martedì 1 giugno 2010

Repubblica 28.5.10
L'intervista/ Escono due libri dell'analista Antonino Ferro che oggi parla a Taormina
"I nostri sogni somigliano alle vignette di altan"
"Di notte e anche di giorno, la mente produce immagini che allontanano le angosce"
di Luciana sica

«Non sogniamo solo di notte, sogniamo anche da svegli: un´attività onirica altrettanto inconscia avviene durante il giorno, di continuo. Sono invece fantasmagorie della mente, ma comunque stati della coscienza, quei sogni ad occhi aperti che noi chiamiamo rêverie». Chi parla è Antonino Ferro, 63 anni, palermitano trapiantato a Pavia, ma conosciuto ovunque: i suoi libri sono tradotti in più di dieci lingue - dal turco all´ebraico, al coreano. Ora ne escono due nuovi: uno s´intitola Tormenti di anime (Cortina, pagg. 216, euro 21), l´altro - firmato con Simone Vender - si chiama La terra di nessuno fra psichiatria e psicoterapia (Bollati Boringhieri, pagg. 250, euro 32).
Ferro non rappresenta "la" psicoanalisi (che al singolare non esiste più), ma piuttosto la scuola bioniana - rêverie è un termine introdotto proprio dal geniale Bion (da rêver, in francese sognare). "Didatta" della Società psicoanalitica italiana, oggi parla al congresso di Taormina.
Il titolo del suo intervento rimanda a non meglio identificate "navette per l´inconscio". Ma cosa sono?
«Sono "shuttles" che ci consentono dei viaggi - di va e vieni - nell´inconscio e dall´inconscio. Una volta si guardava ai lapsus, agli atti mancati, alle dimenticanze e soprattutto al sogno notturno come strumenti che ci connettevano all´inconscio. Oggi prevale l´onirico in tutte le sue declinazioni».
Che fine ha fatto la "via regia" verso l´inconscio, tanto cara a Freud?
«Non si parla più esclusivamente del sogno notturno, ma anche di un pensiero onirico allo stato di veglia che trasforma in immagini tutte le sensazioni e gli stimoli da cui siamo bombardati. Sono immagini che si formano in modo inconsapevole. Noi li definiamo "pittogrammi"».
Pittogrammi? Siamo in pieno slang psicoanalitico... Può tradurre?
«I pittogrammi sono come le vignette di Altan».
In che senso?
«In questo senso: ovviamente le vignette di Altan sono tutt´altro che immagini inconsce, ma consentono una presa di distanza dalle "cose" che sono fonte di angoscia, perché ne restituiscono uno statuto di pensabilità, un senso. Ora, faccia conto che qualcosa ci procuri dolore o rabbia o frustrazione. Se quest´insieme di emozioni, meglio di protoemozioni, restano a uno stato crudo, non elaborato, producono "malattia". La nostra mente è però capace di trasformarle in pittogrammi, che noi oggi consideriamo i costituenti dell´inconscio e - tutti insieme - la matrice del sogno notturno».
Sta dicendo che la funzione Altan somiglia alla funzione Alfa di Bion?
«Sì, più o meno. Voglio dire soprattutto che se abbiamo la capacità di sognare di giorno e di notte, stiamo bene. La sofferenza psichica nasce proprio quando s´inceppa l´attività onirica: il dreaming ensemble, come lo chiama James Grotstein. Minore è la capacità di sognare, maggiori sono le severità delle patologie. Un altro analista americano, Thomas Ogden, tra i più creativi che abbiamo al mondo, dice che il fattore terapeutico fondamentale è aiutare il paziente a sognare i sogni che non è stato o non è capace di fare: la stanza dell´analisi è luogo onirico per eccellenza, è il sogno condiviso di due menti che costruiscono insieme significati e catene visive».
I sogni ad occhi aperti sono oziosi vagabondaggi della mente, pigre fantasticherie, o il concetto di rêverie li ha rivalutati?
«L´abbandono al flusso dei sogni ad occhi aperti implica una maggiore pienezza dell´anima. Una perdita provvisoria di contatto con la realtà può essere preziosa per focalizzare problemi, far riemergere ricordi, immaginare il futuro. Naturalmente cambia molto se si lascia spazio alla fantasia, all´immaginazione, o se prevale il pensiero computerizzato».
Negli ultimi mesi si è letto e parlato di "uomo senza inconscio" (Recalcati), o anche di "inconscio tecnologico" (Galimberti). Lei che ne pensa?
«Penso che l´inconscio è la nostra struttura portante come esseri umani. È come se al nostro corpo mancassero i femori: non potremmo alzarci dal letto, non potremmo vivere! Sarà un discorso poco alla moda, ma noi siamo sempre gli stessi da quando siamo diventati specie sapiens sapiens. Non possiamo comparare le ere geologiche con la vita di una rosa, per dirla con il poeta. In attesa di un salto evolutivo, non c´è alcuna novità nel funzionamento mentale, salvo che ne sappiamo molto di più».
La dimensione post-umana non fa nessuna differenza? Molti suoi colleghi parlano di un "contesto di morte", degli effetti - anche inconsci - del "traumatismo diffuso"...
«Il traumatismo diffuso c´è sempre stato: oggi con la crisi, il terrorismo, le catastrofi climatiche, ieri con le guerre e gli stermini, prima con le emigrazioni e le pestilenze, prima ancora con gli animali feroci che ci assalivano... Ma noi sogniamo come prima: i sogni della signora Sarkozy saranno simili a quelli di Cleopatra: cambia il linguaggio. E quando ci innamoriamo, perdiamo la testa non come un secolo fa, ma come seimila anni fa. E quando un figlio muore, abbiamo le stesse angosce del padre di Patroclo! Certo che abbiamo più difficoltà a entrare in contatto con le nostre emozioni più profonde, ma bisogna intendersi: una cosa è la sociologia, un´altra l´antropologia, un´altra ancora la psicoanalisi».


