l’Unità 31.5.10
Via Tasso «ente inutile»
Il Museo della memoria che Tremonti condanna
Tra il ’43 e il ’44 le SS qui torturarono 2.000 cittadini. Oggi, coi suoi graffiti, custodisce il ricordo della Resistenza romana. Ma non vale 50.000 euro...
di Maria Serena Palieri
C’è una teca a via Tasso in cui è riassunta, come nessun poeta avrebbe potuto fare (forse ci sarebbe riuscito Giorgio Caproni, il poeta maestro elementare), l’Italia che ribellandosi al nazifascismo usciva dalla guerra: custodisce una pagnotta sulla quale Ignazio Vian scrisse l’ultimo saluto alla sua famiglia, appoggiata su un tricolore senza «traditrici» insegne sabaude. Vian, già ufficiale, l’8 settembre era stato tra i primi a diventare partigiano, arrestato e torturato aveva retto, non aveva denunciato i suoi, finì impiccato. Aveva 27 anni. Il pane, la bandiera, quegli affetti primari da figlio, da ragazzo. Sessantasei anni dopo basterebbe una cifra altrettanto elementare, 50.000 euro un «bicchierino» la definisce il presidente Antonio Parisella per salvare il Museo Storico della Liberazione che ha sede in via Tasso.
Lì dove, nel palazzo costruito negli anni Trenta dai principi Ruspoli e dato in affitto all’ambasciata tedesca a Roma, dopo l’occupazione, tra il ’43 e il ’44, al civico 145 la Sicherheitspolizei, agli ordini dell’Obersturmbannführer Herbert Kappler, in stanze rese sorde e cieche murando finestre, perennemente buie staccando la luce e controllabili grazie a spioncini sulle porte, imprigionò e torturò. Via Tasso a Roma è ancora un nome che evoca terrore, nausea. A Via Tasso, in quei mesi, si finiva per un niente. Ci finirono Giuliano Vassalli (ne scampò) e Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (ucciso alle Ardeatine). Ci finirono in duemila, tra donne e uomini: militari passati in clandestinità, cittadini qualunque, anche giovanissimi e anche vecchissimi, chiunque fosse sospetto di legami con la Resistenza, di sapere chi proteggeva ebrei, dove si fabbricavano volantini e i chiodi a tre punte usati per forare i copertoni dei camion militari. Da via Tasso uscirono gli antifascisti trucidati a Forte Bravetta e alle Fosse Ardeatine. Da lì il 4 giugno 1944 uscì Bruno Buozzi per andare a morire, ucciso in extremis dalle Ss in fuga, con altri 12 prigionieri, nell’eccidio della Storta. Lì, quello stesso 4 giugno, quando romani e romane si riversarono nell’edificio odiato, fu quasi per miracolo ritrovato dopo un mese di torture, e liberato, Arrigo Paladini, sottotenente dell’Esercito catturato
mentre dal Sud era in missione clandestina a Roma, che vent’anni dopo diventerà uno dei direttori del Museo. Ma ecco, stante alla manovra di Tremonti, a via Tasso si chiude: chiuso il rubinetto del Ministero per i Beni Culturali, anche se dava gocce, 50.000 euro l’anno. Ed ecco un altro passo avanti perché, nel nostro lieto eterno presente, viale Bruno Buozzi, a Roma, diventi semplicemente una smemorata elegante strada in discesa che porta dai Parioli alle Belle Arti.
Via Tasso al civico 145 c’era il carcere, al 155 c’erano i comandi delleSs-nonèunmuseo.Loè,anche. Ma è anzitutto un luogo fisico dove chi entra (ogni anno 15.000 studenti), come avviene ad Auschwitz, entra in una dimensione temporale diversa: «vive» quello che lì è avvenuto tra l’11 settembre 1943 e il 4 giugno 1944. Sveglia alle 7, silenzio alle 20, una gamella di broda e un pezzo di pane al giorno, divieto di parlare tra prigionieri, invito a farlo, di notte, coi seviziatori, nelle sedute notturne di interrogatori e di torture. Contatto con le famiglie una volta a settimana, per avere il cambio e il dono consentito, un uovo sodo, e per cercare di esportare messaggi cifrati sotto il rammendo d’una maglia, come qualcuno disperato e furbissimo riuscì a fare.
A Via Tasso il tempo, per buona parte, è rimasto quello. Nel dopoguerra diventò un rifugio per gli sfollati. Nel 1950 l’erede Ruspoli, principessa Josepha, donò l’edificio allo Stato perché nascesse il Museo storico della lotta di Liberazione in Roma. Tra il ’53 e il ’54 fu trovato un alloggio per gli ultimi sfollati e il 4 giugno del ’55 Gronchi, presidente della Repubblica, inaugurò le prime stanze. Raccoglievano tutto ciò che si era potuto radunare, volantini dei Gap, chiodi a tre punte, editti degli occupanti. Ma soprattutto custodivano i segni lasciati con le unghie da chi lì aveva trascorso giorni e notti: Arrigo Paladini (non sa che di lì uscirà vivo) nel buio della detenzione graffia sul muro un messaggio, chiede perdono a coloro cui può aver fatto del male, «la morte è brutta per chi la teme» scrive un altro, «tu serva Italia di dolore ostello» è un graffito dantesco, c’è chi cerca luce così, «l’ultima speranza non è perduta, forse la vita è salva, abbiate fede». E poi c’è il sangue: sui muri, sulle camicie che indossavano i prigionieri andati al plotone di esecuzione o al cappio per impiccati.
