mercoledì 2 giugno 2010

Adnkronos 2.6.10
Libri: letteratura cinese e italiana a confronto in un volume 'double face'
'La rosa e la peonia' edito dall''Asino d'oro' nelle librerie il 4 giugno
Roma, 2 giu. (Adnkronos) - Dalle iscrizioni sui gusci di tartaruga ai romanzi erotici sul web. La letteratura cinese ha più di 4mila anni e 'La rosa e la peonia', testo bilingue della studiosa Valentina Pedone, edito da 'L'Asino d'oro' e in uscita nelle librerie venerdì prossimo, si pone come strumento di confronto con la letteratura italiana, dai testi latini di epoca romana al Nobel Dario Fo, per gli insegnanti, gli studenti e in genere le nuove generazioni che si trovano a confrontarsi con la cultura cinese sempre più presente nel nostro Paese.
Scritto in due lingue, questo libro, a cura dalla Pedone, ricercatore, docente di letteratura cinese presso l’Università di Firenze e di Urbino (traduzione di Wei Yi, insegnante di letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Lingue Straniere di Pechino), è un’opera, se così si può definire, “double face”, con due distinte copertine e testi in italiano e in cinese.
“La rosa e la peonia -spiega nella postfazione Valentina Pedone- è rivolto a tutti coloro che incontrano quotidianamente culture diverse dalla propria, a lettori curiosi ed entusiasti, a chiunque voglia conoscere, imparare e crescere nutrendosi di pluralità. E’ rivolto -aggiunge- ai tanti piccoli cittadini cinesi che si incontrano nelle scuole e nelle piazze delle nostre città, che parlano benissimo l’italiano, che si sentono italiani, che riescono a confrontarsi con tutti senza chiedersi nulla e che sarebbe bello sentire parlare anche in lingua cinese”.
(Clt/Col/Adnkronos)

l’Unità 2.6.10
Intervista a Dario Fo
«Silvio cancella la democrazia
e la sinistra se ne sta al balcone»
Il premio Nobel: «Per fermare il premier servirebbero una coerenza e un coraggio morale che fin qui sono mancati. Vedo timori e dolcinerie mentre i tori travolgono tutto»
di Toni Jop

La storia. «Non è uno show in cui sperare di fare una figura passabile. Chi si assume la responsabilità di non aver capito e lottato?»
La strada. «L’avete indicata anche voi dell’Unità: disobbedire. Non si salva l’Italia scendendo a patti con un oscuro nemico del paese»

Partiamo da questo punto incontestabile: siamo governati da un premier che dice “ti amo” a questo paese mentre giorno dopo giorno gli toglie la libertà. Sembra una parabola classica sul potere. Infatti, Berlusconi più ci ama più ci tappa le orecchie. Adesso vuole discrezione, questa è la sordina che vorrebbe imporre alle intercettazioni, questa la gabbia in cui vorrebbe chiudere i magistrati. Affranti, in questa valle di lacrime abbiamo chiesto lumi a Dario Fo, per aggiornare i nostri sensi intorpiditi da un “amore” che ci vuole al buio. Sarà vero amore, Dario? «Dubita, fratello, dubita, che il dubbio ti tiene in vita. Io, per esempio, ho scritto un testo sull'Orecchio di Dioniso. Non fabula, sed historia. Allora, c'era questo Orecchio che amplificava a mille le voci del popolo cosicché, in favore degli dei, una si potesse avvertire molto distante. Orecchio divino, divina macchina
sonora. Ma un giorno, il senso dell' ascolto fu invertito e al “popolo” giunsero le parole segrete degli dei. La divina macchina venne immediatamente murata. Murarono il mito, cosicché si vide di che pasta fosse il mito e quale fosse il cibo prediletto del potere: la coscienza del “popolo”. Chiaro?».
Maestro, questa è la storia della sinistra! Siamo noi che vogliamo ascoltare ciò che non va ascoltato, le parole del potere, le parole proibite. Siamo sulla strada giusta?
«Mica tanto. Perché tutto è scoperto, il gioco è scoperto nella sua violenta doppiezza ma non vedo una adeguata capacità di reazione. Abbiamo un premier che ormai non nasconde i veri obiettivi delle sue azioni e delle sue scelte. Dalle leggi ad personam al ddl sulle intercettazioni mentre echeggiano le voci secondo cui bombe e stragi “mafiose” sarebbero servite da scivolo per la nascita di una forza politica capace di traghettare il peggio della prima repubblica in una seconda, sedicente repubblica».
Ma, scusi, che dobbiamo fare? Denunciamo, facciamo opposizione secondo le regole democratiche... «Ah sì? Eppure a me pare che la sinistra se ne stia affacciata al balcone mentre i tori corrono e travolgono ogni cosa giù in strada. Vedi, se, come è stato finalmente annunciato dalla sinistra, oggi è in gioco la democrazia, allora conviene adeguare le risorse e la lucidità a questa realtà tremenda. Serve una coerenza ferrea che fin qui è mancata. Serve un coraggio morale che fin qui ha oscillato. Eppure, il disegno del potere fu chiaro fin dal G8 di Genova. Ora dico forte: se i responsabili istituzionali di quel massacro degno di una dittatura non pagheranno per quel che hanno fatto, si toglieranno le basi democratiche anche a questa Seconda Repubblica. E i cocci saranno sempre nostri».
Intende per caso sostenere che la sinistra non sta facendo opposizione?
«Tu fai il furbetto, e io so – viva la rima quello che ho detto. All’opposizione restano il mugugno, il timore reverenziale di offendere, una dolcineria paurosa nei confronti di chi sta cancellando la democrazia e questo è ormai chiaro anche alla sinistra non vedente. Il fatto che non lo diciamo più solo io e pochi altri è una consolazione e insieme una disperazione. La storia non è uno show in cui si può sperare di fare una figura passabile, men che meno ora quando tutto è in gioco. Chi si assume la responsabilità di non aver capito e lottato con azioni concrete e coerenti?».
Va bene, ci indichi la strada, qualcuno la seguirà. Ma tenga a mente: lei passa per essere un insopportabile pessimista, un noioso bardo saputello e di Cassandra – viva la rima – fratello...
«La strada l'avete indicata anche voi dell'Unità: disobbedire, la disobbedienza civile sorretta da un “no” forte e coerente di tutto il centrosinistra alla vergogna che ogni giorno il premier allestisce da pessimo attore qual è. Altro che trattativa, altro che accordi: non si salva l'Italia scendendo a patti con un oscuro nemico del paese e della democrazia. Pessimista io? Bene, è il pessimismo che ci tiene in vita. Infatti, guardate l'Ottimista: aveva detto che la crisi non esisteva e che il paese stava benissimo, semmai doveva comprare di più. Eccolo imbastire un gigantesco trucco col quale sfiancherà “il popolo” e grazierà i ricchi e i potenti. Mentre moltiplica la sua personale dotazione di ville meravigliose...» Eppure, moltissimi italiani hanno ancora fiducia nel premier...
«Senti questo elenco. Al ministro Scajola hanno comprato, pare, una casa a sua insaputa. Scajola non sapeva. Alla lista della spesa del ministro Bondi, nella manovra hanno fatto dei tagli che il ministro ignorava. Bondi non sapeva. Alle spalle di Berlusconi hanno piazzato una crisi economica spaventosa che il premier ignorava. Berlusconi non sapeva. Scelgano gli italiani: stanno votando un mucchio di farabutti oppure dei pazzeschi cretini?».