Repubblica 1.6.10
La condanna della marionetta
di David Grossman

Nessuna spiegazione può giustificare o mascherare il crimine commesso da Israele e nessun pretesto può motivare l'idiozia del suo governo e del suo esercito. Israele non ha inviato i suoi soldati a uccidere civili a sangue freddo, in pratica era l'ultima cosa che voleva che accadesse, eppure una piccola organizzazione turca, dall'ideologia fanatica e religiosa, ostile a Israele, ha arruolato alcune centinaia di pacifisti ed è riuscita a fare cadere lo Stato ebraico in una trappola proprio perché sapeva come avrebbe reagito e fino a che punto era condannato, come una marionetta, a fare ciò che ha fatto.

Non si spara sulle opinioni "È stato un atto criminale destinato a riaccendere la spirale di odio e vendette" Grossman: "Il blocco di Gaza è un errore" Non tutti i partecipanti al convoglio sono animati da intenzioni umanitarie e alcune dichiarazioni sulla distruzione di Israele sono infami, ma queste opinioni non prevedono la pena di morte.

Quanto deve sentirsi insicura, confusa e spaventata una nazione per comportarsi come ha fatto Israele! Ricorrendo a un uso esagerato della forza (malgrado aspirasse a limitare la portata della reazione dei presenti sulla nave) ha ucciso e ferito civili al di fuori delle proprie acque territoriali comportandosi come una masnada di pirati. È chiaro che queste mie parole non esprimono assolutamente consenso alle motivazioni, nascoste o evidenti – e talvolta malvagie – di alcuni dei partecipanti al convoglio diretto a Gaza. Non tutti sono pacifisti animati da intenzioni umanitarie e le dichiarazioni di alcuni di loro riguardanti la distruzione dello stato di Israele sono infami. Ma tutto questo ora è irrilevante: queste opinioni non prevedono, per quanto si sappia, la pena di morte.
L´azione compiuta da Israele ieri sera non è che la continuazione del prolungato e ignobile blocco alla striscia di Gaza, il quale, a sua volta, non è che il prosieguo naturale dell´approccio aggressivo e arrogante del governo israeliano, pronto a rendere impossibile la vita di un milione e mezzo di innocenti nella striscia di Gaza pur di ottenere la liberazione di un unico soldato tenuto prigioniero, per quanto caro e amato. Il blocco è anche la continuazione naturale di una linea politica fossilizzata e goffa che a ogni bivio decisionale e ogni qualvolta servono cervello, sensibilità e creatività, ricorre a una forza enorme, esagerata, come se questa fosse l´unica scelta possibile.
E in qualche modo tutte queste stoltezze – compresa l´operazione assurda e letale di ieri notte – sembrano far parte di un processo di corruzione che si fa sempre più diffuso in Israele. Si ha la sensazione che le strutture governative siano unte, guaste. Che forse, a causa dell´ansia provocata dalle loro azioni, dai loro errori negli ultimi decenni, dalla disperazione di sciogliere un nodo sempre più intricato, queste strutture divengano sempre più fossilizzate, sempre più refrattarie alle sfide di una realtà complessa e delicata, che perdano la freschezza, l´originalità e la creatività che un tempo le caratterizzavano, che caratterizzavano tutto Israele. Il blocco della striscia di Gaza è fallito. È fallito già da quattro anni. Non solo tale blocco è immorale, non è nemmeno efficace, non fa che peggiorare la situazione, come abbiamo potuto constatare in queste ore, e danneggia gravemente anche Israele. I crimini dei leader di Hamas che tengono in ostaggio Gilad Shalit da quattro anni a questa parte senza che abbia ricevuto nemmeno una visita dai rappresentanti della Croce Rossa, che hanno lanciato migliaia di razzi verso i centri abitati israeliani, vanno affrontati per vie legali, con ogni mezzo giuridico a disposizione di uno stato. Il prolungato isolamento di una popolazione civile non è uno di questi mezzi. Vorrei poter credere che il trauma per la sconsiderata azione di ieri ci porti a riesaminare tutta questa idea del blocco e a liberare finalmente i palestinesi dalla loro sofferenza e Israele da questa macchia. Ma la nostra esperienza in questa regione sciagurata ci insegna che accadrà invece il contrario: che i meccanismi della violenza, della rappresaglia e il cerchio della vendetta e dell´odio ieri hanno ricominciato a girare e ancora non possiamo immaginare con quale forza.
Ma più di ogni altra cosa questa folle operazione rivela fino a che punto è arrivato Israele. Non vale la pena di sprecare parole. Chi ha occhi per vedere capisce e sente. Non c´è dubbio che entro poche ore ci sarà chi si affretterà a trasformare il senso di colpa (naturale e giustificato) di molti israeliani, in vocianti accuse a tutto il mondo.
Con la vergogna, comunque, faremo un po´ più fatica a venire a patti.
Traduzione dall´ebraico di A. Shomroni

