzione biologica giunge alla convinzione che la Biosfera, il mondo della vita, tenda alla coscienza, cioè si evolva verso la Noosfera, parola difficile che significa in sostanza «il mondo della coscienza». Ma ciò avviene senza che all’inizio esista un ordine precostituito (quanto siamo lontani, qui, dalla teoria nuova del «disegno intelligente»!). La natura non è data una volta per tutte. L’evoluzione non segue una linea ben individuabile, si muove a tentoni, a strappi, a impennate inspiegabili. L’ordine è nel futuro, non nel passato: cioè va costruito. L’Universo si dipana nella libertà e nell’autonomia nutrite di relazioni. E sono precisamente questi valori di trasformazione che costituiscono il compito umano di «costruire la Terra costruire la natura». E Dio stesso è lì, nella trasformazione, non nella fissità.
Nello stesso periodo, anni 50, sosteneva cose simili Ernst Block, marxista antidogmatico ed eretico, perennemente in fuga da ogni regime, autore del Principio-speranza, dove scrive: «Quando si è sperimentata una volta la realtà come storia non è più possibile il ritorno alla fede astorica di ciò che sussiste e rimane in eterno. Dio: humanum futuro e non ancora raggiunto, “Deus absconditus”, Dio speranza».
Il Dio creatore immobile, onnipotente ed eterno, è «la cifra assoluta dell’aggressività umana», dirà il teologo fiorentino Ernesto Balducci sulla scia di Teilard de Chardin e di Block.
Ritengo che si possano considerare queste intuizioni, condannate tutte come eretiche, quali profezie del traguardo raggiunto oggi dalla creazione della vita artificiale. Il tutto da avvicinare, con indispensabile senso critico e estrema cautela, come «segni dei tempi» capaci di orientare il cammino in questa buia notte di luna nuova.
l’Unità 3.6.10
Perseguitati e poi respinti
Laura Boldrini racconta l’Italia feroce con i rifugiati
di Flore Murard- Yovanovitch
La portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati nel libro «Tutti indietro» ha raccolto le storie, durissime e tragiche, di afghani, eritrei, somali, iracheni e quant’altri cercano un approdo. Spesso invano. Per cinismo.
Questo libro Laura Boldrini ha deciso di scriverlo nell’estate del 2009, quando il governo italiano, in palese violazione del Diritto internazionale umanitario, mise in atto i respingimenti via mare. Eppure, i migranti che approdano esausti sulle nostre coste non sono tutti «clandestini», come vorrebbe la vulgata dominante, ma sono a maggioranza richiedenti asilo. Quale vita di persecuzione può spingere uomini e donne ad attraversare il Sahara rovente nelle mani di trafficanti, per salire su una barchetta sgangherata verso onde ignote? Torture e dittature: ecco da cosa fuggono, per cercare non solo un sostegno economico in Europa, ma spesso la libertà. Una realtà troppo spesso occultata. Afgani, eritrei, somali, sudanesi, iracheni che la portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati ha personalmente incontrato nei suoi tanti anni di lavoro nelle maggiori crisi umanitarie. Un patrimonio di racconti che Boldrini ci restituisce con passione in Tutti indietro (Rizzoli, 217 pp. 18 euro).
RICACCIATI NELL’ORRORE
I sopravvissuti ai naufragi di Lampedusa, gli sfollati kosovari o quei bambini afgani nascosti sotto i tir nel porto di Patrasso. Come il piccolo Sayed, perseguitato perché di etnia hazara, che lascia Kabul a 11 anni, attraversa tutta l’Asia, sopravvive alle botte nei famigerati centri di detenzione in Grecia (dove il diniego alle domande d’asilo è pressoché sistematico), per approdare a Bari a 20 anni! Ma soprattutto storie insostenibili di donne migranti, che pagano il prezzo più alto, tra violenze e abusi sessuali, come Astier, in fuga dai militari eritrei, finita nelle mani della polizia libica. Persone che vengono respinte verso gli stessi orrori da cui fuggono. Per evitare questo esiste il «diritto d’asilo», che il governo italiano ignora colpevolmente. Così, nel maggio 2009, iniziano massicci respingimenti via mare, senza alcuna valutazione della eventualità che tra i migranti ci siano potenziali rifugiati politici. Oltre a violare il principio del «non refoulement» verso Stati che potrebbero mettere in pericolo l’incolumità della persona, c’è il cinismo freddo dei Maroni e dei La Russa che rilasciano dichiarazioni «rassicuranti» su una fantomatica «protezione» in Libia, allorché il Paese di Gheddafi non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra ed è tristemente famoso per le torture.
I telefoni che scottano, le vacanze rimandate last minute per coordinare un recupero di gommoni tra Guardia costiera, pescherecci e assalti dei giornalisti: anche con note di ironia, Laura Boldrini ci racconta l’impegno 24 ore su 24 di chi salva vite umane. Come i coraggiosi marinai, i volontari dei centri di accoglienza, il sindaco di Riace: l’altro volto di un’Italia civile che non vuole diventare disumana, di fronte ai drammi che Tutti indietro ricorda. Dal mercantile Pinar, bloccato per giorni a causa del ping pong tra Malta e Italia, con a bordo 143 migranti e una donna già morta, agli «uomini-tonni», appesi senza soccorso ad una gabbia in balia delle onde. Arriva qui Laura Boldrini, dopo Iraq e Sudan, per dire di un’ultima frontiera, la nostra: razzista, crescentemente xenofoba. La Portavoce marchigiana ci fa guardare negli occhi i bambini rom forzatamente sgomberati o gli africani «cacciati» a Castel Volturno e Rosarno; o ci fa da guida nei palazzoni fatiscenti della piana di Gioia Tauro, senza acqua né elettricità, dove come animali si ammucchiano migranti. Storie insanabili, «sospese» tra una burocrazia lenta e l’impossibile ritorno indietro. Mesi che diventano anni. Perché per una vita dignitosa non bastano documenti o protezione sussidiaria, ci vorrebbe un sistema di accoglienza ben diverso. E se il Paese di approdo nega una vitale «seconda chance» ai rifugiati, le loro sono vite perse. Ci vorrà tanto lavoro per ridare pieno significato alla parola «asilo» in Italia.