Via Tasso è Ente pubblico sotto tutela del ministero per la Pubblica Istruzione (poi Beni Culturali) dal 14 aprile 1957. Ora per salvare il Museo dalla chiusura dichiarano, bipartisan, disponibilità Regione Lazio, Comune e Provincia di Roma. 50.000 euro l’anno sono come dice Parisella «un bicchierino». Se alle parole Renata Polverini, Gianni Alemanno e Nicola Zingaretti faranno seguire i fatti, il Museo vivrà. Certo è inquietante che quel luogo dove nel buio, e nel coraggio e nel sangue davvero, è nato il primo nucleo di Italia democratica, diventi per il Governo un ente inutile, in questa grande manovra economica di salvataggio della patria. Ma già, questi sono giorni in cui diciamo addio a pezzi di Costituzione e in cui sappiamo che la nuova Repubblica, lieta e immemore, è nata 18 anni fa tra mafia e tintinnar di sciabole.
l’Unità 31.5.10
Il mondo dei libri dice no al bavaglio
Un giorno di letture per fermare la legge
di Marco Cassini
Durante il recente Salone del Libro di Torino sono stato “intercettato” dall’editore Giuseppe Laterza, il quale con tono concitato mi ha letto il testo di una lettera-comunicato stampa (concepita con Stefano Mauri del gruppo Mauri Spagnol) per sensibilizzare il maggior numero possibile di soggetti sulla gravità del ddl che rischia di diventare una “legge-bavaglio”. L’Associazione Italiana Editori aveva diffuso due giorni prima un comunicato quasi identico ma nessun giornale l’aveva ripreso. Forse operando “dal basso” – ̆diceva Laterza – pur nel rispetto dell’Aie, con una semplice lettera che chiede attenzione ma senza i crismi dell’ufficialità, otterremo un po’ di attenzione.
Quello che ha ottenuto la lettera è stato ben più che “un po’ di attenzione”. Da dieci giorni, e non solo sulle terze pagine o sui blog, si parla, a ragione, della necessità di bloccare il ddl. La lettera è stata sottoscritta da oltre cento editori e più di diecimila fra intellettuali, impiegati, lettori, dipendenti statali, disoccupati, professionisti, insegnanti: insomma, di italiani. Il dibattito è animato quanto lo scontro politico ai massimi livelli istituzionali. In ambito editoriale, ha contribuito all’accensione della querelle la vistosa assenza, fra i firmatari, del gruppo editoriale di proprietà di una parte della famiglia del premier.
Noi editori di libri, anche se apparentemente (solo apparentemente) meno coinvolti dei colleghi editori di giornali, pur favorevoli alla tutela del diritto alla privacy, sentiamo comunque forte il rischio implicito nell’inasprirsi delle pene per chi mette in pratica uno dei principi fondamentali garantiti in ogni civiltà democratica. Una preoccupazione che ci dovrebbe dunque animare da cittadini prima ancora che da editori.
Quando l’altro giorno Laterza mi ha chiamato con quello stesso tono concitato, sapevo che dovevo aspettarmi qualcosa di altrettanto deflagrante. Perché non organizziamo una giornata di letture al teatro Quirino di Roma, per sensibilizzare ulteriormente sull’argomento, unire ancor di più le forze, proprio nel giorno (oggi) in cui il ddl verrà di nuovo discusso nelle sedi istituzionali?
Ho osato rilanciare proponendogli di allargare la cosa a tutto il territorio nazionale, senza limitarci a un unico spazio fisico ma chiedendo l’adesione di tante librerie, e promuovere altri reading per tutta la prossima settimana. Sarebbe bello se aderissero piccoli librai di provincia, mi ha detto Laterza. E allora ho esagerato in ottimismo dicendo «chissà, magari aderirà perfino qualche libreria che porta lo stesso nome di quell’editore che non ha firmato?». È puntualmente successo, e questo mi fa ben sperare nel futuro del paese.
Marco Cassini è, con Daniele di Gennaro, il fondatore della casa editrice «minimum fax»
Repubblica 31.5.10
L’attacco a cultura e bellezza
di Salvatore Settis
Prosegue alacremente il cantiere di smontaggio dello Stato. Sotto l´etichetta di "federalismo demaniale", passano a Regioni ed enti locali 19.005 unità del demanio dello Stato, per un valore nominale di oltre tre miliardi.
Mente Calderoli quando afferma (La Padania, 7 maggio) che i beni trasferiti «demaniali sono e demaniali resteranno». Il demanio non è una forma di proprietà, ma servizio pubblico nell´interesse generale di tutti i cittadini, per questo è inalienabile. Al contrario, i beni trasferiti possono essere «anche alienati per produrre ricchezza a beneficio delle collettività territoriali», o saranno versati in fondi immobiliari di proprietà privata; la legge incoraggia anzi i Comuni a produrre varianti urbanistiche che ne consentano non solo la mercificazione, ma la cementificazione, sigillata e garantita dai ricorrenti condoni edilizi (l´ultimo disegno di legge, presentato dal Pdl, sana con un sol colpo di spugna tutti i reati contro il paesaggio e l´ambiente commessi o da commettersi entro il 31 dicembre 2010).