l’Unità 1.6.10
Verso la catastrofe
di Moni Ovadia

Era inevitabile che accadesse. L’insensato atto di pirateria militare israeliano contro il convoglio navale umanitario con la sua tragica messe di morti e di feriti non è un fatale incidente, è figlio di una cecità psicopatologica, della illogica assenza di iniziativa politica di un governo reazionario che sa solo peggiorare con accanimento l’iniquo devastante status quo. Di cosa parliamo? Dell’asfissia economica di Gaza e della ultraquarantennale occupazione militare delle terre palestinesi, segnata da una colonizzazione perversa ed espansiva che mira a sottrarre spazi esistenziali ad un popolo intero.
Dopo la stagione di Oslo, il sacrificio della vita di Rabin, non c’è più stata da parte israeliana nessuna vera volontà di raggiungere una pace duratura basata sul riconoscimento del diritti del popolo palestinese sulla base della soluzione due popoli due stati. Le varie Camp David, Wye Plantation, Road Map sono state caratterizzate da velleitarismo, tattiche dilatorie e propaganda allo scopo di fare fallire ogni accordo autentico. Anche il ritiro da Gaza non è stato un passo verso la pace ma un piano ben riuscito per spezzare il fronte politico palestinese e rendere inattuabili trattative efficaci. Abu Mazen l’interlocutore credibile che i governanti israeliani stessi dicevano di attendere con speranza è stato umiliato con tutti i mezzi, la sua autorità completamente delegittimata. L’Autorità Nazionale Palestinese è stata la foglia di fico dietro alla quale sottoporre i palestinesi reali e soprattutto donne, vecchi e bambini ad una interminabile vessazione nella prigione a cielo aperto della Cisgiordania e nella gabbia di Gaza resa tale da un atto di belligeranza che si chiama assedio.
Ma soprattutto l’attuale classe politica israeliana brilla per assenza di qualsiasi progettualità che non sia la propria autoperpetuazione. È riuscita nell’intento di annullare l’idea stessa di opposizione grazie anche ad utili idioti come l’ambiziosissimo “laburista” Ehud Barak che per una poltrona siede fianco a fianco del razzista Avigdor Lieberman. Questi politici tengono sotto ricatto la comunità internazionale contrabbandando la menzogna grottesca che ciò che è fatto contro la popolazione civile palestinese garantisca la sicurezza agli Israeliani e a loro volta sono tenuti sotto ricatto dal nazionalismo religioso di stampo fascista delle frange più fanatiche del movimento dei coloni, una vera bomba ad orologeria per il futuro dello stato di Israele. La maggioranza dell’opinione pubblica sembra narcotizzata al punto da non vedere più i vicini palestinesi come esseri umani, ma come fastidioso problema, nella speranza che prima o poi si risolva da solo con una “autosparizione” provocata da una vita miserrima e senza sbocco. Le voci coraggiose dei giusti non trovano ascolto e anche i più ragionevoli appelli interni ed esterni come quello di Jcall, vengono bollati dai falchi dentro e fuori i confini con l’infame epiteto di antisemiti o antiisraeliani. Se questo stato di cose si prolunga ancora il suo esito non può essere che una catastrofe.

l’Unità 1.6.10
«Qua ci giochiamo la libertà»: al Quirino la rivolta degli scrittori
Nel teatro romano decolla bene l’iniziativa degli editori: da Scarpa a Camilleri, da Rosetta Loy a Nadia Urbinati Rodotà: «Le persone tornano a essere opinione pubblica»
di Luca Dal Frà