Repubblica 2.6.10
Fuori programma di una scuola media. La preside: deplorevole. Il Pd: lei offende la Resistenza
"Bella ciao" al ministero, alunni censurati
di Laura Mari

Interrogazione di due deputati per chiedere sanzioni contro la dirigente scolastica, che a sua volta chiede a studenti e genitori di scusarsi per la "scorrettezza"

ROMA - A fine concerto, pensando di fare cosa gradita, hanno improvvisato le note di "Bella Ciao" davanti ai rappresentanti del ministero dell´Istruzione. Ma il fuori programma degli studenti di una scuola media di Roma ha scatenato la reazione indignata della preside. E il Pd insorge, con un´interrogazione parlamentare, contro la dirigente scolastica, sostendo che «"Bella ciao" è un simbolo dei valori che stanno alla base della nostra convivenza civile, della nostra costituzione, della nostra Repubblica nata dalla Resistenza».
Protagonisti dell´episodio sono gli alunni dell´istituto Giuseppe Gioacchino Belli. Gli studenti che compongono l´orchestra della scuola, il 27 maggio sono stati invitati ad esibirsi alla presenza del sottosegretario all´Istruzione Giuseppe Pizza, del capo della segreteria del ministro, Pasquale Capo, e di due direttori generali del ministero. Al termine del concerto, i ragazzi hanno deciso di concedersi un fuori programma e hanno accennato le note di "Bella ciao". L´iniziativa non è piaciuta alla preside dell´istituto Belli, che in una lettera inviata a tutti i docenti, agli alunni e alle famiglie, ha espresso la sua amarezza per quello che definisce «un atto deplorevole, di certo non una semplice ragazzata».
Una reazione contro cui polemizzano i deputati Pd Maria Coscia e Walter Verini, che in un´interrogazione al ministro dell´Istruzione Maria Stella Gelmini chiedono quali provvedimenti intenderà prendere il ministro contro la preside.
Nella lettera, la dirigente dell´istituto Belli ha rimproverato gli alunni sottolineando che «non vanno mai dimenticati i doveri verso chi ospita, a cui ci si deve rapportare con rispetto». Parole che hanno sorpreso a loro volta genitori e alunni. La preside però è convinta che il suo richiamo sia stato doveroso. «Sollecito gli adulti a scusarsi - ha scritto nella lettera - e far capire agli studenti che, se è giusto e importante esprimere le proprie convinzioni, è altrettanto giusto e importante non assumere iniziative che travalicano i limiti del rispetto delle persone, della correttezza e del buon gusto».