La manovra Tremonti, approvata sulla parola e senza il testo finale da un Consiglio dei ministri assai ubbidiente, aggraverà lo stato delle finanze locali, strangolando ulteriormente Comuni Province e Regioni. Il taglio previsto, quasi 15 miliardi nel biennio 2011-12 (4 miliardi ai soli Comuni), obbligherà i Comuni ad alienare l´alienabile, e a concedere licenze di edificazione a occhi chiusi, pur di incassare gli oneri di urbanizzazione, un tributo che, contro la ratio originaria della norma Bucalossi (1977), si può ora utilizzare nella spesa corrente per qualsiasi finalità. Ai sacrifici richiesti ai cittadini (basti ricordare la riduzione imposta al Servizio sanitario nazionale: 418 milioni nel 2011, 1.132 milioni dal 2012 in poi) si aggiungerà dunque l´ecatombe delle nostre città, del nostro paesaggio. Le disposizioni in materia di conferenze di servizi (art. 49 della bozza), che riprendono il disegno di legge Brunetta-Calderoli sulla cosiddetta "semplificazione della pubblica amministrazione", vanificano gli argini posti dal Codice dei Beni Culturali. Secondo la nuova norma, ogni volta che il Codice richiede l´autorizzazione di interventi edilizi che incidano sul paesaggio, «il Soprintendente si esprime in via definitiva in sede di conferenza di servizi in ordine a tutti i provvedimenti di sua competenza»; la sua eventuale assenza dalla conferenza dei servizi equivale al pieno consenso del Soprintendente.
Viene in tal modo riesumato e radicalizzato il principio del silenzio-assenso, un istituto che sin dalla legge 241 del 1990 non può applicarsi «agli atti e procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico», come ribadito più volte, dalla legge 537 del 1993 alla legge 80 del 2005 (governo Berlusconi). Invano il ministero dei Beni Culturali, che aveva ottenuto la soppressione di analoghe norme almeno due volte (nella Finanziaria 2008 e nell´abortito decreto-legge sul "piano casa"), ha richiamato il governo al rispetto della legge. Ma la tutela del paesaggio imposta dall´art. 9 della Costituzione richiede che, in una materia così sensibile, il previsto giudizio di compatibilità degli interventi edilizi con il valore culturale del bene venga formulato espressamente e dopo attenta valutazione: il silenzio o l´inerzia non può in alcun modo sostituire l´attivo esercizio della tutela, che l´art. 9 della Costituzione pone fra i principi fondamentali dello Stato. Lo ha espressamente dichiarato la Corte Costituzionale in almeno cinque sentenze: in questa materia «il silenzio dell´Amministrazione preposta non può avere valore di assenso» (sentenza nr. 404 del 1997). Il silenzio-assenso, nato per tutelare il cittadino contro l´inerzia della pubblica amministrazione, non può diventare un trucco per eludere la legge col sigillo di una norma anticostituzionale.
Ma c´è di peggio, e lo ha ben visto Eugenio Scalfari (Repubblica, 30 maggio), che ha lucidamente disegnato la «prospettiva raccapricciante» di un´Italia a due velocità: «Federalismo al Nord e accentuazione del centralismo statale al Sud». La "manovra Tremonti" è anche troppo esplicita: prevede (art. 43 della bozza) che «nel Meridione d´Italia possono essere istituite zone a burocrazia zero». Burocrazia zero significa che per tutte le nuove «iniziative produttive» (non meglio definite) ogni procedimento amministrativo di qualsiasi natura viene «adottato esclusivamente dal Prefetto ovvero dal Commissario di Governo», e diventa operativo dopo 30 giorni. Non senza raccapriccio, immaginiamo dunque, domani o dopodomani, un´Italia con il Nord governato dalla Lega e il Sud dai gauleiter della Lega.
Sotto la maschera bugiarda di un federalismo democratico, nuove forme di centralismo spuntano per ogni dove. Definanziando decine di istituti culturali (cito fra gli altri la gloriosa Scuola archeologica di Atene, a Napoli l´Istituto Croce e quello di Studi Filosofici, e così via), la manovra Tremonti sottrae ogni possibile finanziamento futuro di queste istituzioni al ministero dei Beni Culturali, e ne sposta la responsabilità alle Finanze e a Palazzo Chigi: una forma di commissariamento che espande ed esaspera, per contrappasso, quello che i Beni Culturali hanno fatto, dando Pompei a un commissario della Protezione Civile senza la minima competenza archeologica. Le centinaia di pensionamenti dell´alta burocrazia ministeriale, propiziati se non imposti dalla stretta pensionistica della manovra, decapitando numerosi uffici in tutto il Paese, favoriranno inevitabilmente un continuo ridisegnarsi delle competenze, in cui il diktat del ministero delle Finanze avrà sempre più peso, e agli altri ministri non resterà che rassegnarsi al silenzio-assenso.
Se tutto questo fosse fatto, come vuole la party line diffusa anche in quella che fu la sinistra, per contrastare la crisi e avviare la ripresa, potremmo provare a farcene una ragione. Ma incombe su questa interpretazione più d´un sospetto. Perché la devastazione del paesaggio e l´offesa alla Costituzione dovrebbero alleviare la crisi economica? Che cosa guadagna in coesione e in forza economica il Paese col "commissariare" l´intero Sud, riducendolo a una colonia a "burocrazia zero", cioè governata dai prefetti? Perché, se le casse sono vuote al punto da dover ridurre i finanziamenti alla sanità (mettendo in forse il diritto alla salute garantito dall´art. 32 della Costituzione), dovremmo ostinarci a voler costruire il ponte sullo Stretto? Il «tesoretto di Giulio», come qualche leghista ha affettuosamente chiamato i risparmi che la manovra dovrebbe mettere da parte, non servirà proprio a promuovere un federalismo i cui costi nessuno si attarda a calcolare? Lo smontaggio dello Stato serve ad assicurare la stabilità della moneta e il benessere dei cittadini, o ad accelerare la disgregazione del Paese voluta dalla Lega e dai suoi complici d´ogni colore, a velocizzare il saccheggio del territorio e la spartizione del bottino?