La reazione c’è: da carne da macello per i sondaggi, le persone stanno tornando a essere opinione pubblica» scandisce Stefano Ro-
dotà: il teatro Quirino ieri era pieno per l’apertura di «I libri sulla libertà», iniziativa degli editori contro la legge bavaglio, che organizza reading di scrittori, giornalisti e gente comune nelle centinaia di librerie che hanno aderito. In questo teatro nel cuore di Roma sono accorsi Andrea Camilleri, Guido Crainz, Rosetta Loy, Tiziano Scarpa, Nadia Urbinati e molti altri per leggere i testi più o meno sacri della libertà democratica. E con loro oltre a Rodotà, sono intervenuti anche Giovanni Sartori e Alessandro Pace. Dopo aver letto l’appello di Concetto Marchesi agli studenti dell’Università di Padova, un j’accuse «All’intera classe dirigente italiana» che sembrava scritto oggi e risaliva al 1943, Camilleri ha ricordato che la Legge bavaglio ha come obbiettivo non solo la stampa, ma anche «garantire ai mafiosi e ai corrotti della cricca di fregarci indisturbati nel più assoluto silenzio». Avrà sobbalzato il fantasma di Pericle constatando l’emozione del pubblico alla lettura di Loy del suo «Discorso agli ateniesi» del 461 a. C, e applaude anche Suor Rita Pintus delle librerie Paoline, catena che ha aderito come Feltrinelli e molte altre all’iniziativa, da cui si è tenuto lontano Mondadori sia come editore sia come catena libraria, ma a cui hanno aderito alcune librerie del gruppo.
«In materia di stampa non c’è via di mezzo tra la servitù e la libertà» è la conclusione secca di Nadia Urbina-ti alla lettura di Democrazia in America di Alexis de Tocqueville: da Antonio Gramsci a Leone XIII, passando per Indro Montanelli, ripescato dal suo allievo Marco Travaglio, Elsa Morante, John Stuart Mill, letto da Corrado Augias, fino a Sergej Dovlatov, sembrano tutti testi di questi ultimi giorni sulla situazione italiana. «La lesione del circuito dell’informazione è palese – spiega nel suo intervento Rodotà –, ma ci sono anche segni positivi: gli editori dei giornali minacciano la disobbedienza, i parlamentari potranno inserire negli atti parlamentari le inchieste, come accadde durante la guerra nel Viet Nam con i “Pentagon papers”, in modo da farli diventare atti pubblici. E l’organizzazione “Reporters sans frontière” ha offerto il suo sito per pubblicare le notizie proibite in Italia. Solo nei regimi totalitari però i cittadini sono costretti a leggere le notizie sul loro paese nei siti internet stranieri». Ci sono anche critiche alla sinistra, considerata da molti corresponsabile del degrado a cui Berlusconi sta portando l’Italia: e su questo Sartori prende un applauso lunghissimo.
«È mancata una reazione morale, sulle libertà non si può trattare, non si negozia»: sintetizza così gli umori del pubblico Giuseppe Laterza editore che assieme a Marco Cassini di Minimum fax, e Stefano Mauri, del gruppo Mauri Spagnol, è stato tra i promotori dell’iniziativa. Gli chiediamo se l’adesione di oggi fa ben sperare? «È straordinaria, ma più interessante è quella degli altri editori, dalle Edizioni San Paolo a De Agostini, e delle piccole librerie che organizzeranno in questa settimana i reading, senza considerare le 12 mila firme al nostro appello tra cui quella spontanea dello storico britannico Eric Hobsbawm». Ma perché gli editori di libri si stanno muovendo per i giornali, avete paura dell’indice? «Siamo stanchi del veleno che viene sparso nella società italiana, inquina il terreno della lettura e costringe gli italiani a guardare la televisione».

l’Unità 1.6.10
Fermiamoli. Intervista a Nadia Urbinati
«Disobbedienza civile
per garantire il rispetto della Costituzione»
La studiosa: questa protesta significa rischiare, assumersi responsabilità e colpa È un atto politico ma è anche una scelta basata sul coraggio dei singoli
di Jolanda Bufalini