Repubblica 2.6.10
Se si usa la privacy per difendere il potere
di Stefano Rodotà

Sono state usate le parole giuste e forti per denunciare quel vero attentato all´ordine democratico rappresentato dalle nuove norme sulle intercettazioni. Un´opinione pubblica si è manifestata, ha occupato la scena politica e ad essa soltanto si deve quel mutamento di linea del governo che, pur essendo del tutto inadeguato, mai sarebbe venuto se ancora una volta avessero prevalso gli spiriti deboli e i cultori della moderazione sempre e ovunque. Ma un grave danno culturale è stato comunque provocato. Quando ho visto in piazza Montecitorio un cartello che proclamava "Non ho nulla da nascondere. Intercettatemi", sono stato preso da un vero scoramento, mi sono chiesto il perché di quella protesta estrema e mi è sembrato subito evidente che la nostra fragile cultura della privacy è a rischio proprio a causa di una legge che proclama di volerla proteggere.
Non è un esito paradossale. È il risultato di una riflessione sociale. Un´opinione pubblica sempre più larga si è resa conto che quella non era una legge a tutela della riservatezza delle persone, ma uno scudo protettivo per un ceto di cui si scoprivano l´immoralità civile, i mille traffici, la corruzione come regola. Da qui la reazione estrema, "intercettateci tutti", che ricorda il grido disperato dei ragazzi di Locri dopo l´ennesimo delitto della ´ndrangheta, "ammazzateci tutti".
Ma questa esasperazione ci porta nella direzione sbagliata. Dico per l´ennesima volta che l´"uomo di vetro" è immagine nazista, è l´argomento con il quale tutti i regimi totalitari vogliono impadronirsi della vita delle persone. Se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere. E così, appena qualcuno vuole rivendicare un brandello di intimità, diventa un "cattivo cittadino" sul quale lo Stato autoritario esercita le sue vendette.
È un argomento, dunque, da non usare mai, così come mai si deve ricorrere al suo opposto, all´uso strumentale della difesa della privacy per occultare comportamenti illegali o socialmente inaccettabili, per negare la trasparenza e la controllabilità dell´esercizio d´ogni potere. Entrambi questi atteggiamenti screditano la privacy agli occhi dei cittadini e occultano la realtà. Una realtà che, in questi anni, ha conosciuto gravi limitazioni della privacy dei dipendenti pubblici e il capovolgimento dell´impostazione con la quale si era cercato di mettere le persone al riparo dai disturbatori telefonici che invadono con pubblicità sgradite la sfera privata. Dopo aver ridotto la privacy di milioni di persone, ora la maggioranza si fa paladina di quella di un ceto indifendibile, cercando di cancellare quanto già è scritto nell´art. 6 del Codice sull´attività giornalistica: «La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilevo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica». Parole chiarissime, così come è chiara la ragione di questa ridotta "aspettativa di privacy" per tutti quelli che hanno ruoli pubblici. In democrazia non bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici), serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza. E la Corte europea dei diritti dell´uomo ha sottolineato con forza che questa essenziale esigenza democratica può rendere legittima anche la pubblicazione di notizie coperte dal segreto. L´opposto di quel che si cerca di fare in Italia.
La privacy, dunque, conosce diversi livelli di protezione. E non corrisponde alla realtà dei fatti sostenere che la tutela ha funzionato solo a favore dei vip. Prima di fare affermazioni del genere bisognerebbe dare un´occhiata all´attività passata e presente del Garante e si scoprirebbe che i casi riguardanti i cosiddetti vip sono una percentuale davvero minima e che l´attività nel suo insieme è volta a garantire proprio la "gente comune". Un lavoro sempre più difficile, che non può essere screditato con qualche sprezzante formula liquidatoria, ma che dovrebbe essere accompagnato da una attenzione che dia alle persone la consapevolezza dei loro diritti.
La privacy non è più soltanto il diritto d´essere lasciato solo, di allontanare lo sguardo indesiderato. È sempre di più uno strumento essenziale perché non si debba vivere in una società del controllo, della sorveglianza, della selezione sociale. Servono, dunque, strategie adeguate per contrastare la bulimia informativa di poteri pubblici e privati, per sottrarsi allo "tsunami digitale" che si sta abbattendo sulle persone.
La prima mossa riguarda l´osservanza del principio che limita la raccolta delle informazioni personali a quelle strettamente necessarie per raggiungere una determinata finalità. Una indicazione importante viene dal programma del nuovo governo britannico, che ha scelto una strada del tutto opposta a quella che, negli ultimi anni, stava trasformando l´Inghilterra in una società della sorveglianza. Ecco allora lo stop alla carta d´identità e al passaporto biometrico, alla creazione di banche dati del Dna senza garanzie adeguate, alla raccolta delle impronte digitali dei bambini senza il consenso dei genitori, alla videosorveglianza a tappeto, alla conservazione generalizzata dei dati riguardanti l´accesso a Internet e la posta elettronica, a tutte le misure restrittive introdotte con il pretesto della lotta al terrorismo. I nostri garantisti a corrente alternata daranno un´occhiata a queste pagine, significativamente intitolate "libertà civili"?
La privacy assume così le sembianze di altri specifici diritti. Diritto all´oblio, dunque a ottenere la cancellazione di dati che non debbono seguirci per tutta la vita (un diritto particolarmente importante nel tempo delle reti sociali, di Facebook). Diritto di "rendere silenzioso il chip", vale a dire potere individuale di disconnettersi da una serie di apparati tecnologici di controllo. Diritto all´anonimato, che può essere essenziale per la libertà di espressione, come ha appena sostenuto la Corte suprema di Israele scrivendo che esso offre una tutela importante per chi vuole esprimere opinioni non ortodosse.
Uno sprazzo di questa consapevolezza tecnologica si ritrova persino nell´orrendo testo in discussione al Senato, dove si prevede che, per ottenere i tabulati telefonici, sia necessaria la stessa autorizzazione richiesta per le intercettazioni. Una scelta corretta. Infatti i tabulati, pur non fornendo i contenuti delle conversazioni, rivelano una serie di informazioni (nome del chiamante e del chiamato, luoghi dove questi si trovano, durata della conservazione) che consente di ricostruire l´intera rete delle relazioni personali, politiche, economiche, religiose di tutti. E, mentre si può contestare il contenuto di una intercettazione, liberandosi così dal sospetto, questo diventa più difficile, o addirittura impossibile, quando i dati conservati registrano solo il nudo fatto dell´aver telefonato ad una persona.
Queste sono alcune delle strade da seguire se davvero si vuole tutelare la privacy delle persone, ormai identificata con la libera costruzione della personalità, con il potere di controllare chiunque usi le nostre informazioni, con il rifiuto di sottostare a pretese ammantate di sicurezza o efficienza del mercato. Qui si gioca la vera partita. Anche per questo dobbiamo uscire dalla trappola allestita da chi vuole trasformare la privacy in difesa del nudo potere.

il Fatto 2.6.10
La nuova norma potrebbe servire a procurarsi buoni uffici Oltretevere
Legge bavaglio, premio ai pedofili
Un emendamento di Gasparri, Bricolo e compagnia introduce l’atto sessuale “di minore gravità”
Pedofili e in flagranza, un reato minore?
L’ emendamento che vede anche la firma di Gasparri permette al molestatore di non finire in carcere
di Bruno Tinti