Repubblica 31.5.10
Roberta Einaudi, editrice e nipote di Giulio: ecco perché ho firmato gli appelli anti-bavaglio
"Così torniamo a un clima da fascismo"
ROMA - Roberta Einaudi, editore di "Nottetempo" e nipote di Giulio Einaudi, lei ha firmato l´appello sostenuto da Repubblica.it e quello promosso da Laterza contro la legge-bavaglio: ci spiega perché?
«Sarà banale, ma ho paura di quello che temono tutti: è gravissimo se i giornali non potranno più scrivere la verità e spiegarci i fatti. Sono senza parole. Dopo i tremendi anni del fascismo non pensavo che sarebbe successo di nuovo. Non credevo che avrei dovuto vivere un simile evento».
Cosa direbbero suo zio Giulio e suo nonno Luigi di questa legge?
«Beh, nonno Luigi mi ripeteva sempre di leggere, conoscere, ascoltare gli altri e poi ragionare col mio cervello. Era la sua fissazione. Ecco, ora il lettore non potrà più conoscere e quindi non potrà più deliberare. Allora dico: meglio lasciare una colonna in bianco, come durante il fascismo».
Ad essere colpiti non saranno solo giornali e lettori, ma anche i magistrati che non potranno più usare le intercettazioni come prima...
«Come possono pensare di portare avanti le indagini azzoppando le intercettazioni? È una legge idiota. Mi piacerebbe pensare che si tratta solo di ingenuità, ma purtroppo queste non sono persone ingenue. Hanno un interesse ben preciso».
(a.d´a)
l’Unità 31.5.10
Le navi della pace verso Gaza
«Israele non può fermarci»
Le sei imbarcazioni partite da Cipro, attese oggi davanti alle coste della Striscia
A bordo 10mila tonnellate di aiuti e attivisti di 50 Stati. La Difesa israeliana: li bloccheremo
di Umberto De Giovannangeli
In rotta verso Gaza. Malgrado le minacce. «Freedom Flotilla», il convoglio di 6 navi che vuole rompere l’assedio di Gaza sfidando il blocco delle forze armate israeliane, ha raggiunto ieri le coste libanesi.
«Siamo partiti da Cipro dice Greta Berlin, la portavoce di Free Gaza, uno degli organizzatori poco dopo le 16. La Marina israeliana blocca una zona a circa 20 miglia nautiche dalla costa di Gaza, dove noi contiamo di arrivare nella tarda mattinata o all’inizio del pomeriggio di domani (oggi per chi legge,
ndr)». Le navi trasportano circa 10.000 tonnellate di aiuti, materiali da costruzione, case prefabbricate (100) per chi è rimasto senza tetto dopo l’operazione Piombo Fuso del 2008-2009, medicine e apparecchiature mediche, 500 carrozzelle elettriche, depuratori per l’acqua, impianti fotovoltaici, generatori, materiale per la scuola e altri beni fondamentali per la popolazione della Striscia.
ULTIMO TRATTO
Le autorità politiche e militari dello Stato ebraico hanno ribadito che non permetteranno per nessun motivo l’attracco delle navi a Gaza. Hanin Zuabi, un membro del Parlamento israeliano che si trova a bordo della flotta, ha dichiarato che gli attivi-
sti intendono raggiungere la Striscia indipendentemente dai piani per fermarli. «Se gli israeliani cercano di fermarci, scoppierà un’enorme crisi diplomatica e politica», dice Zuabi. «Abbiamo 50 Stati che partecipano a questo progetto e che stanno lanciando un messaggio molto chiaro ad Israele, cioè che la comunità internazionale non accetta l’assedio a Gaza». «Il messaggio d’Israele è stato chiaro: vi fermeremo. Nessuno può impedirci di farlo», gli fa eco Huwaida Arraf, presidente del Free Gaza Movement . Tuttavia, aggiunge Arraf, «migliaia di persone hanno contribuito a far diventare questa flotta una realtà e la popolazione di Gaza ci sta aspettando».
Fonti del ministero della Difesa a Tel Aviv hanno però fatto sapere che le imbarcazioni della Flotilla saranno in ogni caso dirottate nel porto israeliano di Ashood. Tutti i passeggeri saranno smistati in enormi tendoni, allestiti lungo la costa meridionale, dove verranno identificati e, se necessario, sottoposti a cure mediche. Chiunque rifiuterà questo trattamento, verrà arrestato e condotto nelle carceri israeliane. Gli attivisti rischiano l’arresto, l’espulsione e la confisca del cargo, ripete in serata un portavoce di Tsahal. «Contiamo di raggiungere Gaza, non ci fermiamo e non ci fermeremo se ce lo ordineranno. Non opporremo resistenza fisica, ma ci dovranno speronare», ribatte Audrey Bomse, portavoce della Free Gaza organization. «L’unico scenario che ha qualche senso per gli israeliani è smetterla una volta per tutte di fare i “bulli” del Medio Oriente e lasciarci passare», insiste Greta Berlin. «Trascinare le navi nel porto di Ashdod costituirebbe un clamoroso autogol per il governo israeliano, dal momento che sulle navi sono presenti anche personalità arabe di nazionalità israeliana e attivisti della sinistra israeliana, pronti a smascherare la pirateria dei loro militari non appena venissero costretti a sbarcare nel proprio Paese», osserva Hani al-Masri, analista politico palestinese.