Ma la coscienza è la definizione che alla fine trova Nadia Urbinati, politologa “pendolare” fra
Stati Uniti (dove insegna alla Columbia University) e l’Italia. È la cattiva coscienza di una maggioranza che forza il dettato costituzionale sapendo di farlo. Ed è questa la ragione che spiega, sul piano etico e politico, perché si sta producendo in Italia una situazione che dà senso alla disubbidienza civile. Malacoscienza perché quella maggioranza «sa bene che è altamente probabile che il testo sulle intercettazioni non potrà superare il vaglio della Corte Costituzionale. Però potrà sfruttare ai propri fini il lasso di tempo in cui la legge sulle intercettazioni sarà quella approvata dalla maggioranza in Parlamento, e questo produrrà un danno alle nostre libertà».
Lei considera quindi opportuna la disubbidienza civile in queste circostanze? «La disubbidienza civile è l’ultima risorsa, l’estrema ratio. È un’azione certamente politica ma che è messa in atto da individui, dal singolo giornalista, dal singolo magistrato che rischia. Prima di questo, la situazione ottimale sarebbe la mobilitazione politica più ampia possibile, attraverso l’impegno individuale e collettivo dei cittadini, attraverso la battaglia parlamentare e la mobilitazione dell’opinione pubblica, per cambiare o non fare approvare la legge. Quando tutti questi tentativi saranno stati fatti, se nonostante tutto questo, il ddl sulle intercettazioni sarà legge, allora la disubbidienza civile è a mio avviso eticamente giustificata».
Dunque lei auspica, prima di tutto, una mobilitazione politica che eviti l’approvazione del disegno di legge? «Tutto quello che si può fare come iniziativa politica e parlamentare, fino al ricorso alla Corte Costituzionale. Ma bisogna sapere che, una volta che ci sarà la legge, prima che l’Alta
Corte si pronunci, passerà del tempo e questa legge produrrà sofferenza e danno alle nostre libertà costituzionali: sul piano della libertà di stampa, perché la nostra Costituzione ne prevede la limitazione solo in caso di grave rischio per l’ordine pubblico. E sul piano della separazione dei poteri, per i limiti che vengono imposti al lavoro dei magistrati. Io non sono una giurista ma mi pare che la Corte costituzionale non potrà ammettere questa legge. E le decisioni di maggioranza sono legittime solo nel rispetto del quadro costituzionale».
È questo che giustifica il ricorso alla disubbidienza? «Sì, in una società democratica e costituzionale la disubbidienza civile è eticamente giustificata dal conflitto della legge con la norma superiore e fondativa dell’unità dello Stato. In questo conflitto vince la Carta costituzionale. Fu così in America, nella lotta contro la segregazione razziale. La disubbidienza non è il sovvertimento dell’ordine costituito, non è illegalità ma, al contrario, affermazione dei principi che stanno a fondamento dello Stato».
Si sta riferendo alle battaglie per i diritti civili degli anni Sessanta? «Il caso più celebre è quello di Martin Luther King, ma non fu il solo, ci furono molti casi di disubbidienza civile. Le leggi che proibivano ai neri di sedere negli stessi autobus con i bianchi, per esempio, erano in contrasto con la dichiarazione d’Indipendenza e con la Carta dei diritti».
Lei dice che questi sono i casi in cui la disubbidienza civile è eticamente e politicamente giustificata, ma chi disobbedisce può appellarsi a norme sancite dal nostro ordinamento?
«No, la disubbidienza civile è un atto di coraggio democratico dei singoli cittadini, che pagheranno per questo. E sanno che dovranno rischiare e pagare. Sanno che andranno incontro a conseguenze, se ne assumeranno la responsabilità e la colpa. Nella nostra Costituzione non c’è il diritto alla Resistenza, di cui pure si discusse nell’assemblea costituente».

Repubblica 1.6.10
Scrittori anti-bavaglio. Laterza: impossibile fare libri d´inchiesta
Camilleri: rischio fascismo siamo pronti a disubbidire
di Alberto D’Argenio