Che la legge sul blocco delle intercettazioni e sul bavaglio all’informazione abbia costituito una ghiotta occasione per stipulare patti scellerati con le gerarchie ecclesiastiche lo avevano capito tutti. Perché è un fatto che una tra le tante norme scellerate prevede che, se si deve intercettare un ecclesiastico, prima bisogna avvertire la sua gerarchia. Il che, immagino, secondo gli autori di questa bella trovata, si giustifica con la certezza che chi è dedito alla cura delle anime per prima cosa tiene molto alla sua e quindi mai e poi mai rivelerà al confratello che un pm comunista e miscredente sta per mettergli sotto controllo il telefono.
Si pensava di aver toccato il fondo: 8 per mille, sovvenzioni alle scuole cattoliche, esenzione dall’ICI, non so che altro; adesso anche privilegi ai preti indagati. Il disprezzo per la Costituzione di questa gente davvero non ha limiti.
Adesso ce n’è un’altra; l’iniziativa è (ricordatevene bene per favore, questi nomi non debbono essere dimenticati) di Gasparri, Bricolo, Quagliariello, Centaro, Berselli, Mazzatorta, Divina. Che hanno fatto? La cosa è complicata.
C’è un articolo del codice di procedura penale (380) che elenca i casi in cui si deve (non si può, si deve) procedere all’arresto in flagranza; che significa che il delinquente sorpreso mentre sta commettendo un reato va impacchettato subito e portato in prigione; poi lo processeranno ma, per il momento, in galera resta. Tra i reati per cui si “deve” arrestare non c’era il delitto di atti sessuali con minorenne (609 quater codice penale). Sicché, con raro acume legislativo, qualcuno dei nostri Soloni ha pensato bene di inserircelo, approfittando della legge blocco&bavaglio. Bravo, bene, bis. A questo punto la polizia (cioè PS, CC, GdF, Vigili Urbani etc., sono loro che fanno gli arresti in flagranza), se beccava uno che stava compiendo atti sessuali con un minorenne, doveva (“doveva”, non “poteva”) arrestarlo. C’è qualcuno che dubita che fosse cosa buona e giusta?
Eh, qualcuno c’era; perché i suddetti Gasparri&Compagni hanno presentato un emendamento (1.707) assolutamente criptico (per mettere insieme tutto ho impiegato una mezz’ora) che modifica questo articolo 380 del codice di procedura, appena modificato da qualcuno della loro stessa parrocchia, nel senso che sì, va bene, chi commette atti sessuali con minorenni e viene sorpreso in flagranza deve essere arrestato; ma sempre che non si tratti di atto sessuale di “minore gravità” (veramente la tecnica legislativa (?) adottata è più complicata ma ve la risparmio, il risultato è questo). Dunque, adesso Polizia, CC, Gdf, Vigili urbani, quando beccheranno un pedofilo con i calzoni abbassati (o le gonne alzate) dovranno decidere, prima di arrestarlo, se quello che sta facendo è di gravità normale o minore del normale; e, in questo secondo caso, potranno anche non arrestarlo.
Ma vi rendete conto? La Cassazione si danna per decidere se quello che è stato fatto al ragazzino o alla ragazzina è di minore gravità oppure no. Perché la cosa è importantissima: se il fatto è di minore gravità, la pena è diminuita fino a due terzi, che è mica roba da poco; da 5 anni si passa a poco più di 2 anni, che vuol dire affidamento in prova al servizio sociale, quindi niente galera; e anzi, con un paio di attenuanti (attenuanti generiche e risarcimento del danno) si va a circa anni 1; il che significa sospensione condizionale della pena. Sicché potete immaginare quali monumenti di cultura giuridica vengono costruiti in Tribunale, Appello e Cassazione. E Gasparri&Compagni affidano al poliziotto del caso la responsabilità di decidere se il pedofilo/a va arrestato oppure no. Lì, su due piedi, mentre si sta rialzando i pantaloni o abbassando la gonna. La cosa è talmente grave che adesso la maggioranza dice di volerci ripensare. Sarà vero? Domanda: ma che gliene importa a loro dei pedofili? Grave o no che sia l’atto (immaginatevi la disgustosa classifica), davvero non va bene mandarli in prigione almeno per un po’? In flagranza di reato sono stati sorpresi, c’è poco da discutere. E allora? Qualche reverente pensiero alle norme “Vaticane” davvero è fuor di luogo?

il Fatto 1.6.10
La prossima Intifada
Ripresi gli scontri nella Striscia, a Gerusalemme est tensione con gli israeliani e solidarietà ai “fratelli” di Gaza
di Roberta Zunini