il Fatto 3.6.10
Chelazzi, il pm vicino alla verità sulle stragi in “un’Italia sotto ricatto”
Gli mancava l’ultimo tassello per arrivare alla politica
di Sandra Amurri
Morì nel 2003, per un infarto in caserma. L’indagine sui mandanti esterni venne archiviata
Quattro giorni prima di morire, il 17 aprile 2003, stroncato da un infarto nella foresteria della Guardia di Finanza di via Sicilia a Roma Gabriele Chelazzi, applicato alla Dna aveva interrogato il generale Mario Mori come persona informata dei fatti nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi del ’93. Dopo la sua morte tutto venne archiviato. Chi lo conosceva bene racconta che fosse teso e nervoso. Tanto che poche ore prima che il suo cuore si fermasse, nella solitudine di quella foresteria scrisse una lettera, amara come lo stato d’animo che la dettava. Una lettera mai spedita, indirizzata al procuratore capo di Firenze Nannucci, in cui denunciò l’isolamento che viveva nonostante, o forse proprio per, la complessità delle inchieste di cui si occupava. Un anno prima davanti alla Commissione nazionale Antimafia aveva descritto la stagione delle bombe del ’93, fino a quella non esplosa del 24 gennaio 94 allo Stadio Olimpico di Roma, stagione “unica e irripetibile, almeno nella storia repubblicana, dalla finalità eversiva”. Chiese al Parlamento di utilizzare gli strumenti della politica per trovare risposte che fin lì la magistratura non aveva trovato. Ma il Parlamento non si mosse. Un silenzio dentro cui si sono consumate molte storie. “Peggio di una guerra. L’Italia sotto ricatto” definì quella stagione Chelazzi nella requisitoria al processo per le stragi del ’93 ’94 da cui prende il titolo il libro curato dal cronista Francesco Nocentini, edito dall’associazione “Tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili” e dal Comune di Firenze. Particolarmente significative le parole che Chelazzi scrive al termine di quella requisitoria: “Questa sentenza pone le fondamenta per andare avanti”. Ricorda di “non aver mai cessato di lavorare su quello che ci può essere oltre questi imputati e oltre questa organizzazione”. E aggiunge: “La campagna delle stragi voleva condizionare la storia di questo Paese”. Nella richiesta di archiviazione sugli autori 1 e 2, nomi in codice di Berlusconi e Dell’Utri si legge: “Mancava la possibilità di stabilire se il dinamismo politico di Cosa nostra” nel momento in cui le stragi erano state decise o erano in corso “attrasse anche l’interlocutore politico”. Dall’incrocio tra tabulati telefonici e testimonianze era emerso che i fratelli Graviano pochi mesi prima e subito dopo gli attentati del ’93 erano a spasso per l’Italia con le rispettive fidanzate: al Carnevale di Venezia, poi ad Abano Terme, quindi a Riccione dove affittano una casa nel periodo della strage di Firenze. Poi in Versilia e, infine, ad agosto, dopo gli attentati di Milano e Roma, in Costa Smeralda, dove abitano in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, come confermato da un finanziere milanese il cui nome è coperto da segreto. Gabriele Chelazzi, sposato con Caterina, medico di Firenze, padre di Francesca, era un uomo gentile ed ironico, uno dei pochi magistrati non siciliani a conoscere veramente la mafia. Sapeva coniugare senso di responsabilità di indipendenza e di imparzialità. Era solito dire: ”Un’indagine nasce sempre dal basso dai piccoli indizi poi cresce. Mai il contrario. Mai innamorarsi di una tesi. Il magistrato deve essere il primo difensore dell’indagato”. Il teorema, spiegò in un incontro pubblico “non è una parolaccia solo in bocca ai denigratori della giustizia ,il pericolo del teorema c’è ed è reale, è vero. Ne parla lo ammette uno che il magistrato lo fa,il teorema è in agguato anche per i magistrati. Un teorema vuol dire assemblare spezzoni di realtà depurati dagli elementi, io li chiamo dinamici, farli diventare inerti, spersonalizzati, sistemarli come tessere sullo stesso piano di appoggio per la ricostruzione della realtà. Il ragionamento giudiziario è tutta un’altra cosa”. Ecco perché i colleghi che lo hanno conosciuto alla domanda: “Avrebbe potuto scoprire con chi Cosa nostra aveva interessi convergenti per destabilizzare, per ricattare lo Stato in cambio di nuove leggi, per usufruire di quel vuoto politico?”, rispondono: “Sì”, e aggiungono: “Perché era un magistrato capace, un investigatore puro e libero”. Forse per questo lo hanno lasciato solo finché il cuore non si è fermato. Le nuove inchieste rivelano convergenze di finalità tra mafia e servizi deviati legati all’eversione nera per destabilizzare l’apparato politico, creando le premesse per un colpo di Stato e impedire l’ascesa del “comunismo” non a caso nelle lettere di minacce ai magistrati si legge: ”Fate i paladini della libertà ma voi siete comunisti”.