LINEA DURA
La risposta non si fa attendere. Ed è durissima. «Non permetteremo che venga violata la nostra sovranità», avverte il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, che annuncia di aver comunicato agli ambasciatori di Turchia, Cipro, Irlanda e Grecia (le navi della Freedom Flotilla battono bandiera di questi Paesi) che l’arrivo a Gaza delle navi, con circa settecento persone di 40 nazionalità a bordo, infrangerebbe le leggi internazionali, poiché Israele «ha emesso delle ordinanze che proibiscono l’entrata di navi a Gaza». «Questi attivisti si definiscono difensori dei diritti umani, ma restano in silenzio quando a essere bersagliati sono i civili israeliani o quando il regime di Hamas a Gaza compie brutalità contro gli oppositori», dice il portavoce del governo israeliano.
l’Unità 31.5.10
I cinquant’anni della rivoluzione in una pillola
Maggio 1960 Negli Usa parte la somministrazione della COCP
Gli effetti Ha contribuito a restituire alle donne la gestione del loro corpo
Nel maggio 1960 la Food&Drug Administration degli Usa approva l’utilizzo di una «combined oral contraceptive pill» (Cocp), che diventerà presto nota come la «pillola contaccettiva» o, più semplicemente, la Pillola.
di Pietro Greco
Non è il caso di fermarsi più di tanto sui meccanismi di funzionamento, ormai ben noti, di questo nuovo farmaco, messo a punto dal chimico Carl Djerassi nel 1951 e sperimentato clinicamente dai medici John Rock, Celso-Ramon Garcia e Gregory Pincus nel 1954. Conviene fermarsi sui suoi effetti sociali e cul-
turali: enormi e, ancora oggi, niente affatto esauriti.
E già perché la pillola, assunta quotidianamente dalle donne, inibisce l’ovulazione. E, dunque, le gravidanze indesiderate. Costa poco, è facile da assumere e ha un’elevatissima efficacia. È grazie a questo combinato disposto di caratteristiche che la COCP ha un immediato e clamoroso successo: nel 1961 negli Usa la assumono già 400.000 donne; 1,2 milioni nel 1962; oltre 3,5 milioni nel 1963. Oggi in tutto il mondo la assumono oltre 100 milioni di donne.
L’impatto sulla società è stato ed è tuttora) tale che dieci anni fa la rivista inglese The Economist l’ha eletta a scoperta scientifica più importante del XX secolo. Sia perché la Pillola ha contribuito al controllo delle nascite e alla drastica riduzione del numero di figli per donna prima nei paesi occidentali e poi in molti paesi in via di sviluppo; sia perché ha consentito la separazione tra sesso e riproduzione, fornendo un contributo decisivo a quella che è stata definita la «rivoluzione sessuale»; sia perché ha contribuito a modificare il ruolo che ha la donna nella società e, quindi, ad accelerare quella che molti considerano la più grande rivoluzione sociale del XX secolo: la rivoluzione femminile.
GLI «AVVERSARI»
Un elemento, in particolare, va tenuto in considerazione. La Pillola ha contribuito direttamente e come metafora a restituire alle donne la gestione del proprio corpo, compreso il sistema riproduttivo. E, dunque, ha contribuito all’affermazione di nuovi diritti per tutti, fondati sulla libertà e la responsabilità individuale. «Il corpo è mio e lo gestisco io» è diventata l’idea su cui sono stati ricostruiti i rapporti tra medicina e società e, forse, su diritto e società. Una simile carica dirompente non poteva non suscitare reazioni. Se per alcuni la Pillola è diventata il simbolo di libertà e responsabilità individuale, per altri è diventata il simbolo stesso del male e di quel suo succedaneo che è la società multietica. In breve, è stata avversata da più parti. In primo luogo dai vertici della Chiesa cattolica. La Pillola, si diceva, porterà alla dissoluzione della famiglia e dunque della società. Non è avvenuto. Si è anche cercato di dimostrare che la Pillola ha pesanti effetti collaterali sulla salute delle donne. Proprio quest’anno uno studio condotto per quattro decenni su 46.000 donne ha dimostrato non solo che la Pillola non fa male, ma che le donne che l’assumono vivono in media di più, per loro si riducono i rischi di morire prematuramente per tutte le cause di morte, incluso cancro e malattie cardiovascolari.
Se i cinquant’anni della Pillola sono una plastica dimostrazione degli effetti profondi tra scienza, innovazione tecnologica e società nell’era della conoscenza, non devono indurre ad alcun trionfalismo. La rivoluzione femminile, che ha subito un’accelerazione anche grazie alla Pillola, è ancora largamente incompiuta.