Dei circa trecentomila arabi che vivono a Gerusalemme, più di cinquantamila risiedono nel quartiere di Silwan, a ridosso della città vecchia, vicino alla Moschea di Al Aqsa. Silwan, come Sheik Jarrah, Bet’Aniha e Shu’fat, fa parte di quella zona che l’Onu definisce Gerusalemme Est, territorio occupato palestinese, assieme a Cisgiordania e Gaza. Per Israele invece Gerusalemme Est è parte integrante della municipalità. L’annessione unilaterale, con la proclamazione di Gerusalemme “capitale unica e indivisa “ fu sancita nel 1980 da una legge della Knesset, che formalmente venne subito respinta dalla comunità internazionale. Resta il fatto che gli abitanti arabi di Gerusalemme Est non hanno ottenuto un cambiamento di status. Non sono cioè diventati cittadini ma solo residenti permanenti di Gerusalemme. E’ anche per questo che si sono sempre sentiti più vicini agli arabo palestinesi di Gaza che non agli arabi che vivono in territorio israeliano e hanno il passaporto israeliano. “Lunedì, però, forse per la prima volta ci siamo sentiti un unico popolo. Ci siamo tutti sentiti di nuovo veri fratelli. Abbiamo scioperato tutti assieme – ci dice Selim Aman, ingegnere meccanico – per protestare contro il trattamento disumano a cui sono sottoposti da anni i nostri fratelli di Gaza e per manifestare il nostro disgusto nei confronti del massacro di chi voleva portare loro aiuto. Parteciperò sicuramente ad altre manifestazioni di piazza se ce ne saranno, anche se vuol dire rischiare la vita, perché i soldati, come avete visto, non fanno sconti a nessuno”.
Il Huadi Silwan information center è uno spazio di cannucciato e assi che si trova tra la moschea di Al Aqsa e l’ingresso della City of David, il parco archeologico dove, secondo la Bibbia, si troverebbero anche la dimora e il giardino di re David. L’appalto dei lavori di scavo della City sono stati affidati dal governo israeliano a un’associazione di coloni ebrei, El Ad. “Lunedì, dopo che si era diffusa la notizia del massacro dei pacifisti, qui davanti ci sono stati scontri proprio tra coloni armati di fucili e ragazzi palestinesi con le tasche pesanti di pietre” ci racconta l’assistente sociale arabo Jawad Siam, che gestisce il Silwan information center assieme ad Hagit Ofra, una signora ebrea dell’organizzazione umanitaria Peace Now. A sentire gli abitanti di Silwan, la situazione è esplosiva e non è un caso che, sempre ieri, un gruppo di palestinesi abbia appiccato il fuoco alla propria abitazione, occupata da tempo da una famiglia di coloni. Hamad – che ancora soffre dei postumi di una fucilata alle gambe, sparata da un giovane colono ortodosso che camminava con un M16 a tracolla – ci spiega che ciò è accaduto pochi giorni dopo la sentenza della corte israeliana che intimava ai coloni di andarsene. “I coloni però non se ne volevano andare e le forze dell’ordine israeliane tardavano a intervenire. E’ allora che i legittimi proprietari della casa assieme ad alcuni amici, tra cui mio cugino, hanno dato fuoco all’abitazione per costringere i coloni ad andarsene. Il coraggio di buttare fuori i coloni però gli è venuto proprio ieri”. Anche Adnan Husseini, il Governatore di Gerusalemme dell’Autorità Nazionale Palestinese ci dice che c’è un forte nervosismo oltre che tristezza tra i palestinesi. “E’ una frustrazione che sta corrodendo la speranza, la rabbia è contenuta da troppo tempo ma escludo che possa esplodere una terza intifada. Ciò che è accaduto potrebbe invece aprire una nuova pagina della nostra storia, non negativa. Ormai la comunità internazionale non può più far finta di non vedere quanto sia spietata l’occupazione e spero abbia capito che noi palestinesi siamo di nuovo uniti. Voglio sperare che questo sacrificio dei pacifisti venga colto dal mondo e ci aiuti ad ottenere un nostro Stato”. Ma queste sono le parole della diplomazia. E la vita reale non passa per l’ufficio del Governatore.
E la “vita reale” ha troppo spesso il volto della morte. Una forte esplosione, ieri, ha colpito la città palestinese di Beit Lahya, nell’estremità nord della Striscia di Gaza, uccidendo tre persone. La radio militare israeliana ha reso noto che la deflagrazione è stata provocata da un missile lanciato da un velivolo israeliano e che i morti erano miliziani dell’ala armata del Fronte Popolare, una delle fazioni radicali attive nell’enclave controllata dagli integralisti di Hamas. La stessa fonte afferma che l’attacco è seguito dopo il lancio di due razzi Qassam, esplosi senza fare vittime nei pressi di Ashqelon, nel sud di Israele. Altri due palestinesi, invece, erano morti, nella mattina, in uno scontro a fuoco con una pattuglia militare israeliana, nella zona centrale della Striscia di Gaza.

il Fatto 2.6.10
Ora possiamo solo ritirarci, per sempre
di Manuela Dviri scrittrice e pacifista italo-israeliana

S ono stanca. Stanchissima. Stanca di pensare e ripensare perché. Stanca di parlare dell'orrore di questi giorni , stanca di sognarmelo la notte, ogni notte in modo diverso e sempre orribile. Dicono che il nostro ministro della Difesa, Ehud Barak, sia un genio, che sappia smontare un orologio in pochi secondi. Può essere. Ma di certo, poi, non sa come rimontarlo. E no, la carneficina non è stata creata a tavolino, nonostante da lontano sembri forse altrimenti... e i soldati mandati allo sbaraglio sono vittime dei nostri politici esattamente come lo siamo noi civili. Troppi anni (43) di occupazione ci hanno ridotto così: semplicemente stupidi, militarmente stupidi, politicamente stupidi e adesso anche attoniti e spaventati davanti al disastro, isolati nel mondo e davanti al mondo.
È difficile per me, in questi giorni, essere israeliana, anche se questa è la terra che amo e amerò sempre, la terra in cui ho scelto di vivere tanti anni fa, la terra che mi ha portato via un figlio, proprio dodici anni fa, la terra che non potrò mai lasciare, in cui sono nati e vivono i miei figli e i miei nipoti. Che ne sarà del loro futuro?
In queste ore c'è sciopero generale dei palestinesi israeliani; davanti ai consolati e alle ambasciate israeliane del mondo intero, dimostrazioni di protesta. I rapporti con la Turchia, un tempo preziosa alleata, sono tesissimi. Il mondo ci tratta da appestati. La flottiglia era chiaramente una provocazione e molti di quelli che erano a bordo non erano dei santi, ma non era una flotta di navi di pirati e Gaza non è la Somalia. Se proprio la si voleva allontanare perché attaccarla nelle acque internazionali? Che fretta c'era? Le domande sarebbero tante... sul come e il perchè. Adesso è iniziato il solito balletto delle giustificazioni e dello scambio d'accuse più o meno velate tra l'esercito e i politici, accompagnato dal coro degli esperti, tutti naturalmente ex politici ed ex generali. Dicono, adesso, che la nave era troppo grossa, che non la si poteva fermare in altro modo. Che a bordo c'erano terroristi, che i nostri soldati erano in pericolo di vita.
E se si chiedessero cosa sarebbe successo se quel folle attacco non fosse semplicemente avvenuto? Se in un atto di vera politica, di intelligenza, lungimiranza, creatività e di normale buon senso, li si fosse semplicemente fatti entrare, gli attivisti, con un uno di quei grandiosi gesti inaspettati che poi passano alla storia, per rompere, insieme, l'assedio, l'inutile e terribile assedio che ha tenuto per questi anni un milione e mezzo di abitanti di Gaza chiusi ermeticamente in una prigione a cielo aperto, senza dare a noi, che siamo dall'altra parte, alcun vantaggio?
Dopo tutto, quell'assedio, figlio dell'ossessione militare e politica al Dio della sicurezza, ci costringe a vivere, noi stessi, in un infinito stato d'assedio, chiusi in un invisibile fortino, isolati e condannati dai popoli.
Adesso dicono che bisogna spiegare al mondo le nostre ragioni... Non c'è nulla da spiegare. C'è solo da fare.
C'è da ritirarsi finalmente, e per sempre, dai territori. E da Gaza.