ROMA - Così torniamo al fascismo. I protagonisti del reading contro la legge-bavaglio sulle intercettazioni non hanno dubbi: uccide la coscienza dell´opinione pubblica e con essa la democrazia. Partite ieri in uno stracolmo teatro Quirino di Roma, le "Letture per la libertà di stampa" organizzate da un centinaio di editori insieme a librai e scrittori andranno avanti tutta la settimana in tutta Italia. «La legge sulle intercettazioni non tocca solo giornali e giornalisti, ma anche le Case editrici che pubblicano libri d´inchiesta, anch´essi potenziali destinatari del ddl», ha detto l´editore Giuseppe Laterza, tra gli organizzatori insieme a Marco Cassini (Minimum Fax) e Stefano Mauri (Mauri-Spagnol).
Ad aprire le letture dei brani è stato Andrea Camilleri, che ha proposto l´appello agli studenti che il rettore dell´università di Padova, Concetto Marchesi, pronunciò il primo dicembre 1943 lasciando l´ateneo per non sottomettersi al fascismo. Un discorso (vibrante la lettura dello scrittore siciliano) che si chiude così: «Liberate l´Italia dalla schiavitù dell´inganno». Passaggio che per Camilleri definisce perfettamente «lo sporco e il luridume dell´attacco alla libertà che oggi si ripropone sotto altre forme». Difendiamo l´informazione - ha proseguito il padre di Montalbano - anche se con la legge-bavaglio non ci sarà proprio più nulla di cui scrivere perché i magistrati non potranno più lavorare «lasciando i mafiosi e la cricca liberi di fregarci nel silenzio». Quindi Camilleri si è congedato dal pubblico con un laconico «buona fortuna». E di grande attualità anche il discorso di Pericle agli Ateniesi, che Paolo Rossi non riuscì a leggere in tv e ieri proposto da Rosetta Loy.
Sul palco anche Stefano Rodotà, secondo il quale «quando si blocca la conoscenza dei fatti si impedisce di deliberare e mettendo a repentaglio la vita democratica: è proprio dei regimi totalitari obbligare i propri cittadini a leggere su siti stranieri le notizie del proprio Paese». Quindi è intervenuto il politologo Giovanni Sartori, che ha definito «vergognosa» la legge-bavaglio: «È l´ultima risorsa per creare una falsa, disinformata e stupida opinione pubblica che non sa nulla del mondo e sa quasi solo cose false dell´Italia». E Marco Travaglio è stato tra coloro che hanno evocato l´inosservanza della legge. Come Massimo Carlotto, per il quale «non resta che la disobbedienza civile». Chi non c´era, come Dacia Maraini, ha affidato ad altri le proprie riflessioni. La serata è stata chiusa da Gianrico Carofiglio, magistrato, scrittore e senatore del Pd: «Il bavaglio che citava Camilleri era lo stesso programma della loggia P2. Non a caso vi erano iscritti anche esponenti del governo»

Repubblica 1.6.10
Il carattere è scritto nella chimica ecco gli ormoni della personalità
L´antropologa Helen Fisher divide l´umanità in pionieri, fondatori, diplomatici e scopritori. Un oroscopo biochimico che si forma nel grembo materno
di Andrea Tarquini

Possiamo innamorarci con il classico colpo di fulmine, oppure scoprire pian piano che ci piace, ci attira e ci interessa una persona che conoscevamo da anni. L´amore è cieco, si dice da millenni. Ma è governato più di quanto non si pensi dalla biochimica: ormoni di diverso tipo attivano differenti regioni del nostro cervello, ci fanno reagire diversamente a stimoli e segnali. Ce lo spiega Helen Fisher, docente alla Rutgers University del New Jersey, esperta di fondamenta neurologiche delle relazioni sessuali e amorose. E nel suo libro "I quattro tipi dell´amore", appena uscito in Germania (Die vier Typen der Liebe, ed. Droemer), scritto dopo aver studiato questionari di 28mila persone, cataloga appunto questi quattro tipi di caratteri: il pioniere, il diplomatico, lo scopritore, il fondatore. E prova a spiegarci se e in che misura possono stare bene insieme.
Scienza seria, tanto che la compassata ma attenta Welt am Sonntag ha appena dedicato al tema una pagina intera. Premessa: i quattro tipi sono semplificazioni per classificare i diversi tipi d´influsso dei differenti ormoni. I più importanti sono testosterone, estrogeni, noradrenalina, dopamina, serotonina e oxitocina. Nell´antichità si distingueva tra collerici, sanguigni, melancolici e flegmatici. Ma la maggior parte degli individui è un misto, subisce influssi di diversi ormoni, presenti in diverse quantità nei nostri organismi. Proviamo allora a riassumere questa specie di oroscopo degli ormoni.
Il pioniere spesso si sviluppa da alte concentrazioni di testosterone nell´utero materno. È diretto e insieme analitico, sa imporre le sue visioni e i suoi piani, sa pensare in modo strategico. I "pionieri" sono padroni di sé, pragmatici maestri d´autocontrollo, pronti ad aiutare il prossimo, ma anche tendenti a frenare i sentimenti, ad analizzarli con scetticismo. Tra i vip, sono classificabili come "pionieri" Obama, o Angela Merkel. La coppia migliore riesce loro con altri pionieri, oppure con un diplomatico. Come Flavio Briatore, tranquillo anche nelle avversità.
E chi è costui? È altamente influenzato da estrogeni, ha la capacità di riassumere, memorizzare e analizzare tanti dati, e rifletterci. È aperto, intuitivo, portato alla fiducia verso il prossimo. Tende a sognare a occhi aperti, cerca l´anima, l´amore, la verità, e insieme è alla permanente ricerca di se stesso, e insieme malinconico e spesso dubbioso su se stesso, come Leonard Cohen in alcuni dei suoi migliori testi, dice la Fisher. Il diplomatico è comunque fatto apposta per la vita di relazione. Può andargli bene con il pioniere, o con lo scopritore, molto più problematica è una sua unione con un fondatore.
Vedremo subito perché, ma descriviamo prima il terzo tipo di amante: è definito "scopritore". È curioso, creativo, ottimista, vuole essere conquistato sia sul piano sensuale sia intellettuale, altrimenti finisce preda della noia. Merito, o colpa, del gene Drd4, che regola l´attività della dopamina. Sta bene con un altro scopritore, o con un diplomatico.
Quarto ma non ultimo, il "fondatore". Il suo valore ormonale dominante, la serotonina, contribuisce a renderlo una persona con i piedi per terra, metodico, tranquillo, spinto al rispetto verso l´autorità, a volte anche un po´ noioso. Il suo ideale è avere una famiglia intatta, o crearla. Sta bene con un altro tipo fondatore, può trovare la felicità anche con un diplomatico o con un pioniere, ma meno che mai con uno scopritore. Un esempio di fondatore è il principe ereditario britannico William, mentre suo fratello minore principe Harry è chiaramente uno scopritore, che tenta vie inabituali. "Per fortuna non è lui il primogenito", scherza il giornale tedesco. Certo, sono schemi semplificanti: in maggioranza, siamo tutti un misto tra i quattro tipi di essere umano e di amante. O meglio, miliardi di misti con dosi diverse. Come tanti cocktail irripetibili di qualità, doti, difetti, emozioni. Se i diversi dosaggi biochimici producono armonia, creano una combinazione naturale, che spinge a una profonda intimità, perché ci si capisce meglio intuitivamente. Il banale, eterno sogno dell´amore perfetto, insomma. Reso possibile o irraggiungibile dal cocktail-oroscopo degli ormoni.