l’Unità 31.5.10
CGIL verso lo sciopero generale
2 giugno: in difesa della Costituzione
Una manovra che divide l’Italia
La CGIL non è contraria in astratto alle manovre correttive. La situazione è grave e densa di incognite ed è necessario intervenire sui conti pubblici. Non lo si può fare, però, mettendo di nuovo le mani in tasca ai soliti noti e costruendo una manovra esclusivamente di tagli e senza alcun intervento in termini di investimenti. Questo, il giudizio della CGIL sulla manovra di Tremonti. Una posizione ribadita dal segretario generale Guglielmo Epifani, che ha lanciato nuovi messaggi di mobilitazione e proposte di politiche economiche alternative. Per quanto riguarda le iniziative di lotta, Epifani ha annunciato che durante il prossimo comitato direttivo della confederazione, che si terrà il 7, l’8 e il 9 giugno, la segreteria proporrà uno sciopero generale da tenersi entro la fine dello stesso mese (“con manifestazioni articolate su base territoriale”). Ma prima dello sciopero, sabato 12 giugno a Roma si terrà una manifestazione nazionale di tutto il mondo del lavoro pubblico. “Obiettivo della protesta – ha detto il leader di corso d’Italia – è quello di cambiare i contenuti della manovra”. “I dipendenti pubblici sono di-
sponibili ai sacrifici, ma questi non possono ricadere solo su di loro. Abbiamo letto il testo della manovra e confermiamo il nostro giudizio: c’è bisogno di una correzione dei conti pubblici, la CGIL dice sì, ma non trova nelle scelte di questa manovra la risposta a tale correzione. È un provvedimento che divide l’Italia. Siamo l’unico paese in Europa in cui la parte più benestante non viene toccata dai tagli. Zapatero ha annunciato un intervento di 5 miliardi sui redditi più alti, Cameron penalizza le banche, mentre la Merkel prevede nuove tasse per trovare ulteriori risorse. Da noi i sacrifici si concentrano unicamente sui lavoratori pubblici, in parte su quelli privati e sui tagli agli enti locali. Non c’è traccia di nessuna riforma di alcun tipo, tutti i provvedimenti sulle pensioni sono un pasticcio, iniqui e non affrontano il vero problema, che è la previdenza dei giovani”.
Secondo Epifani, nella manovra “non c’è nessun sostegno agli investimenti e all’occupazione, anzi con il taglio delle risorse alla ricerca si impoverisce un settore fondamentale. Per questo, chiediamo alle forze politiche, al Parlamento e al governo di cambiare i contenuti della manovra. Presenteremo noi stessi, e vedremo anche se è possibile con Cisl e Uil, degli emendamenti per sostenere l’obiettivo del cambiamento”. Tra le proposte della CGIL, c’è quella d’inserire una tassa di solidarietà per i redditi superiori ai 150 mila euro, per liberare risorse da destinare al futuro dei giovani. La seconda proposta è quella di ripristinare l’Ici per i redditi da 90-100 mila euro. Infine, Epifani propone di alzare la tassazione dello scudo fiscale dal 5 al 7 per cento. Sono due, comunque, gli obiettivi immediati della CGIL: da un lato, la richiesta di modificare la manovra finanziaria e, dall’altro, la necessità di fermare la riduzione dei diritti dei lavoratori, come sta avvenendo con le nuove norme sull’arbitrato.
Repubblica 31.5.10
Dovetti parlare in tv
"In quella notte terribile delle bombe vuoto politico e democrazia debole"
Scalfaro: temo che non sapremo mai la verità sugli attentati
di Vittorio Ragone
Non vedo volontà politiche univoche per una commissione d´inchiesta che faccia piena luce
Nei miei confronti venne montato uno scandalo vergognoso e dovetti parlare in tv al popolo italiano
ROMA - Presidente Scalfaro, lei era Capo dello Stato nel ´93. Se la ricorda la notte fra il 27 e il 28 luglio? Le bombe a via Palestro a Milano, poi a San Giovanni e al Velabro a Roma? Le prime reazioni, le linee telefoniche interrotte, l´ombra di un golpe?
«Non nitidamente come si potrebbe pensare. Ricordo la telefonata con il presidente Ciampi: ero a casa con mia figlia Marianna, vennero a bussare alla porta a notte fonda l´allora segretario generale al Quirinale Gaetano Gifuni e il capo della sicurezza, il prefetto Iannelli. Il telefono non ci aveva svegliati. E ricordo bene la riunione del mattino dopo, quando convocai il capo della polizia, il prefetto Parisi, e i responsabili dei carabinieri e dei servizi»
Quali piste furono seguite all´inizio? La mafia? I servizi stranieri? 007 italiani infedeli? Ci si interrogò sulla regia o sulla "manona" che poteva aver diretto le stragi?
«Formulammo delle ipotesi, tutte queste ipotesi, così come logica vuole davanti a eventi di natura straordinaria. E ordinammo alle persone preposte all´intelligence e alle indagini di raccogliere elementi sufficienti a orientarci in modo convincente. Il prefetto Parisi aveva ricevuto - e teneva in grande conto - una segnalazione del Mossad secondo la quale nel mondo della destra estrema c´era una forte spinta a destabilizzare la situazione italiana, puntando anche alle dimissioni del capo dello Stato. Un anno prima c´erano state le stragi di Falcone, Borsellino e delle scorte, e due mesi prima un´altra autobomba ai Georgofili a Firenze. Cercavamo un filo, una logica che spiegasse questa catena di eventi».
A ripensarci oggi la sequenza di quei giorni oltre che brutale è impressionante: si vede un paese martellato sotto colpi militari e divisioni politiche, lì lì per crollare.
«Furono mesi di preoccupazioni gravi e costanti. La situazione politica era di inquietudine, gravi questioni sociali premevano, la cosiddetta Tangentopoli era in pieno corso; tutti questi fattori creavano tensione nella popolazione. Il mio cruccio in quelle settimane era che - tra una manifestazione sindacale più agitata delle altre e un sit in contro il terrorismo o la mafia - ci potesse scappare l´episodio di violenza; che la piazza cambiasse natura, e che gli eventi degenerassero».
C´è chi parla di una regia più raffinata, un´entità che cuciva insieme una nuova strategia della tensione.