Repubblica 2.6.10
Lo sfogo di Mario Levi, romanziere turco: "Da Israele una dimostrazione di debolezza"
"Noi, ebrei di Istanbul solidali con la gente di Gaza"

Ho simpatia per lo Stato di Israele. Ma questo non significa che io debba rinunciare a criticare le azioni del suo governo

ISTANBUL - «Mi sento completamente diviso. Se fossi musulmano, o semplicemente laico, sarebbe più facile. Ma sono uno scrittore turco ebreo, e allora i miei sentimenti vanno dalla soddisfazione per le parole dure usate dal premier Erdogan contro Israele, all´ira per la stupidità dei governanti di Gerusalemme, alla rabbia per come talvolta vengono presentate qui le cose in tv, anche se non posso affatto parlare di antisemitismo in Turchia».
È un fiume in piena Mario Levi, autore apprezzato anche in Italia (il suo colossale «Istanbul era una favola», più di 700 pagine pubblicate da Bompiani, ha avuto un ottimo riscontro), mentre all´Università di Yeditepe, sulla parte asiatica del Bosforo, corregge gli esami degli studenti, e contemporaneamente pensa alle valigie per volare a Venezia dove da giovedì ha in programma alcune lezioni.
Il titolo del suo prossimo libro, «Dove stavi quando arrivò l´oscurità?», già prenotato in tutta Europa, sembra quasi una metafora della notte maledetta dei pacifisti turchi. E Levi non smette di tornare alla vigilia dell´attacco.
Perché?
«Perché intanto ringrazio il cielo che in Israele ci siano ancora giornalisti come Gideon Levy, che sul quotidiano Haaretz già la scorsa settimana aveva previsto che il suo Paese stesse entrando in quello che ha definito "un mare di stupidità"».
Gerusalemme poteva comportarsi diversamente?
«Altroché. Avrebbe potuto accompagnare la "Mavi Marmara" sotto il suo controllo fino al porto di Ashdod. Non si uccide così deliberatamente come è stato fatto».
C´è chi sostiene la tesi della provocazione.
«Parlerei piuttosto da parte di Israele di una chiara dimostrazione di debolezza e di mancanza di fiducia in sé stessa. Un grande Paese non agisce così, con un atto di terrorismo. Non era quella la soluzione».
Israele ha sbagliato?
«Se io fossi cittadino israeliano, intendiamoci, starei con l´organizzazione pacifista Peace Now. Ho ovviamente simpatia per lo Stato d´Israele. Ma questo non significa non poter criticare un governo in cui c´è un primo ministro sciovinista, Netanyahu, un ministro degli Esteri fascista, Lieberman, e uno della Difesa stolto, Barak».
Gli elettori israeliani hanno scelto liberamente.
«Sì, ognuno si sceglie i governanti che crede. Mi sembra però una situazione paradossale. La gente, in fondo, si sceglie il proprio destino».
Erdogan fa bene a reagire con questa veemenza verbale inusuale contro Israele?
«Erdogan ha fatto un´ottima dichiarazione. Bisogna dire che il suo partito fa molto di più rispetto ai socialdemocratici o ai nazionalisti».
E la comunità ebraica di Istanbul che cosa dice?
«Hanno fatto un comunicato molto duro sul loro sito ufficiale, protestando per l´accaduto. È lo stesso sentimento provato quando ci furono i bombardamenti sulla Striscia di Gaza».
Nessun problema per gli ebrei a vivere in un ambiente a stragrande maggioranza musulmana?
«Io non vivo in questo Paese una sensazione di antisemitismo. Anche se poi, a volte, percepisci quasi di essere considerato uno straniero».
(m. ans.)

Repubblica 2.6.10
L’autore, sopravvissuto al ghetto di Varsavia: "Una scelta anche strategicamente sbagliata"
Halter: "È stata un´azione orribile non è così che si combatte una guerra"

I falchi al governo mi fanno pensare al vecchio proverbio: "Quando Dio vuol punire qualcuno, gli toglie l´intelligenza"
Il nuovo ruolo della Turchia complica il quadro, ma può anche portare a passi avanti positivi

GERUSALEMME - «Che si tratti di un errore militare o di una cattiva interpretazione degli ordini ricevuti, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ed è un massacro». Questo pensa lo scrittore e filosofo francese Marek Halter, che nel 1944, assieme ai genitori, riuscì a fuggire dal ghetto di Varsavia. «Vede, quello che è accaduto al largo di Gaza, mi fa sentire lo stesso sdegno che hanno provato i cattolici di fronte ai preti pedofili. Ma non per questo i cattolici hanno smesso di sentirsi tali. Allo stesso modo io continuerò a sentirmi ebreo, perché so che i soldati che hanno compiuto quell´eccidio sono una minoranza».
Signor Halter, non pensa che sia stato uno scivolone dell´attuale governo di "falchi", lo stesso che continua a costruire insediamenti in barba all´indignazione dell´intero pianeta?
«Certo, oggi a capo del governo israeliano non c´è Yitzhak Rabin. Ma sono state uccise nove persone, e questo è qualcosa di orrendo. Non solo: è stata anche una mossa strategicamente sbagliata, perché non è in questo modo che si combatte una guerra. Non credo che una tale operazione risulti utile né ai "falchi" né ai coloni. C´è un proverbio yiddish che dice: "Quando Dio vuole punire qualcuno, gli toglie l´intelligenza". Ora, in politica, l´idiozia costa sempre molto caro, perché quando si è idioti si diventa anche cattivi».
Quali saranno le conseguenze di quanto è accaduto?
«Israele è un paese democratico, perciò sono sicuro che i responsabili di un atto così barbaro saranno portati davanti alla giustizia. E colui che ha dato l´ordine di sparare sui pacifisti pagherà per quella decisione. Non ci dimentichiamo che quando il premier Olmert è stato inquisito per corruzione fu costretto a dimettersi».
E il processo di pace, in tutto questo?
«Il processo di pace israelo-palestinese è un rompicapo all´interno del quale c´è un nuovo protagonista: la Turchia, che una volta rifiutata dall´Europa, s´è voltata verso la regione alla quale appartiene, ovvero il mondo musulmano».
Si riferisce al ruolo di paciere tra l´Iran e il resto del mondo per la vicenda nucleare?
«Sì, ma oggi i turchi hanno una nuova ambizione, quella di intervenire nel lungo conflitto tra israeliani e palestinesi. E il ruolo che intende giocare è quello di sostituirsi all´Iran. Da un lato, è una novità positiva: se l´interlocutore di Hamas diventa Ankara, al posto dell´Iran di Ahmadinejad, è verosimile che si potranno fare passi avanti. Dall´altra, un nuovo protagonista delle dimensioni geo-strategiche della Turchia rischia anche di complicare le cose».
E i morti di due giorni fa, molti dei quali turchi, non miglioreranno la situazione.
«Già, poiché adesso che ci sono dei morti, i turchi si sentiranno autorizzati ad alzare la voce».
Che cosa fare per uscire da questo pantano?
«Per dare un´altra opportunità alla pace, bisognerà ancora una volta, e malgrado tutto, risvegliare l´opinione pubblica internazionale. Contro i "falchi" israeliani ma anche contro l´integralismo di Hamas».
(p. d. r)