Europa 1.6.10
Quando il denaro non contava
di Mari Lavia

C’era un tempo in cui le minoranze all’interno di un partito erano destinate a rimanere tali, era un tempo in cui una minoranza, in base ad un accordo non scritto, si ritagliava una mera funzione di condizionamento: non era molto ma poteva anche non essere poco.
Nel Psi di Nenni, poi di De Martino, fino a Craxi i lombardiani furono esattamente questo: una corrente di minoranza, piccola, combattiva, integerrima, orgogliosa della propria vocazione minoritaria. Ad immagine del suo capo, Riccardo Lombardi.
Una figura sulla quale recentemente sono apparsi in libreria due volumi, uno di Carlo Patrignani (Lombardi e il fenicottero – ed. L’asino d’oro), l’altro (una riedizione di un saggio di tanti anni fa, semplicemente: Lombardi, Ediesse) di Miriam Mafai.
«Io ho imparato molto da Riccardo Lombardi su come si fa dissenso », confidò nell’orazione ai funerali dell’“Ingegnere” (all’epoca era raro un dirigente socialista laureato) uno che di minoranze se ne intendeva, Pietro Ingrao. E in effetti è senz’altro vero che Lombardi fu un gran “dissidente”, degno epigono di quella corrente laica, azionista, “capitiniana” (come sottolinea Marco Pannella nella partecipata introduzione al libro di Patrignani) che vien giù dai fermenti democratici più vivi del Risorgimento.
L’incontro con il socialismo italiano – dopo la fase azionista – lo colloca fra gli anticomunisti progressisti (la perdurante polemica con colui che Patrignani chiama «il freddo Togliatti»), ed è sempre col suo tratto scettico che Lombardi accompagnò l’evoluzione che condusse il Psi al primo governo di centrosinistra in alleanza con la Dc: esperienza travagliata, breve, oggi grandemente rivalutata, specie al confronto con i conati riformisti successivi.
Ecco, di Lombardi piace ricordare, soprattutto alla vigilia del 2 giugno, proprio quelle caratteristiche “minoritarie” che in ultima analisi lo costrinsero in una posizione marginale nel suo partito – l’intransigenza morale, la coerenza e la schiettezza (fu fra i pochissimi a stigmatizzare apertamente i tratti autoritari di Craxi) e anche la lucidità che – viene detto nel libro di Patrignani – lo portò «ad avere ragione dieci anni prima». Insieme – infine – a quella modestia e disinteresse personale che gli fece rispondere così a chi gli chiedeva se avesse mai pensato di avere più denaro: «Non avrei saputo cosa farne.
Non ho neppure una casa. Mi basta poter comperare dei libri».