«Il vuoto politico, un vuoto politico come quello che le stavo descrivendo, è la condizione di maggiore debolezza di una democrazia. Sarebbe difficile reggere, per qualsiasi paese. È chiaro che chiunque avesse voluto destabilizzare avrebbe trovato terreno fertile. La mafia? I terroristi? Qualche matto dentro gli apparati dello stato? O tutte e tre le cose insieme? Io credo che sia una risposta difficile da dare. La magistratura avviò indagini in varie direzioni. Abbiamo atteso a lungo qualche elemento che spiegasse fatti, moventi, concatenazioni. Ma devo dire che abbiamo atteso invano. Confesso che anche le prime affermazioni del procuratore Antimafia Pietro Grasso in questi giorni mi avevano lasciato perplesso. Chi ha i poteri per investigare investighi. Ho visto che successivamente ha chiarito in maniera soddisfacente il senso delle sue parole...»
Crede che si possa arrivare oggi alla verità?
«Non bastano le certezze morali per attestare una verità. Occorrono risposte documentate, sentenze, verifiche. E devo dire che quasi non spero più che arriveremo a capire. Soprattutto perché non vedo intorno volontà politiche univoche. Il Parlamento sarebbe in grado di condurre un´autentica inchiesta su quei mesi terribili, senza utilizzarla come pretesto per spararsi addosso, da una parte e dall´altra? Condivido gli appelli alla ricerca della verità, ma osservo una realtà politica che fa acqua da tutte le parti».
Eppure, presidente, lei fu direttamente toccato da quelle vicende. Subito dopo le stragi cominciarono le voci, poi la campagna della destra sui fondi neri del Sisde, sugli ex ministri dell´Interno e su di lei che - fu detto e scritto - li aveva usati in maniera indebita.
«Me le ricordo quelle accuse, particolarmente gravi e strumentali, e poi naturalmente mai dimostrate: che io avessi destinato i fondi neri a disposizione del ministro, non soggetti a rendicontazione, per scopi diversi da quelli previsti. Fu un´azione banditesca: in Piemonte certi individui si recarono nei conventi di clausura a chiedere se il presidente Scalfaro avesse finanziato lavori di ristrutturazione o qualsiasi altro tipo di intervento. Mi difesi pubblicamente. Sfidai chiunque a produrre la prova che anche una sola lira avesse avuto destinazione diversa da quelle legittime. In novembre parlai in televisione, davanti al popolo italiano... «
Il famoso "Non ci sto".
«Dissi: "Prima si è tentato con le bombe, ora con il più vergognoso e ignobile degli scandali. Ma occorre rimanere saldi e sereni"».
E perché, pur toccato direttamente, è così restio a ipotizzare zone grigie e regie uniche?
«Perché nonostante tutto quel che abbiamo rievocato, e nonostante anche Parisi mi dicesse che io stesso ero l´obiettivo d´una manovra più vasta, continuo a pensare che sia compito della magistratura e degli apparati investigativi darci una verità definitiva. E che sia compito di noi tutti mantenere misura e sangue freddo fino a quando questa verità sarà accertata».
Repubblica 31.5.10
L’uomo e l’animale
Il grande enigma delle metamorfosi
di Massimo Cacciari
In modo diverso, ogni epoca e ogni civiltà hanno raffigurato nelle bestie la grandezza e la miseria degli esseri umani. Da Dante a Nietzsche
Tra i bestiari antichi il più celebre è quello che troviamo nella "Divina Commedia" La varietà è impressionante, quanto a realismo e simbolismo
In "Zarathustra" sono presenti l´istinto punitivo della tarantola, l´ingordigia delle mosche e la trasformazione dello spirito in cammello
L´immagine del Leviatano, mostro biblico, campeggia nel grandioso frontespizio barocco dell’opera omonima di Thomas Hobbes
Con questo intervento ha chiuso giovedì 27 il ciclo "Animalia" all´Università di Bologna
ome l´uomo ha "finto" a propria immagine gli dèi, così ha "finto" anche gli animali. Antropomorfizzare l´altro sembra essere costitutivo della sua essenza. L´altro tende sempre ad apparirgli non come essere che gli si dà, che gli si manifesta da un "fondo" tanto meraviglioso quanto, alla fine, misterioso, ma come non-Io, e cioè come prodotto dell´Io. L´animale è "a disposizione" della ricerca che l´Io compie per conoscere se stesso; e così anche il dio può trasformarsi nell´idolo che l´uomo si fa per soddisfare la propria volontà di sapere e potere. Così l´Io cerca di addomesticare animale e dèi - per quanto la loro natura, il loro originario essere per sé, debba finire sempre per travolgere quel tentativo. Vi saranno infinite specie di animali e forme del divino dopo che questo uomo scomparirà - oltre l´uomo.
In modo diverso, ogni epoca e ogni civiltà hanno "immaginato" nell´animale la loro grandezza come la loro miseria. E, ancora più, hanno associato all´animale i propri dèi, proprio perché si è sempre avvertito che animale e dio formano insieme quell´Altro che si vorrebbe, appunto, ridurre a nostro "prodotto". Le metamorfosi dell´animale divino vanno dalla terranea potenza del toro, che si accompagna alla serpe degli dèi di sotterra, al volo irrefrenabilmente libero dell´aquila, fino alle angeliche farfalle, creatura di luce, del Paradiso. Vi sono poi gli animali-messaggero che accompagnano l´anima, a volte di buona, a volte di cattiva razza, come i cavalli di Platone. Le immagini tornano per l´animale umano, ma come impoverite; l´aria del mondo sublunare corrode anche loro. L´uomo si riflette con timore e tremore sul volto dell´animale. Il rapporto era un simbolo nel mondo divino. Qui diviene, invece, una relazione altamente pericolosa. La mente sovrana del dio poteva sempre "avere la meglio" sulla "natura" dell´animale; la vittoria non è affatto scontata per l´uomo. In ogni momento egli può soccombere all´essere animale; e vincere questa possibilità è per lui davvero un super-vincere, poiché egli, a differenza del dio, è sempre, comunque, "anche" animale, e sempre lo resterà. Così la sua immagine è essenzialmente metamorfosi; la sua immagine può essere descritta, cioè, come sempre in movimento tra l´uccello-angelo, l´uccello dell´anima che "sale" a "indiarsi", a farsi-uno col dio, e l´infimo degli animali.