Repubblica 2.6.10
Quando gli uomini programmano il male
risponde Corrado Augias

Caro Augias, marines israeliani hanno sparato contro coloro che portavano aiuti a Gaza. Può esserci azione più nefanda? Eppure si resta muti. Non per la particolare crudeltà del crimine, ma perché non ci si può indignare ogni volta, come se mai fosse successo prima, e sapendo che succederà ancora molte volte, forse sempre, sino a che l'umanità non scomparirà dalla faccia della terra. E la terra, muta, e le stelle mute, serberanno il ricordo delle nefandezze compiute dagli uomini. Non esiste un popolo buono e un altro cattivo. Tutti i popoli, ora possono essere vittima, ora carnefici. Anche il popolo più civile e più democratico del mondo, all'occorrenza diventa carnefice. Il guasto è nella natura umana. Gli uomini sono capaci di programmare il male. Ieri ad essere maltrattati, come il «servo conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si copre la faccia», erano membri del popolo di Dio, del popolo di Isaia; oggi membri del popolo di Dio, del popolo eletto, con elmetto e faccia coperta, non certo per ribrezzo davanti al «servo sofferente», sono coloro che maltrattano. La differenza tante volte non è nella qualità del male compiuto, ma solo nella quantità.
Elisa Merlo lisamer@tiscali. it

Sì, è vero: «Il guasto è nella natura umana. Gli uomini sono capaci di programmare il male». Ma la politica dovrebbe servire proprio a questo. La buona politica dovrebbe raddrizzare, nei limiti del possibile, il legno storto dell'umanità. Ciò che manca in questo momento in Israele è soprattutto la lucidità di una visione politica quale aveva avuto per esempio Itzak Rabin, se la mano di un estremista non l'avesse assassinato mentre stava portando a compimento un possibile processo di pace, compreso il nodo di Gerusalemme. Era quindici anni fa e da allora le cose si sono bloccate. Sappiamo che su quelle navi non c'erano solo inermi pacifisti ma anche persone che reclamano la distruzione dell'"entità sionista", come viene beffardamente chiamato Israele. Ma appunto per questo sarebbe servita la politica: permettere ai veri pacifisti di portare a termine la loro azione, evitando la trappola che gli altri avevano preparato. Far sbarcare gli aiuti destinati ad un milione mezzo di persone tenute prigioniere di un blocco che David Grossman ieri su questo giornale ha definito «troppo lungo e ignobile». Il governo israeliano è andato invece a cacciarsi in un'azione nella quale stupidità e crudeltà si sono contese il primato. L'aggressione alle navi, i morti, la perdita ulteriore del prestigio di Israele avranno conseguenze che dureranno a lungo, altre vittime, forse un'altra Intifada. La sola speranza: che lo shock ponga fine ad una politica così stupida, cieca, crudele.

Repubblica 2.6.10
Prigionieri della forza
di Luigi Caracciolo

Il disastroso arrembaggio notturno è il paradigma di una non-logica fondata sull´uso della forza, non al servizio della politica ma in sua vece

Israele è prigioniero della sua forza. O meglio, dei suoi vertici militari, che hanno fatto dell´uso semiautomatico e volutamente eccessivo della forza il marchio dello Stato ebraico.