Il Foglio 1.6.10
Urlatori di Dio
di Luigi Manconi

Devo dire: io, sulle questioni di bioetica (così come su altre tematiche), ho le medesime convinzioni dei Radicali. C’è, tuttavia, una differenza notevole nelle motivazioni che mi portano ad assumere quelle stesse posizioni pubbliche: nel senso che io vi arrivo attraverso un percorso che cerca costantemente di affidarsi anche a una fondazione morale delle scelte valoriali e, in ultima istanza delle opzioni politiche. Mentre i Radicali privilegiano una logica argomentativa concentrata prevalentemente sul piano razionale-utilitaristico (nel significato che la filosofia contemporanea attribuisce a quest’ultima formula). Sarà forse la peculiarità del mio approccio-che tenta di rifarsi, appunto, a un sistema di valori. eticamente costituiti - che mi rende sensibile, o comunque non indifferente, all’accusa più bruciante che mi viene rivolta. E’ un’accusa dettata, in genere, da un calcolo strumentale, e tesa a produrre un effetto di suggestione, che consiste nell’attribuire a chi sostiene posizioni come le miele nostre, una "tentazione eugenetica". Il fatto di sapermi totalmente estraneo a quel rischio non riesce a tranquillizzarmi e questo, oltre a produrre pericolosi travasi di bile, suscita in me quel disdicevole sentimento di avversione morale verso, nell’ordine. Eugenia Roccella, Maurizio Gasparri, monsignor Elio Sgreccia, il prof. Francesco D’Agostino e, nonostante tutto, Giuliano Ferrara (risparmio solo Gaetano Quagliariello in ragione di una trascorsa familiarità, che mi rende immotivatamente indulgente verso il più colpevole tra tutti). Eppure, il fatto di replicare - come so e come posso - a quell’accusa e ritorcerla contro chi la muove a finì esclusivamente ideologicodemagogici, non mi rasserena: e proprio perché so bene quanto le questioni di bioetica e, in particolare, quelle che intersecano categorie come la continuità e la intangibilità della vita umana, si affaccino sull’ignoto e sfiorino l’inaudito.
E so bene quanto simili questioni siano drammaticamente controverse: tali da non consentire letture semplificate e soluzioni nette. Pressoché tutte le grandi questioni di bioetica infatti si presentano, nella forma del dilemma che oppone due diversi diritti, entrambi legittimi ed entrambi degni di trascrizione giuridica. Si può dire, in estrema sintesi, che la bioetica opera nella sfera pubblica in quanto chiamata a dirimere il conflitto tra quei differenti diritti.
Quando quelle questioni si proiettano sul piano legislativo, la politica - che reclama in genere decisioni semplici tende a risolvere la tensione tra i due diritti, privilegiando l’uno e sacrificando l’altro. Rinunciando con ciò alla scelta, più ardua ma più equa, di elaborare - per quanto faticoso possa risultare - una mediazione virtuosa e una convivenza pacifica tra domande in contrasto. Non a caso, la "soluzione politica semplice", con gli effetti regressivi che produce, tende a presentarsi -nella cultura della destra, oggi maggioritariamente clericale - come la più fedele traduzione pubblica di un precetto enunciato solennemente dalla chiesa cattolica: quello che afferma "la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale".
Dov’è chi parla di deriva eugenetica? Dico tutto ciò per porre un quesito: che relazione c’è tra quella "sacralità" e la delibera numero 851 (31 marzo 2009) della regione Veneto? Quella dove si stabiliscono "controindicazioni assolute al trapianto d’organo" in caso di "danni cerebrali irreversibili" e "ritardo mentale con quoziente intellettivo inferiore a 50"; e si oppongono "controindicazioni relative" per chi presenti "un ritardo mentale con quoziente intellettivo inferiore a 70".
La questione è di eccezionale e drammatico rilievo e può adombrare una terribile spirale etica. Sorprende, pertanto, che il foltissimo esercito dei "difensori della vita" e della "tutela della dignità umana sempre e comunque" osservi un rigoroso silenzio. A sollevare il caso sono state, meritoriamente, le deputate radicali Maria Antonietta Farina Coscioni e Rita Bernardini, e il Corriere della Sera di sabato 29 maggio.
Ma dove son tutti quelli che urlano alla "deriva eugenetica" anche solo quando si parla di fecondazione assistita? La delibera della regione Veneto solleva una fondamentale questione di etica pubblica e una, altrettanto cruciale, di equità.
A differenza degli urlatori di Dio, non dirò che il provvedimento della regione Veneto è"nazista"; e penso che quanto scritto da Margherita De Bac sul Corriere, seppure non condivisibile, rappresenti un interrogativo serio: "Non potrebbe configurarsi come accanimento terapeutico il fatto di imporre un trapianto. e le pesanti conseguenze dei farmaci antirigetto, a un malato che non è in grado di comprendere la cura?". Ma ciò che lascia davvero scandalizzati sono le parole dell’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto: "II nostro è un sistema d’avanguardia. E’ bene riflettere su questi interrogativi per non utilizzare in modo improprio le risorse". Le risorse? Dio lo perdoni: e, intanto, si affidi, quel Coletto, alle cure amorevoli di Maurizio Gasparri e di monsignor Elio Sgreccia.