Tra i grandi "bestiari" che descrivono questo metamorfizzarsi instancabile dell´Io incomparabilmente il più grande è quello che troviamo nella Comedìa dantesca. La varietà delle figure è impressionante, quanto il realismo che incarna ogni simbolismo. Par di vedere e toccare quei porci, quei botoli, quei cani che si trasformano in lupi, quelle volpi che abitano "la maledetta e sventurata fossa" della valle dell´Arno! I vizi, come le virtù, divengono nel linguaggio di Dante carne e sangue, nervi e ossa. Ma la bestia non è soltanto lonza-leone-lupo, i peccati, nella loro "logica" connessione, che lottano per impedire al pellegrino di compiere il suo itinerario in deum; né è soltanto il "bruto" che non vuole esperire e conoscere (il bruto non è, in questo caso, nient´affatto la bestia, bensì colui che Ulisse inganna, che non sa opporsi alla frode dell´eroe). Vi sono, pur sempre nel mondo del peccato, anche le colombe di Francesca. Anche il timbro dell´amore cortese, amore che seduce ed è necessario oltrepassare per quanto ciò costi fatica quasi sovrumana, può avere la voce dell´animale.
Se dovessi citare un altro "bestiario", all´altro polo della nostra civiltà, così da disegnare un arco chiuso nel nostro discorso, parlerei dello Zarathustra di Nietzsche. Anche in quest´opera l´animale è sostanzialmente scandalo, ostacolo all´Itinerario verso l´Oltre-uomo. È l´invidia, la gelosia, l´istinto di punire della tarantola; è l´ingordigia delle mosche velenose che tormentano il solitario. Ma appare anche nelle prime due metamorfosi: quella dello spirito in cammello capace di portare i pesi più gravosi (è in questo labor che lo spirito inizia a comprendere la propria potenza), e quella del cammello in leone (è qui che lo spirito afferma il proprio volere, anzi: il proprio voler essere tutti i valori). Ma l´ultima metamorfosi è quella del leone in Puer, nel Fanciullo che non è "caricato" di passato, di rimpianti, di sensi di colpa - insomma, nell´infanzia innocente, che crea senza sapere, che fa senza fare. L´animale appare perciò come la "via" che ci conduce all´immagine dell´infanzia e del Gioco, che ci libera dal "primato" del Logos, del Discorso, del Progetto. Capovolgimento del "bestiario" dantesco? Sì, certo - ma anche l´ascesi dantesca finisce nell´attonito silenzio che supera ogni fantasia - e di fronte al balenare dell´immagine, nel cuore del Mistero, proprio del Figlio.
Ma è senza dubbio nel campo della contesa, della lotta politica che il ricorso al linguaggio della metamorfosi e all´"uso" dell´animale hanno trovato il più rigoglioso sviluppo. L´eterno scontro tra sovrani e sudditi, potenti e miseri, la denuncia della tirannide come della degenerazione dei regimi democratici in oclocrazia, tutto ciò ha alimentato nei secoli il linguaggio dell´uomo "animale politico". In questo contesto, tuttavia, l´immagine più forte, e più inquietante per noi, non è quella di un animale, anche se di un animale porta il nome. È l´animale creato dal Signore all´origine, dotato di una potenza che a nulla sulla terra può essere comparata. «Non est potestas super terram quae comparetur», così il Signore presenta a Giobbe il Leviatano nella sua rivelazione finale. A questo immenso animale, così immenso da non riuscire neppure a "porlo" in una immagine, abbiamo tuttavia dato figura - umana. Essa campeggia nel grandioso frontespizio barocco della opera omonima di Thomas Hobbes. Sul margine alto l´inequivocabile rimando al mostro biblico; subito sotto, dalle alture di un paesaggio ben coltivato, emerge, come un sole, un gigante coronato, che tiene in pugno i simboli della potestas politica e dell´auctoritas spirituale, e il cui corpo è formato dall´ordinata moltitudine degli individui. Questa moltitudine compone tale Corpo. Esso non sarebbe che un vuoto fantasma senza la loro presenza. Ma, ad un tempo, questa moltitudine non sarebbe una, bensì molteplicità vagante, senza i sicuri confini che quel Corpo detta.
Ma Leviatano è il suo vero nome. E finalmente ci potremo cibare della sua carne nel giorno del Giudizio. Ce ne potremo liberare. Il mostro ci è forse ora necessario - tuttavia, tale rimane, e noi attendiamo l´Ultimo Giorno proprio per poterlo sacrificare. Così in quel Giorno potremo non dover più ricorrere all´animale per rappresentare noi stessi, ovvero: per nasconderci a noi stessi - potremo cercare senza finzioni quell´altro che siamo e, insieme, incontrare quell´altro che l´animale è, quel "sereno animale" di cui Rilke ha cantato, la cui casa, la terra, noi abbiamo trasformato nel suo inferno