Lo hanno fatto con l´avallo dei leader politici e il sostegno di gran parte dell´opinione pubblica e, nelle intenzioni, era la garanzia della sopravvivenza di Israele in un mare di nemici aperti o subdoli. Nelle conseguenze, un efficace strumento di erosione della sicurezza nazionale.
Paradosso tanto più sorprendente perché oggi nessuno pare in grado di distruggere Israele. Almeno finché l´Iran non si doterà di un arsenale nucleare e spezzerà così il monopolio regionale non dichiarato di Gerusalemme in materia. Ciò che la strage del Mavi Marmara rende più, non meno probabile.
Il disastroso arrembaggio notturno al convoglio umanitario diretto a Gaza è il paradigma di questa non-logica. Fondata sull´uso della forza non al servizio della politica, ma in sua vece. Il boomerang è inevitabile. I vincitori della partita sono anzitutto Hamas e l´Iran, non certo le forze speciali della Marina che hanno avuto ragione dei civili a bordo della nave turca. Gerusalemme sostiene che fra loro vi fossero dei provocatori. Sicuro. A maggior ragione una leadership matura e responsabile non sarebbe dovuta cadere nella trappola. Per poi aggravare il danno, lasciando intendere che sia buono e giusto mitragliare all´impazzata chi è armato di bastoni e coltelli.
La prima regola di qualsiasi strategia è dividere il nemico. Israele tende sistematicamente a compattarlo. Si obietterà che in questo modo intende consolidare il senso di appartenenza allo Stato della sua piuttosto eterogenea popolazione, per un quinto araba e per il resto segnata da storie, culture, lingue diverse. Questo genere di pedagogia nazionale basato sull´emergenza permanente invita però a restare al di qua della linea d´ombra, con il fucile al piede e con la testa al fucile. Finora l´eccezionalismo ha funzionato. Nulla stabilisce che funzionerà domani e dopodomani.
La strategia di Israele è lo status quo infinito. Ma restar fermi quando tutto si muove - a cominciare dalla demografia araba e islamica - e macchiare la crema delle proprie Forze armate per eternare gli equilibri contingenti, implica la rinuncia a contare nel mondo. In altri termini: la forza di Israele ne colpisce la potenza.
Tale sindrome è forse indotta anche da una ragione più profonda: oggi la leadership israeliana, civile e militare, identifica il destino dello Stato con quello delle sue colonie. Non solo degli insediamenti ormai urbani in Cisgiordania, financo dell´avamposto che Israele ha abbandonato ma che non abbandona Israele: Gaza. Il blocco della Striscia è il tabù dei tabù, per non infrangere il quale Netanyahu è disposto a spararsi sui piedi. L´autolesionismo di Gerusalemme si spiega meglio con la rinuncia a ragionare in termini di interesse nazionale per accomodare l´estremismo irrazionale dei coloni e dei potenti gruppi politici e militari che ne hanno sposato la causa.
Mezzo milione di settlers tiene in ostaggio i restanti sette milioni di israeliani. Sono loro la quantità marginale capace di inclinare l´ago della bilancia domestica in un senso o nell´altro. Più giovani, più prolifici e molto più ortodossi dell´israeliano medio, i coloni esercitano l´arte a suo tempo praticata nel Senese da Ghino di Tacco. Con effetti leggermente più incisivi, stante la loro collocazione geopolitica, alla frontiera fra due mondi ostili.
Risultato: quelle che per Sharon dovevano essere le cinture di sicurezza di Israele, in mano a Netanyahu e Lieberman sono diventate le cinture con cui lo Stato ebraico rischia di soffocarsi.
Molti in Israele ne sono consapevoli, anche se preferiscono negarlo. Molti meno sono disposti a trarne le conseguenze. Non si può rimettere il genio/colono nella bottiglia/Israele senza rischiare la guerra civile. Né tantomeno mettere Tsahal sotto processo permanente. Conclusione: Netanyahu non avrà ragione, ma ha certamente la forza che gli deriva dalla mancanza di alternative visibili. Se questa per Israele sia una buona notizia, è lecito dubitare.

Repubblica 2.6.10
La Cassazione conferma la richiesta del procuratore generale: niente idoneità a chi esprime preferenze etniche
Adozioni, niente bimbi a genitori razzisti "Non si può scegliere il colore della pelle"
Bocciata la domanda di una coppia che voleva un figlio solo di origine europea
di Elsa Vinci

ROMA - Niente adozioni alle coppie "razziste". Per la prima volta nella storia della giurisprudenza italiana la Cassazione a Sezioni Unite ha stabilito che l´aspirante genitore non può scegliere l´etnia del bambino. Non otterrà l´idoneità chi preferirebbe figli di pelle bianca o rifiuta bimbi neri. Il magistrato non potrà convalidare decreti di adozione che contengano simili discriminazioni e, anzi, mettono in discussione la capacità stessa della coppia ad accogliere un bambino. Chiaro il monito della Suprema Corte: un figlio va amato, non scelto.
Il principio, sancito con la sentenza 13332, cassa la richiesta di una coppia siciliana che desiderava adottare solo piccoli di origine europea. Lo scorso 28 aprile la Procura generale di piazza Cavour, sollecitata da un esposto dell´Associazione Amici dei bambini, ha chiesto alle Sezioni Unite di mettere al bando i decreti di adozione con indicazioni sulla razza. Ieri il principio enunciato dalla Cassazione: «Il decreto di idoneità all´adozione pronunciato dal tribunale non può essere emesso sulla base di riferimenti all´etnia dei minori adottandi né può contenere indicazioni relative a tale etnia. Ove tali discriminazioni siano espresse dalla coppia di richiedenti, esse vanno apprezzate dal giudice di merito nel quadro della valutazione alla idoneità degli stessi alla adozione internazionale». La Corte stabilisce così che coloro che vogliono soltanto figli europei non sono pronti a diventare mamma e papà.
«Se sceglie il colore della pelle, che genitore è?», commenta l´Associazione famiglie adottive e affidatarie. Non è così definitivo V. M., quarantenne romano padre di una bambina colombiana di 11 anni, che sottolinea i problemi provocati dal razzismo ai piccoli e ai genitori adottivi. «La sua pelle è color caffellatte - dice - Chiunque la vede capisce che non ha i tratti somatici della famiglia. Io e mia moglie non l´abbiamo scelta. L´abbiamo accolta. L´amiamo ogni giorno, confrontandoci e accettando le sue diversità che per noi non sono quelle della pelle ma di una persona che cerca la sua identità. Non è scandaloso che alcuni, magari per basso livello di istruzione o per un complesso contesto ambientale, non si sentano in grado di affrontare la diversità della pelle. Negare che i problemi esistono non aiuta la causa».
Non a caso la Cassazione insiste sulla necessità che i servizi sociali diano una formazione adeguata alle coppie che intraprendono le procedure per l´adozione internazionale. Per guidarle «verso una più profonda consapevolezza di carattere solidaristico e prevenire opzioni di impronta discriminatoria», per aiutarle a superare le difficoltà di accogliere «un bimbo che non sia a propria immagine», o le paure di quanti dicono no al bambino diverso «per timore di fenomeni xenofobi che espongano a rischio l´integrazione del minore e creino in lui problemi di adattamento». La Corte non ammette che si esprimano preferenze per «determinate caratteristiche genetiche» anche perché tutti i bambini abbandonati hanno una storia «già profondamente tormentata» e più degli altri hanno bisogno di un padre e una madre «con peculiari doti di sensibilità».